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Con Enzensberger
sul Titanic della lettura
Intervista di Paolo Bollini e Andrea Severi
Signor Enzensberger, lei sa di essere colpevole di molti reati di “lesa poesia”. Non ultimo il suo libro “Che noia la poesia”.
«Già Platone diceva che i poeti mentono, che non dicono la verità,…naturalmente, in un certo modo, ha ragione: la letteratura non ha un rapporto diretto coi fatti. Ma questo non riguarda solo la poesia: anche i filosofi mentono, gli uomini mentono, la menzogna è un fatto antropologico. La menzogna è una specie di trionfo del cervello. Un animale ha difficoltà a mentire. Saper mentire è una capacità gnoseologica. La relazione fra menzogna e invenzione è stretta: se mi aggrappo alla realtà, senza distanza, la accetto come è, non invento nulla».
Scrivere poesie fa risparmiare molto tempo.
«Effettivamente la poesia è un medium molto economico. Scrivi romanzi di mille pagine per dire una cosa, con la poesia invece te la cavi con una o due pagine, e puoi costruire un mondo».
E poi la poesia…
«Scusi ma il singolare – “la poesia” - non mi convince per niente. Esistono mille tipi di poesia, non c’è una persona a cui piaccia tutta la poesia. Un Lucrezio e un Sanguineti, per esempio, cosa c’entrano tra di loro? C’è la poesia epica…concettuale…. è un vero e proprio mondo…è come dire: “Mi piaccioni gli uomini”. D’accordo, ma non tutti. Solo un pazzo può dire che gli piacciono tutti gli uomini. Neanche Cristo, forse, amava tutti gli uomini!»
Per uno scrittore eclettico come lei conta di più l’originalità o la quantità di di libri letti?
«L’originalità è un concetto molto moderno. In altri tempi non contava niente. Gli antichi avevano l’idea che prima di loro fossero vissute persone più importanti di loro: è l’atteggiamento classico. Nella modernità invece c’è questo culto dell’originalità: faccio una cosa che nessuno ha fatto prima di me…è un’ambizione un po’ ridicola! Perché in ogni epoca c’è sempre una frattura ma anche una continuità col passato, e quest’ultima è sempre molto più forte della prima. La poesia è un fatto millenario, è sempre esistita. Noi facciamo parte di una continuità».
Nel suo celebre poemetto La fine del Titanic lei allude spesso al nostro Dante Alighieri.
«Perché Dante Alighieri è una parte della continuità di cui parlavo. L’allusione, in letteratura, è indicativa del fatto che noi autori non partiamo mai dal nulla. C’è sempre un addestramento, un antecedente filosofico, linguistico. E bisogna ammettere questi precedenti, non cadere nella trappola di pensarci i primi uomini, perché questo non è vero!».
Dunque gli atti dirompenti non hanno senso?
«Hanno senso la prima volta. Nella modernità eroica, vale a dire prima della Prima Guerra Mondiale, possiamo sforzarci di capire l’impazienza del mondo piccolo-borghese, la furia dei futuristi. Ma è una cosa molto lontana da noi. Al pari di ogni rivoluzione, non si può ripetere, altrimenti diventa una ripresa. L’Avanguardia di oggi è una Neoavanguardia, cioè una contraddizione in termini, un ossimoro. Non si può fare tre volte un quadro nero, è ridicolo. Se Deshump fa una cosa del genere una volta, quello che lo imita è già un cretino».
Che cosa ama leggere?
«Sono onnivoro: libri di scienza, classici dell’antichità, un foglietto politico, non mi importa. Il mio è il metodo della balena, che risucchia tutto nell’acqua in cui nuota – alghe, pesci, molluschi - e poi i suoi denti fungono come un pettine che seleziona il cibo».
Come si comporta nei confronti dei libri che le mandano da leggere?
