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Andrea
Severi
La spazzatura gradita a Italo
Calvino.
Un breve percorso tra i rifiuti de La poubelle
agréée
Delle faccende domestiche, l’unica
che io disimpegni con qualche competenza e soddisfazione
è quella di mettere fuori l’immondizia.
L’operazione si divide in varie fasi:
prelievo della pattumiera di cucina e suo svuotamento
nel recipiente più grande che sta nel
garage, poi trasporto del detto recipiente sul
marciapiede fuori della porta di casa, dove
verrà raccolto dagli spazzini e vuotato
a sua volta nel loro autocarro [1].
Chi parla è l’Italo
Calvino “eremita” a Parigi, borghese
pater familias dimesso e fuori ruolo
(in un’epoca ormai di fine del patriarcato,
siamo nella metà degli anni Settanta) in
una palazzina unifamiliare o pavillon
a ridosso della cité.
Scritto tra il 1974 e il 1976 e pubblicato per
la prima volta su "Paragone/Letteratura”
nel febbraio del 1977, La poubelle agréée
– questo saggio scritto da un «antropologo
dei gesti quotidiani carichi di un valore assoluto»,
in «quegli anni parigini, che erano anche
gli anni di Lévi-Strauss, e di Barthes
e di Foucault» [2] – confluì poi in «quella straordinaria
narrazione autobiografico-saggistica» (Milanini)
rappresentata dai “Passaggi obbligati”.
Afflitto – secondo il più classico
dei cliché che grava sugli intellettuali
– da una paralizzante inettitudine nella
vita che si svolge in cucina e che si basa «su
un ritmo musicale, su una concatenazione di movimenti
come passi di danza» dove a farla da padrone
sono le mani femminili della moglie e della figlia
(spartito dove la pur buona volontà dello
scrittore non può che tradursi in movimenti
«stonati e torpidi», con conseguente
inevitabile umiliazione), Calvino trova finalmente
il suo momento, se non proprio di gloria, di felice
inserimento all’interno del ciclo domestico,
dopo l’ultimo pasto della giornata, quando
«sparecchiata la tavola, l’ultimo
osso o buccia o crosta è scivolato giù
dalla liscia superficie dei piatti» e la
tempesta comincia ad abbattersi sui piatti sporchi
in provvisorio esilio in fondo al tunnel della
lavastoviglie.
«Questo è il momento per me d’entrare
in azione». È una sorta di riscatto
quotidiano, di rivincita quella che sta dietro
lo smaltimento delle «scorie» domestiche,
umile operazione priva, a tutta prima, della benché
minima dignità. Eppure la meticolosità
con cui Calvino compie ogni operazione, la giustificazione
di ogni gesto che il lettore ha modo di apprezzare
in tutta la sua calcolata premeditazione, fanno
già presagire che qualcosa di molto importante
stia sotto a questo 'rito' quotidiano:
Ecco che già
scendo le scale reggendo il secchio per il manico
a semicerchio, attento a che non dondoli tanto
da ribaltare il carico. Il coperchio di solito
lo lascio in cucina: scomodo accessorio, quel
coperchio, che male si destreggia tra il compito
di nascondere e quello di levarsi di mezzo appena
c’è da buttare dentro della roba
[3].
È la «rappresentazione
quasi fotografica, spassionata, meticolosa di
cose concrete e familiari (i piatti, il lavastoviglie,
il secchio di plastica, il bidone di zinco, il
cartoncino e l’autocarro degli spazzini,
le pagine accartocciate o coperte di cancellature)»
[4].
Nel travaso dei rifiuti dalla pattumiera di cucina
color verde pisello alla più grande poubelle
del garage di color «grigio-verde scuro
da uniforme militare», e nel trasporto di
questa fuori dalle mura casalinghe – a favorire
l’intervento dei netturbini
– Calvino si sente «primo ingranaggio
d’una catena d’operazioni decisive
per la convivenza collettiva», riconoscendo
la sua «dipendenza dalle istituzioni senza
le quali morrei sepolto dai miei stessi rifiuti
nel mio guscio d’individuo singolo, introverso
e (in più d’un senso) autista».
«La poubelle è lo strumento
per inserirmi in un’armonia, per rendermi
armonico al mondo e rendere il mondo armonico
a me». La poubelle agréée,
dunque, ci spiega Calvino, non è solo un
termine tecnico per indicare la pattumiera conforme
ai regolamenti prefettizi, quella prescritta dalle
leggi municipali affinché, di un certo
uniforme colore (verde scuro), col coperchio ben
chiuso e di plastica, non risulti di danno a nessuno
dei sensi, vista, olfatto e udito. Questa poubelle
finisce per essere gradita, cara, anche perché,
a dispetto del suo contenuto, o forse proprio
a causa di esso, permette di assolvere un compito
di grande valore sociale.
