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Gianni Celati
Lo spirito della novella
1. Novelle come merci pregiate.
Le antiche raccolte di novelle,
dal Novellino duecentesco al
Decamerone, alle raccolte quattrocentesche
e cinquecentesche, fino a quel punto di svolta
che è il Cunto de li cunti di
Basile, sono dei bazar di roba messa insieme,
con un fasto rituale ancora visibile, benché
lontano dalle nostre abitudini. Il Decamerone
somiglia a quei vecchi suk arabi dove trovavi
profumi, gioielli, spezie, stoffe che venivano
da tutte le parti, e ogni merce portava con sé
il ricordo delle linee di circolazione dei commerci
nel nord Africa. Le raccolte novellistiche erano
collezioni di aneddoti, favole, leggende, motti
arguti, d’origine scritta e orale. La varietà
di questi zibaldoni dipendeva da una vasta circolazione
di motivi narrabili, legata alle rotte dei pellegrini
e dei mercanti. Per questi tramiti debbono essere
giunti molti esempi di narrativa araba, indiana,
provenzale e francese, che hanno trasformato i
modi dei racconti nostrani. Le prime due novelle
del Decamerone parlano di mercanti fiorentini
a Parigi, un buon terzo delle altre sono ambientate
in luoghi d’Europa e del Mediterraneo, come
vicende o emblemi o fantasie di terre lontane.
In tutte si vede l’afflusso di materiali
eterogenei, passati da una tradizione all’altra.
Ed è ciò che rendeva le raccolte
novellistiche degli empori di mercanzie pregiate,
dove ogni storia ha la natura del frammento disperso,
come le reliquie dei santi o i gioielli portati
in Europa dagli antichi viaggiatori. È
una narrativa di motivi intrecciati, dove ognuno
vale in sé come memoria di accadimenti
nel vasto mondo; e parla d’un mondo ancora
inteso come un tessuto di meraviglie, alla maniera
di Marco Polo e dei viaggiatori arabi.
2. Le novelline. Accumulo di
pezzi sparsi.
Quel libro di novellette che ora
chiamiamo il Novellino, composto tra
il 1280 e il 1300, resta l’esempio d’una
narrativa fatta con l’accumulo di pezzi
di riporto, sparsi ed eterogenei, collegati da
nessun motivo oltre al gusto del narrare. Si è
pensato a un compilatore che disponesse d’una
vasta biblioteca nel nord Italia, forse nella
Marca Trevigiana, perché il Novellino
si distingue per la grande quantità di
spunti presi direttamente dai libri. Benché
il suo titolo originale (Libro di novelle
et di bel parlar gientile) si inquadri in
una tradizione già viva di raccolte novellistiche,
questo libro resta un unicum nel campo delle forme
narrative. Perché è come un esperimento
per ridurre il fenomeno chiamato “raccontare
storie” al suo nucleo minimo. Che cos’è
una storia? È un collegamento tra fatti
antecedenti e conseguenti. Per gli antichi era
una specie di effetto ottico, definito post hoc
propter hoc, per cui ciò che viene prima
in un racconto ci dà l’impressione
d’essere la causa di ciò che viene
dopo, anche, se non si tratta d’una conseguenza
logica. Tutto il narrare è un gioco di
effetti illusori. Ma come si produce l’effetto
che una storia debba concludersi in punto preciso?
L’interruzione non è una conclusione.
La conclusione giustifica il racconto, perché
è il momento in cui l’ascoltatore
vede o crede di vedere il significato o la morale
della storia. Nei ritagli nel Novellino
il modo usuale è quello di concludere la
novella con un motto o con una risposta arguta
che risolve un contrasto. Anche dove si tratta
di ritagli da romanzi noti, come nella novellina
LXV, che riassume un episodio del Roman de
Tristan di Béroul, la conclusione
cade dove si ricompone un conflitto – e
in questo caso si tratta del conflitto tra Tristano
e re Marco, ricomposto grazie ad un “savio
avedimento” (sotterfugio). La nota finale
sul “savio avedimento”, che è
l’inganno della regina Isotta per nascondere
al marito il proprio adulterio con Tristano, funge
da morale e da insegnamento. In questo senso produce
l’effetto illusorio d’una conclusione.
3. Miniaturizzazione e fasto
rituale.
Il carattere esemplare del Novellino
sta in una fine arte del racconto scritto: arte
del ritaglio e della miniaturizzazione di episodi
già narrati nei libri. Questi sono spunti
che (come dice il prologo) il lettore di “cuore
nobile e intelligenzia sottile” può
usare per farne a sua volta dei racconti offerti
a chi desidera istruirsi. Il fasto rituale delle
novellette sta in questo “sapere”
racchiuso nell’involucro del “bel
parlare”, come un monile o un anello che
racchiuda un motto sapienziale. La miniaturizzazione
dei racconti consiste nella loro brevità,
che racchiude i “fiori del parlare”,
le “belle risposte” e le “cortesie”
vantate nel prologo. Ecco il senso della riduzione
d’ogni frammento libresco a un nucleo minimo
di parole, quelle strettamente necessarie per
creare l’effetto del racconto concluso.
In alcuni casi basta addirittura una frase a far
tutto, come a esempio nella novella XVII: “Pietro
tavoliere [mercante], fu grande uomo d’avere
[fu uomo molto ricco], e venne tanto misericordioso
[e divenne così caritatevole] che ‘mprima
tutto l’avere dispese a’ poveri di
Dio [che dapprima diede tutte le sue ricchezze
ai poveri], e poi, quando tutto ebbe dato, et
elli si fece vendere [dopo aver tutto dato, si
mise in vendita come schiavo], e ‘l prezzo
diede ai poveri tutto” [e diede il ricavato
ai poveri]. La consecuzione dei fatti qui culmina
in ciò che noi chiameremmo un colmo, il
“più di così non si può”,
ossia un comportamento impensato o impensabile
– il mercante che vende perfino se stesso
per dare il guadagno ai poveri. Il che fa l’effetto
d’una conclusione, perché è
come se il pensiero non potesse procedere oltre
e dovesse fermarsi a riflettere. Questo è
un modo di usare e incanalare sparsi pezzi di
racconto, mescolando motivi che vengono da fonti
diverse, come succederà spesso nelle future
novelle. Altrove può trattarsi d’un
paradosso, d’una burla, d’un inganno;
ma l’arte novellistica dell’effetto
conclusivo tocca sempre qualcosa che dà
l'idea dell’eccesso, del colmo, dell’imparagonabile,
e che ci lascia sospesi in uno stato di stupore
o di meraviglia.
4. Un genere ibrido e anomalo.
Quando andavo a scuola io, tutta
la novellistica italiana si riassumeva nel Decamerone;
ma il Decamerone non era studiato come
l’esempio d’un genere narrativo, bensì
solo come l’opera di Boccaccio. L’abitudine
di studiare i testi letterari solo in quanto opere
di autori illustri ha oscurato per secoli la tradizione
della novella. Soltanto nell’ultimo secolo
sono diventate facilmente accessibili le raccolte
di Sacchetti, Masuccio, Sermini, Sercambi, Fortini,
Straparola Grazzini e altri. Con questo allargamento
d’orizzonte si è cominciato a vedere
come i narratori abbiano abbandonato lo schematismo
dei vecchi racconti morali, dando più peso
ai dettagli, alle figure dei personaggi, alle
tonalità della lingua secondo i tipi di
racconto. Si intuisce anche l’esistenza
d’un diffuso collezionismo dei motivi narrabili,
legato all’abitudine di scambiarsi aneddoti
e storie: usanza innestata sulle pratiche della
conversazione quotidiana, che diventano la componente
centrale di questo nuovo sistema narrativo. Sulla
scia del Decamerone e del Trecentonovelle
di Sacchetti, la novella fiorisce come genere
prevalentemente toscano, ma anche ibrido e anomalo.