«Editori e autori ti mandano sempre libri che tu non hai chiesto... Io faccio così: apro il libro, leggo a campione una pagina - a volte si vede dalla prima pagina se un libro è valido -: se è brutto si butta, se no si sceglie un altro campione, e così via. Mi comporto così con tutti. Non faccio sconti nemmeno con le celebrità o i best-seller».
Insomma, bisogna saper scartare in fretta.
«Il tempo è ridotto. Un mio tavolino si chiama il “Purgatorio”, dove i libri si aprono, in caso di giudizio incerto rimangono, quelli scartati invece vanno all’ “Inferno”. Il “Paradiso” è molto limitato, ovviamente, non è come quello celeste. È composto da alcuni scaffali. Limitati come il tempo. Bisogna assolutamente saper eliminare le cose».
Lei è anche un celebre traduttore.
«A me piace molto l’esercizio del tradurre. Si tratta di smontare un testo come si fa con un orologio, per poi ricomporlo in un altro idioma. È un po’ un’opera di spionaggio nei confronti dell’autore: smontando e rimontando io capisco qualcosa di più della procedura letteraria dell’autore. C’è anche il rischio, però: grazie a questa lettura implacabile si scoprono pure i difetti. È una lettura molto crudele....Si dsice fra sé e sé dell’autore: «Qui ha fatto alla leggera». A volte anche leggendo Balzac ho la tentazione di eliminare l’inutile, il superfluo…poi mi dico: poveretto, Balzac veniva pagato a parole, e il redattore del feuilleton era lì che aspettava da lui un numero fisso di caratteri. Tutto ciò si vede».
Però meglio leggere i testi integrali, con anche le loro lungaggini, che le pappette propinate da certe antologie scolastiche.
«E’ vero. Infatti spesso a scuola prima di leggere un testo ti costringono a imparare un sacco di commenti, schede, teorie. Invece il primo, il secondo e anche il terzo passo dovrebbe essere quello di leggere il testo. Non ho bisogno di una guida che mi dica come devo leggere, come devo pensare, anche perché la mia esperienza di lettore è diversa da quella di qualsiasi altro».
Da insigne masmediologo, cosa ne pensa di internet: è un rischio o una risorsa?
«Penso che sia determinante il filtraggio per non disperdersi fra milioni di link. È un’arte anche quella del filtraggio, che credo andrebbe insegnata a scuola».
La mediatizzazione della realtà la spaventa?
«Un tempo la sinistra credeva nella teoria della manipolazione: i media erano al servizio della classe dominante che grazie ad essi manipolava i proletari come fossero manichini. Ma questa teoria presuppone che questi media abbiano una credibilità quasi infintia, e questo non è più vero: con l’aumento dei media e la loro pervasività si esaurisce anche la loro credibilità. Mia nonna ha sempre detto: questo è vero perché l’ho letto sul giornale. Ma questa è una frase inconcepibile oggi perché tutti – anche coloro che appartengono alla classe più ignorante – sanno che non tutto quello che leggono sul giornale o sentono in tv è vero. La gente oggi ha una distanza cognitiva. Certo, per osmosi qualcosa passa nella nostra testa. Io conosco la Nike, ad esempio, ma non ho mai comprato questa marca di scarpe».
Anche i ragazzi più giovani sono in grado di difendersi da questo diluvio mediatico?
«Gli studenti del ginnasio sono molto interessanti. Ogni tanto quando vengono in casa gli amici di mia figlia [che ha diciassette anni, ndr] sento i loro discorsi. Non sono provinciali come lo eravamo noi alla loro età. Quando io ero adolescente la mia conoscenza del mondo era molto più ristretta. La loro conoscenza del mondo fa sì che loro abbiano molte meno illusioni di noi: hanno un rapporto più stretto con la realtà. Per esempio, sanno tutto del mercato del lavoro, sono già consapevoli che forse non avranno una pensione. È realismo, un realismo forse ambiguo, che a volte può dare sul cinismo. Ma è anche una forza, che li protegge dall’essere stupidi».
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