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Percorso iconografico

     

Donatella Allegro
Arte e rifiuti: una (minima) galleria.
Presentazione

Quello che segue è il tentativo di gettare uno sguardo, forzatamente sommario, sul ruolo dei rifiuti in arte, tanto sul piano dei contenuti, quanto sul piano delle forme e dei materiali. Le sezioni in cui si articola la galleria non hanno la pretesa di offrire né un quadro storico esaustivo, né una classificazione valida in generale. Le semplificazioni qui compiute e l’accostamento di artisti, correnti ed epoche anche molto distanti, rappresentano una classificazione di comodo operata in base semplici “tendenze” formali, e finalizzata a un approccio molto generale del tema.

In linea astratta, la prima distinzione che è necessario operare circa il ruolo dei rifiuti – intesi nelle più varie accezioni che la parola suggerisce – è quella che oppone i rifiuti quale oggetto della rappresentazione ai rifiuti quale materiale o strumento della rappresentazione.

Nel primo caso, i rifiuti diventano contenuto o parte di un contenuto. I due gruppi di immagini qui proposti dipendono da questo macro-raggruppamento: nobili rovine, che racchiude alcuni esempi del popolarissimo tema delle macerie (di volta in volta elemento simbolico, fonte sublime di piacere estetico, etc.), e miseri relitti, che raccoglie, in prima approssimazione, ritratti di reietti e marginali accanto a rappresentazioni di rottami, ambienti miseri e degradati, dove – secondo la linea di un realismo più o meno marcato in senso grottesco – anche la semplice e isolata rappresentazione di oggetti (come la Sedia di Vincent o Un paio di scarpe di Van Gogh) allude, per via metonimica, a uno stato di abbandono integralmente umano.

Nel secondo caso, il “rifiuto” – ancora inteso nel suo senso più ampio – entra invece a far parte materialmente della produzione artistica; occorrerà distinguere, anche in questo caso, secondo alcune essenziali linee di demarcazione. Incontriamo innanzitutto la sezione assemblaggi e bricolage, che comprende montaggi di pezzi di scarto. Questa pratica – non occorre dirlo – è molto antica: in pittura è stato a lungo praticato il “riciclaggio” di tavole e cornici, in scultura il riuso di pezzi architettonici (si pensi al Baldacchino di San Pietro), nonché lo sfruttamento di rovine antiche come sostegno di nuove creazioni architettoniche. Ma in tutti questi casi, i “rifiuti” destinati al reimpiego sono sì, concretamente, “rifiuti”, ma non si offrono alla riproduzione artistica in quanto “rifiuti”: la loro natura di scarto è al contrario occultata, e si situa al di qua della produzione artistica. È invece nell’arte contemporanea che l’uso di materiale di scarto in quanto tale diventa pratica diffusa, non più come necessità concreta o esigenza occasionale, ma come elemento portatore di senso, di volta in volta provocazione, citazione, simbolo. Già il cubismo, com’è noto, ricorre ampiamente al collage, e Picasso stesso – preceduto almeno da Kurt Schwitters (Merzbau, 1923) – arriva a comporre sculture di “avanzi” (Testa di toro, 1943). Da questo momento in poi, le avanguardie pittoriche faranno un uso sempre più ampio dei materiali di scarto, secondo modalità molto diverse ma con una duplice constante: l’intento provocatorio – espresso con “gradienti” variabili – e la tendenziale preferenza per la scultura come arte di riferimento; una scultura che proprio perciò progressivamente cessa di essere una specie distinta e che diventa elemento costitutivo delle altre espressioni figurative (si pensi in genere alla nozione fluida di “installazione”, o all’intrusione di oggetti reali in pittura, come in Burri o nella celebre Fool’s House di J. Johns).