Infatti è una narrativa dove non c’è
una netta separazione tra tragico e comico, tra
tono maggiore e tono minore, tra gioco immaginativo
e verosimiglianza. Una novella poteva essere fiaba,
leggenda, burla, motto celebre, cronaca cittadina,
tragedia storica, avventura in terre lontane,
oppure l’esempio morale nelle prediche di
San Bernardino o le facezie del Piovano Arlotto.
Rispetto ai generi letterari affermati, si può
dire che fino al Cinquecento la novella non rappresenti
un vero genere letterario (nonostante la grande
fama goduta da Boccaccio), ma il semplice riaffiorare
d’una usanza cittadina o borghigiana: lo
scambio di storie, favole, facezie giunte all’orecchio,
trattenimento spicciolo, chiacchiera conviviale
ma anche recita da strada, come esisteva per le
strade di Roma ai tempi di Plinio, e come esiste
ancora in vari angoli del mondo. Tutto questo
ha reso la novella un genere un po’ equivoco,
poco riconoscibile, soprattutto fuori dalla Toscana.
Ed è interessante che, nella sua Piazza
universale di tutte le professioni del mondo
(1585), Tomaso Garzoni accenni solo di sfuggita
al mestiere del novellieri, nel Discorso L, e
li identifichi con gli inventori di burle (“burlieri”),
dunque mettendo Boccaccio in compagnia dei buffoni
di corte. Poi nel famoso Discorso CIV, dedicato
ai ciarlatani di piazza, Garzoni non nasconde
la sua schietta opinione su cosa fosse il novellare:
un puro imbroglio e abbaglio delle parole. “Qui
si tesse la favola… Il plebeo s’arriccia,
il villano stremisce alla novella che vien raccontata...”
5.
Circolazione fuori dai libri.
In realtà la novella non
s’è mai staccata del tutto dallo
sfondo in cui Garzoni la colloca, vuoi come burla
depositata nelle carte, fola o diceria da pubblica
piazza, intrattenimento di corte, o recita in
raduni conviviali come quelli evocati in molte
raccolte novellistiche. Rispetto ai generi di
maggior prestigio, come il poema epico, la lirica
e l’oratoria, la novella si distingue per
quest’altro tipo di circolazione, non chiuso
negli spazi della pagina scritta. Si sa di novelle
di Sacchetti raccontate fino a pochi anni fa nelle
campagne toscane. Una rara scena in ambito popolare
è descritta in una lettera di Andrea Calmo,
commediografo, poeta e attore veneziano, morto
nel 1571. Parla dell’ascolto di novelle
in una taverna veneta, attorno a narratori con
repertori di storie in voga, i quali raccontano:
“le più stupende panzane, stampie
e immaginative [le più stupende panzane,
stramberie e invenzioni] del mondo, de comare
oca, del fraibolan [del pifferaio], del osel bel
verde [dell’uccellin bel verde], de statua
de legno [della statua di legno], de bossolo de
le fade [del bossolo delle fate], d’i porceleti
[dei porcellini], de l’asino che adete romito
[dell’asino che si fece romito], del sorze
che andete in pelegrinazo [del sorcio ch’andò
in pellegrinaggio], del lovo che se fiese miedigo
[del lupo che si fece medico], e tante fanfalughe
che non bisogna dir [e tante fanfaluche che non
è il caso di dire] ” (Lettere,
libro IV, 42). Si riconoscono in questo repertorio
varie storie che gireranno in tutta Europa, cominciando
da quella di Comare l’Oca, che darà
il titolo alla raccolta favolistica di Perrault,
Les Contes de Ma Mère l’Oye
(1687). Simili usanze di racconti in comitiva
accompagnano tutta la tradizione della novella,
negli intrattenimenti campestri, di stalla o di
cortile, con repertori di fiabe, storie di meraviglie
e aneddoti buffi: in Rome, Naples et Florence,
nel 1826, Stendhal registra simili narrazioni
in ambito popolare; e dice che arrivando una sera
a Calstelfiorentino, ha trovato una “compagnia
di braccianti [che] improvvisavano, ognuno al
suo turno, racconti in prosa d’un genere
come quello delle mille e una notte”. E
aggiunge: “Ho passato una serata deliziosa,
dalle sette a mezzanotte, ascoltando quei racconti
[dove] il meraviglioso più stravagante
crea avventure che portano a sviluppare le passioni
più vere e più impreviste”.
Ancora mia madre da bambina ascoltava fiabe e
novelle su streghe e banditi, nelle riunioni di
stalla in una sperduta località sulle foci
del Po. Tutto questo ci rimanda ad abitudini che
arrivano quasi fino a noi, come pratiche di conversazione
e di intrattenimento, fuori dalla testualità
fissa dei libri.
6. Giochi di variazioni.
Il carattere misto dei materiali
novellistici, senza limiti precisi tra la forma
scritta e orale, è stata la grande spinta
vitale della novella; perché attraverso
i motivi narrabili che passavano da un narratore
all’altro senza nessuna sorveglianza nascevano
variazioni imprevedibili. Un motivo novellistico
tra i più diffusi è quello della
donna malmaritata. con marito stupido e geloso,
la quale risolve la situazione accoppiandosi con
un amante simpatico. Questo tema trova una notevole
variante in una novella di Sermini, dove la donna
per sottrarsi al marito beve una pozione che la
fa sembrare morta (Novelle, 1). Qualche
decennio più tardi ritroviamo il motivo
della pozione in una novella di Masuccio, ma applicata
a un altro tema diffuso, quello dei due innamorati
ostacolati dalle famiglie (Novellino,
33). Nel secolo seguente il racconto è
rielaborato da Luigi Da Porto, nella lunga novella
di Giulietta e Romeo (Storia di due nobili
amanti): novella poi ripresa da Bandello
(Novelle, II, 9), per finire attraverso
altri passaggi nella mani di Shakespeare. L’esempio
mostra come un motivo narrabile si ri-orienti
di continuo, perché il fatto stesso di
circolare lo traduce in una serie di variazioni
di cui non conosciamo i margini precisi –
infatti niente ci assicura che non ci fossero
versioni orali con orientamenti ancora diversi,
rispetto a quelli noti. Tutto questo è
lontano dal nostro modo di pensare, perché
per noi ogni racconto corrisponde necessariamente
ad un testo unico, chiuso entro i limiti dello
spazio scritto. La novella invece si dichiara
sempre come racconto d’un racconto, udito
dal narratore che lo ripete per noi. Questa è
la differenza della novella rispetto ai racconti
moderni: nella novella non esiste l’idea
del racconto originale, il racconto d’autore
come lo intendiamo ora, bensì quella d‘una
ripetizione con continue varianti. Ed è
come in musica: un motivo implica sempre certe
variazioni secondo lo stile di chi lo esegue.
Viceversa, i racconti moderni sono concepiti come
parte di una testualità fissa, in cui parrebbe
che la lingua si fosse già tutta oggettivata
e purificata nella scrittura. Il risultato è
un narrare chiuso, come immunizzato e sottratto
all’incontrollabile circolazione delle parole.
7. La compagnia d’ascolto.
Sulla scia del Decamerone
e del Trecentonovelle, scrivere
novelle è diventato un passatempo privato,
borghese, con tratti già stereotipati,
sintassi modesta, ancoraggio nel sentito dire
locale. Ma anche in queste novelle si mantiene
il senso e la forma del racconto orale, dove chi
narra si rivolge agli ascoltatori per mettere
in comune la storia che racconterà, come
in una presupposta convergenza di gusti. Cito
un attacco di Sermini: “…perché
non passi senza alcuna memoria, una piacevole
novelletta alle mie orecchie venuta, mi piace
narrarvi” (Novelle, 1). È
questo che distingue la novella dal racconto storico:
non una testimonianza sui fatti narrati, quanto
una compagnia d’ascolto che testimonia (“in
effige”, per così dire) una comunanza
di gusti e di abitudini. Ecco un attacco di Sercambi:
“Piacevoli donne, e voi altri, venerabili
persone, a me occorse in nella mente una novella
la quale a vostro contentamento dirò”
(Novelle, 8). La compagnia di ascolto
è parte stabile della cornice del Decamerone,
dove un gruppo di giovanotti e donzelle si scambiano
racconti. Anzi, si può dire che la novella
nella sua forma più tipica sia precisamente
questo: la messa in scena d’uno scambio
di racconti, con un appello agli ascoltatori,
come richiamo all’essenza dialogica del
novellare: “Piacevoli donne e voi graziosi
gioveni, fu, non è ancor molto, in una
nostra villa non guari lontana dalla città..."