C’è un pactum ben stabilito
e vitale per la collettività dietro l’aggettivo
agréée: non è quindi
solo un fatto di autostima o di considerazione
all’interno del nucleo familiare, la possibilità
di inserirsi o meno lodevolmente in un concerto
di azioni domestiche e di far recuperare scampoli
di credibilità alla periclitante immagine
del pater familias («È per
essere io privatamente agréé
che sto manovrando la pubblicamente agréée
pattumiera, agréé io nel
contesto casalingo, nella tacita distribuzione
dei ruoli domestici, nell’orchestrazione
della suite quotidiana della sussistenza familiare»);
è invece l’aspetto sociale che finisce
per prevalere su quello prettamente individuale-familiare,
quando, per interpretare l’espressione “poubelle
agréée”, il francese lascia
spazio all’inglese:
È il verbo
inglese to agree che invade il campo:
è per rispettare un agreement, un patto
concordato per mutuo consenso delle parti, che
io sto posando questo oggetto su questo marciapiede,
con tutto ciò che implica l’uso
internazionale della parola inglese [5].
Un agreement con la città,
sotto il quale sta la necessità non solo
di liberarsi fisicamente di una mera quantità
di scarti che impedirebbe alla vita di proseguire,
ma anche di rapportarsi con quel processo di smaltimento
dei rifiuti che risulta in qualche modo consustanziale
alla vita stessa, in una sorta di tensione
eraclitea tra vita e morte, nuovo e vecchio,
tra ciò che si scarta e ciò che
rimane. Raggiunta questa consapevolezza filosofica
(d’altronde a colpire in questo scritto,
«nel breve giro d’una confessione
signorilmente autoironica […] è la
quantità di considerazioni personali, sociologiche,
filosofiche che vi sono condensate» [6]) ecco che da contratto il ciclo di enlèvement
des ordures assurge persino al grado di rito,
di rito purificatorio:
Il portare fuori
la poubelle va dunque interpretato
contemporaneamente (perché così
lo vivo) sotto l’aspetto di contratto
e sotto quello di rito […] rito di purificazione,
abbandono delle scorie di me stesso, non importa
se si tratta proprio di quelle scorie contenute
nella poubelle o se quelle scorie rimandano
a ogni altra possibile mia scoria, l’importante
è che in questo mio gesto quotidiano
io confermi la necessità di separarmi
da una parte di ciò che era mio, la spoglia
o crisalide o limone spremuto del vivere, perché
ne resti la sostanza, perché domani io
possa identificarmi per completo (senza residui)
in ciò che sono e ho. Soltanto buttando
via posso assicurarmi che qualcosa di me non
è stato ancora buttato e forse non è
né sarà da buttare [7].
C’è bisogno, è
vero, di una separazione netta tra ciò
che è da gettare, da allontanare, e ciò
che invece va conservato e tenuto nel circolo
vitale. Ma solo prendendo coscienza di ciò
che stiamo espellendo per sempre dai nostri confini
riusciamo, valorizzando l’atto deiettivo,
a caricare ciò che resta di un surplus
di senso e di sostanza («La poubelle
agréée: gradita in primo luogo
a me, ancorché non gradevole; come è
necessario gradire il non gradevole senza il quale
nulla di quel che ci è gradito avrebbe
senso»).
Il discorso di Calvino, partito da semplice resoconto
diaristico della vita domestica, conosce a tratti
impennate gnomiche che sconfinano nel campo ontologico
(«Il buttar via è la prima condizione
indispensabile per essere, perché si è
ciò che non si butta via»), fatte
salve, a brevissima distanza – come capita
spesso alla scrittura di Calvino – escursioni
nel campo del comico-basso corporeo. Ma qui l’inserzione
scatologica, oltre ad una funzione umoristica,
serve per collegare macrocosmo e microcosmo, la
funzione di deiezione dei rifiuti domestici, nel
grande ventre della città, e quella della
propria defecazione, che, lasciando liberi gli
intestini, consente una reale ispezione del proprio
autentico essere:
La soddisfazione
che provo [buttando via i rifiuti casalinghi]
è dunque analoga a quella della defecazione,
del sentire le proprie viscere sgombrarsi, la
sensazione almeno per un momento che il mio
corpo non contiene altro che me, e non vi è
confusione possibile tra ciò che sono
e ciò che è estraneità
irriducibile. Maledizione dello stitico (e dell’avaro)
che temendo di perdere qualcosa di sé
non riesce a separarsi da nulla, accumula deiezioni
e finisce per identificare se stesso con la
propria deiezione e perdervisi [8].
