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Ancora su Piero Camporesi

Alberto Natale
Percorsi infernali in Piero Camporesi

Alberto Natale
Una nota sul metodo di ricerca di Piero Camporesi

Opere di Piero Camporesi
Scheda a cura di Elide Casali


Piero Camporesi
Le "Fetide fogne"

Testi da
Piero Camporesi, La casa dell’eternità, Milano, Garzanti, 1987

Quando si compirà l’ultimo atto e gli elementi si separeranno, allora avverrà l’«ultima purgazione del mondo» e tutto ciò che vi era di puro e di nobile rimarrà a glorificare i beati mentre tutto il residuo impuro, tutto ciò che sulla terra rimaneva di «feccioso, d’ignobile e schifoso», colerà nel puteus Abyssi, nella voragine della morte. La colata nauseabonda scenderà a lordare un luogo di limitate dimensioni, stretto e angusto. La «prigione d’inferno»[1] nell’età barocca (e in parte nel XVIII secolo) aspira sempre più a contrarsi, a restringersi, a tramutarsi in una cloaca soffocante. Il puteus interitus tende a restringere progressivamente il suo perimetro, a riassorbire la sua area, a concentrarsi in uno spazio bloccato, a ridefinire la sua volumetria. Pur ridotto a poco più d’un punto geometrico, eviterà con cura la trasformazione in puro luogo dell’immaginario, la decomposizione in astratta figura simbolica. Conserverà una solida dimensione spaziale, seppur circoscritta, in cui i tormenti, pur diminuendo di numero e di varietà, non perderanno nulla della loro intensità. Forse si fa lentamente strada la percezione d’una pena, non diversa ma più intensa, più morale e psicologica che fisica, la prospettiva d’un tormento sempre più interiorizzato. Il crollo dei grandi spazi dell’inferno medievale (valle «multae latitudinis ac profunditatis, infinitae autem longitudinis»[2]), la perdita delle vaste pianure e degli altissimi dirupi dove il ghiaccio e il fuoco si alternavano nella distribuzione delle afflizioni, conduce alla coagulazione e al restringimento (e alla semplificazione) dei tormenti, accentuando sulla «pena di senso», la pena interiore, la «pena di danno», la «perdita infinita», la totale e irreversibile perdita di Dio. L’«inferno del medesimo inferno», come dirà Paolo Segneri.

Il restringersi degli spazi è funzionale alla intensità e soprattutto alla qualità della pena. Né è casuale che fossero soprattutto i gesuiti a far circolare presso i gruppi dirigenti e i ceti superiori questa immagine soffocante e ripugnante dell’inferno ristretto, privo di luoghi appartati e riservati, latrina comune a tutti, nobili e plebaglia. La misurazione analitica e minuziosa degli spazi, l’accertamento matematico dei numeri, rientrava nella strategia del terrore computerizzato.

Sarà quella carcere lontana da noi tre mila e cinquecento sessanta miglia e distante dugento quaranta milioni di miglia dal Paradiso; di spazio non più ampio d’una lega di quattro miglia italiane, quanto basta a contenere ottocento mila milioni di corpi, se tanti fossero; perché una tal lega, ch’è misura di venti mila piedi, multiplicata cubicamente è capace di numero sì grande: dandosi sei piedi quadrati a ciascun di quei corpi, che non si reggeranno su le piante loro, ma saranno uniti insieme, come carboni o pietre nella fornace o come grani d’uva nel torchio o come spighe di zizania ne’ fasci[3].

Sei piedi quadrati pro capite. Troppo poco per passarvi tutta l’eternità. Il padre Ercole Mattioli (1622-1710), conterraneo e contemporaneo del cosmografo Giovan Battista Riccioli, se pur rifiuta la parte di «temerario geografo» non presumendo di tracciare la «topografia esatta» della «terra incognita» situata agli «antipodi dell’Empireo», di quel «paese ove non ha commerzio veruno l’umano intelletto», non rinuncia però alla tentazione matematica per impartire una lezione sull’aldilà ai suoi nobili allievi del collegio gesuitico di Parma. Il calcolo preciso gli serve ottimamente a delineare, con la glaciale autorevolezza dei numeri, la pianta della prigione dove, come nei più famosi carceri dell’antichità in cui gli schiavi sentivano «dalla putredine internata nelle viscere staccarsi di giorno in giorno da sé un pezzo di sua umanità», il lezzo soffocante moltiplica il tormento dell’immobilità coatta.

