Ermanno Cavazzoni
Il grande limbo delle fantasticazioni
La parola arte (artistico) nell’uso che se ne fa oggi ha
due significati molto diversi, e spesso nel discorso corrente, ma anche nei
discorsi degli specialisti, si passa da un uso all’altro con molta disinvoltura;
questa situazione crea un campo incerto che proprio per ciò può
riempirsi di arroganza; nel senso che di qui, sulla via dell’arte, attraverso
la speranza di diventare artisti ed eccellere, sfondare (come si dice), cioè
guadagnarsi una fama, una celebrità, transita poi anche la speranza tipica
degli esseri umani di schiacciarsi reciprocamente l’un l’altro,
di prevalere per una via spiccia, di fare il colpo gobbo, diciamo, col quale
si sale di colpo nella scala gerarchica; mentre gli altri, i concittadini anonimi,
di conseguenza restano giù, nel pantano in cui normalmente ci si divincola
invano, e poi si muore. In questo senso l’arte (e la letteratura) può
essere una brutta faccenda, di prevaricazioni, una strada accelerata per la
rivalsa, per la vendetta; e i suoi prodotti bolle d’aria, gonfie di vanagloria
e di puzza.
L’arte, le arti, patiscono di questa speranza; che le apparenta al gioco
del lotto, o alla speranza di un’eredità inattesa, al matrimonio
con un’ereditiera o con uno sceicco, eccetera; cioè apparenta l’arte
ai colpi di fortuna, con in più qualcosa di losco. È un po’
come per le speranze riposte sulla bellezza fisica; ci sarebbe qualcosa di elargito
gratuitamente dalla genetica, e che trova il consenso universale, per cui ad
esempio una signorina si ritrova miss mondo (o in subordine valletta televisiva),
(o in subordine cubista), (o in subordine tante altre cose, per le quali non
occorre laurea o diploma o il pagamento di una tassa, eccetera); e l’arte
alimenta le stesse speranze, che ci possa essere una naturale disposizione,
o un colpo di furberia, una trovata originale, di poca fatica, che però
riscuote l’approvazione del mercato dell’arte e quindi circolino
soldi, e il proprio nome finisca nei libri e poi nell’enciclopedia universale.
Dico che è un guaio se con queste idee in testa uno entra in frenesia,
ossia insiste e non pensa ad altro, come quelli che si rovinano al gioco; ma
poi passata la frenesia, anche l’aspirante miss ripiega su lavori più
sedentari, ad esempio ripiega sul commercio di creme contro le rughe, di rassodanti
e di bagnoschiuma; e analogamente l’aspirante artista ripiega su lavori
che danno uno stipendio fisso, dipendente di una bonifica ad esempio, o arredatore,
che conserva qualcosa d’artistico ma senza più l’idea del
gran colpo gobbo. Qualcuno finisce ad insegnare storia dell’arte, che
è un onesto mestiere, ma di colpi gobbi qui mi dicono che se ne fan pochi.
Qualche volta le speranze restano come un sogno mancato; per colpa, allora si
dice, del camorrismo che regna nel campo dell’arte, il che è vero,
che c’è camorrismo, come è vero quel che dicon le miss,
che per diventare miss mondo, o anche solo miss Europa, o miss di un luogo qualsiasi,
bisogna scendere a dei compromessi, sovente sessuali, e allora tutte quelle
che han ripiegato dicono di aver detto di no, perché a questo schifo
loro non ci si son messe, dicono; come i mancati artisti, che dicono di non
aver mai ceduto alla camorra dei critici, dei galleristi eccetera.
Se fossimo in un’epoca di religiosità imperante e
diffusa (però non ci siamo) il colpo gobbo analogo all’arte sarebbe
quello di diventar santo (come succedeva una volta, tanto tempo fa). A un santo
non occorreva diploma, laurea, anzi si poteva essere analfabeti, anzi esserlo
era quasi un vantaggio, ed era un vantaggio essere poveri, o essendo ricchi
disfarsi di tutto, rovinarsi, e ridursi poveri, e se si era poveri anche di
mente, cioè leggermente instupiditi, non del tutto, ma un po’,
anche questo era un vantaggio, e comunque si poteva sempre arretrare sul piano
mentale, far qualche passo indietro, verso uno stato di maggiore demenza; col
rischio poi di rimanere lì in quello stato, senza progredire nella santità;
di rimanere ad esempio solo dei frati fra le tante decine di migliaia di frati
(questo accadeva una volta).
