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Segue
Piero Camporesi
Le "Fetide fogne"
Lontano è ormai linferno-caos
di San Pier Damiano, la «regio dura», la
«terra afflictionis... turbinis et caliginis...
in qua nullo ordo... ubi vinculorum fertilis
multitudo, planctus et gemitus et alternantia
mala impios sine pietate discerpunt»[7].
Qui né turbini, né varietà di dolori («alernantia
mala»), ma una tetra invarianza di posizioni
impossibili e dolorosissime. Scomparsi i
diavoli cachinnanti di San Beda, scomparsi
quelli di frate Giacomino da Verona, feroci
predatori scatenati alla caccia dei dannati
(«corando como cani ka la caça è faitai»)
che, dopo averli abbattuti, trascinano dentro
la città maledetta con un laccio al collo
«et un spago entro l naso», secondo
la vecchia tecnica delluso venatorio.
Per affumicarli poi sotto i camini (come
i montanari usano ancora oggi con le carni
di bue o di porco). «Vaccinae carnes
osservava SantAntonio da Padova in
un sermone suspenduntur ad fumum
et ibi reservantur donec comedantur. Sic
daemones carnes talium quae hic accuratae
nutritae sunt, ad fumum infernalem suspendent
usque dum transeant ad maiorem poenam incendii»[8].
Carni scelte di golosi e impenitenti
adoratori del ventre (mediatorium latrinarum)
che con troppo amore avevano atteso a selezionare
con cura i migliori bocconi per i loro corpi
di obesi intemperanti.
In questo iperrealistico inferno
folclorico, il «furor rusticorum» sembra
essersi trasferito nelle masnade dei selvaggi
predatori dabisso che si abbandonano
a cacce plebee, ignobili, antinobiliari
e antifeudali, impugnando (armi improprie)
gli arnesi di lavoro dei campi come in una
tumultuosa jacquerie contadina, guidati
da «un gran vilan/ de lo profundo dabisso,
compagnon de Sathan,/ de trenta passi lungo
con un baston en man,/ per beneir scarsella
al falso cristian». Scenografie da ludi
carnevaleschi, tolte, si direbbe, dalle
rappresentazioni infernali di piazza nelle
quali si ergevano colossali mascheroni di
giganti brandenti mazze e randelli. Un inferno
mosso, sanguigno e vitale, percorso dagli
odori degli arrosti o da quelli delle carni
appese ad affumicare sotto il camino, calato
in un paesaggio agreste nel quale i giganteschi
diavoli-villani sembrano reincarnare i «pilosi»
satiri della Vulgata.
La gestualità scomposta di
questi sguaiati demoni della selva, gli
atteggiamenti canaglieschi, da bassa macelleria,
che inturgidiscono in «gran furor» e «ira»,
il movimento frenetico, convulso di questi
irosi «salvatici» scatenati in una caccia
sanguinosa, simili a furibondi macellai
posseduti dallansia del massacro e
del linciaggio, che, segugi spietati, braccano
luomo-bestia, il cinghiale umano per
svenarlo, farne strazio, appenderlo con
una corda infilata dentro il naso, si sono
dissolti in una immobilità funerea.
Lì è li demonii cun li grandi
bastoni,
Ke ge speça li ossi, le spalle e li galoni...
Lun diavolo cria, laltro ge
respondo,
laltro bato ferro e laltro cola
bronço,
Et altri astiça fogo, et altri corro entorno,
Per dar al peccaor rea noio e reo çorno
. . . . . . . . . .
Pur de li gran diavoli tanti ne corro en
plaça
Ké quigi da meça ma no par ke se gafaça,
Crïando çascaun: «Amaça, amaça, amaça!
Ça no ge po' scampar quel fel lar falsa-capa».
Altri prendo baìli, altri prendo rastegi,
Atri stiçon de fogo, altri lançe e cortegi,
No fa-gi forza en scui né n elmi,
né n capegi,
Pur ki aba manare, çape, forke e martegi[9].
Una caccia convulsa e barbarica, senza regole,
villanesca e plebea, una caccia-linciaggio,
tumultuosa e ottusamente selvaggia:
Altri ge dà per braçi, altri ge dà per gambe,
Altri ge speça li ossi cun baston e cun
stanghe,
Cun çape e cun baili, cun manare e cun vanghe,
Lo corpo gemplo tuto de plagh molto
grande.