(Fortini, Notti, I). E questa diventa
una specie di segnatura che marca la tradizione
più tipica della novella, basata su dialoghi,
pratiche di conversazione e scambi da narratore
a narratore.
8. Novelle e pratiche di conversazione
Nell’anonimo Novellino
duecentesco si legge che il libro tratta di “fiori
del parlare, di belle cortesie e belle risposte”.
La novella nasce come sviluppo di cerimonie cortesi
ed è largamente modellata sui modi del
dialogo nei testi medievali. Boccaccio ha elaborato
quei cerimoniali con la cornice in cui sono incassati
i racconti: ossia la storia di sette donzelle
e tre giovani fiorentini che vanno in campagna
per sfuggire alla peste e si raccontano novelle
a turno per dieci giorni. Quella è la compagnia
d’ascolto, da cui si sviluppano dialoghi
e commenti alle storie narrate; e che ci dà
il senso d’entrare in un luogo di amichevoli
conversarî, dove il dialogo cortese si mescola
alla conversazione urbana, arguta, libera da censure
dogmatiche. L’innovazione di Boccaccio sta
nell’usare gli schemi di conversazione per
amalgamare materiali narrativi eterogenei sul
filo del discorso. E come avviene nelle conversazioni,
anche qui ognuno ha un turno di parola per raccontare
una storia; poi ogni storia fa venire in mente
qualcosa di simile a un altro narratore e si creano
catene di storie su temi simili. Dopo Boccaccio,
è Masuccio Salernitano che porta l’impianto
conversativo delle novelle alla forma più
stilizzata. Il suo Novellino distingue
le fasi del turno di parola, dividendole in un
esordio sotto forma di presentazione oratoria
della novella per definirne il tema o lo scopo
morale, in una narrazione e infine in un commento
conclusivo dell’autore. È un modo
per presentare gli schemi di conversazione come
un cerimoniale, con cui la merce pregiata dei
racconti trova un fasto che li esalta, portandoli
all’altezza dei romanzi cortesi, con racconti
che sembrano imitare le illustrazioni miniate
di quei libri. E già nel prologo, detto
Parlamento de lo autore al libro suo,
l’immagine del libro di novelle come una
nave incantata ricorda la nef de joie e de
deport dei romanzi arturiani, scena d’una
conversazione favolosa su temi d’amore e
di svago.
9. Shahrazad
Nelle novelle di Sacchetti non
esiste la messinscena della compagnia di narratori-ascoltatori,
né la presentazione oratoria delle novelle
per annunciare il loro tema. Il Trecentonovelle
si regge sui modi elementari della ricreazione
comica, che servono a far svaporare le disgrazie
individuali nelle risate collettive. L’istinto
narrativo di Sacchetti segue modi mimici ritmi
a scansioni rapide, orecchiati sul dialogo familiare,
sul litigio comico, dove tutto torna sempre al
grembo comunitario, alle chiacchiere del sentito
dire locale. La festa qui è soltanto sospensione
del lavoro, momento di riposo ascoltando racconti.
L’elaborata messinscena di Boccaccio ha
già perso contatto con questi modi semplici
di ricreazione, e per quanto il Decamerone
preceda il Trecentonovelle di circa 30
anni, sembra già proiettato in un’altra
era. È la differenza tra il narratore paesano
e un nuovo narratore che si richiama all’esperienza
allargata dei viaggi e dei commerci e dei racconti
venuti da lontano. In generale si sa poco di come
siano giunti in Europa molti esempi di novellistica
orientale, dai tempi delle crociate e poi per
vari secoli, presumibilmente per via orale e attraverso
viaggiatori veneziani (F. Gabrieli, Dal mondo
dell’Islam, 1954). Comunque, la cornice
del Decamerone, con la compagnia di narratori
che si scambiano storie, deriva da un imprestito
venuto dall’oriente: ed è un modulo
della novellistica arabo-persiana che sarà
conosciuto in Europa solo quattro secoli dopo,
con la prima traduzione delle Mille e una
notte, realizzata da Antoine Galland. Nelle
Mille e una notte lo scambio di storie
avviene tra Shahrazad, sua sorella Dinarzade e
il sultano Schahriar. Ogni notte Dinarzade sveglia
Shahrazad invitandola a raccontare storie fino
all’alba; e Scherazade racconta storie che
destano la curiosità nel sultano, in modo
da poter riprenderle la notte successiva, e poi
di notte in notte - così sfuggendo alla
morte che la aspetta secondo il decreto di Schahriar.
Se Shahrazad narrando inganna il sultano e sospende
la propria condanna, i narratori di Boccaccio
ingannano il tempo in epoca di peste, e sospendono
l’incombenza della morte. Nei due casi c’è
uno schema comune, dove i racconti si propongono
come una sospensione dell’incombenza del
tempo che ci porta verso la morte o le disgrazie
della vita; e così i racconti prendono
il senso d’un incantamento in cui gli uomini
dimenticano tutto il resto. Nella storia di Shahrazad
ogni racconto è un inganno; nessuno è
al servizio d’una verità: tutti servono
solo per sospendere il tempo di vita, di novella
in novella, di giorno in giorno.
10. Sul tempo sospeso del narrare.
Le novelle iniziavano sempre con
tempi indefiniti come l’imperfetto, che
è una temporalità di scorcio, nel
vago della lontananza: “Fu già in
Siena uno dipintore, che avea nome Mino, il quale
avea una sua donna assai vana…” (Sacchetti,
Trecentonovelle, 84). E' la forma più
antica di racconto, ed è il tipico attacco
delle fiabe: “C’era una volta…”
L’imperfetto sospende tutto nell’atto
del dire, del narrare, ed è questo che
produce un alone immaginativo nelle parole; una
specie di in illo tempore come quello dei racconti
mitici. Le novelle passano ai tempi puntuali quando
si tratta d’un fatto che rompe un tran tran
consueto: “Avvenne un giorno che…”
Ma anche le vicende intermedie hanno una temporalità
di scorcio, finché si arriva al punto memorabile
della storia. Questo è sempre presentato
con un tempo puntuale, il passato remoto, passato
assoluto che accentua la tensione del racconto.
Andreuccio da Perugia, ingannato dalla Siciliana,
caduto nella discarica di escrementi, si ritrova
di notte nel vicolo e “cominciò a
batter l’uscio e gridare; e tanto fece così
che molti circostanti vicini desti, si levarono.”(Dec.
II, 5). Con questo tempo verbale il racconto diventa
più teso; ma è una scena dove niente
è spiegato, niente descritto; l’azione
in corso è appena accennata; e qui “immaginare”
vuol dire più che altro riconoscere un
movimento di ombre verso cui la nostra attenzione
è attratta, e con cui si produce una sospensione
più netta del tempo vissuto – dove
il telefono non suona più per noi, e rumori
del traffico nella strada accanto non arrivano
più al nostro orecchio. Altro esempio:
la scena dove Nastagio degli Onesti vede sopraggiungere
la donna ignuda attaccata dai cani e dal cavaliere
nero nella pineta di Ravenna (Decamerone,
V,8): quella pineta è un “là”
ipotetico che ci costringe a uno sforzo immaginativo
per figurarci l’improvviso confluire
dell’aldilà e della vita terrena
in un’unica scena. Non c’è
nessuna descrizione d’ambiente; c’è
solo lo slancio del dire, del narrare, che crea
una sospensione dove balenano fantasmi imprecisati,
ma sufficienti per produrre quell’altra
sospensione che consiste nel dimenticare se stessi.