Da tale angustia di luogo, pieno non solo di fumo solforato, ma d’ogni immondizia, d’ogni putredine, d’ogni veleno e d’ogni più abominevole schifezza, ne deriverà una pena d’intollerabile fetore, peggior di quello che scoprì di là dell’Eufrate l’imperadore Traiano, all’ingresso d’un antro, da cui usciva un alito così pestifero che soffrir non poteano né gli animali terrestri, né gli uccelli dell’aria, né meno nel passarvi sopra di volo, senza cader esanimi...; poiché in quel luogo eravi pur qualche apertura, onde esalasse e si dispergesse parte di quella maligna e dispiacevole qualità; laddove nell’inferno sarà quella peste sempre tutt’unita senza dissiparsi e senza verun esito, per cui traspirando di fuori si rallenti la contumacia del puzzolente e corrottissimo odore ch’infetterà in modo que’ corpi che, se un solo s’esponesse alla vista del giorno, cagionerebbe (dice il Serafico Bonaventura) una generalissima pestilenza nell’Universo. E nulladimeno, legati insieme que’ miseri, stillanti di putrefatti e ammorbanti umori, e uniti bocca a bocca l’uno dell’altro, saranno necessitati a respirare con nausea una mortalissima via o una vitalissima morte.
Aggiungasi che la strettezza della prigione cagionerà un altro strano tormento, cioè tra tanti dolori, l’esser affatto immobili, cosa ch’esaggerò per appendice d’ogni carneficina e per pruova d’invitta costanza, il teologo Nazanzieno nel martire Aretuso, quando tutto legato, con esser prima stato di mele intriso, fu esposto, senza potersi riparare, alle punture di crudelissime vespe[4].

Per la «nobiltà dilicata», per i nobili rampolli avvezzi a vivere nei grandi palazzi aviti, a muoversi nei saloni spaziosi delle ville, a galoppare nelle cacce, a godersi una vita senza confini, uno spazio tanto ristretto, un habitat così abominevole doveva produrre sensazioni d’intollerabile angoscia. L’angustia opprimente dell’angolo cottura di sei piedi, l’immobilità forzata, la coabitazione immonda con gente ignota, equivoca, di basso rango, lurida e limacciosa, alito contro alito, pelle contro pelle con «miseri, stillanti di putrefatti e ammorbanti umori, e uniti bocca a bocca», appariva infinitamente superiore alle possibilità di sofferenza degli altezzosi signori, ancorché defunti. Per il controllo preventivo dello stato delle anime dei trapassati, la minaccia olfattiva offriva ai gesuiti un magnifico strumento di salutare spavento. Il fetore del povero, il respiro del suo lezzo, l’inalazione del suo odore sociale, lo stillicidio dei suoi umori escremenziali, quella cruda intimità vissuta contro voglia, quel terribile e audacissimo «bocca a bocca», quel bacio repellente, dovevano scatenare repulsioni viscerali, intensi disgusti classisti, rigetti violenti nei confronti di un troppo confidenziale e indecente contatto, di un inammissibile status promiscuo nel buio del sottosuolo, in quel puteus ignivomo e nefando dove tutti i liquami del mondo si riversavano a cospargere i corpi di laido miele nero. Quell’intimità era inaccettabile, la minaccia di quell’atroce bacio peggiore d’ogni contatto infetto, più orrendo di quel bacio disperato che gli incurabili (come raccontava Cesario d’Heisterbach) cercavano di strappare, in remote caverne, ai serpenti, medicamento estremo denso di «schifo, stomacagione e orrore all’umana natura».

E qual apprensione non dà l’offerirsi per piaghe incurabili alla grotta di qualche serpente, fidandosi ch’il bacio d’animal velenoso, che gli lambisca la fracidezza, gli abbia a giovare più che l’arte de’ cerusici, con ferire e avvelenare non altro che il morbo[5].