Ma il colpo gobbo, la vera via del colpo gobbo, se fossimo ancora in un’epoca
di religione e di fede, sarebbe riuscire tutt’a un tratto a fare un miracolo,
anche minore, l’acqua che diventa vino, che è un miracolo apprezzato,
o il vino che diventa acqua, che è un miracolo apprezzato di meno, specie
se lo si fa in osteria: l’oste versa il vino, ed ecco che il vino è
acqua; la gente mugugna, era meglio il vino!, però uno ha messo
già una caparra sulla via della santità; è un miracolo
che può scontentare, ma la prima pietra è posata. Per la miseria!
hai visto quello lì… già sulla strada di diventare santo!,
anche se gli osti magari non lo vogliono attorno, e neanche i bevitori, che
dell’acqua loro son poco amici. Però magari nelle leghe contro
l’alcolismo di quel tale se ne parla già bene; e allora, secondo
passo, uno può fare un miracolo più clamoroso, che so? snellire
improvvisamente il traffico: c’è una coda, son tutti fermi, da
quattro ore, lui s’alza in piedi, su una pedanina sopraelevata, che lo
vedano, fa dei segni ispirati con le mani, che significano ad esempio: circolare!;
la gente accende il motore e via, tutti corrono via, la coda si scioglie, 130
di velocità media, e lui resta lì sulla pedanina, un po’
svuotato, le auto ringraziano, è un giubilo, clacson, braccia levate:
miracolo! grazie… adesso però abbiamo fretta… Ma
la fama incomincia a diffondersi: c’è uno che fa miracoli modernissimi,
è uno che non ha neanche studiato, però se c’è una
coda in autostrada lui arriva, a piedi, senza divisa, senza le luci dell’emergenza,
e via, di colpo si snellisce il traffico; e se qualcuno al volante sta bevendo
del vino, via!, è acqua, trasforma anche il vino in acqua, nel raggio
di due chilometri; e poi moltiplica i pani, se ad esempio facendo la coda, per
ore, c’erano degli affamati, delle famiglie affamate con dei neonati e
non avevano viveri.
Questa sarebbe la via della santità, che non è più di moda.
È di moda l’arte oggi, e più che mai in questo secolo.
Ma si noti che se uno concepisse la santità come un colpo gobbo per fare
una fulminea carriera, allora questa è una tentazione del diavolo, e
santo uno non lo diventerà mai, al massimo diventa un negromante, che
è il contrario, e poi finisce smascherato e deriso. Circa lo stesso io
credo che accada nell’arte, che se qualcuno la concepisce come la strada
del colpo gobbo, per un attimo può anche rifulgere, rendendo poi ancora
più grave la disillusione e la caduta, con conseguenze anche sul piano
psicopatologico; con la vendetta ad esempio degli altri artisti che cercavano
loro pure il colpo gobbo, hanno visto il collega brillare e di conseguenza ora
godono a vederlo disfatto.
È così che si genera uno stato permanente di guerra tra tutti
gli artisti che cercano il colpo. Mentr’invece è un campo in cui
dovrebbe regnare la pace, come di fatto regnava in Siria, in Palestina, in Egitto,
nel terzo quarto quinto secolo dopo Cristo, quando là ci vivevano sparsi
a distanza di due o tre chilometri l’uno dall’altro i grandi santi
anacoreti, ognuno nascosto nella sua grotta, o esposto al sole e alle mosche;
e i miracoli venivano da soli, non li cercavano, guai!; e così la gloria
eterna, guai a cercarla!; un santo anzi stava nascosto, dissimulato (come dovrebbe
fare un artista); e la gloria eterna improvvisamente rifulgeva, suonavano le
campane, si sentiva odore d’incenso, camminavan gli storpi, i ciechi vedevano,
nel raggio di due o tre chilometri, cioè nel raggio di sua competenza,
perché più in là cominciava l’area di un altro solitario
eremita, che magari non era ancora giunto al suo grado supremo, e i paralitici
che gli giravano attorno non ne avevano ancora alcun beneficio. Guarda quell’altro,
è già santo, dicevano al loro eremita, vedendo ad esempio
i paralitici dell’area contigua correre liberi, snelli, risanati e felici.
Perché i paralitici stanno in genere attorno agli eremiti per interesse,
e allora ci stanno come dei demoni a tentarli (circa come i critici attorno
a un artista), lo stuzzicano, lo paragonano ai suoi colleghi, vogliono sempre
metterli in gara, perché i paralitici oltre che mezzi indemoniati erano
anche ignoranti, loro non sapevano che se l’anacoreta volgeva solo uno
sguardo di disappunto e di invidia a un collega, era rovinato, santo non lo
diventava più; oppure doveva ricominciare da capo, con i paralitici attorno
sempre più sfiduciati e petulanti.