Bisogna liberarsi di una parte di
noi per poter dare spazio sempre a nuove forme,
alla nuova vita – dice Calvino – come,
sull’esempio del racconto Funes
o della memoria di Borges, possiamo ricavare
che è lo scarto della memoria, l’oblio,
a innestare il pensiero. Calvino utilizza la metafora
del rito purificatorio: «l’enlèvement
des ordures ménagères può
essere anche visto come un’offerta agli
inferi, agli dei della scomparsa e della perdita,
l’adempimento di un voto (ecco ancora il
contratto). Il contenuto della poubelle
rappresenta la parte del nostro essere e avere
che deve quotidianamente sprofondare nel buio
perché un’altra parte del nostro
essere e avere resti a godere la luce del sole,
sia e sia avuta veramente». E questo rito
di purificazione quotidiana diventa anche modo
di esorcizzare la morte, di allontanare il più
possibile quel momento in cui ci identificheremo
a pieno con quelle scorie prima solo da noi prodotte:
Questa quotidiana
rappresentazione della discesa sottoterra, questo
funerale domestico e municipale della spazzatura,
è inteso in primo luogo ad allontanare
il funerale della persona, a rimandarlo sia
pur di poco, a confermarmi che ancora per un
giorno sono stato produttore di scorie e non
scoria io stesso [9].
Per questo gli ufficiali di questo
quotidiano “rito di purificazione”,
i netturbini, coloro che impediscono che la nostra
città si trasformi in un «infetto
latamaio», sono definiti da Calvino «emissari
del mondo ctonio», «caronti d’un
al di là di carta unta e latta arruginita»,
ma pure «angeli […] annunciatori d’una
salvezza possibile al di là dello sfacelo
d’ogni produzione e consumo, affrancatori
dal peso dei detriti del tempo, neri e grevi angeli
della limpidezza e leggerezza». E non importa
qui sottolineare l’importanza che questo
valore, la “leggerezza” appunto, ricopre
nella poetica dell’autore delle Lezioni
americane. Qui interessa soprattutto rilevare
come Calvino, pochi anni prima, avesse già
parlato nei medesimi termini dei “netturbini”
nella sua città invisibile dove l’assillo
dello smaltimento dei rifiuti è posto come
il tratto peculiare dei cittadini. Stiamo parlando
della città di Leonia
(anche se il tema del rifiuto e dello scarto è
centrale anche per la città di Moriana
e di Clarice), dove «gli spazzaturai sono
accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere
i resti dell’esistenza di ieri è
circondato d’un rispetto silenzioso, come
un rito che ispira devozione, o forse solo perché
una volta buttata via la roba nessuno vuole più
averci da pensare» (nostro il corsivo).
Nel saggio La poubelle agréée
la figura dell’angelo della spazzatura serve
a Calvino per far virare il discorso dal suo iniziale
approccio antropologico verso considerazioni di
tipo economico-sociale e, più in generale,
politico. Da un punto di vista meramente classista,
il borghese Italo Calvino produttore di rifiuti
e gli éboueurs che «affiorano
dalle nebbie del mattino» per smaltirli
(«i Nordafricani – un po’ di
baffi, uno zuccotto in capo; o – quelli
dell’Africa nera – solo il bulbo degli
occhi che rischiara il viso perso nel buio»)
appartengono a due mondi nettamente distinti:
Il mio rapporto
con la poubelle è quello di
colui per il quale il buttar via completa o
conferma l’appropriazione, il contemplare
la mole delle bucce, dei gusci, degli imballaggi,
dei contenitori di plastica riporta la soddisfazione
del consumo dei contenuti, mentre invece l’uomo
che scarica la poubelle nel cratere rotante
del carro ne trae la nozione della quantità
di beni da cui è escluso, che gli arrivano
solo come spoglia inutilizzabile [10].
In questa realtà –
che nella sua “veste” italiana alcuni
nostri intellettuali, come Pier
Paolo Pasolini dalle colonne del “Corriere
della Sera”, avevano sotto la loro lente
d’ingrandimento proprio in quegli anni –
un’analisi classista della società
sembra risultare agli occhi di Calvino ormai sterile,
dal momento che, non sembrando più essere
nessun tipo di uomo al centro e padrone del sistema
di produzione, produttore e consumatore si ritrovano
entrambi ai margini del grande apparato capitalistico.