Ma l’assemblaggio stesso può assumere – come è facile comprendere – forme molte diverse, secondo il tipo di “scarto” utilizzato e secondo il contesto in cui tale scarto è inserito. Andrea Bonavoglia, per esempio, distingue gli “scarti” in base alla loro “vita precedente”: «lo scarto originale è il pezzo nuovo che avanza per un qualunque motivo e che viene messo in circolo; lo scarto di produzione è il residuo, ad esempio il vetro frantumato o il ritaglio di lamiera che può essere riciclato attraverso un diverso processo di trasformazione; lo scarto d’uso è il pezzo già utilizzato o imperfetto, che viene sostituito o tolto e messo a disposizione» (Waste: quel che resta dell’arte, «Kainòs» 4, www.kainos.it/numero4/percorsi/waste.html). Si potranno più semplicemente distinguere, ai nostri fini, “scarti” intesi come puri materiali (legno, plastica, etc. in Burri, per esempio), “scarti” intesi come materiali già lavorati ma non consistenti in oggetti artistici (è il caso discusso del ready made) e “scarti” già compiutamente lavorati e già consistenti in oggetti artistici, ma non perciò meno disponibili a pratiche di reimpiego, spesso ironico o apertamente parodico. Per ciascun elemento di questa tipologia di scarti – puri materiali, oggetti non artistici e oggetti artistici – occorrerebbe distinguere in base al contesto d’arrivo, cioè in base al tasso di rielaborazione formale (o semplicemente di montaggio) che lo scarto di partenza subisce.

Scivoliamo dunque, inevitabilmente, dal gruppo degli assemblaggi alle due sezioni successive. La prima, come accennato, è quella del ready made, dove è legittimo riunire esperienze tra loro anche molto diverse, come quelle di Duchamp e di Manzoni (Merda d’artista); un oggetto di scarto (per sua natura non artistico) si propone, in quanto tale, come opera d’arte. Anzi, per Genette, che distingue il ready made “puro” dai casi cosiddetti “assistiti” o “rettificati”, si tratta propriamente di «qualcosa che non definirei così facilmente […] un’“opera d’arte”, ma almeno, con ogni evidenza, e qualunque cosa se ne pensi, un “pezzo da museo”» (L’Opera dell’arte. I. Immanenza e trascendenza, trad. it. Bologna, CLUEB, 1999, p. 10; sulle diverse interpretazioni estetiche del ready made e forme affini, cfr. ibidem, pp. 145 sgg.). In ogni caso, il ready made non è altro che uno “scarto riabilitato”: esponendo il suo Scolabottiglie, Duchamp “promuove” a oggetto artistico un artefatto originariamente estraneo a ogni funzione estetica. Nel momento in cui l’oggetto viene ricollocato (in un museo, in una cornice, etc.) e dichiarato per convenzione “arte”, gli si attribuisce una funzione estetica (o, in questo caso, an-estetica o anti-estetica). Artistico, allora, secondo l’osservazione di Genette, è il gesto dell’artista più che l’oggetto materiale.

Diversamente, il caso in cui lo “scarto” di partenza costituisca già un’opera d’arte, apre alla sezione (virtualmente infinita) dei rifacimenti e tradimenti. Per molti aspetti, si potrebbe parlare di un gruppo trasversale ai due macro-raggruppamenti già descritti, e le distinzioni appaiono destinate a sfumare in una varietà di casi concreti e singolari. In linea astratta, possiamo parlare del reimpiego o del riciclaggio di opere preesistenti: nel caso del rifacimento, si re-interpreta il soggetto dell’originale o meglio l’originale stesso (un’altra distinzione che meriterebbe attenzione), in chiave spesso tutt’altro che ironica (si pensi a Bacon), a meno che per “ironia” non si intenda una semplice presa di distanza storica o soggettiva; nel caso delle opere qui definite tradimenti, invece, la parodia appare esplicita e avviene attraverso il fraintendimento intenzionale dell’opera originale: essa può essere o concretamente modificata (i famosi baffi di Duchamp sul volto della Gioconda) o semplicemente ricollocata in nuovo contesto (la Venere degli stracci di Pistoletto). Naturalmente tutte queste opere sono, per così dire, “tradimenti di secondo grado”: l’opera d’arte su cui si interviene non è mai un originale, ma una copia o una riproduzione (nel senso stabilito da W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, trad. it. Torino, Einaudi, 1966), che equivale di per sé a un grado primo del tradimento. Ciascuna di queste opere, poi, oltre che costituire un’imitazione, presenta caratteristiche formali che la rendono legittimamente ascrivibile ad altre categorie: L.H.O.O.Q., la Gioconda di Duchamp è un ready made, ma si è qui deciso di far risaltare il suo carattere di parodia e di citazione.


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