Invece se l’eremita non cedeva, continuava ad esempio a fare il suo lavoro
in tutta umiltà e concentrazione, allora poteva accadere che improvvisamente
splendesse, le campane suonavano e chi era rimasto se era cieco vedeva, e i
paralitici anche loro si mettevano a correre, e se qualcuno per caso stando
in attesa era morto, tutt’ad un tratto ad esempio parlava; (poi rimoriva,
perché i morti possono qualche volta parlare, se c’è molta
santità che li tira, poi però preferiscono starsene per conto
loro).
Purtroppo quest’epoca della santità ad un certo punto è
finita, ed è subentrata l’era dell’arte, la quale tuttavia
possiede una regola interna un po’ simile. E come non c’è
il colpo gobbo tra i santi, credo che anche nell’arte e nella letteratura
l’idea del colpo gobbo sia un’idea controproducente (un’illusione
del diavolo), o comunque un handicap grave già in partenza.
Ma torniamo alla trattazione.
Dunque, due significati di artistico, che discendono da due teorie:
una teoria di diritto e una teoria di battesimo.
Di diritto sarebbero artistici quegli oggetti dotati di forma ben riconoscibile
come forma artistica. È una tautologia. Però di fatto esisterebbe
un elenco (derivato da una tradizione) di forme che al primo sguardo riconosciamo
come artistiche. È arte un sonetto, un quadro, una statua, una coreografia,
ecc.; nel campo delle cose scritte potremmo dire che è arte in generale
il fittizio, indipendentemente dal suo valore. Cioè posso dire senza
contraddirmi: questo romanzo fa schifo, ma è un genere artistico, è
arte.
Ad esempio apro un libro di Alberto Moravia e leggo le prime parole: Entrò
Cecilia…, e già sono propenso a pensare che è un’opera
d’arte, perché nessuno altrimenti si permetterebbe di nominarmi
questa signorina che non conosco senza dirmi almeno il cognome e darmi qualche
riferimento anagrafico e che motivo ha questo tale Alberto Moravia (che tra
l’altro non si chiama neanche così, si chiama Alberto Pincherle,
ma facciamo finta di niente), che motivo ha di pensare che io mi possa interessare
ad una tal Cecilia nota a lui solo e al fatto che entri; come se entrare da
una porta fosse chissà che cosa, anzi fosse un evento così importante
da usare il passato remoto, entrò Cecilia, e non dire ad esempio:
scusate, ma io conoscevo una tal Cecilia così e così, figlia di
così e così, che un giorno l’ho vista entrare da una certa
porta, ecc. ecc., e ritengo che anche per voi la cosa possa avere una certa
importanza, perché ecc. ecc… Invece dice: Entrò Cecilia,
così, senza preamboli. Accidenti! io subito sono indotto a pensare, questo
di sicuro è un romanzo, dev’essere arte, anche per via del passato
remoto, che in genere in arte lo usano molto, e anche questa tale Cecilia, signora
o signorina che sia, se questo Alberto Pincherle si sente in diritto di nominare
come se entrambi la conoscessimo bene e già ce ne fossimo entrambi interessati
in passato, si vede che qui è partito con un romanzo; perché se
qualcuno, ad esempio in treno, mi si rivolgesse improvvisamente dicendo: Entrò
Cecilia, di punto in bianco, io, non so, direi, scusi, non ho capito
bene; o anche se questo tale del treno mi mandasse una lettera scritta:
Entrò Cecilia, gli risponderei, scusi, cosa vuole da me?