Se, come scrive ancora Calvino, il processo industriale
di produzione e distruzione» si rivela per
quello che è, ovvero un «sistema
che inghiotte gli uomini e li rifà a propria
immagine e somiglianza», non importa più
tanto chi ora riempia i cassonetti e chi ora li
svuoti, perché visto che la «piramide
sociale continua a rimescolare le sue stratificazioni
etniche», si può star certi che «l’essere
stato assunto come spazzino è il primo
gradino d’una ascesa sociale che farà
anche del paria di oggi un appartenente alla massa
consumatrice e a sua volta produttrice di rifiuti,
mentre altri usciti dai deserti “in via
di sviluppo” prenderanno il suo posto a
caricare e scaricare i secchi».
In questa nuova dimensione in-umana perde tutta
la sua “aura”, assieme alla sua dimensione
sociale ed ontologica, il ciclo di smaltimento
dei rifiuti. Non è più possibile
il compimento del ciclo vitale che invece era
proprio del processo agricolo, dove «ciò
che era sepolto nella terra rinasceva»:
nell’età del consumismo dove spadroneggiano
i contenitori in plastica, i rifiuti crescono
in maniera direttamente proporzionale al ciclo
di produzione dei prodotti, secondo equilibri
e dosaggi stabiliti dal “Dio Capitale”,
non più garantiti dalla “madre”
Terra: «Inutilmente rovesciamo, io e lo
spazzino, la nostra oscura cornucopia, il riciclaggio
dei residuati può essere solo una pratica
accessoria, che non modifica la sostanza del processo.
Il piacere di far rinascere le cose periture (le
merci) resta privilegio del dio Capitale che monetizza
l’anima delle cose e nel migliore dei casi
ce ne lascia in uso e consumo la spoglia mortale».
Ragione per cui la poubelle, a conti fatti, finisce
per essere “gradita” non più
al municipio, non più al produttore di
rifiuti che sente l’utilità sociale
e quasi “esistenziale” dell’operazione
che sta svolgendo, ma «più ancora
all’anonimo processo economico che moltiplica
i prodotti nuovi usciti freschi di fabbrica e
i residui logori da buttar via, e che ci lascia
metter mano solo a questo recipiente da riempire
e svuotare, io e lo spazzino». Ennesima,
dolorosa presa di coscienza dell’alienazione
dell’uomo moderno, o capitolo dell’alienazione
narrato sub specie immunditiae. In un
sorta di comico ribaltamento, sembra quasi che
siano diventati i rifiuti (o meglio, le merci-rifiuti,
tanto per sintetizzare il ciclo) i fruitori della
poubelle, e gli esseri umani – nella doppia
versione di riempitori e svuotatori – i
semplici esecutori materiali, automi diligenti
di un processo eterodiretto.
Ad una sorta di trionfo dei rifiuti, di mondo
capovolto, del resto (anche se in una maniera
da fiaba eroicomica, quali sono le Cosmicomiche),
si assiste anche nei due racconti inclusi ne La
memoria del mondo e altre storie cosmicomiche
che hanno a che fare col tema della spazzatura.
Nel racconto Le figlie della luna, il
Giorno del Ringraziamento del Consumatore, lungo
le strade di Manhattan, sfilano da una parte il
corteo del Cliente Soddisfatto, organizzato da
un grande magazzino per dar modo alla sua clientela
di «manifestare la propria gratitudine verso
la Produzione che non si stancava di soddisfare
ogni suo desiderio»; dall’altra, invece,
una Luna scrostata ed ammuffita guida un corteo
di macchine massacrate, di scheletri di camion,
che si arricchisce pian piano di persone, soprattutto
negri e portoricani di Harlem. Quando si incontrano
è la sfilata degli scarti, dei rifiuti,
dei relitti (e derelitti) a inglobare quella del
Nuovo e del Consumo, come in algebra il segno
negativo sopraffà quello positivo:
A Madison Square
una sfilata incrociò l’altra: ossia
ci fu un solo corteo. «Il Cliente Soddisfatto»,
forse per una collissione con la puntuta superficie
della Luna, scomparve, si trasformò in
un cencio di cauciù […] Non si
capiva più quali fossero le vecchie [macchine]
e quali le nuove: le ruote storte, i parafanghi
arrugginiti erano mescolati con le cromature
lucide come specchi, con le verniciature di
smalto.
