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Alberto
Bertoni
Inferni quotidiani
La sconfitta,
lo scacco esistenziali - quando non si limitano
allo sfogo privato, magari per il mancato
conseguimento di obbiettivi "vuoti", passivi
o mercantili - sono motori decisivi del
fare poesia. Molti testi poetici, infatti,
nascono da due spinte divergenti: una regressiva,
di rimpianto per ciò che è
venuto meno o che è sempre mancato.
Ed è legittimo indirizzare tale sentimento
a un corpo, a una voce, a una possibilità
di lavoro, a una situazione o a una prospettiva
esistenziale: al di fuori dell'etica, perfino
a un piacere assoluto e smodato, che non
sia socialmente né praticamente attingibile
sempre e comunque. L'altra spinta è
invece progressiva, utopica anche nel senso
etimologico della parola. Ma non è
detto che il nostro senso di sconfitta,
nella chiave creativa che permette di arrivare
alla comunicazione poetica, sia sempre provocato
dalla lotta contro i mulini a vento di un
Male assoluto in ogni circostanza distinguibile
da un Bene altrettanto assoluto: questo,
ovviamente, da un punto di vista laico.
Più dell'eticità data di uno
scopo, ad essere produttivo è l'atto
in sé del porsi contro, dell'aprirsi
alla percezione e all'emozione anche quando
l'opacità, l'Indifferenza, l'inattingibilità
del nostro oggetto di desiderio appaiono
consolidate. Se non fosse vero un tale assunto,
non si spiegherebbe la grandezza di Céline
né tantomeno quella di Leopardi,
filosofo materialista e nichilista quant'altri
mai, che dal suo ferreo sistema di pensiero
ha saputo trarre una poesia "melodica",
struggente, mossa spesso da un rapimento
assoluto dell'emozione. E' l'inestinguibilità
del desiderio a divenire occasione di poesia,
molto più e prima della sua qualità
esistenziale. Non a caso, la poesia per
me più interessante di questo scorcio
finale di secolo/millennio allinea i nomi
di Sereni, dell'ultimo Montale e di Caproni,
che sono partiti da eventi precisi, comuni,
spesso di estrazione "bassa", quotidiana,
per poi trasporli in una dimensione altra.
Vorrei però
dare anche qualche esempio concreto, che
mi riguarda da vicino. Trascrivo di seguito
una delle mie poesie cui sono più
affezionato (cosa che non garantisce del
suo valore artistico), pubblicata nel libro
Lettere stagionali, del '96, ma composta
- mi pare - nel '93. L'iniziale M seguita
da tre asterischi è la forma ambigua
dietro cui il grande narratore Antonio Delfini
nascondeva il nome di Modena, trasformando
il toponimo della "piccola città
bastardo posto" in uno scenario metafisico:
M***, febbraio
Non ho insetti
in cui rappresentarti
mio angelo con
i capelli neri
tu che detesti
tutti gli animali
e i soprammobili in genere.
Ma se sfioro dico sfioro
un incidente
in nebbia periferica
di ghiaccio
non posso fare
a meno di pensarti
all'angolo bianco
del divano
che al videogame
preferito di tuo figlio
giochi la mia
salvezza, e la vinci
con l'improbabile
certezza
dei mille tuoi
esami quotidiani
sui quali un giorno
scommettevo baci:
oggi da un tempo smisurato
di poesie
li osservo - conferenze
ippodromi o bridge da
principiante.
Farfallina bianca e nera - unico insetto
e unici colori
che almeno in paragone
puoi accettare - ti elettrizzano
lo stress, le vite diseguali
che fulmini in te
quell'attimo solo
prima di sera.
Può la poesia, in
taluni (e - a parere di chi scrive - non illimitati)
frangenti, assumere lo stesso valore della
preghiera? L'esperienza di scrittura di questo
testo parrebbe proporre una risposta affermativa.