11.
Cerimoniali introduttivi e loro inversione
moderna.
I racconti che mirano alla sospensione
del tempo hanno bisogno di cerimonie d’avvio,
con l’anda d’un bel parlare che crea
l’effetto d’un tempo indefinito -
non il tempo dei fatti, ma quello del dire e del
narrare. Nella novella di tipo boccaccesco, era
questa la funzione dell’esordio, sempre
stilisticamente elevato, che creava l’atmosfera
del racconto: “Ornate donne e amorosi giovani,
io voglio, [in] scambio di ridere, farvi con la
mia favola meravigliare” (Grazzini, Cene,
9). L’esordio serviva a mettere l’ascoltatore
al corrente del tenore della novella narrata,
colmando le distanze - come quando s’invita
qualcuno a casa propria e la cerimonia dell'accoglimento
abolisce l’estraneità. Le narrative
moderne aboliscono i cerimoniali e fanno un lavoro
inverso: partono da un'estraneità del lettore,
che dovrà scoprire da solo di cosa si parla
e cosa succede, come se si ritrovasse di colpo
in un paese sconosciuto. Ad esempio il Mastro-don
Gesualdo di Verga (1889), tra i più
grandi romanzi europei del suo secolo, comincia
con il fuoco nella notte in casa Trao: le urla,
il subbuglio, i vicini che accorrono, i salvataggi.
Ma noi non sappiamo chi siano questi Trao, non
sappiamo niente dell'ambiente e della storia.
E' vero che poi tutto sarà chiarito, gli
antecedenti saranno dipanati; ma davanti a quell'inizio
il lettore si trova come se piombasse in uno stato
d’emergenza. Non viene guidato cerimonialmente
nel racconto, ma catapultato nei fatti. L’inizio
di Mastro-don Gesualdo è uno straordinario
esempio di narrativa moderna che porta in sé
qualcosa vicino a una sintomatologia d’origine:
quella dell’estraneità dell’individuo
moderno rispetto al proprio ambiente. In ciò
si vede il segno della vita urbana, degli individui
che si sfiorano per strada in mutua lontananza,
ognuno chiuso nel proprio guscio. La situazione
in cui piomba il lettore con il fuoco in casa
Trao dà subito l’idea d'una dimensione
di vita dove tutti diventeranno estranei rispetto
a tutti gli altri. Premonizione formidabile sui
tempi a venire, fino all'immagine di don Gesualdo
solo nella sua stanza, malato, isolato, che ascolta
da lontano le voci del mondo.
12. Il sapore dei fatti oggettivi.
Nella narrativa che sorge alla
fine del XIX secolo, i romanzi e racconti debbono
impostare la narrazione su valori di verità
relativi alla vita corrente; e non può
più esserci la sospensione nel tempo indefinito
del narrare come nelle forme narrative antiche
(“C’era una volta”, “Narrasi”).
Caratteristico delle nuove forme è l’uso
del linguaggio come serie di didascalie sceniche
(“Egli disse”, “Essa si voltò
e rispose”, “Giovanni ebbe un sussulto
e si destò” ), dove i fatti non sono
più lasciati nella vaghezza immaginativa,
ma affidati a una descrizione puntuale, nella
distanza del vedere. Cito l’inizio d’un
romanzo di Maupassant, Bel Ami (1885):
“Quando la cassiera gli ebbe dato il resto
della moneta da cento soldi, Georges Duroy uscì
dal ristorante”. Tutto è posto subito
nella distanza del vedere, come indicazione dell’oggettività
impersonale dei fatti. I fatti si svolgono su
un piano di fondo senza contatto con chi legge;
senza il “qui” immaginoso dove in
un romanzo di Balzac o Stendhal il narratore confidava
al lettore i suoi commenti, a mo’ di divagazione.
Ora non ci sono più commenti né
divagazioni. Subito tutto assume il sapore di
estraneità dei fatti “oggettivi”.
Ciò dipende molto dall’uso sistematico
del passato remoto, che essendo un tempo puntuale
presenta i fatti come avvenuti in un luogo e in
un momento precisi; dunque fa sì che tutte
le frasi diventino asserzioni assolute. Ed è
come quando Cartesio dice che posso concepire
l’idea di triangolo senza il contributo
dei sensi. Sì, io intuisco l’idea
di triangolo perché lui mi dice come è
fatto, e posso ricostruirmelo in mente. Così
mi ricostruisco in mente questa scena. Il mondo
è diventato un fatto oggettivo là
davanti ai miei occhi. Bene, non c’è
più bisogno di immaginarsi niente. Dice
Cartesio: “le favole fanno immaginare molti
avvenimenti come possibili, che non lo sono affatto”
(Discours de la méthode, I). L’immaginazione
è la causa prima dell’inganno dei
racconti, questo si sa.
13. Trame novellistiche.
Due cose adunano lo sparso mondo
delle novelle, facendone una narrativa senza precedenti:
il Decamerone, lettura di riferimento
per più di tre secoli, e la passione del
dialogo e dello scambio, propria d’una classe
dedita agli scambi, quella dei mercanti. Protagonisti
di centinaia di novelle, i mercanti sono una razza
di gente pratica, pronta a tutti gli incontri,
che sa aderire all’eterogenea sostanza del
mondo. “Conviene nella moltitudine delle
cose, diverse qualità di cose trovarsi”,
dice Boccaccio a conclusione del Decamerone.
È il principio dell’ibridismo novellistico,
e va assieme a un’idea della vita terrena
come variabilità e mutevolezza, che richiede
perpetui adattamenti, negoziati e scambi. Questo
si applica alle trame novellistiche, dove la sorpresa
viene dall’eterogeneità degli incontri
e casi, che producono continui ribaltamenti delle
situazioni. Lo schema elementare nelle favole
e novelle consiste nel porre una situazione e
ribaltarla. Poi possono esserci due ribaltamenti,
in andata e in ritorno, come nella novella di
Andreuccio, che va a Napoli per affari; è
truffato dalla Siciliana, perde i soldi; ma nell’avventura
notturna trova l’anello dell’arcivescovo,
recupera i soldi e torna a casa ricco. Possono
esserci ribaltamenti plurimi: Landolfo Rufolo,
ricco mercante, parte per fare affari, questi
vanno male; allora lui si fa corsaro; di nuovo
ricco; catturato dai genovesi, di nuovo in disgrazia;
ma la nave fa naufragio; lui si trova a galleggiare
su una cassa di gioielli, di nuovo ricco (Dec.
II, 4). Può esserci il ribaltamento paradossale:
Ser Ciappelletto, ateo, ladro, sodomita, bugiardo,
alla fine fatto santo (Decamerone, I,
1). L’eterogeneità dei casi si coniuga
con una ontologia del mutevole, cioè con
l’idea d’una perpetua instabilità
negli stati di cose. “Considero le cose
di questo mondo non avere stabilità alcuna,
ma essere sempre in mutamento” (Decamerone,
Conclusione). Questa concezione è la molla
di tutti gli alti e bassi che animano le trame
novellistiche. La minaccia del mutevole incombe
sulle ricchezze, sugli amori, sugli affari, ed
è personificata dalla figura mitologica
della Fortuna: “Ma la fortuna, nemica de’
beni umani, disturbatrice dei piaceri terreni,
contraria alle voglie dei mortali…”
(Grazzini, Cene, II, 6). Al centro di
questo universo sempre in altalena, c’è
il simbolo della Ruota del Tempo, dove ciò
che è in alto è destinato a cadere
in basso, e viceversa: “Mirabile certamente
è la instabil varietà del corso
della nostra vita [… ] Vedrai oggi uno nel
colmo innalzato d’ogni buona ventura, che
dimane troverai caduto con rovina ne l’abisso
delle estreme miserie” (Bandello, Novelle,
III. 68). Questo è un mondo dove, nell’eterogeneo
flusso di situazioni e casi disparati (“l’instabil
varietà”, dice Bandello), niente
è mai del tutto in salvo; dunque un mondo
con un alto tasso di imprevedibile. Il che ha
una conseguenza sulle trame: quella degli effetti
di meraviglia, prodotti dai prodigi, dalla violenza
o dalle stranezze del fato.
