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Giacomo Manzoli
Cos'è “il trash”
& cosa
è trash?
Intervista a cura di
Maristella
Bonomo
Dai programmi televisivi di Maria
De Filippi, Platinette e Irene Pivetti alle riviste
gossip, dalla moda degli stivali aggressivi alle
acconciature rasate con cresta, dal modo di ballare
nelle migliori o peggiori discoteche al totalizzante
culto del corpo semiperfetto, semiscoperto, dalla
musica assordante nei tekno rave party all’abuso
dei maghi magoni, dai film con Er Monnezza e le
vacanze di Natale o sul Nilo senza, peraltro,
dimenticare il terribile slang dei cosiddetti
punkettoni o il caso letterario di Cento colpi
di spazzola prima di andare a dormire [1].
«Il torto nasce quando la sensibilità
personale viene sostituita dall’imposizione
del pregiudizio estetico… Chi accetta il
pregiudizio delega a terzi la formazione del proprio
gusto» asserisce Tommaso Labranca in uno
dei paragrafi introduttivi al suo libro, Andy
Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash
[2]. E continua «cioè chi pratica
un comportamento manicheista rinuncia a giudicare
un evento in base alla rispondenza con il proprio
gusto e si dedica totalmente al pregiudicarlo
in base alla sua consonanza con un canone imposto.
Nel 99 per cento dei casi quel canone è
chiamato “valore culturale”».
Il trash può essere
considerato una categoria estetica (anche se instabile,
pervasiva, indefinibile) con un preciso ‘valore
culturale’?
Non riesco a pensare a una risposta
univoca. La prima cosa che mi viene in mente è
la famosa sentenza di Potter Stewart, citata dalla
studiosa americana Linda Williams in un altrettanto
celebre saggio sulla pornografia Hard Core. Power,
Pleasure, and the “Frenzy of the visibile”
[3]. La sentenza recita: «I don’t
know what it is, but I know it when I see it».
Non saprei dire cos’è, ma lo so riconoscere.
In realtà non è così vero,
non è così facile riconoscerlo.
Più che altro, proprio a causa della sua
pervasività, si rischia di arrivare a dire
– con qualche ragione – che nella
società in cui viviamo tutto è trash,
dunque, per svuotare il termine di qualsiasi utilità.
In che senso ‘tutto
è trash’? Viviamo in una società
che ha fatto del giudizio di valore una specie
di ossessione. «O bello o brutto, o buono
o cattivo, o culturale o sottoculturale»
per tornare a Labranca: «o/o» ? Se
mi inoltro in quella che è la forma letteraria
di più recente invenzione, cioè
il blog, trovo soprattutto considerazioni di questo
tipo.
Questo secondo me è proprio
il lato più deleterio della cultura contemporanea.
Bisognerebbe sospendere i giudizi. Bisognerebbe
tenere presente che ogni giudizio è sempre
anche un giudizio sul giudicante. Come dire: non
l’ho capito. Che fra l’altro sarebbe
più onesto. Quando le cose che uno non
capisce cominciano a diventare troppe, allora
è il caso di porsi degli interrogativi.
O sei stupido oppure non usi gli strumenti giusti.
Poi uno può decidere che una cosa non lo
interessa, ma da qui a dire che una cosa ‘fa
schifo’ la distanza è enorme.
In effetti dipende dall’accezione in cui
si usa il termine. Lei cita Labranca, che lo utilizza
come categoria estremamente specifica e definita,
ma io preferirei partire da un’idea più
estensiva del termine.
Nel bel libro di Guido Crainz sul miracolo italiano
è riportata una bella considerazione di
Piero Citati secondo il quale l’Italia è
entrata nella società di massa con la pubblicazione
dei Minima Moralia [4] di Adorno, nell’autunno
del 1954. Adorno, come noto, è radicale.