La transplantatio morbi non era praticabile all’inferno, in questa immortale latrina che i gesuiti aprivano davanti agli occhi (ma soprattutto davanti al naso) dei signori, consapevoli del trauma profondo che nelle regioni viscerali e negli apparati più nascosti avrebbe provocato. L’abbraccio intimo con l’uomo-lumaca, col miserabile straccione, piagato, lordo, fetido, col verminoso relitto delle strade, escrezione maligna del corpo sociale più corrotto, si presentava ai sensi dell’aristocratico come la peggiore delle possibili cadute in basso. Dagli aromi, dagli oli, dagli unguenti balsamici alla peste e ai bubboni aperti del sottosuolo.

La pena dell’olfatto, componente strutturale dell’infernalità, non era certamente sconosciuta agli aldilà medievali: il foetor incomparabilis[6] è presente ovunque ma diluito in grandi regioni dove le anime non si ammassano spremute come acini nel torchio. Nell’inferno barocco la claustrofobia mefitica diventa gigantesca oppressione collettiva. Ogni traccia di contrappasso, di rapporto fra colpa e castigo, scompare. Il fuoco fetido, uguale per tutti, incenerisce ogni residuo di personalità. Nelle sterminate colonie penali sotterranee l’anonimato promiscuo diventa legge generale, regolamento carcerario per tutti gli ergastolani. Un’ansia nuova, più sottile e impalpabile, rende lo stretto budello (non più puteus magnus come ai bei tempi di Beda il Venerabile) ancor più ributtante ed esizioso. Immobilità, intimità repellente, fecciosa, ignobile. Scomparsi i grandi spazi, finita la stagione delle cacce selvagge, delle bufere vorticose, delle corse rabbiose di folletti alla Gianni Schicchi, i voli aerei, gli scontri tumultuosi fra opposte schiere, i ludi diabolici, gli stratagemmi dei tormentati, le maliziose astuzie dei diavoli, le risse plebee e i risentimenti eroici, finita la magnanimità statuaria insieme agli alterchi basso-realistici e alle scudisciate verbali da taverna gotica, esaurito il repertorio di bestemmie e di gesti oltraggiosi, gli atteggiamenti tracotanti ed agonistici. Scomparsa ogni traccia di movimento, i corpi e le lingue, le mani e i piedi schiacciati e premuti da una folla confusa di dannati già sulla strada di diventare massa di dannati, preludio, si direbbe, a una dannata società di massa: il contenitore inferico barocco è progettato, infatti, per assorbire ottocento miliardi di corpi in uno spazio non più vasto di quattro miglia. Programmata razionalità di gusto moderno, anticipatrice degli stipati contenitori umani contemporanei, dei cimiteriali alveari di vivi delle attuali megalopoli. L’inferno di massa alla fine del Seicento è ormai alle porte e i gesuiti lo prevedono scientificamente, misurandolo con occhio aritmetico rivolto al futuro. La preveggenza dei figli di S. Ignazio non può non suscitare la nostra partecipe ammirazione, anche se le loro previsioni e i loro calcoli sembrano anticipare le città dei viventi più che gli ospiti dei (malamente) defunti. Avevano indubbiamente visto giusto, ma la loro profezia col passare del tempo si è completamente rovesciata: la loro mappa delineava minutamente non l’altra città, quella invisibile, ma le visibilissime rovine delle nostre moderne necropoli.

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NOTE

1 Ercole Mattioli, S.J. (1622-1710), La pietà illustrata. Accademie sacre, dove s’erudisce in ordine ad essa, un giovane nobile, Parma, A. Pazzoni e P. Monti, 1694, parte I, p. 228. La prima e la seconda parte sono contenute nel primo vol. La terza parte vide la luce nel 1696, la quarta nel 1700.

2 Beda il Venerabile, Historia ecclesiastica, in Patrologia latina, vol. XCV, col. 248.

3 Mattioli, La pietà illustrata, cit., parte I, p. 229.

4 Ibid., p. 230.

5 Ibid., p. 223.

6 Beda il Venerabile, Historia ecclesiastica, cit., vol. XCV, col. 249.

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