non è che lei stia dando i numeri? Invece se penso che questo tale
Alberto Moravia si è accinto a fare un romanzo, ne consegue che siamo
in campo artistico, e che questa Cecilia è solo una sua vanteria, perché
lui in realtà non conosce nessuna Cecilia, se l’è inventata,
e non c’è nessuno che è entrato tutt’ad un tratto
dalla porta; ma lui, questo Alberto Pincherle, è in realtà là
da solo a casa sua che fa finta di aver gente che entra e esce, e che tra questi
ci sia anche una Cecilia, mentr’invece al massimo c’è Elsa
Morante che gli circola attorno con la sua faccia spenta e l’odore di
muffa… che se dicesse: Entrò Elsa Morante, un lettore
subito è disinteressato e chiude il libro, e non ne vuole sapere dei
loro rapporti, perché la prospettiva di una scena sessuale tra Elsa Morante
e questo Alberto Moravia o Pincherle credo che al 95% della popolazione disgusterebbe,
anche per il fatto che forse in questo caso non siamo più nell’arte,
nonostante il passato remoto, e i fatti di Moravia se li tenga lui, direbbe
il 95%, e il 5% restante sono probabilmente erotomani che non s’interessano
al fatto che ci sia o no arte, ma a loro va bene anche Elsa Morante, purché
sia femmina o loro sian convinti che da qualche parte lo sia. È di Alberto
Moravia che anche gli erotomani in ogni caso non ne voglion sapere, così
bianchiccio e basso che tutte le sue rappresentazioni sessuali non solo sono
fittizie, ma son spacconate. Questo non lo dico io, ma gli erotomani; che leggono
Moravia ma poi in realtà preferiscono il vero porno, ad esempio in DVD.
Ma adesso torno alla questione teorica dell’arte. Ogni tanto mi scappano
delle esemplificazioni.
Per le forme tipiche dunque (quadri, poesie) il riconoscimento
non crea problemi. I problemi sorgono per le nuove forme d’espressione
(es. l’arte concettuale: un edificio incartato e impacchettato è
arte? un cavallo appeso al soffitto? la merda in scatola? è arte? È
dubbio, per la teoria formale). Ma è dubbio anche per tutte quelle arti
cosiddette minori, che però sono moltissime (un acrobata fa dell’arte?
un prestigiatore, un mimo, una pettinatura a più strati, ecc. sono arte?):
arti minori, si dice; ma qual è il minimo? Lamentarsi, ad esempio, è
un’arte? O digiunare, come dice Kafka, potrebbe essere un’arte?
E perché le arti sono 5 (più altre 2 o 3 moderne) e non 50 o 60?
visto che in Giappone è un’arte fare il tè, e in Micronesia
tatuarsi.
E se uno canta così male che anche i cani del vicinato si mettono a urlare
e il popolo insorge, gli tiran le sedie, debbono portarlo via a forza, perché
è un’offesa ai timpani; dovremmo dire che è arte? malriuscita,
ma arte? Questo è un pazzo scappato dal servizio diagnosi e cura, direbbero
in giro, e se questo crede di fare dell’arte, beh, allora vanno rivisti
i criteri, l’arte non è una faccenda di classificazione tipologica,
direbbe il popolo.
Non che cantare non sia legittimo; purché non si faccia del male a qualcuno
io dico che tutto è ammissibile. Ma poi si può dire: questo fenomeno
non so cos’è; forse è sintomo di squilibrio mentale. Ce
ne sono tante a questo mondo di cose stonate o incomprensibili.
Ecco allora la seconda teoria (che si aggiunge a quella formale):
la seconda teoria dice che arte è qualcosa di riuscito, o ritenuto tale;
quindi occorre un giudizio e qualcuno che giudica. Come si vede questa teoria
implica un assetto da esame scolastico. Il candidato è ammesso, poi gli
si dà il voto. Ossia un oggetto è artistico solo se è preso
nella macchina esaminatrice. Se uno mette della merda in scatola (la sua ad
esempio, e la tiene in frigo o nella dispensa, perché lui gode a conservarla
e immaginarsela là che perdura nel frizer), non fa dell’arte, dicono
anzi sia una perversione, non rara, coprofilia, con tante varianti. Ma se la
porta ad un gallerista, ben confezionata, la espone ecc. ecc., ecco che mette
in moto la commissione d’esame, che è una commissione molto più
vasta e indeterminata di quella scolastica, anche più eterogenea; fatta
di galleristi, mercanti, critici, collezionisti, musei ecc.; e le regole non
dipendono da un decreto ministeriale (se non nei regimi dittatoriali, che tendono
a rendere la società simile ad una classe scolastica). Altrettanto nelle
belle lettere; dove la commissione è fatta da editori, riviste, cronisti
radio-televisivi, agenti di vendita, programmi scolastici ecc., e poi critici,
i critici sono un po’ onnipresenti.