14.
Effetti di meraviglia.
Le sorprese con meraviglia sono
punti con un tacito risvolto numinoso, come paradossi
della sorte, esempi dell’instabile Ruota
del Tempo che porta con sé l’impensato
o l’impensabile. In una novella alla quarta
giornata del Decamerone, c’è
la ragazza Isabetta innamorata del suo Lorenzo.
Poi i suoi fratelli glielo uccidono, allora lei
prende la testa di Lorenzo e la mette in un vaso
assieme a una pianta di basilico, pianta che ogni
giorno irrora con le sue lacrime. Dopo di che:
“Il basilico divenne bellissimo e odorifero
molto” E’ un passaggio che ricorda
i crolli patologici con fissazioni ossessive,
ma anche le forme di destino tragico con metamorfosi
nei miti greci: come il destino di Dafne, di Progne
e Filomela, che l’eccesso del soffrire trasforma
in un lauro, in una rondine e in un usignolo.
Simile è la metamorfosi dove Isabetta,
da normale ragazza innamorata si trasforma in
un mostro del dolore; dopo di che fa fiorire il
basilico con le sue lacrime. Altro eccesso del
soffrire che produce una mutazione naturale impensata.
La meraviglia riflette un colmo emozionale, un
traboccamento verso la dismisura, verso la soglia
del non umano o d’una follia arcaica, con
il senso dell’uomo travolto dalla violenza
inconsulta del fato. L’effetto di meraviglia
esiste anche sul versante comico. La prima novella
del Decamerone, quella su Ser Ciappelletto,
concentra il gioco delle sorprese precisamente
su un effetto di meraviglia. Le attese dipendono
dalla presentazione di Ser Ciappelletto come bugiardo,
ateo, falsario, ladro, bestemmiatore, assassino
e sodomita; mentre la sorpresa spunta a metà
racconto, nella sua confessione col frate, dove
il suddetto si spaccia per ferventissimo credente.
Questo diventa poco a poco un punto d'eccesso,
perchè ad ogni battuta di Ser Ciappelletto
si va oltre tutte le aspettative, e ogni volta
spalanchiamo gli occhi per il crescendo delle
sue invenzioni da falsario, fin quando sappiamo
che è diventato un santo del luogo. E’
il colmo che un tipo come lui sia canonizzato
come santo, ed è un punto d'eccesso paradossale
che corrisponde sul lato comico all’eccesso
del dolore di Isabetta. Le sorprese con meraviglia
hanno questo tacito risvolto: come mutazioni paradossali
che portano verso un divenire impensato o impensabile.
La novella non sorprende con i fatti narrati ma
con le metamorfosi dell'impensato. Ricordo quella
novella di Basile, nella prima giornata del Cunto
de li cunti, dove la moglie del re riesce
a ingravidarsi con una pozione magica, ma per
i fumi della pozione si ingravida anche la serva,
e si ingravidano perfino i mobili, i tavoli, gli
armadi, che partoriscono degli armadietti e dei
tavolini. Questa mi sembra la sintesi paradossale
degli effetti impensati di meraviglia, una tendenza
al metamorfismo generale.
15. Il narrare festivo.
Quando si legge Boccaccio, Sacchetti,
Masuccio, Grazzini, Fortini o Basile, a ogni novella
si ha il senso che raccontare sia una festa. L’estro
ameno dei nostri novellatori era legato a raduni
di allegre brigate, e buttava sempre in giochi
di stravaganza, d’oscenità, o nelle
burle crudeli di Grazzini o nel capriccio delle
parole che fanno una danza come in Basile. L’esaltazione
novellistica non è pensabile se non come
evento festivo che sospende le usanze pratiche
della vita quotidiana, e raduna una compagnia
in un luogo di lieti conversarî, dove si
consuma cibo e parole e ricchezza. Il tema privilegiato
era sempre nel segno d’una burla, con virtuosismi
immaginativi che rendono memorabili certi giochi
del “far credere”, ingannare, turlupinare
mariti gelosi, menar per il naso gli stolti, creare
sotterfugi, travisare una cosa per l’altra.
Le metamorfosi dell’inganno sono al centro
dell’invenzione novellistica, con punte
ineguagliabili come quella di Ser Ciappelletto
che diventa santo a forza di frottole, o del Grasso
Legnaiolo, a cui riescono a far credere d’essere
diventato il compare Matteo. Tutto ciò
porta con sé un’ebbrezza, uno stato
esilarante: come se il novellare fosse un uso
benefico e purgativo dell’umana propensione
alla credulità, all’imbecillità
- a illudersi, ingannarsi, allucinare una cosa
per l’altra. Il brio narrativo vive di questi
giochi illusori, sprechi di parole, ghiribizzi
e stravaganze che sospendono ogni serietà
dei discorsi, ogni serio proposito per la vita.
Nello stesso tempo la licenza festiva della novella
ha un’aria di fronda, come sfida ai “barbagianni”
(categoria indicata nel Pecorone di Giovanni
Fiorentino), agli ottusi, ai gretti, ai bigotti.
Di più: narratore e ascoltatore sembrano
già da sempre uniti dal gusto dei sottintesi
e delle facezie, che implicano un’apertura
mentale, una sottigliezza ironica, un’indipendenza
di testa.
16. Lo spirito della novella.
Lo spirito della novella è
lo spirito della beffa, e la beffa, la burla,
l’inganno sono innanzi tutto racconti per
corbellare qualcuno. Calandrino è la figura
boccaccesca del corbellato per eccellenza, e appena
sente dire che nel paese di Bengodi v’è
una montagna di parmigiano e un fiume di vernaccia,
è subito preso all’amo dalle parole.
Poi va in cerca della pietra che rende invisibili,
con i suoi soci beffardi Bruno e Buffalmacco,
i quali fingono di non vederlo più; sicché
lui, credendosi invisibile, quando torna a casa
e s’accorge che sua moglie lo vede benissimo,
la vuole ammazzare di botte perché crede
gli abbia rovinato la magia (Decamerone,
VIII, 3). Il centro di questi racconti è
l’eccesso di stupidità, che si porta
dietro la profanazione comica di ciò che
la stupidità accetta supinamente. Ad esempio:
Puccio, a forza di sentir prediche, vuole diventare
santo; al che un monaco promette di aiutarlo e
gli prescrive certe penitenze, dove Puccio si
consuma in digiuni, mentre il monaco in un’altra
stanza prende piacere con sua moglie (Decamerone,
III, 4). Lo spirito della novella è uno
scetticismo fantasioso che ci illumina su un generale
inganno: l’inganno delle parole per spacciare
come dogmi le rimasticature di ciarle, i castelli
di panzane, i panegirici di frottole, le prediche
dei preti per inebetire le folle o le invenzioni
dei frati per sfogare le voglie carnali. Ed ecco
una storia su questi temi: un abate convince Ferondo
di esser morto e già arrivato in purgatorio,
dove lo trattiene per un po’ con belle invenzioni,
per godersi intanto sua moglie. Quando poi Ferondo
miracolosamente resuscita, va in giro a raccontar
alla gente “novelle sulle anime dei loro
parenti” e “le più belle favole
del mondo de’ fatti del purgatorio”,
e “la rivelazione statagli fatta per la
bocca del Ragnolo Braghiello [L’angiolo
Gabriello]” (Decamerone, III, 8).
