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Ancora su Piero Camporesi

Alberto Natale
Percorsi infernali in Piero Camporesi

Alberto Natale
Una nota sul metodo di ricerca di Piero Camporesi

Opere di Piero Camporesi
Scheda a cura di Elide Casali

     

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Piero Camporesi
Le "Fetide fogne"

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Lontano è ormai l’inferno-caos di San Pier Damiano, la «regio dura», la «terra afflictionis... turbinis et caliginis... in qua nullo ordo... ubi vinculorum fertilis multitudo, planctus et gemitus et alternantia mala impios sine pietate discerpunt»[7]. Qui né turbini, né varietà di dolori («alernantia mala»), ma una tetra invarianza di posizioni impossibili e dolorosissime. Scomparsi i diavoli cachinnanti di San Beda, scomparsi quelli di frate Giacomino da Verona, feroci predatori scatenati alla caccia dei dannati («corando como cani k’a la caça è faitai») che, dopo averli abbattuti, trascinano dentro la città maledetta con un laccio al collo «et un spago entro ’l naso», secondo la vecchia tecnica dell’uso venatorio. Per affumicarli poi sotto i camini (come i montanari usano ancora oggi con le carni di bue o di porco). «Vaccinae carnes – osservava Sant’Antonio da Padova in un sermone – suspenduntur ad fumum et ibi reservantur donec comedantur. Sic daemones carnes talium quae hic accuratae nutritae sunt, ad fumum infernalem suspendent usque dum transeant ad maiorem poenam incendii»[8].

Carni scelte di golosi e impenitenti adoratori del ventre (mediatorium latrinarum) che con troppo amore avevano atteso a selezionare con cura i migliori bocconi per i loro corpi di obesi intemperanti.

In questo iperrealistico inferno folclorico, il «furor rusticorum» sembra essersi trasferito nelle masnade dei selvaggi predatori d’abisso che si abbandonano a cacce plebee, ignobili, antinobiliari e antifeudali, impugnando (armi improprie) gli arnesi di lavoro dei campi come in una tumultuosa jacquerie contadina, guidati da «un gran vilan/ de lo profundo d’abisso, compagnon de Sathan,/ de trenta passi lungo con un baston en man,/ per beneir scarsella al falso cristian». Scenografie da ludi carnevaleschi, tolte, si direbbe, dalle rappresentazioni infernali di piazza nelle quali si ergevano colossali mascheroni di giganti brandenti mazze e randelli. Un inferno mosso, sanguigno e vitale, percorso dagli odori degli arrosti o da quelli delle carni appese ad affumicare sotto il camino, calato in un paesaggio agreste nel quale i giganteschi diavoli-villani sembrano reincarnare i «pilosi» satiri della Vulgata.

La gestualità scomposta di questi sguaiati demoni della selva, gli atteggiamenti canaglieschi, da bassa macelleria, che inturgidiscono in «gran furor» e «ira», il movimento frenetico, convulso di questi irosi «salvatici» scatenati in una caccia sanguinosa, simili a furibondi macellai posseduti dall’ansia del massacro e del linciaggio, che, segugi spietati, braccano l’uomo-bestia, il cinghiale umano per svenarlo, farne strazio, appenderlo con una corda infilata dentro il naso, si sono dissolti in una immobilità funerea.

Lì è li demonii cun li grandi bastoni,
Ke ge speça li ossi, le spalle e li galoni...
L’un diavolo cria, l’altro ge respondo,
l’altro bato ferro e l’altro cola bronço,
Et altri astiça fogo, et altri corro entorno,
Per dar al peccaor rea noio e reo çorno
. . . . . . . . . .
Pur de li gran diavoli tanti ne corro en plaça
Ké quigi da meça ma no par ke se g’afaça,
Crïando çascaun: «Amaça, amaça, amaça!
Ça no ge po' scampar quel fel lar falsa-capa».
Altri prendo baìli, altri prendo rastegi,
Atri stiçon de fogo, altri lançe e cortegi,
No fa-gi forza en scui né ’n elmi, né ’n capegi,
Pur k’i aba manare, çape, forke e martegi[9].

Una caccia convulsa e barbarica, senza regole, villanesca e plebea, una caccia-linciaggio, tumultuosa e ottusamente selvaggia:

Altri ge dà per braçi, altri ge dà per gambe,
Altri ge speça li ossi cun baston e cun stanghe,
Cun çape e cun baili, cun manare e cun vanghe,
Lo corpo g’emplo tuto de plagh molto grande.
En terra, quasi morto, lo tapinel sì caço;
No ge val lo so plançro ke perço igi lo lasso;
Al col ge çeta un laço et un spago entro ’l naso,
E per la cità tuta batando sì lo strasso.

