Elisabetta Menetti

Intervista a
ENRICO PALANDRI
Inventare, creare e ricreare: scarti della memoria e riusi poetici

 

Il mondo dei rifiuti può essere considerato un mondo “altro”, un mondo alla rovescia, dove avvengono inaspettate sovrapposizioni. Ad esempio, all’inizio della sua avventura, Don Chisciotte, alla ricerca di un equipaggiamento, ricicla vecchie armi buttate e dimenticate. Ripulisce «certe armi che erano state dei suoi bisavoli», «arrugginite», «coperte di muffa» e rotte: rifiuti, insomma. Ma non solo: aggiusta con abilità le parti rotte, aggiungendo pezzi di cartone. Il sogno di Don Chisciotte inizia anche con il riuso di uno scarto, come segno della sua ottimistica creatività. Anche la cultura e in particolare la letteratura procedono per selezioni (scarti) e riabilitazioni, in un processo continuo di smaltimento e di riciclo?

Nella sua domanda c'è un sottotesto freudiano, mi sembra, che era piuttosto popolare negli anni '70: che siano gli scarti, i rifiuti, il vero materiale dell'attività letteraria. Gli scarti sono il rimosso? Sono un paio di occhiali possibili, e se aiutano a capire, vanno benissimo.
Il limite della psicoanalisi è che tende a porre su due linee parallele sintomo e patologia, simbolo e reale, significante e significato, ecc.; il funzionamento di una lingua – e soprattutto il funzionamento della metafora – sono molto più ricchi. Una metafora non porta solo un significato attraverso un'immagine, ma apre una infinita possibilità di significazioni. Quindi sono piuttosto prudente quando si mettono gli scarti al centro del fare letterario, perché questo introduce di nuovo un modo di procedere binario.
Se c'è uno scarto c'è qualcosa che scarto non è, e via dicendo: qualcosa che assume significato (letterariamente) perché l'aveva perduto (essendo stato scartato). Oggi non mi interessa tanto immaginare cosa metta in moto la creatività, ma tendo piuttosto a osservare che cosa magnifica sia il nascere, il venire al mondo di qualcosa che non c'era. Comunque, questa idea è stata molto popolare nel gruppo di Alice Disambientata che ha lavorato con Celati nella seconda metà degli anni '70, e credo ci siano tracce di questo anche in Boccalone. Oggi però sento tutto questo piuttosto distante.

Se nel creare uno spazio immaginario, secondo lei, il nuovo - oggi - è più forte del vecchio, tuttavia nel leggere e nell'interpretare un testo d'invenzione si può riproporre di nuovo questa visione binaria. Di solito il critico letterario (con più soddisfazione il filologo!), mentre legge, procede per selezioni e scarti, dividendo e scomponendo il testo in esame, per riuscire a trovare il vecchio, riciclato nel nuovo. Quasi tutti i critici si avvicinano al testo letterario con l'idea che ci sia qualcosa di nascosto, che devono assolutamente svelare, e per riuscire a trovare uno scarto abilmente riutilizzato mettono in atto una vera e propria 'raccolta differenziata' di temi, stilemi, luoghi comuni. Ma è così necessario all'esercizio del critico mettere coscienziosamente ordine tra le carte degli scrittori, oppure lo scompiglio, la contraddizione, l'ambiguità o la sovrapposizione (anche involontaria) dei testi possono essere accettati come categoria critica?

Nessuno di noi si accontenta delle apparenze. Vediamo un viso e vogliamo parlare con quella persona, capire com'è, leggiamo una pagina e ci piace nella misura in cui ciò che è al suo interno, ciò che l'ha motivata e strutturata, si mostra: testi precedenti, assorbiti consapevolmente o inconsapevolmente, precedenti stesure e via dicendo. Questo è un procedimento già più ricco di quello di cui parlavamo prima, perché nel materiale non c'è necessariamente il limite della patologia o del significato, ma una gamma maggiore di possibili significati – ha poi il grande fascino di essere concreto, che cioè sia sempre possibile verificare le ipotesi del critico, passo dopo passo.
Scompiglio, ambiguità e sovrapposizione, purtroppo, fanno inevitabilmente parte anche di questo modo di procedere, perché non essendo santi e veggenti bisogna fare errori per superare glii errori stessi.
Ma quello che per me è più interessante è capire qual è il limite di questo modo di avvicinarsi ai testi. Perché non accontentarsi delle apparenze non significa sostituire una apparenza con un'altra più antica, questo rischia di precipitare in quello che Hegel chiamava la 'cattiva infinità'. Ci vuole la capacità di cogliere nella forma tutto il processo, e al tempo stesso ammettere che oltre la superficie non esiste tanto un contenuto, quanto l'infinito contenuto. Che ciò che si dà non è semplicemente la storia, attraverso un proprio continuo rigurgitare se stessa, ma l'invenzione che, anche se materiata di storia, ha radici metafisiche nelle stelle platoniche, nell'immateriale. Sembra complicato ma se torniamo all'esempio del viso è più semplice: capire chi è qualcuno non significa chiedergli la carta d'identità, ma imparare a essere con lui, godere di una compagnia che si genera sempre in forme nuove e al tempo stesso consuete, che, pur potendo variare infinitamente, lo stesso tema è in grado anche di sorprenderci in modo assoluto. Così il testo: non si tratta semplicemente di classificarlo, ma di saperlo far esistere, lasciarlo esistere e saper essere con lui, non legarlo all'interpretazione che ne diamo ma saperlo posare sopra una potenzialità infinita di significati.