Sono esempi di inganni delle parole, dove non
c’è più divario tra ingannatore
e ingannato: le fole dell’uno producono
le panzane dell’altro, e tutto scivola nella
generale tendenza degli uomini ad essere presi
all’amo dalle chiacchiere. Questa vertigine
generalizzata produce mostri, perchè il
mondo così pesantemente inquadrato dalle
ciarle è simile a quello di Ferondo quando
parla del purgatorio, e ogni ciarla diventa un
raggiro del proprio simile, rintontito dalle parole.
17. Uomini, dementi e bestie.
Nel Decamerone una buona
metà delle novelle parla di inganni, raggiri,
eccessi di stupidità, effetti comici delle
burle. Questa è materia privilegiata di
racconto, quasi l’immaginario allo stato
puro, paragonabile solo a quello dei poemi cavallereschi,
come volo di testa. Ma la massa dei creduli e
ottusi che popolano queste novelle fa anche pensare
a uno stato di idiozia diffusa nell’umanità.
Dante parlava della “mente” come parte
superiore dell’anima, dove si colloca la
virtù intellettiva; e diceva che molti
paiono essere del tutto privi di tale facoltà,
perciò sono chiamati “amenti e dementi”
(Convivio, III, ii, 19). Va anche ricordata
la novella boccacesca su Guido Cavalcanti, il
quale, trovandosi un giorno presso una chiesa
dove sono delle arche sepolcrali, accerchiato
da una banda d’amici intenzionati a trascinarlo
con loro, risponde: “Voi mi potete dire
a casa vostra ciò che vi piace”.
Poi, con un salto da “uomo leggerissimo”,
scavalca l’arca e se ne va. La sua battuta
viene spiegata dal capo brigata così: egli
ha voluto dire che “noi e gli altri uomini
idioti e non letterati siamo, a comparazione di
lui e degli altri uomini scienziati, peggio che
uomini morti, e per ciò, qui essendo [presso
le arche sepolcrali], siamo a casa nostra”
(Decamerone,VI, 9). La nozione di “uomini
morti” è simile a quella di Dante,
il quale, parlando di chi non segue nessuno studio
o disciplina, diceva: “è morto [come
uomo] ed è rimasto bestia” (Convivio,
IV, vii, 14). La battuta ha senso anche in rapporto
alla filosofia averroista di cui Guido è
stato studioso, e dove uno dei punti critici era
la proposizione “Homo non intelligit”
– da intendere: chi comprende non è
il singolo, ma l’intelletto generale che
raduna tutti gli uomini. Ciò implica che
dove non vi sia uno sviluppo mentale per risalire
dai propri fantasmi immaginativi alle forme dell’intelletto
generale, l’uomo resta un “uomo materiale”,
“semplice” o “grosso”,
come si diceva nelle novelle. Dai “dementi”
di Dante agli “uomini morti” di Guido
c’è la linea d’un dubbio sulle
facoltà umane, che tocca una vasta zona
del pensiero d’epoca. È anche il
senso riposto delle beffe: come è possibile
che un Calandrino sia detto uomo razionale? Lo
spirito della novella ha l’aria d’un
umanesimo ribaltato, che anziché convincerci
che umanità e razionalità sono la
stessa cosa, ci mette nella posizione di cogliere
la formula della loro massima distanza (“Homo
non intelligit”).
18. Comica di Ganfo pellicciaio.
La figura comica più proverbiale
nella storia della novella è Calandrino:
“uom semplice”, con una “semplicità”
da cui da cui Bruno e Buffalmacco “gran
festa prendevano”. Il semplice deriva dalla
figura evangelica dei poveri di spirito destinati
al regno dei cieli, ma qui assume il ruolo di
zimbello degli uomini di mente sottile. Sullo
sfondo di queste implicazioni, si profila una
strana novella di Sercambi – quella su Ganfo
pellicciaio,“omo materiale e grosso di pasta”,
altro semplice tra i più memorabili (Novelle,
2). Dunque Ganfo va ai Bagni di Lucca per curarsi;
ma quando deve entrare in acqua e vede tante persone,
si chiede: “Tra tanti, come farò
a riconoscermi?” Allora si mette un segno
di croce sulla spalla, ed entrato in acqua guarda
il segno e si dice: “Sì sono proprio
io”. Poi però l’acqua spazza
via il suo segno di croce e lo deposita su un
altro bagnante, al quale Ganfo dice: “Tu
sei io e io son tu”. E l’altro per
mandarlo al diavolo gli risponde: “Va’
via, tu sei morto”. Al che Ganfo si crede
morto, torna a casa, si stende sul letto, si lascia
mettere nella bara. (Ganfo è sempre come
se obbedisse agli ordini o alle ingiunzioni delle
parole, prendendo tutto alla lettera). Poi, mentre
lo portano al cimitero, per strada una cliente
gli manda una maledizione, perché gli aveva
portato una pelliccia da riparare e lui è
morto senza restituirgliela. E Ganfo risponde
nella bara: “Se io fossi vivo come sono
morto, ti risponderei come si deve”. Racconto
d‘una idiozia misteriosa e assoluta, che
ricorda le comiche del cinema muto; ma dà
anche l’idea d’un paradiso dei semplici,
essendo peraltro intitolato De simplicitate.
Niente qui indica che l’uomo sia uomo in
quanto creatura razionale; al contrario, c’è
una viva incertezza su cosa sia la razionalità,
e su quella coincidenza con se stessi che chiamiamo
“io”, nonché sui segni che
ci mettiamo addosso per distinguerci dagli gli
altri – parodia dell’identità
razionale che tutti perpetuiamo.
19. La novella del Grasso legnaiuolo.
Uno degli sviluppi più sintomatici
delle burle novellistiche non va cercato nei testi
letterari, bensì nella voga delle beffe
cittadine. Erano beffe architettate da artisti
d’un genere quasi teatrale, perché
implicavano una messinscena e una recita delle
parti per ingannare la vittima designata. L’esempio
più celebre è una beffa organizzata
a Firenze nell’anno 1409, architettata da
Filippo Brunelleschi, con una brigata d’artisti
e artigiani fiorentini, e un vasto concorso di
comparse. La beffa sarà narrata in molte
versioni, tra cui la più ampia è
attribuita ad Antonio Manetti, redatta attorno
al 1446, a cui si dà il titolo di La
novella del Grasso legniaiuolo. Vittima designata:
“il Grasso”, artigiano intagliatore,
che “aveva un poco del semplice”.
Si tratta d’una recita collettiva per far
sì che il Grasso creda d’essere diventato
un tal Matteo. Dunque, quando torna a casa alla
sera, una voce che sembra la sua gli grida da
dentro: “Matteo vai via che ho da fare”.
Passa un amico e lo saluta: “Buonasera Matteo”.
Lui va in piazza ed è arrestato su denuncia
d’un creditore che lo identifica come Matteo.
Si chiede: “Sono forse Calandrino a esser
diventato un altro senza accorgermene?”
Il Grasso vede l’ombra della beffa, ma trovando
mezza città concorde nel prenderlo per
Matteo smette di far resistenza, per non essere
trattato da scemo. Ciò non toglie che sia
travagliato dall’idea d’una possibile
metamorfosi di se stesso, e che a momenti cominci
a crederci, stimolato dalle chiacchiere dei suoi
persecutori. A un certo punto gli organizzatori
della beffa mandano un prete, ignaro dello scherzo,
per convincere il Grasso a smetterla di credersi
il Grasso; e questo prete lo rimprovera per la
sua ostinazione, perché si fa ridere dietro
come strambo. Secondo il prete la stramberia si
cura con i buoni esempi: esempi dei “valenti
uomini” che con “lo scudo della pazienza”
superano ogni avversità. Qui la beffa retroagisce
dalla burla al sempliciotto alla caricatura di
untuose figure delle morale: quelli che incarnano
una sicura coincidenza con sé stessi, ciò
che loro chiamano coscienza - col motto incosciente
di Ganfo: “io sono proprio io”. Nella
storia del Grasso c’è il senso di
un’incursione da parte dei fantasmi pubblici
della morale, i fantasmi d’un “dover
essere”, che sconvolgono il luogo delle
immagini della mente e vi impiantano i segni d’un
ordine coercitivo esterno. In realtà è
la storia di un’incertezza fondamentale
che riguarda tutti, tra l’idea d’una
coincidenza con se stessi e il senso d’una
estraneità a se stessi: incertezza disonorevole,
da tenere sempre nascosta, perché somiglia
alla pazzia.
