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Piero
Camporesi
Le "Fetide fogne"
Testi da
Piero Camporesi, La casa delleternità,
Milano, Garzanti, 1987
Quando si compirà lultimo
atto e gli elementi si separeranno, allora
avverrà l«ultima purgazione del mondo»
e tutto ciò che vi era di puro e di nobile
rimarrà a glorificare i beati mentre tutto
il residuo impuro, tutto ciò che sulla terra
rimaneva di «feccioso, dignobile e
schifoso», colerà nel puteus Abyssi,
nella voragine della morte. La colata nauseabonda
scenderà a lordare un luogo di limitate
dimensioni, stretto e angusto. La «prigione
dinferno»[1]
nelletà barocca (e in parte nel XVIII
secolo) aspira sempre più a contrarsi, a
restringersi, a tramutarsi in una cloaca
soffocante. Il puteus interitus tende
a restringere progressivamente il suo perimetro,
a riassorbire la sua area, a concentrarsi
in uno spazio bloccato, a ridefinire la
sua volumetria. Pur ridotto a poco più dun
punto geometrico, eviterà con cura la trasformazione
in puro luogo dellimmaginario, la
decomposizione in astratta figura simbolica.
Conserverà una solida dimensione spaziale,
seppur circoscritta, in cui i tormenti,
pur diminuendo di numero e di varietà, non
perderanno nulla della loro intensità. Forse
si fa lentamente strada la percezione duna
pena, non diversa ma più intensa, più morale
e psicologica che fisica, la prospettiva
dun tormento sempre più interiorizzato.
Il crollo dei grandi spazi dellinferno
medievale (valle «multae latitudinis ac
profunditatis, infinitae autem longitudinis»[2]),
la perdita delle vaste pianure e degli altissimi
dirupi dove il ghiaccio e il fuoco si alternavano
nella distribuzione delle afflizioni, conduce
alla coagulazione e al restringimento (e
alla semplificazione) dei tormenti, accentuando
sulla «pena di senso», la pena interiore,
la «pena di danno», la «perdita infinita»,
la totale e irreversibile perdita di Dio.
L«inferno del medesimo inferno», come
dirà Paolo Segneri.
Il restringersi degli spazi
è funzionale alla intensità e soprattutto
alla qualità della pena. Né è casuale che
fossero soprattutto i gesuiti a far circolare
presso i gruppi dirigenti e i ceti superiori
questa immagine soffocante e ripugnante
dellinferno ristretto, privo di luoghi
appartati e riservati, latrina comune a
tutti, nobili e plebaglia. La misurazione
analitica e minuziosa degli spazi, laccertamento
matematico dei numeri, rientrava nella strategia
del terrore computerizzato.
Sarà quella carcere lontana
da noi tre mila e cinquecento sessanta
miglia e distante dugento quaranta milioni
di miglia dal Paradiso; di spazio non
più ampio duna lega di quattro miglia
italiane, quanto basta a contenere ottocento
mila milioni di corpi, se tanti fossero;
perché una tal lega, chè misura
di venti mila piedi, multiplicata cubicamente
è capace di numero sì grande: dandosi
sei piedi quadrati a ciascun di quei corpi,
che non si reggeranno su le piante loro,
ma saranno uniti insieme, come carboni
o pietre nella fornace o come grani duva
nel torchio o come spighe di zizania ne
fasci[3].
Sei piedi quadrati pro
capite. Troppo poco per passarvi tutta
leternità. Il padre Ercole Mattioli
(1622-1710), conterraneo e contemporaneo
del cosmografo Giovan Battista Riccioli,
se pur rifiuta la parte di «temerario geografo»
non presumendo di tracciare la «topografia
esatta» della «terra incognita» situata
agli «antipodi dellEmpireo», di quel
«paese ove non ha commerzio veruno lumano
intelletto», non rinuncia però alla tentazione
matematica per impartire una lezione sullaldilà
ai suoi nobili allievi del collegio gesuitico
di Parma. Il calcolo preciso gli serve ottimamente
a delineare, con la glaciale autorevolezza
dei numeri, la pianta della prigione dove,
come nei più famosi carceri dellantichità
in cui gli schiavi sentivano «dalla putredine
internata nelle viscere staccarsi di giorno
in giorno da sé un pezzo di sua umanità»,
il lezzo soffocante moltiplica il tormento
dellimmobilità coatta.