L'evento da cui si sono prese le mosse è
rigorosamente vero: un incidente stradale
soltanto sfiorato nella nebbia padana di febbraio
e il pensiero che va immediatamente a una
persona lontana, nel fisico ma non nello spirito
e nella scrittura, giacché è
una delle interlocutrici predilette dell'autore,
forse proprio per la sua irraggiungibilità
(telefono a parte). La preghiera, quindi,
è una sorta di ringraziamento laico
e scaramantico che, a posteriori, riconosce
l'angelo nella sua routine domestica,
con i suoi ritmi e le sue idiosincrasie (gli
animali d'ogni specie, i soprammobili), con
le sue scommesse proiettate non alla finalità
autoriflessa, fanciullesca, del gioco, ma
alla sua natura seria di intervento
preciso e razionale, forte e positivo sulla
realtà.
Dall'altra
parte, l'Io - qui una maschera fin troppo
vicina alla personalità biografica
dell'autore - continua a rifiutarsi di crescere,
a praticare i suoi giochi quotidiani con
le persone e le passioni, tra svaghi e lavoro,
le carte i cavalli i sogni le altre donne,
ma anche la poesia a riscattare e a tenere
insieme queste spinte centrifughe che senza
quel riscatto, quel lavoro simbolico rimarrebbero
gratuite e fuorvianti, oltre che meramente
piccolo-borghesi. Ma l'angelo potrà
più realisticamente presentarsi sotto
le spoglie di una farfallina, l'insetto
più grazioso e leggero, nei colori
assoluti del bianco e del nero, e ci sarà
tempo per occuparsi di lei, della sua fragilità
e della brevità del suo volo, perché
il compito di redentrice laica affatica
e prosciuga, ha bisogno di una piccola poesia
in offerta e in dono (si pensi alla Mosca
degli Xenia di Montale) per giungere
alla sintesi, trasformando in energia salvifica
l'esperienza faticosa e frantumata della
vita quotidiana.
Ma anche
altri due miei vecchi testi in forma di
lettera possono possono venir subito chiamati
a testimoni di una poetica dello scacco
(nelle due accezioni della mossa decisiva
alla scacchiera e della sconfitta "manovrata"
nella vita), il primo di marca più
direttamente esistenziale, il secondo invece
orientato a una situazione latamente percettiva:
M***, febbraio
Il tempo o forse
solo il suo battito dentro
il cuore, le vene
vedranno arrugginito l'apriscatole sul tavolo
il brivido aureo che t'imperla
e con te l'ironia dell'ora
in penombra, le feritoie
i tonfi del condominio intorno - fatica
o poco meno a cena, i ruoli
le valvole di sfogo...
Così l'assoluto pallore del volto
la raucedine e sul muro
un'astratta resistenza di rami
e persiane a metà, niente più
che il fuoco
pallido di un poster, Matisse
a Zurigo, la sua stanza rossa
la neve sulle viole...
Il motivo
conduttore di questo testo risiede nell'intreccio
percettivo di uno spazio che è quello
di un interno borghese (una cucina) e di
un tempo che coincide invece con l'ora in
cui si sta preparando la cena (certo non
destinata a colui che nel testo dice io),
in un tardo pomeriggio invernale. Non ci
sono barriere fra "interno" dei corpi stessi
ed elementi esterni, oggettivi: è
il tempo, lentissimo e silenzioso, a fungere
da elemento di unione tra le due dimensioni.
Correlativo oggettivo della situazione è
"l'apriscatole sul tavolo", che sarà
visivamente percepito in tutta la sua ruggine
dalle vene (con un effetto di sinestesia,
vale a dire di due campi sensoriali distinti,
ma fusi nella medesima immagine), che forse
stanno anche loro veicolando un sangue usurato,
arrugginito dal trascorrere del tempo e
dal processo di disumanizzazione, se non
addirittura di meccanizzazione (un'ascendenza
futurista al negativo piuttosto che al positivo?),
subito dal soggetto.
Ma anche
la cena dell'Altra, del Tu, non si preannuncia
facile, traccia semmai di un rito stantìo,
che reclama il rispetto rigoroso dei ruoli,
li usa per riproporre lo "sfogo" di un silenzio
o di una chiacchiera casuale e solipsistica.