In quel libro, come in quello sulla popular music
e molti altri, la sua prospettiva è di
rifiuto totale nei confronti della cultura di
massa, il cui riflesso è dato dall’insieme
dei prodotti della cosiddetta industria culturale,
qualcosa che secondo lui non fa altro che proporre
oggetti intrinsecamente (forse ontologicamente)
degradati, alienati. Per lui la questione
è semplice: il cinema in quanto tale, così
come la musica jazz, sono esempi di una cultura
che pretende di ridurre al minimo il ruolo della
mediazione intellettuale, dunque sono trash per
definizione, anche se lui ovviamente non utilizza
questo termine. A pensarci bene c’è
una coincidenza fra l’uso che Adorno fa
del termine ‘popular’ (nella sua accezione
americana) e quello di Gramsci, che però
è molto più moderno, aperto. Infatti
l’Italia dell’epoca appare ancora
calata in una concezione del ‘popolare’
di stampo etnografico – come dire, il ‘folk’
anglosassone – tanto è vero che Pasolini,
nel suo Canzoniere italiano [5] quasi
si stupisce che il Maestro riservi tanta attenzione
alla cultura di massa e ai suoi prodotti che per
lui non possono essere definiti popolari ma, al
massimo, ‘popolareggianti’.
Tutto comincia con questo
slittamento: dal concetto di popolare/folk a quello
di pop(ular). Come scrive Asor Rosa, bisogna considerare
che il popolo è cambiato.
Per arrivare al termine trash, qui
da noi bisogna aspettare gli anni Settanta, e
precisamente l'omonimo film di Morrissey del cui
doppiaggio si era occupato proprio Pasolini assieme
a Dacia Maraini. Giustamente, perché i
tossici che si aggirano per le strade degradate
care alla factory di Andy Warhol sono una versione
aggiornata dei sottoproletari pasoliniani. Trash
– rifiuti – nel senso sociologico
del termine. Applicato alla cultura, il termine
si colora di una sfumatura dispregiativa molto
più intensa rispetto a quella ironica che
contraddistingueva le categorie fin lì
utilizzate, come kitsch o camp. Bisogna anche
considerare che, nel frattempo, c’erano
stati i miti d’oggi di Roland Barthes, le
indagini sulla produzione di significati
nell’industria culturale di Edgar Morin,
le raffinate formulazioni di Umberto Eco e Susan
Sontag, dedicati appunto al kitsch e al camp,
nonché tutta una serie di nobili discendenti
che vanno da Abruzzese ad Oreste Del Buono.
Il trash si consolida in
un sistema artistico (di contaminazioni ed emulazioni
‘poco pretenziose’)? È un sistema
che delinea una propria poetica, una propria estetica?
Torniamo allora a Tommaso Labranca
che ne dà una definizione piuttosto precisa,
riferendosi alla pratica della riproposizione
inconsapevolmente degradata di modelli
alti. Little Tony è trash perché
‘rifà’ Elvis, ma con l’assoluta
convinzione di ‘essere’ Elvis nel
momento in cui lo omaggia (lui sa che sta ripetendo
Elvis, ma non come parodia, bensì come
un apostolo: ha interiorizzato le riflessioni
dell’avanguardia sulla serialità,
da Warhol in poi). E i suoi fans lo recepiscono
esattamente così. Per loro Little Tony
è Elvis: nel loro sistema estetico di riferimento
egli svolge esattamente lo stesso ruolo svolto
da Elvis per milioni di teen-agers americani fra
gli anni Cinquanta e Sessanta. In questo senso
la sua idea di trash è legata appunto ai
processi di serializzazione dell’industria
della cultura di massa e al principio di rifacimento,
proprio come lo erano il kitsch per Eco (in estrema
sintesi: il bello in quanto bello, senza originalità
e senza progetto) o il camp per la Sontag (rifare
qualcosa esasperandone i tratti fino alla caricatura).
Quali sarebbero i tratti
stilistici, se ne ha radicalizzati alcuni dagli
anni ’70 ad oggi, che lo identificano, che
consentono l’individuazione e/o l’affermazione
di un fenomeno, di un comportamento e, conseguentemente,
di un prodotto trash?