Diciamo che da quando si sono liberalizzate le arti, e i grandi modelli fissi
non funzionano più come criterio di valutazione (da quando Dio è
morto, si dice di solito, con una metafora) i critici hanno alzato la cresta,
anzi non avendo più Dio a disposizione coi suoi valori eterni (e coi
suoi strumenti, che erano i manuali retorici), essendosi Dio ritirato (perché
secondo me non è morto del tutto) ecco che i critici l’hanno sostituito,
anticipando qui in terra il grande giudizio universale, e rendendolo però
anche più spiccio, di conseguenza più approssimativo, anche con
sospetti di collusione, interesse privato, faziosità, ideologia, rendendolo
scarsamente obiettivo (il giudizio). Come se anche nel grande giudizio universale
futuro si sapesse che circoleranno favori, corruzione, assegni… cosa che
per la verità è successa, con lo scandalo delle indulgenze (15
esimo, 16 esimo secolo), cioè il Papa aveva tentato di formare una commissione
universale qui in terra, dicendo all’Onnipotente: non ti preoccupare,
il lavoro più grosso lo faccio io, così poi tu ti trovi già
tutto fatto, gli esami, i verbali, i condoni. E di fatto il Papa, i vescovi,
eccetera, avevano privatizzato il grande giudizio pubblico universale, nel senso
che lo si poteva comprare, si comprava l’indulgenza.
A parere di molti l’Onnipotente non ne ha mai tenuto alcun conto; la gente
andava di là, subito dopo essere morta, pensava di avere già passato
l’esame, indulgenza plenaria ad esempio, che era costata, come in certe
scuole private, che costano ma garantiscono la promozione. Invece l’interrogatorio
nell’aldilà era su tutto, nessuno sconto, severità; anzi
per chi aveva pagato era peggio.
Diciamo che coi critici s’è ripetuta una storia simile: questo
promosso, questo bocciato; ed è tutto uno scandalo delle indulgenze.
Con la differenza che i critici non hanno neppure un’ombra di legittimità:
chi li ha nominati? E così tutta la commissione giudicatrice. C’è
chi descrive tutto questo apparato di giudizio come una mafia. Da quando Dio
s’è ritirato regna la mafia, questa è una lamentela che
sento; e si dubita che la mafia sia competente in fatto di arte e di letteratura.
Ci vorrebbe una commissione di secondo grado, che giudica i critici, gli editori
eccetera; ma poi ce ne vorrebbe una terza, che giudica la precedente, e così
via. Allora si è optato per il mercato, che sarebbe una forma di democrazia,
il pubblico giudica. Ma c’è chi dice che il pubblico è ignorante.
Allora che lo si educhi! qualcuno ha detto. Chi deve educarlo? I critici. E
siamo daccapo: da quando Dio si è ritirato c’è solo
la mafia.
Con l’arte siamo un po’ nella situazione che c’era al tempo
delle reliquie. Per secoli in Medio Oriente (e non solo) si sono prodotte reliquie:
spine della corona di spine, sangue del costato, schegge della Croce, e poi
graticole, chiodi, tenaglie, unghie, denti ecc. ecc., in grande abbondanza;
c’era un commercio fiorente; c’era chi la autenticava la reliquia,
chi la esponeva, c’era un turismo specifico, c’era un culto; e là
dove si trattava di sacro oggi si tratta di arte, ma non c’è una
gran differenza. Attorno alle reliquie si costruivano chiese, oggi si fanno
musei; c’erano le processioni, oggi ci sono le file alla biglietteria
delle esposizioni, dove si sta fitti, si parla sottovoce, qualche guida fa la
sua predica; si guarda la reliquia artistica soffermandosi per pochi istanti,
la folla preme, poi si torna a casa più buoni, si è compiuto il
rito. In genere a vedere le mostre ci si va di domenica, come una volta, ci
si va in macchina, una volta ci si andava a piedi, ma non fa la differenza.
Dicono che a volte guariva uno storpio o si calmava un’indemoniata. L’arte
non fa questi miracoli, non fa parte delle sue prerogative specifiche; però
a volte calma mogli e mariti, e riempie le domeniche o i giorni di festa, rimasti
vuoti, senza più il sacro; a volte perfino riempie le ferie, con quei
pellegrinaggi tipici ai luoghi monumentali, che però oggi si chiama turismo.
E la vicinanza dell’arte può creare un leggero stato di ascesi,
per cui poi si sopporta il traffico, si sopporta il grigiore della domenica.
Tutto questo non per svalutare, ma per dire che attorno all’arte si continua
un vecchissimo rito.