L'involucro più ampio della scena,
il condominio borghese, assiste non impassibile
all'immobilità e all'atonìa
dei personaggi, ma appare come luogo fortificato,
di feritoie per eventuali sentinelle (anche
di un decoro abitudinario e di facciata?)
e di tonfi sinistri, spaventevoli nel loro
effetto di sorpresa, immotivato. Nella seconda
strofa viene ripristinata la giusta distanza
tra i protagonisti: e l'Io può osservare
l'oggetto del proprio desiderio nel suo
pallore e nella raucedine che ne distorce
e in definitiva ne impedisce la parola,
fissando, nella penombra, le trame astratte
dei rami spogli sul muro e dei reticoli
della persiana.
Così,
gli sovviene un altro effetto di fuoco pallido,
consunto (effetto di ossimoro, la figura
retorica che unisce nel medesimo sintagma
due elementi di significato contrapposto):
quello, tutto culturale (traccia di una
memoria comune, di un viaggio o di una esperienza
condivisa?), di un poster che riproduce
un quadro celberrimo di Matisse - il pittore
francese appartenente al movimento dei fauves
(belve) prediletto dal protagonista: appunto
La stanza rossa, conservato a San
Pietroburgo, che raffigura una scena simile
a quella descritta dalla poesia. Nel quadro,
c'è solo il personaggio femminile
e, dominando il rosso, ci si trova in una
situazione di miglior luminosità:
ma la prospettiva ellittica, il rifiuto
della legge prospettica e la qualità
assoluta, non impressionistica né
tantomeno realistica, del rosso di Matisse
proiettano sulla quotidianità della
scena raffigurata un effetto di straniamento
talmente accentuato da potersi dire a pieno
titolo metafisico. Così, viste le
diverse proporzioni qualitative tra i due
oggetti artistici, la poesia potrà
essere letta innanzi tutto come un commento
o una variazione sul tema proposto dal capostipite
figurativo. E ancora:
M***, marzo
Le cose dal vero mi fanno paura
mi stanano in crepe o
appigli di memoria
Le cose
che guardo
scoprendone i nervi
e quelle che sfioro coi
denti
come case catturano la
luce
per meglio scomporre
la grana
perlacea, l'ordito di
polvere e foglie
Così
mi annienti, se provo
a deliziarti di cronache
minute
a dirti come sei viva
in questa mezzanotte
di vento
in cui non ammetti nemmeno
la mia ombra alla tua
bocca
alle parole che assediano
il respiro
Sì e no una voglia
domenicale accende
il finale
forse una nuvola
resiste
dei pollini allo
spigolo del viso
Quest'altro
testo, che pure risale ai primi anni '90,
pone in modo diretto, ben poco rappresentativo,
ma con un intento piuttosto conoscitivo,
il problema della percezione minuta degli
oggetti, dunque dell'esperienza basilare
della realtà. Il rapporto con le
cose non è automatico né mimetico,
per l'Io, travolto dalla loro qualità
centripeta, che apre buchi, feritoie, vie
di fuga, nella memoria e nella psiche. L'effetto
è di esclusione del mondo, dalla
casa della coscienza, semmai di sua ricostruzione
in forme e linee semplificate fino alla
scarnificazione, fino alla grana originaria
della luce e a una polvere o cellula vegetale
che viene dai primordî. Quindi il
procedimento è quello dell'astrazione,
in poesia mai troppo facile né scontato.
La situazione
si complica quando, alla terza strofa, entra
in scena il Tu, qui traccia di una divina
Indifferenza (proprietà assoluta
e imprevedibile del Femminile più
autentico), capace di smascherare ogni finzione
autocelebrativa o messinscena di dolcezza
e disponibilità del soggetto maschile
che mira ad ammantarsi di nostalgia per
poi scattare verso effetti entropici più
violenti e immotivati. Ancora una volta,
la soluzione risiede in un effetto di metamorfosi,
di contatto fisico con gli elmenti naturali
più fragili e fuggevoli, ma anche
meglio disposti allo scatto e alla riproduzione
della vita: la nuvola, con la sua promessa
di pioggia, dunque di rinascita (la pioggia
è simbolo tutto positivo nella poesia
e anche nella vita di chi scrive); i pollini
che invadono la cifra più unica e
segreta della nostra individualità,
il viso, e garantiscono - nel passaggio
dalla natura umana a quella vegetale - il
pegno di una rinascita possibile.

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