20. Mariotto diventato albero.
Nella schiera dei semplici va inscritto
il Mariotto di Grazzini, che faceva ridere tutti
con le sue castronerie, perché “credeva
in cose tanto sciocche e goffe” da sembrare
piuttosto una bestia addomesticata che un uomo
vero e proprio (Cene, II, 2). E come
il Puccio boccaccesco a forza di ascoltare i frati
voleva diventare santo, così Mariotto a
forza di ascoltare prediche non vedeva l’ora
di morire - perché gli era stato detto
che “questa vita non era vita, anzi una
vera morte“, e invece “chi moriva,
di là cominciava a vivere una vita senza
affanni”. Questo è l’avvio
del racconto. Dopo di che sua moglie si prende
nel letto un amante; e i due assorti nell’acre
piacere dello spasmo genitale sono seccati dal
grullo Mariotto che invoca la morte, per cui decidono
di metterlo in una bara e spedirlo al cimitero.
Potrebbe essere una comica come quella di Ganfo,
se non fosse per come si risolve. Grazzini segue
la filosofia boccaccesca d’un determinismo
naturale, come quello che produce l’attrazione
tra i sessi. Ma in Grazzini il determinismo tocca
tutti i comportamenti umani, come esempi d’una
natura indifferente a qualsiasi ordine morale.
E non ci sono santi né eroi; ci sono solo
trucidi e sciocchi; e una vita governata da scelleratezze
e sordide mene Ma ecco allora che il semplice
non è più come Calandrino, un balordo
marginale rispetto al saldo mondo dei Bruno e
Buffalmacco. Mariotto incarna l’essenza
pura della bestialità di questo mondo,
dove niente ha la salda trama del reale, tutto
pare un incubo di fantasmi posticci. Come quando
sulla via del cimitero, dopo essersi cacato addosso,
lui salta fuori dalla bara; e a quel punto si
capisce che niente è controllabile, tutto
svaria e tracolla nell’insensato. L’acqua
dell’Arno prende fuoco, lui resta bruciato
in Arno, quasi obbedendo a un detto popolare fiorentino;
e dopo non somiglia più a un uomo, ma ad
un “ceppo di pero verde, abbronzato e arsiccio”.
Proprio quella morte comica fa di lui una figura
che spicca tra tutte le maschere d’una bestialità
nascosta dietro le norme dei traffici quotidiani;
mentre lui, fin dall’inizio vicino all’essenza
della pura bestialità, morendo regredisce
a purissima materia vegetale, come quella da cui
nascerà Pinocchio. E questa mi sembra la
conclusione ideale di tutte le leggende novellistiche
sull’idiozia dei “semplici”.
21. L’eredità
provenzale.
Nel prologo alla prima giornata
del Decamerone, Boccaccio annuncia lo
scopo delle sue cento novelle. Queste sono narrate
per dare sollievo a chi ne ha bisogno, dice, ma
in particolare alle donne con amori segreti, costrette
a nascondere le loro fiamme amorose e perciò
tanto più assillate dai pensieri. Che il
narrare sia una cura contro le tristezze e gli
affanni è un’idea antica, che in
qualche modo associava l’arte narrativa
a un sapere medico di tipo ippocratico. La novità
nell’annuncio di Boccaccio sta nell’indicare
una cura non più rivolta a pratiche e usi
esterni, ma alla dimensione dei pensieri intimi
e delle fantasie incontrollabili. La familiarità
con tale dimensione è attribuita soprattutto
alle donne, perché più soggette
alla reclusione nell’ambito familiare. Le
donne, soggette ai “comandamenti de’
padri, delle madri, de’ fratelli e de’
mariti,”, chiuse nelle loro stanze, dice
l’autore, rimuginano pensieri facilmente
inclini alla malinconia, quando siano mossi o
insidiati da forti desideri. Queste turbe sono
l’oggetto della cura novellistica e anche
il punto d’intesa con le donne amorose a
cui il libro si rivolge. È un punto d’intesa
che si colloca nella sfera intima dei fantasmi
amorosi; ciò che Dante chiama “la
secretissima camera de lo cuore”: ossia
l’interiorità come luogo completamente
immaginario, e proprio perciò sede di tutti
i tremori ed emozioni del corpo. Nei suoi cenni
introduttivi Boccaccio sembra ripercorrere la
via dei poeti provenzali, che usavano la poesia
come alleanza segreta con la donna, segno di amori
da tenere nascosti nel luogo immaginario dell’interiorità.
Ed ecco le donne con amori segreti a cui è
destinato il libro, che fanno pensare a casi simili
nelle storie dei poeti provenzali, ma anche ai
modi di devozione alla donna sviluppate nella
lirica italiana: modi che lo stesso Boccaccio
ha ripreso ed esaltato nelle sue precedenti opere
e nei suoi versi. Così il Decamerone
recupera la ricerca dei poeti provenzali, d’un
contatto tra genere maschile e femminile che non
sia esteriore come quello del matrimonio. Il mezzo
di contatto per i poeti provenzali era la poesia,
come alleanza segreta e intima con la donna, e
qui sono queste “cento novelle, o favole
o parabole o istorie che dire le vogliamo”
– che nell’ultima pagina l’autore
chiama “le mie novelle per cacciar la malinconia
delle femmine”.
22. Il piacere degli amanti.
Nella novella di Masetto da Lamporecchio,
due novizie parlano dell’amore e una dice
di aver udito “che tutte le altre dolcezze
del mondo sono una beffa rispetto a quella quando
la femina usa con l’uomo” (Dec.
III, 1). Si capisce l’insistenza di Boccaccio
nell’evocare il piacere carnale provato
dalle donne. È un richiamo alle “leggi
di natura” da cui il corpo è regolato,
e all’amore come una potenza di natura che
è “vano voler contrastare”
(Decamerone, IV, introduz.) L’amore
visto come “legge di natura” giustifica
l’arbitrarietà degli impulsi sessuali,
e di conseguenza giustifica anche le mogli che
sfogano quegli impulsi fuori dal matrimonio. Ad
esempio, Madonna Filippa, denunciata per adulterio,
convince i giudici di non aver fatto niente di
male, in base a questo ragionamento: che lei non
si è mai negata al marito, ma avendo in
corpo qualche bisogno in più, e non volendo
gettarlo ai cani, le è parso giusto prendersi
un amante (Decamerone, VI, 7). In realtà,
a una veduta d’insieme, parrebbe che gli
sfoghi carnali delle mogli abbiano poco sapore
senza l’inganno ai mariti; perché
un buon venti per cento di novelle presentano
mogli che optano per le “dilettose gioie”
con l’amante, mentre il numero di mogli
non adultere è veramente minimo in tutto
il libro. Certo, la moglie che gabba il marito
con una frottola mentre gode con l’amante,
è un motivo tra i più ricorrenti
in tutta la nostra novellistica; ma in Boccaccio
prende un sapore diverso dal solito. Anche nei
racconti più vicini alla farsa sessuale
popolare, gli amori muliebri extramatrimoniali
nel Decamerone prendono il senso d’una
sovranità che si realizza tramite l’arbitrio;
perché i sotterfugi, gli inganni, i nascondimenti,
realizzano l’arbitrio d’un piacere
carnale senza più le sorveglianze di marito
o famiglia (Decamerone, VII, 2, 4, 9).