Dalla letteratura alla persona: è in fondo ancora il percorso di Don Chisciotte (e di molti altri lettori dotati di fantasia). Il rimaneggiare ferri vecchi, immaginandoli come nuovi, è un modo per materializzare un sogno letterario antico (il mito del cavaliere errante), ma sempre nuovo e capace di sorprendere. La sorpresa, mi pare di capire dalle sue parole, è il centro propulsore del flusso creativo e comunicativo tra lettore e scrittore. Se la letteratura racconta le persone, in che modo riesce a dare voce a chi si trova ai margini del mondo? Il folle, l’originale o il vagabondo, che la società moderna, come ha visto Z. Bauman, tende a ghettizzare come «scorie in esubero» del «mondo liquido-moderno», riescono a trovare nella letteratura una riabilitazione? Tra i suoi racconti e quelli degli scrittori contemporanei dove trova - se la trova - una riabilitazione degli esseri umani considerati dalla società moderna 'in esubero'?

Benjamin dice che quando l'inumano appare in letteratura è per chiederci una categoria di umano più ampia. In quegli anni Benjamin scambia bellissime lettere con Scholem e Rang a proposito del prevalere, nel mondo greco, della follia veggente della poesia sul diritto: sono concetti che sono stati rimasticati per tutto il Novecento dopo il celebre saggio di Nietzsche sulla nascita della tragedia. In parte la risposta alla prima parte della sua domanda è già contenuta in quanto abbiamo detto fino ad ora.
La seconda parte è più interessante: dall'inumano all'umano (tenendo presente che si tratta di costruzioni culturali perché non solo nel diritto greco, ma anche nella tradizione cristiana l'umano non ha confini, non si contrappone a un suo altro) c'è un percorso di riabilitazione? Come accade a Raskolnikov, per intenderci? Agnizione della colpa, riscatto, ecc.? O un'affermazione diversa? C’è Luisa di Piersanti, che scopre il mondo di una persona che si isola nella propria morte. Un ottimo libro, pieno di attenzione a molti dettagli. C’è il lavoro sempre curioso di Daniele Del Giudice, che soprattutto negli ultimi libri si è rivolto ad alcuni di questi personaggi (ad esempio nei racconti di Mania). C’è un bellissimo racconto di Ginevra Bompiani sulla ricerca della forma e la spazzatura.
Per quanto mi riguarda, mi sembra di aver sempre accolto nei miei libri quella che lei chiama 'marginalità', ma che a me non sembra tale. Anche nel mio ultimo romanzo, L'altra sera, il protagonista è un visionario pieno di nostalgia per un matrimonio spezzato. Incontrandolo, non credo che ci si sentirebbe inteneriti per lui, al massimo si proverebbe per lui un po' di compassione. Ma la sua visione interiore acquista invece una forza progressiva che supera via via gli inganni della sua immaginazione e si radica in modo semplice nella vita ordinaria di ogni città. Vagabondo, folle e originale, come lei dice, divengono così qualità che hanno gli stessi diritti di realismo e concretezza.

Due piani lessicali distinguono il modo di intendere gli scarti del mondo. Un piano dispregiativo che si spiega con una terminologia bassa e fortemente espressiva (sozzura, sporcizia, liquami maleodoranti, puzza) ed un piano lessicale ripulito, da catalogo (scarti, rifiuti, scorie, esuberi). Questi due campi semantici servono a rappresentare lo stesso tema, e, forse, delineano il perimetro di un problema: i rifiuti di ogni produzione sono da respingere (e da smaltire), da ripulire (e quindi da riutilizzare), comunque da rielaborare? Può servire come un’originale metafora della memoria? In fondo si buttano alcuni ricordi maleodoranti con disprezzo e fastidio, mentre si elaborano solo quelli che possono ancora servire. Avviandosi alla conclusione di Le vie del ritorno, lei scrive: «anche se un mondo passato non torna, sapevo che abitava le cose come una ricchezza, ciò che le riempiva di senso». Bisogna avere la forza di riciclare, perché, in fondo, buttare è più facile (e riduttivo)?

Quello che un soggetto può dire o fare con i propri ricordi è infinitamente meno di quanto avviene. La nemesi non è altro che il rivoltarsi di questo interno – passato o rimosso che sia – che si vendica della presunzione della coscienza di essere tutta la realtà. Questo è anche uno dei limiti più evidenti della storia. Se infatti la storia è storia dei vincitori, cosa ne è delle eresie? Sono concetti difficili perché la storia confida nel fatto che il tempo allontani dai contenuti. Il mito e la letteratura, al contrario, sono convinti che il passato in realtà non torni, ma che non passi, che abiti un presente eterno su cui le persone si ritagliano un profilo attraverso le ombre, le forze in conflitto che si agitano sotto la superficie e annullano di fatto l'idea stessa di storia. Era un'idea molto familiare al mondo greco e alla tragedia, che l'hegelismo e poi il marxismo hanno cancellato, popolando il nostro mondo di idee astratte e generali che dovrebbero proteggerci dall'ira terribile che si scatena negli dei quando i mortali si convincono di non avere di fronte un mistero, delle forze incontrollabili, ma solo la storia, la razionalità. Se il razionale è il reale e il reale è il razionale, come dice Hegel, gli dei e il mondo della tragedia sono echi dell'infanzia dell'uomo, come dice Marx nei Grundrisse. Questa spiegazione io la trovo insufficiente, ed Eschilo, per me, ha più valore di Marx.
Nella frase che lei cita direi che c'è anche il desiderio, come in tutto il libro, che il passato possa passare. In fondo la storia è una fede, l'augurarsi che ciò che avviene vada via. Invece tutto resta e scava un tunnel in noi. Alla fine siamo come pieni di una terribile tubercolosi che è la nostra stessa vita, dove visi e parole hanno scavato cunicoli nella carne e nei polmoni, più nulla si può dire semplicemente, tutto è un continuo ritorno.