La scena è profondamente cambiata. La stagione delle grandi cacce finita. I camini chiusi. Immobilità tombale, contatti viscidi, corpi repellenti, gocciolanti, mantecati da immondizie e lordure. Situato agli antipodi degli olezzanti luoghi edenici, a distanze abissali dal paradiso balsamico, l’inferno giace sprofondato nel fetore del liquame. I «conversi» di questi cupi e maleodoranti chiostri annusano un’aria molto lontana da quei piccoli, deliziosi paradisi terrestri, da quegli eremi che – secondo Pietro Damiano – ristoravano con gli aromi delle virtù i silenziosi contemplativi che si muovevano fra celle e chiostri fragranti.

Eremus est paradisus deliciarum, ubi tamquam redolentium species pigmentorum, vel rutilantes flores aromatum, sic flagrantia spirat odoramenta virtutum. Ibi siquidem rosae charitatis igneo rubore flammescunt; ibi lilia castitatis niveo decore candescunt, cum quibus etiam humilitatis violae dum imis contentae sunt, nullis flatibus impelluntur; ibi myrrha perfectae mortificationis exsudat et thus assiduae orationis indeficienter emanat[10].

Ospedale e prigione insieme, l’inferno barocco sarà totalmente privo di quei pur piccoli sollievi che a carcerati e a infermi portano qualche temporaneo ristoro. Paese dell’insonnia e del ricordo perpetuo, della prigione avrà la «strettezza», le «tenebre», il «fetore». Nell’Inferno aperto al cristiano perché non v’entri, «enchiridion» loyolano dove le «considerazioni delle pene infernali» vengono «proposte a meditarsi per evitarle», la vecchia regio gehennalis si è contratta in un piccolo affollatissimo carcere che l’«istesso Signore» ha fabbricato nell’infimo luogo dell’universo... perché s’allontanasse sommamente dal Cielo». In questa prigione che, diversamente dai calcoli del suo correligionario Ercole Mattioli, disterebbe dalla superficie della terra quattromila miglia anziché tremilacinquecentosessanta,

benché il luogo sarà pur troppo capace, tuttavia i dannati non avranno né meno quel sollievo che prova o un povero prigioniero passeggiando tra le sue mura, o un misero ammalato rivolgendosi nel suo letto... E questo sì per la moltitudine de’ condennati, a cui riuscirà angusta quella gran fossa; e sì molto più perché il fuoco medesimo servirà loro di ceppi e di catene... Per tanto quei miserabili non solo saranno ristretti, ma saranno anche immobili; e però se un beato (dice S. Anselmo nel libro delle sue Similitudini) sarà così forte che potrebbe ad un bisogno muovere tutta la terra, un reprobo sarà così fiacco che non potrebbe allontanarsi da un occhio un verme, che glielo rodesse. Avrà dunque quella carcere le sue mura grosse più di quattro mila miglia, cioè quant’è da noi all’inferno; ma pure sebbene le avesse sottili come una carta, saran così deboli i prigionieri che non potrebbero romperle e fuggirsene via[11].

In quella buca coleranno «tutte le immondezze della terra» e lo «zolfo stesso renderà una puzza insoffribile, ardendo sempre in una quantità sì prodigiosa. E finalmente i medesimi corpi de’ dannati spireranno un odore sì pestifero che un solo di loro posto nel nostro mondo... sarebbe bastante ad ammorbarlo»[12].

Qual sarà quell’alito pestilente che esalerà la caverna ove s’accoglie insieme la moltitudine di tutti i demoni tormentatori e tutti i corpi de’ tormentati ristretti in uno, senza respiro? L’aria stessa lungamente chiusa, senz’altra aggiunta, diviene insopportabile; giudicate che sarà mai una sentina di tante e sì stomacose immondezze, priva di esalo?... Questi sono i Palazzi superbi che si apprestano con la loro alterigia quei che dispregiano i poveri e gli ributtano da sé come fetenti[13].

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7 Sancti Petri Damiani, Sermo LIX, in Opera omnia,Bassano, Remondini, 1783, tomo II, col. 316.

8 Sermo LXXXIX, in Horoy, Biblioteca Patristica, t. VI.

9 Giacomino da Verona, De Babilonia civitate infernali et eius turpitudine et quantis penis peccatores puniantur incessanter, in Poeti del Duecento, a cura di G. Contini, Milano - Napoli, Ricciardi, 1961, p. 642 et passim.

10 Sancti Petri Damiani, Laus eremiticae vitae, in Opera omnia, cit., tomo III, col. 236.

11 L’inferno aperto al cristiano perché non v’entri, in Opere del Padre Gio. Pietro Pinamonti della Compagnia di Gesù, Venezia, N. Pezzana, 1719, pp. 402-403.

12 Ibid., p. 403.

13 Ibid., p. 404.

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