Allora riassumo: ho parlato del colpo gobbo; della teoria formale
dell’arte; della teoria performativa (o di battesimo). Ma dico: davvero
è interessante sapere se c’è arte o no? Io credo sia l’ultimo
pensiero che viene in mente quando ci si mette per caso ad appuntarsi parole;
e se per caso a qualcuno viene in mente che così facendo sta facendo
dell’arte, allora dico che è un’idea che inibisce, è
come stare sotto giudizio; oppure è un’idea che esalta troppo e
che suscita l’altra idea connessa del colpo gobbo, e con queste due idee
in testa, dell’arte e del colpo gobbo, tanti giovanotti si sono gonfiati
l’io a dismisura, si son rovinati.
Che cosa fa in pratica uno quando si dice che fa dell’arte? Ad esempio
quando fa la cosiddetta letteratura? ad esempio il romanzo? Beh, se non è
un pedissequo e sottomesso ripetitore di stereotipi, fa sempre delle cose un
po’ sgangherate, nel senso che qui si è sempre alle prime armi,
difficile imparate il mestiere; anzi se uno l’impara, allora meglio che
smetta. Perché questo è un campo dove si fanno parlare i fantasmi,
e i fantasmi mediamente fanno quello che vogliono loro. I fantasmi, e così
tutte le pazzie segrete, le angosce e tutte le forme di intima agitazione, tutti
questi traffici incerti, non sono mai addomesticati abbastanza in modo da poterne
disporre a comando. Per questo se mai dovesse esserci una scuola di scrittura,
dovrebbe essere una faccenda medianica e spiritistica.
E dato che inoltre gli uomini sono discontinui, è facile che sia discontinuo
anche lo scrivere. E questo non è negativo. I libri più interessanti
sono i più sgangherati; tanti libri non sono neppure finiti, ma non conta
molto; ad un certo punto l’autore non può più andare avanti.
Gogol diceva che è per via del demonio. Poi capita che a distanza di
anni l’autore riapra il cantiere, e ci infili un capitolo o due: l’Orlando
furioso terza edizione, nuovi episodi inseriti; altri che invece l’Ariosto
non riesce in nessun modo a farci entrare (i Cinque Canti). Per dire come un’opera,
anche così eccelsa, così rifinita, sia sempre qualcosa di rimediato,
aggiustato, con le toppe, e aggiustabile ancora, se la vita durasse abbastanza.
Uno scritto è spesso qualcosa di eterogeneo al suo interno, nel senso che l’autore ci può infilare di tutto, specie se lo scritto si è espanso ed è un libro. L’autore si sveglia una mattina e quel mattino non ha l’umore di ieri; se ieri era festoso, ad esempio oggi può essere d’umore funereo. Ci sono autori che scrivono vari libri contemporaneamente, il libro dei momenti festosi e il libro dei momenti funerei, e questo può essere un metodo (per non contraddire Aristotele e l’idea ancora vigente di unità); ma accade ad esempio che i libri funerei gli editori poi non li vogliono: non vendono – dicono – il pubblico scappa, sono iettatorii. E allora l’autore propende per un libro festoso con elementi però di tanto in tanto funerei, perché altrimenti lui certe mattine dovrebbe stare lì triste e inoperoso. E già si vede che l’eterogeneità fa la sua comparsa. Poi l’autore magari ha cose già scritte che gli dispiace buttare, e magari non sono né festose né da funerale, ma ad esempio sono filippiche, delle gran filippiche contro questo o contro quest’altro. O magari sono pignolerie, certe mattine un autore si può svegliare pignolo oltre ogni dire. Allora prende le pagine di pignolerie e le infila ad es. tra le filippiche e le parti festose, usando il libro come un altro userebbe una pattumiera. Però magari ne esce una cosa meravigliosa, tutta irregolare e a sorpresa; addirittura – sentite un po’ cosa dico – tutta fatta di scarti; che però presi nel complesso del libro, acquistano quell’odore indefinibile e quel calore di cose diverse in fermentazione; che certi barboni trovano identico nei cassonetti. Con ciò voglio dire che la pattumiera non è cosa esecrabile, ma il luogo in cui convive felicemente l’eterogeneo: pensate alla Bibbia, che cosa non c’è lì dentro? è un luogo millenario di accumulo, come certi siti neolitici, che erano discariche, di piatti rotti, di ossi, di vasellame eccetera, però così eloquenti a proposito di una civiltà.