Se vogliamo considerare il trash
in quanto stile, allora, entriamo in un territorio
molto diverso e molto più complesso. In
questo senso il trash riprende direttamente Warhol
e Morrissey, riguarda i film di John Waters, un
certo cinema che va da Hershell Gordon Lewis fino
a Jim Munro, Peter Jackson le produzioni Troma
o dei Manetti Bros., ma coinvolge anche le riflessioni
di antropologi come Marc Augé sul concetto
di rovina. Penso soprattutto a quello che dice
Marco Belpoliti. La società contemporanea
non produce più rovine (resti di qualcosa
che non esiste più ma che vale la pena
conservare e che rendono l'idea della grandezza
passata di una civiltà), bensì macerie
, polveri e detriti che andrebbero rimossi
e che non si riesce a smaltire per la velocità
con cui, appunto, vengono prodotti. Da qui la
fortuna – anche iconografica – del
tema della catastrofe, del paesaggio ‘post-atomico’,
nel quale già si inscrivevano i tossici
e i diseredati dei film di Warhol, ma nel quale
si inscrivono anche le masse brulicanti che abitano
i piani bassi della città piramidale di
Blade Runner. Dopotutto i replicanti – metafora
dell'individuo postmoderno - non vengono sepolti
con una lapide come gli umani veri e propri, ma
neppure sono ‘biodegradabili’. I replicanti
vengono smaltiti – finché si riesce
– e dove non si riesce è presumibile
che siano abbandonati lì, ad arrugginire,
come le figure di Ciprì e Maresco…
La ruggine è un processo
corrosivo e che rende inutilizzabile l’oggetto
della sua corrosione. E quale sarebbe allora il
rapporto che “il trash” intrattiene
con il suo pubblico se, paradossalmente, autore
e fruitore è il suo stesso pubblico?
Fuori da questi casi programmatici,
che per inciso non sono in realtà trash
ma ‘parlano del trash’ (Ciprì
e Maresco mettono in scena un universo trash,
ma si sentono e sono artisti nell'accezione più
tradizionale del termine), l’artista trash
si comporta come qualunque altro, per il semplice
motivo che non sa di essere trash. E non è
così che lo recepisce il suo pubblico di
riferimento. I critici di riviste come Nocturno [6],
per esempio, non pensano che Mariano Laurenti
o Bruno Marchi siano trash. Sono assolutamente
convinti che questi registi siano all’altezza
dei grandi della storia del cinema, Fellini, Antonioni,
Rossellini. E coerentemente li trattano alla stessa
maniera. Fanno monografici su di loro, sistemano
filmografie, raccontano aneddoti, interpretano
i testi, commentano gli stili e così via.
Il trash comincia ad esistere quando l’intellettuale
tradizionale, con il suo bagaglio di canoni, si
imbatte in questi fenomeni ed è costretto
a fare i conti col fatto che questi sono ‘oggetti
vivi’, che producono identificazione ed
esercitano influenza in maniera infinitamente
superiore alla maggior parte di quelli di cui
lui è solito occuparsi abitualmente. Allora
nasce questa definizione – di per sé
spregiativa – che ha la tendenza ad estendersi
alla cultura di massa nel suo insieme. Ricordo
ancora una volta che per Adorno tutto il cinema
(ma proprio tutto, compreso Kubrick, Welles e
Antonioni), così come tutta la popular
music (a partire dal jazz) è intrinsecamente
trash.
Il trash è diventato
un simbolo di cosa? O è semplicemente,
per definizione, disgregazione, autoreferenzialità?