E dietro al corteo le vetrine si ricoprivano
di ragnatele e di muffa, gli ascensori dei grattacieli
si mettevano a cigolare e a gemere, i cartelloni
pubblicitari ingiallivano […]. La città
aveva consumato se stessa di colpo: era una
città da buttar via che seguiva la Luna
nel suo ultimo viaggio [11].
Nel racconto I meteoriti
invece, ambientato su una Terra «ancora
piccola» che «si poteva spazzare e
spolverare tutti i giorni», il vecchio narratore
e protagonista Qfwfq divorzia dalla moglie Xha,
fautrice [11]dell’ordine e della pulizia costante, per
risposarsi con la ragazza Wha, che si sente perfettamente
a suo agio nel disordine, e tra i rifiuti e gli
scarti che non smaltisce costruisce il suo habitat.
Ma nella chiusa del racconto, dopo averle perse
entrambe, Qfwfq deve ammettere che «basterebbe
riaverle tutte e due insieme un solo momento per
capire» [12]. C’è insomma una complementarietà
tra il disordine dei rifiuti ammucchiati e l’ordine
conseguente al loro smaltimento: tra questi due
stati contrastanti si crea una tensione irrisolta
e latrice di un senso nascosto. Quel senso che
riesce a sprigionare la creazione artistica, al
termine di un’estenuante battaglia tra minute
da gettare e bella copia, tra errori e correzioni,
tra appallottolamenti e riscritture, seguendo
un processo di successive elaborazioni reso possibile
grazie all’eliminazione del superfluo, dell’inessenziale.
Scrive Calvino al termine de La poubelle agréée:
Scrivere è
dispossessarsi non meno che il buttar via, è
allontanare da me un mucchio di fogli appallottolati
e una pila di fogli scritti fino in fondo, gli
uni e gli altri non più miei, deposti,
espulsi [13].
E poco prima aveva detto:
Questi miei pensieri
che leggete sono quanto s’è salvato
di decine di fogli appallottolati nel cestino
[14].
Il prodotto letterario è
dunque ciò che rimane al termine di lunghi
processi di eliminzione di rifiuti, di scarto,
di superfuo, in una concezione, si potrebbe dire,
michelangiolesca del fare artistico,
– ovvero in continuo “levare”,
in continua sottrazione da una materia muta. E
non è un caso che l’articolo di Calvino
finisca proprio con l’esibizione (che ad
altri scrittori potrebbe parer sconcia) degli
appunti preparatori buttati giù dall’autore
e servitigli come “scaletta”, le scorie
della scrittura primigenia che è stata
eliminata dando però i suoi frutti. Questo
rovesciare sul tavolo di lavoro il cestino contenente
le bozze di scrittura e lasciare che esse mettano
fine alla sua fatica rappresenta un grande omaggio
ai rifiuti e al potenziale creativo implicito
in ogni loro consapevole, “ragionata”
deiezione. Nell’atto artistico, dunque,
l’uomo che ha sperimentato la propria alienazione
nella catena di smaltimento collettiva può
tornare ad essere consapevole padrone del proprio
privato processo di deiezione
Tema della purificazione
delle scorie il buttar via è complementare
dell’appropriazione inferno d’un
mondo in cui non fosse buttato via niente si
è quel che non si butta via identificazione
di se stessi spazzatura come autobiografia soddisfazione
del consumo defecazione tema della materialità,
del rifarsi, mondo agricolo… [15].
Alla fine si scopre dunque che,
se c’è una stretta affinità
tra le motivazioni del pater familias che
ogni sera elimina la spazzatura dalle mura di
casa e quelle dello scrittore che lavorando quotidianamente
a espellere le scorie della scrittura arriva –
a volte nel corso di anni – a licenziare
finalmente un testo definitivo e soddisfacente,
altrettanto non si può dire guardando i
risultati: il Calvino agens, ovvero il
Calvino netturbino domestico, viene schiacciato
dal cumulo dei rifiuti, prendendo coscienza del
processo di alienazione in atto nel sistema consumistico;
il Calvino auctor invece alla fine trionfa,
domina i rifiuti prodotti dalla propria scrittura,
portando così a termine il saggio (anche
se, con l’autoironia che gli è propria,
l’autore fa aleggiare il sospetto di una
“vittoria di Pirro”). Così
che nel finale Calvino deve ammettere, analizzando
il diverso tipo di assimilazione di ciò
che si salva dalle due poubelle:
Capisco ora che avrei dovuto cominciare
il mio discorso distinguendo e comparando i due
generi di spazzatura domestica, prodotti della
cucina e della scrittura, il secchio dei rifiuti
e il cesto della carta straccia [16]
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