La parola letteratura è un po’ stretta, c’è questa faccenda della finzione che sinceramente non si sa come maneggiare, dove incomincia e dove finisce (il vero e l’inventato); poi ci sono i modelli di genere. Esempio: cosa stai facendo? “Un romanzo”. Bene, bravo. “Un romanzo di formazione!” Bravissimo. Come uno dicesse: “Faccio lo spezzatino con i piselli”. Benissimo. Anche i libri si possono fare così, seguendo una ricetta. Niente di male; e niente di male che ci siano lettori che dopo aver mangiato lo spezzatino, ed eventualmente i piselli, il dolce e la frutta, prendano il libro e se lo leggano tranquilli, trovandoci tutti gli ingredienti che ci si aspetta: dei personaggi, dei dialoghi, un po’ di trama e di sentimenti, ecc. Altri lettori preferiscono la Settimana Enigmistica, non è una colpa, è legittimo; altri preferiscono i cataloghi di vendita per corrispondenza, col listino dei prezzi, che è una lettura che non fa né male né bene, ma intrattiene lo spirito mentre è in atto la digestione. Diciamo che c’è della letteratura (cosiddetta) che ha la stessa funzione, di far digerire, di far stare in pace; e io non la condanno, anche se a volte è meglio leggere un buon catalogo di arredo casa; che anche lui qualcosa di romanzesco quasi sempre ce l’ha: le mogli felici, le lavastoviglie, il detersivo piatti, quel medio benessere, la camera in noce matrimoniale. I romanzi rosa, o la media dei romanzetti d’amore, si occupano dell’epoca del fidanzamento: come nasce l’amore, i primi baci eccetera. Il catalogo casa è la continuazione dello stesso romanzo dopo il matrimonio; perché vi è raccontata la vita ideale dei giovani sposi ex fidanzati, e se ne vede tutta la scenografia. È una finzione anche questa, quella dei cataloghi arredo, ed è molto influente: il padre che rincasa alle sei sorridendo, mentre la moglie sorride e sorridono eventuali figli, suocere e zie mentre si aggirano in mezzo alle pentole antiaderenti, nei pressi del forno a microonde…; e poiché la vita è invece diversa, molti alla fine pensano che la loro famiglia è anormale, fatta di squilibrati, di nevropatici, dove nessuno ride o sorride così stabilmente, e prevalgono grida, furore, manie, anche ad esempio nell’educazione dei minori, e nei rapporti coi consanguinei (da cui la crisi universale oggigiorno di coppia).
Allora, dicevo che quest’idea di letteratura connessa al
giudizio estetico e all’artisticità, trovo che sia troppo stretta.
E preferirei allargarla, al grande sacrosanto territorio delle fantasticazioni,
dove non ci sono criteri formali o candidature, giudizi d’esame e promozioni,
ma lo scrivere sia un fatto come il parlare; qualcuno a un certo punto piglia
la parola e parla, e lo può fare per tante ragioni, anche di egocentrismo,
di esibizione, riscatto, ma anche bisogno di espiare i propri peccati e confessare,
o tirare il bilancio di una vita intera; uno piglia la biro e si mette a scrivere;
così, in pura perdita, per fare aumentare il pattume; uno può
anche scrivere la vita di un altro, del vicino di casa, di un condomino, anche
di qualcuno che non esiste ma che gli sarebbe piaciuto fosse esistito, uno può
scrivere anche dieci righe e poi smettere.
Una mia vecchia e cara prozia aveva scritto ad un certo punto della sua vita
una poesia, non ha mai scritto altro, ed era una poesia da inesperta, che a
dire la verità era anche poco poesia, e non so se la critica l’avrebbe
accettata; e quella mia prozia non ha mai neppure aspirato ad essere poetessa
o fare dell’arte, però mi aveva detto che si era alzata una notte,
quando c’è buio e c’è già anche un po’
d’alba; suo marito, mio zio Peppino, dormiva, e in genere io so che russava;
russava spesso anche mia zia. Si era svegliata e fuori cantava un usignolo e
lei si era sentita tutta pervasa nel sangue da una sensazione, che lei era lì,
e fuori c’era l’usignolo su un ramo di noce; e allora subito è
andata a scrivere la poesia, che parlava degli alberi di noce e del fatto che
quella notte c’era su un usignolo. E poi il giorno dopo l’ha un
po’ perfezionata. Oh noci di Guilguella…, incominciava
(Guilguella era la località); poi l’ha fatta battere a macchina
dalla dattilografa di suo marito, per correggerla meglio. Questo stato poetico
le è durato una settimana, e sempre in seguito se lo è ricordato
come uno stato straordinario: Oh noci di Guilguella…, diceva,
e quasi si commuoveva con se stessa; e quindi io dico che questa poesia deve
avere un significato immenso, non è questione che sia bella o brutta,
che sia arte o non lo sia, questo è un oggetto che appartiene al grande
limbo delle fantasticazioni, sono cose un po’ sacre; oppure si può
dire che sono pattume; nel senso che le si può incorniciare come reliquie,
oppure lasciare sbiadire e riassorbire nel nulla. Io questa poesia avrei voluto
metterla al cimitero, sepolta accanto a questa cara prozia, poi non l’ho
fatto, e la poesia non so più dov’è; ma se è vero
che l’anima vola, anche la poesia sarà volata via, nel senso che
sarà finita tra i fogli usati, i giornali usati, e poi nel pattume, o
nel cassonetto della carta e del cartone, se c’era già la raccolta
differenziata. E in questo caso la poesia sarà rinata come pasta di cellulosa,
che per la carta dev’essere un po’ come il suo paradiso originario
(mentre una stufa dev’essere come l’inferno, se la poesia ci fosse
finita; e mi sarebbe dispiaciuto).