En terra, quasi morto, lo tapinel sì caço;
No ge val lo so plançro ke perço igi lo
lasso;
Al col ge çeta un laço et un spago entro
l naso,
E per la cità tuta batando sì lo strasso.
La scena è profondamente cambiata.
La stagione delle grandi cacce finita. I
camini chiusi. Immobilità tombale, contatti
viscidi, corpi repellenti, gocciolanti,
mantecati da immondizie e lordure. Situato
agli antipodi degli olezzanti luoghi edenici,
a distanze abissali dal paradiso balsamico,
linferno giace sprofondato nel fetore
del liquame. I «conversi» di questi cupi
e maleodoranti chiostri annusano unaria
molto lontana da quei piccoli, deliziosi
paradisi terrestri, da quegli eremi che
secondo Pietro Damiano ristoravano
con gli aromi delle virtù i silenziosi contemplativi
che si muovevano fra celle e chiostri fragranti.
Eremus est paradisus deliciarum,
ubi tamquam redolentium species pigmentorum,
vel rutilantes flores aromatum, sic flagrantia
spirat odoramenta virtutum. Ibi siquidem
rosae charitatis igneo rubore flammescunt;
ibi lilia castitatis niveo decore candescunt,
cum quibus etiam humilitatis violae dum
imis contentae sunt, nullis flatibus impelluntur;
ibi myrrha perfectae mortificationis exsudat
et thus assiduae orationis indeficienter
emanat[10].
Ospedale e prigione insieme,
linferno barocco sarà totalmente privo
di quei pur piccoli sollievi che a carcerati
e a infermi portano qualche temporaneo ristoro.
Paese dellinsonnia e del ricordo perpetuo,
della prigione avrà la «strettezza», le
«tenebre», il «fetore». NellInferno
aperto al cristiano perché non ventri,
«enchiridion» loyolano dove le «considerazioni
delle pene infernali» vengono «proposte
a meditarsi per evitarle», la vecchia regio
gehennalis si è contratta in un piccolo
affollatissimo carcere che l«istesso
Signore» ha fabbricato nellinfimo
luogo delluniverso... perché sallontanasse
sommamente dal Cielo». In questa prigione
che, diversamente dai calcoli del suo correligionario
Ercole Mattioli, disterebbe dalla superficie
della terra quattromila miglia anziché tremilacinquecentosessanta,
benché il luogo sarà pur
troppo capace, tuttavia i dannati non
avranno né meno quel sollievo che prova
o un povero prigioniero passeggiando tra
le sue mura, o un misero ammalato rivolgendosi
nel suo letto... E questo sì per la moltitudine
de condennati, a cui riuscirà angusta
quella gran fossa; e sì molto più perché
il fuoco medesimo servirà loro di ceppi
e di catene... Per tanto quei miserabili
non solo saranno ristretti, ma saranno
anche immobili; e però se un beato (dice
S. Anselmo nel libro delle sue Similitudini)
sarà così forte che potrebbe ad un bisogno
muovere tutta la terra, un reprobo sarà
così fiacco che non potrebbe allontanarsi
da un occhio un verme, che glielo rodesse.
Avrà dunque quella carcere le sue mura
grosse più di quattro mila miglia, cioè
quantè da noi allinferno;
ma pure sebbene le avesse sottili come
una carta, saran così deboli i prigionieri
che non potrebbero romperle e fuggirsene
via[11].
In quella buca coleranno «tutte
le immondezze della terra» e lo «zolfo stesso
renderà una puzza insoffribile, ardendo
sempre in una quantità sì prodigiosa. E
finalmente i medesimi corpi de dannati
spireranno un odore sì pestifero che un
solo di loro posto nel nostro mondo... sarebbe
bastante ad ammorbarlo»[12].
Qual sarà quellalito
pestilente che esalerà la caverna ove saccoglie
insieme la moltitudine di tutti i demoni
tormentatori e tutti i corpi de tormentati
ristretti in uno, senza respiro? Laria
stessa lungamente chiusa, senzaltra
aggiunta, diviene insopportabile; giudicate
che sarà mai una sentina di tante e sì stomacose
immondezze, priva di esalo?... Questi sono
i Palazzi superbi che si apprestano con
la loro alterigia quei che dispregiano i
poveri e gli ributtano da sé come fetenti[13].
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