Cito la novella di quel marito che si spaccia
da confessore per cogliere in fallo la moglie;
ma la moglie gli ribalta l’inganno, lo mette
dalla parte del torto e lo tradisce a piacimento:
“Per che la savia donna, quasi licenziata
a’ suoi piaceri [divenuta libera nei suoi
piaceri]”, “poi più volte con
lui [con l’amante] buon tempo e lieta vita
si diede” (Decamerone, VII, 5).
Conclusione con una strana leggerezza, dove l’arbitrio
del piacere sembra l’adesione ad una amicizia
tra i sessi che non ha più niente di esteriore.
Ci sono altre novelle che andrebbero studiate
da questo punto di vista. Il piacere degli amanti
diventa una sovranità intima, sottratta
alle censure della consapevolezza, per il sotterfugio
che rende segreto il loro piacere. Come nell’esempio
di Tristano e Isotta: tenuta segreta, l’amicizia
tra uomo e donna si realizza nella dimensione
più immaginaria possibile, che è
anche la più impenetrabile, e perciò
ha l’aspetto d’una piena sovranità.
Anche questo fa parte dello spirito della novella,
come residuo d’un esperimento mentale tentato
dai provenzali, di cui restano tracce fino alla
storia della Montanina di Sermini (Novelle, 1),
quella di Mariotto e Ganozza di Masuccio (Novellino,
33), di Giulietta e Romeo di Da Porto, e fino
a Shakespeare.
.23. Sull’eros nel Decamerone.
Le novelle boccacesche sfuggono
a qualsiasi assegnazione morale, anche là
dove presentano modelli di comportamento esemplare.
L'atto di Federigo degli Alberighi di offrire
all'amata il falcone, ultima sua risorsa, è
un modello di devozione e nobiltà; ma è
anche un colmo paradossale che ci colpisce come
uno strano gioco della sorte, non come un esempio
da seguire. E la silenziosa costanza di Griselda
nell’obbedire alla “matta bestialità”
del marito ci lascia sbalorditi, anche ammirati,
ma è un monstrum in cui non potremo
mai vedere una virtù condivisa da altri
umani. In Boccaccio manca del tutto una metafisica
della virtù, sostituita da un determinismo
di natura, come quello che produce l’attrazione
tra i sessi. Per questo l’unica vera colpa
individuabile nel Decamerone è
la colpa del disamore, condannata nella novella
di Nastagio degli Onesti con una pena infernale,
e in quella di Tedaldo degli Elisei con queste
decise parole: “L’usare la dimestichezza
d’un uomo [per] una donna è peccato
naturale”, “il discacciarlo da malvagità
di mente procede” (Decamerone,
III, 7). Il naturalismo boccaccesco si regge semplicemente
sulla favola di quel tale che, vissuto sempre
in isolamento assieme a un padre ascetico, la
prima volta che vede delle donne desidera soltanto
quelle, e il resto non conta più niente
per lui.. Morale: “ha più forza la
natura che l’ingegno”(Decamerone,
IV, introduz.). La “natura” è
la potenza attrattiva tra i sessi, come un incantesimo
generale che guida le vite degli uomini. Ma questa
attrattiva non si distingue mai dal suo fondo
illusorio: l’abbaglio delle apparenze, i
miraggi delle favole, i travisamenti della passione.
Nell’introduzione alla quarta giornata c’è
chi deride l’autore per la sua passione
per le donne, consigliandogli di trovar del pane
per risolvere quella fame, e d’andare a
cercarselo nelle favole (nelle illusioni). Al
che l’autore risponde: che i poeti trovarono
più risorse nelle favole che i ricchi nei
loro tesori. L’intreccio tra attrazioni
dell’eros e illusioni delle favole non è
negato, bensì presentato come ciò
con cui “i poeti fecero fiorire la loro
età” (riferimento ai maggiori poeti
del dolce stil novo, indicati qualche pagina prima
come maestri d’amore). La novella boccaccesca
crea sempre l’esaltazione narrativa con
le ombre dell’illusorio, spandendo inganni,
sotterfugi, abbagli e raggiri, come quelli delle
mogli per imbrogliare i mariti; e per il resto
narra semplicemente i movimenti d’attrazione
tra i sessi (solo una ventina di novelle parlano
d’altro), che hanno l’aria d’essere
l’infinita ripetizione d’un gioco,
o il gioco del mondo. Ed è il risultato
del naturalismo boccaccesco: se l’eros è
una follia che porta a seguire un’attrazione
irresistibile attraverso le ombre di ciò
che è illusorio (le ombre che avvolgono
tutta la terra come una marea, diceva Giordano
Bruno), questa follia è però integrata
nella natura e nel gioco del mondo.
24. Coda.
Il Cinquecento è il secolo
in cui la novella diventa un genere letterario
riconosciuto, di moda, e un genere che tutti si
sentono di poter praticare - un po’ come
succede col romanzo al giorno d’oggi. Cosi
diventa una forma ufficiale, ancora ibrida, ma
ufficializzata dall’uso, e con libri che
stabiliscono cosa sia e come si debba scrivere
una novella. Nel 1573 è dato alle stampe
un Decamerone ripulito nella lingua e
nelle parti licenziose, messo in regola secondo
i canoni dei libri correnti, e secondo un’uniformità
letteraria ormai prescritta. Si capisce che la
novella boccacesca è una memoria illustre,
ma con una vivacità fuori epoca, che stona
con gli stili in voga. Una cosa che si può
notare negli stili dei novellieri cinque-seicenteschi,
è una patina d’indifferenza sistematica
che avvolge i loro testi, rendendoli quasi tutti
come appiattiti nello stesso stampo oratorio,
con una sparizione della singolarità del
diverso. Qui sto cercando d’abbozzare un
panorama di fondo senza nessun valore critico,
ma che mi serve per far capire quale miracolo
sia stato l’apparizione di Lo Cunto
de li cunti di Basile, nell’anno 1634.
Lo cunto è nello stesso tempo
un seguito della tradizione boccaccesca, e la
fine di questa tradizione con l’apertura
verso un altro genere – quello della fiaba.
Come in nessun’altra raccolta di racconti
per trecento anni, qui si vede riapparire la festosità
del narrare e l’ebbrezza dell’illusorio.
E questo per un effetto regressivo, con il ritorno
a un prima della novelle, al tipo di racconto
minimo e più elementare: quello per bambini,
affidato da tempo immemorabile alle nonne. Dice
una narratrice di Boccaccio: “Quando c’invecchiamo,
né marito né altri ci vuol vedere,
anzi ci cacciano in cucina a dir delle favola
colla gatta e noverare le pentole e le scodelle”
(Decamerone, V.10). Quel genere infimo
diventa uno spettacolo di parole, un intrattenimento
senza nessuna volontà di narrare i “fatti
del mondo”, e che svuotandosi di senso prende
il senso d’una parodia generale del milieu
per cui è stato confezionato. Dice Michele
Rak, che le fiabe di Basile erano scritte per
riempire le conversazioni del dopo pasto, come
gioco cortigiano inteso a far sorridere la smorta
nobiltà napoletana. E pensando alla storia
della principessa che non riusciva a ridere, con
cui il Cunto si apre, c’è da credere
che la festosità barocca fosse più
o meno arenata in simili secche. Ma la felice
ebbrezza che attraversa questo libro viene da
un’altra parte; viene dal dialetto napoletano,
dalla raccolta di modi di dire napoletani, e dalla
raccolta di fiabe delle nonne, per la prima volta
ordinate e raccontate in modo da farne veramente
un genere. E in tutto questo fin dall’apertura
si sente l’eco del sapere di Shahrazad,
il sapere del narratore-guaritore che sa tenere
il tempo sospeso con l‘artificio delle parole,
allontanando di racconto in racconto l’incombenza
della morte: “L’ultima felicità
dell’uomo è il sentire racconti piacevoli,
perché ascoltando cose amabili, gli affanni
evaporano, i pensieri fastidiosi vengono sfrattati
e la vita si allunga” (Basile, Cunto,
Apertura.)
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