Dunque ci sono tantissimi scritti nati innocentemente, senza alcuna
intenzione di fare letteratura, che finiscono nel grande macero anonimo, o nel
grande dimenticatoio che sono i magazzini delle biblioteche. La promozione a
letteratura è il modo in uso per farli sopravvivere, ma implica quelle
procedure d’ammissione e un’elevazione tale di rango, che l’accesso
è sempre ristretto, una specie di privilegio (per cui poi uno si monta
la testa; a torto, io dico).
Se potessi legiferare, decreterei che la questione dell’arte sia d’ora
in poi trascurata, e che la cosiddetta letteratura coi suoi generi (poesia,
romanzo ecc.), le sue figure (l’autore, l’opera, l’Opera Omnia),
con la sua organizzazione di giudici, la sua rete di promozione, le sue teorie
(e la domanda tipica: che cos’è la letteratura?), decreterei che
la letteratura sia un caso particolare, piccolo (anche se supponente e aggressivo),
del più vasto, vastissimo e libero limbo delle fantasticazioni. Dico
limbo perché, come si sa, nel limbo sostavano i non battezzati; e dico
fantasticazioni per sottrarre le scritture all’apparato ministeriale che
sta intorno alla letteratura.
Le fantasticazioni invece comprendono tutti quei ribollimenti di pensieri che
vengono trascritti e che hanno qualche possibilità di far ribollire chi
legge, in misura diversa da persona a persona, ma come se il lettore riconoscesse
qualcosa, e quindi entrasse in uno stato di intesa (di seconda fantasticazione),
come dice Platone quando si riconosce un affine. E dirò anche che il
lettore ideale è se stessi anni dopo: guarda un po’ che idee
aveva in testa quell’io rimasto laggiù…
Certo la sacrosanta e canonica letteratura ha cose meravigliose che non smettono
di ribollire. Ma siamo ad un punto che i modelli ormai sono molto deboli. Non
so i narratologi cosa ne dicono.
Faccio solo un esempio, tra i tanti che si possono fare: i Microgrammi di Robert
Walser, scritti di lui in calligrafia microscopica su carta usata, destinata
al cestino, su quei prestampati che si buttano via, sui cartoncini di pubblicità
con su scritto Visitate la Svizzera, oppure Saluti da Lugano…Hotel
Tal dei Tali, e li scriveva in modo da riempire tutti gli spazi bianchi;
per far contento il foglio, dico io, come fosse il foglio a chiedere a Robert
Walser di farsi scrivere, per avere un pochino di gloria estrema, prima di essere
appallottolato e buttato via. Adesso questi microgrammi li hanno interpretati
e li pubblicano come racconti. Lo sono? Non lo so. È roba che viene dal
limbo delle fantasticazioni, dalla soglia dopo cui si diventa pattume. E Robert
Walser con questi suoi scrittarelli, fatti nella clinica di Herisau e fino a
poco tempo fa presi per scarabocchi insensati e manicomiali, aveva forte la
compiacenza dello scrivere in perdita, piccole, limitate, ordinate fantasticherie,
che vivono un attimo, nate per esser buttate, come succede normalmente alle
parole che escon di bocca, finire nell’universale pattume delle cose perse;
invece sono state miracolate, stampate; che loro, queste storielle minuscole,
a essere sinceri, forse un po’ se ne vergognano.
Questo articolo si cita: Ermanno cavazzoni, Il grande limbo delle fantasticazioni, "Griseldaonline", numero VI (2006-2007).