Nel loro insieme, tutte quelle forme
culturali che potremmo rubricare alla voce trash,
sono quanto di meno autoreferenziale si possa
immaginare. Autoreferenziale, casomai,
è quella cultura che rifiuta di confrontarsi
con la realtà contingente (uso il termine
nel senso gramsciano del termine, quello da cui
Gramsci fa derivare il suo concetto di realismo),
pretendendo una patente di nobiltà, come
direbbe Pierre Bourdieu, che – come ogni
titolo nobiliare – dovrebbe derivare da
un antico blasone. Visto dall’alto, il trash
diventa il simbolo del degrado complessivo della
cultura contemporanea. Visto dal basso, invece,
diventa il simbolo di rivincita di una cultura
autenticamente democratica che viene dal popolo,
una sorta di nuovo folk industrializzato. A me
sembrano entrambe polarizzazioni inutili. La prima
per la sua natura nostalgicamente elitaria e fondamentalmente
classista (ricordo, di sfuggita, che le piramidi
hanno richiesto il sacrificio di migliaia di schiavi:
ovvero che sono anche il monumento a una civiltà
la cui grandezza era basata su mostruose ingiustizie
sociali). La seconda perché, in fin dei
conti, parte dal principio che l’intelligenza
e il senso estetico debbano essere una specie
di gioco a somma zero, per cui se sono molti quelli
che usufruiscono di cultura e arte, questa cultura
e arte debbano essere necessariamente di basso
livello.
Io sono per un modello dialettico.
Da un lato – sulla scia delle interessantissime
e troppo poco diffuse analisi di Bourdieu, De
Certeau e colleghi – farei mia la bellissima
frase di apertura del libro di Marco Aime, Eccessi
di culture: «a incontrarsi
e scontrarsi non sono mai le culture ma le persone».
Dall’altro lato credo che, come in tutte
le epoche e in tutti gli ambiti, sia dalle contaminazioni
che emergono le cose (e le persone) più
belle e più interessanti, ovvero vitali.
Faccio due esempi: nella letteratura italiana
degli ultimi dieci anni, le cose più interessanti
che mi è capitato di leggere sono quelle
di De Cataldo e di Aldo Nove. Un serio magistrato
che narra alla maniera di Ellroy gli atti processuali
relativi alla banda della Magliana e un raffinato
filologo che si cimenta con atroci descrizioni
di Santo Domingo e Aldo Biscardi. Inoltre credo
che l’unica maniera per difendersi dalle
insidie della postmodernità sia quella
di mantenere vigile l’attenzione sul senso
delle cose. Uno straordinario esempio di postmodernità
‘buona’, secondo me, è quella
che fa passare il classico attraverso i new media
e i suoi linguaggi (da Wu Ming [7] a Cacciari, per dire). Insomma, io proporrei
di rifiutare l’idea di trash come categoria
vincolante, come repertorio definito per applicarla,
al massimo, ad una nozione dinamica, ovvero alla
relazione che i fruitori instaurano con le varie
opere che compongono la loro cultura. Qui torna
in ballo il termine di autoreferenzialità.
Trash sono tutti quegli oggetti che vengono interpretati
in maniera autoreferenziale. Termino allora con
una provocazione: anche Melissa P. può
diventare sublime se finisce nelle mani di Umberto
Eco (ovvero spalancare la porta su una pluralità
di suggestioni e significati) e Proust può
diventare trash se termina fra le grinfie di un
esegeta ottuso e autoritario. Si può pensare
che io esageri, eppure ho sentito italianisti
colti e capaci rendere i versi delle canzoni di
Vasco Rossi e persino Jovanotti più stimolanti
di quelli del Petrarca, e altri loro colleghi
avvilire Leopardi a pura burocrazia. Poi possiamo
dire che Petrarca e Leopardi sono meglio di Vasco
Rossi e Jovanotti, ma questo diventa un puro giudizio
fine a se stesso, statuario, una specie di ansiolitico
culturale sul quale possiamo essere tutti d’accordo
e che, dunque, è un’ovvietà.
E come diceva Roland Barthes, meglio ammaccarsi
la testa sbattendola contro ciò che pare
ottuso piuttosto che svuotarla ripetendo l’ovvio
all’infinito.
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