Da tale angustia di luogo,
pieno non solo di fumo solforato, ma dogni
immondizia, dogni putredine, dogni
veleno e dogni più abominevole schifezza,
ne deriverà una pena dintollerabile
fetore, peggior di quello che scoprì di
là dellEufrate limperadore Traiano,
allingresso dun antro, da cui
usciva un alito così pestifero che soffrir
non poteano né gli animali terrestri, né
gli uccelli dellaria, né meno nel
passarvi sopra di volo, senza cader esanimi...;
poiché in quel luogo eravi pur qualche apertura,
onde esalasse e si dispergesse parte di
quella maligna e dispiacevole qualità; laddove
nellinferno sarà quella peste sempre
tuttunita senza dissiparsi e senza
verun esito, per cui traspirando di fuori
si rallenti la contumacia del puzzolente
e corrottissimo odore chinfetterà
in modo que corpi che, se un solo
sesponesse alla vista del giorno,
cagionerebbe (dice il Serafico Bonaventura)
una generalissima pestilenza nellUniverso.
E nulladimeno, legati insieme que
miseri, stillanti di putrefatti e ammorbanti
umori, e uniti bocca a bocca luno
dellaltro, saranno necessitati a respirare
con nausea una mortalissima via o una vitalissima
morte.
Aggiungasi che la strettezza della prigione
cagionerà un altro strano tormento, cioè
tra tanti dolori, lesser affatto immobili,
cosa chesaggerò per appendice dogni
carneficina e per pruova dinvitta
costanza, il teologo Nazanzieno nel martire
Aretuso, quando tutto legato, con esser
prima stato di mele intriso, fu esposto,
senza potersi riparare, alle punture di
crudelissime vespe[4].
Per la «nobiltà dilicata»,
per i nobili rampolli avvezzi a vivere nei
grandi palazzi aviti, a muoversi nei saloni
spaziosi delle ville, a galoppare nelle
cacce, a godersi una vita senza confini,
uno spazio tanto ristretto, un habitat
così abominevole doveva produrre sensazioni
dintollerabile angoscia. Langustia
opprimente dellangolo cottura di sei
piedi, limmobilità forzata, la coabitazione
immonda con gente ignota, equivoca, di basso
rango, lurida e limacciosa, alito contro
alito, pelle contro pelle con «miseri, stillanti
di putrefatti e ammorbanti umori, e uniti
bocca a bocca», appariva infinitamente superiore
alle possibilità di sofferenza degli altezzosi
signori, ancorché defunti. Per il controllo
preventivo dello stato delle anime dei trapassati,
la minaccia olfattiva offriva ai gesuiti
un magnifico strumento di salutare spavento.
Il fetore del povero, il respiro del suo
lezzo, linalazione del suo odore sociale,
lo stillicidio dei suoi umori escremenziali,
quella cruda intimità vissuta contro voglia,
quel terribile e audacissimo «bocca a bocca»,
quel bacio repellente, dovevano scatenare
repulsioni viscerali, intensi disgusti classisti,
rigetti violenti nei confronti di un troppo
confidenziale e indecente contatto, di un
inammissibile status promiscuo nel
buio del sottosuolo, in quel puteus
ignivomo e nefando dove tutti i liquami
del mondo si riversavano a cospargere i
corpi di laido miele nero. Quellintimità
era inaccettabile, la minaccia di quellatroce
bacio peggiore dogni contatto infetto,
più orrendo di quel bacio disperato che
gli incurabili (come raccontava Cesario
dHeisterbach) cercavano di strappare,
in remote caverne, ai serpenti, medicamento
estremo denso di «schifo, stomacagione e
orrore allumana natura».
E qual apprensione non dà
lofferirsi per piaghe incurabili alla
grotta di qualche serpente, fidandosi chil
bacio danimal velenoso, che gli lambisca
la fracidezza, gli abbia a giovare più che
larte de cerusici, con ferire
e avvelenare non altro che il morbo[5].
La transplantatio morbi
non era praticabile allinferno, in
questa immortale latrina che i gesuiti aprivano
davanti agli occhi (ma soprattutto davanti
al naso) dei signori, consapevoli del trauma
profondo che nelle regioni viscerali e negli
apparati più nascosti avrebbe provocato.
Labbraccio intimo con luomo-lumaca,
col miserabile straccione, piagato, lordo,
fetido, col verminoso relitto delle strade,
escrezione maligna del corpo sociale più
corrotto, si presentava ai sensi dellaristocratico
come la peggiore delle possibili cadute
in basso. Dagli aromi, dagli oli, dagli
unguenti balsamici alla peste e ai bubboni
aperti del sottosuolo.
La pena dellolfatto,
componente strutturale dellinfernalità,
non era certamente sconosciuta agli aldilà
medievali: il foetor incomparabilis[6]
è presente ovunque ma diluito in grandi
regioni dove le anime non si ammassano spremute
come acini nel torchio. Nellinferno
barocco la claustrofobia mefitica diventa
gigantesca oppressione collettiva. Ogni
traccia di contrappasso, di rapporto fra
colpa e castigo, scompare. Il fuoco fetido,
uguale per tutti, incenerisce ogni residuo
di personalità. Nelle sterminate colonie
penali sotterranee lanonimato promiscuo
diventa legge generale, regolamento carcerario
per tutti gli ergastolani. Unansia
nuova, più sottile e impalpabile, rende
lo stretto budello (non più puteus magnus
come ai bei tempi di Beda il Venerabile)
ancor più ributtante ed esizioso. Immobilità,
intimità repellente, fecciosa, ignobile.
Scomparsi i grandi spazi, finita la stagione
delle cacce selvagge, delle bufere vorticose,
delle corse rabbiose di folletti alla Gianni
Schicchi, i voli aerei, gli scontri tumultuosi
fra opposte schiere, i ludi diabolici,
gli stratagemmi dei tormentati, le maliziose
astuzie dei diavoli, le risse plebee e i
risentimenti eroici, finita la magnanimità
statuaria insieme agli alterchi basso-realistici
e alle scudisciate verbali da taverna gotica,
esaurito il repertorio di bestemmie e di
gesti oltraggiosi, gli atteggiamenti tracotanti
ed agonistici. Scomparsa ogni traccia di
movimento, i corpi e le lingue, le mani
e i piedi schiacciati e premuti da una folla
confusa di dannati già sulla strada di diventare
massa di dannati, preludio, si direbbe,
a una dannata società di massa: il contenitore
inferico barocco è progettato, infatti,
per assorbire ottocento miliardi di corpi
in uno spazio non più vasto di quattro miglia.
Programmata razionalità di gusto moderno,
anticipatrice degli stipati contenitori
umani contemporanei, dei cimiteriali alveari
di vivi delle attuali megalopoli. Linferno
di massa alla fine del Seicento è ormai
alle porte e i gesuiti lo prevedono scientificamente,
misurandolo con occhio aritmetico rivolto
al futuro. La preveggenza dei figli di S.
Ignazio non può non suscitare la nostra
partecipe ammirazione, anche se le loro
previsioni e i loro calcoli sembrano anticipare
le città dei viventi più che gli ospiti
dei (malamente) defunti. Avevano indubbiamente
visto giusto, ma la loro profezia col passare
del tempo si è completamente rovesciata:
la loro mappa delineava minutamente non
laltra città, quella invisibile, ma
le visibilissime rovine delle nostre moderne
necropoli.

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