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Per gentile concessione dell'editore possiamo riprodurre qui parti del testo e del commento dei Paralipomeni a cura di Marco A. Bazzocchi e Riccardo Bonavita, Roma, Carocci, 2002

     

Riccardo Bonavita
Morte, materia, riso: l'inferno secondo Leopardi

Se nell'autunno del 1842 un parigino curioso, o attento a non farsi sfuggire libri pericolosi ed eretici che non potevano essere pubblicati in Italia, fosse entrato al numero 3 del Quai Malaquais nella «Libreria europea» gestita dall'editore Baudry, avrebbe forse potuto sfogliare una delle rarissime copie di un'opera degna di figurare, magari a fianco di alcune autobiografie d'arcangeli, nei vertiginosi scaffali della Biblioteca di Babele. Si tratta di un breve poema eroicomico a cui un materialista convinto e conseguente come il conte Giacomo Leopardi aveva consegnato, tra l'altro, la sua disincantata e paradossale rappresentazione burlesca dell'inferno. Ma l'ipotetico lettore avrebbe dovuto possedere una cultura ed una sottigliezza non comuni per destreggiarsi fra i tanti tranelli predisposti da un'opera variegata e sfuggente, che gioca a dissimularsi fin dal titolo, Paralipomeni della Batracomiomachia, come la fatica singolare e démodée di un erudito bislacco o di un filologo verboso.
Paralipomeni della Batracomiomachia, ovvero «continuazione della guerra tra le rane e i topi», se traduciamo quei grecismi tecnici e pomposi che suonavano all'epoca non meno volutamente inattuali di come sono risuonati alle orecchie novecentesche altri titoli, quali Hermaphrodito, Hilarotragoedia o Sinagoga degli iconoclasti (rispettivamente di Alberto Savinio, Giorgio Manganelli e Juan Rodolfo Wilcock). Dunque continuazione di un apocrifo burlesco, quella parodia animalesca dell'Iliade che qualche letterato dell'età ellenistica compose per attribuirla falsamente ad Omero, e che si chiude sulla rovinosa disfatta dei topi, sbaragliati dal mostruoso esercito dei granchi, inviato da Giove in soccorso delle rane messe a rischio di estinzione dalla sconfitta. Questo sequel si apre senza prologhi o preamboli sulla vorticosa fuga dei topi, paragonata non senza malizia a quella dell'esercito papalino davanti ai francesi repubblicani, del 1797, e a quella dei liberali belgi di fronte ai monarchici olandesi (Lovanio, 12 agosto 1831). Un narratore dalle molte facce, propenso alle parentesi, agli interventi più diversi ed alle digressioni, un poco come Tristram Shandy ed un poco come gli autori dei cantari e dei poemi cavallereschi, racconta poi le peripezie dei topi vinti.  Tutto teso a conseguire inediti effetti di alternanza tonale, avvicenda registri comici, lirici, eroici, grotteschi, sublimi e tragici, saccheggiando il repertorio lessicale e tematico della tradizione letteraria antica e moderna, con una spiccata propensione per i classici dell'epica, i cicli cavallereschi, gli Animali parlanti (poema satirico allora molto celebre del settecentesco abate Casti), ma anche per i Canti, le Operette morali, i Pensieri (e l'ancora ignoto Zibaldone) del suo alter ego Giacomo Leopardi. A più riprese sostiene di attingere il materiale per le sue ottave da antichissime pergamene (non diversamente da Pulci, Boiardo o Ariosto ma anche dall'autore dei Promessi sposi), che sul più bello finiranno però col rivelarsi irreparabilmente monche.

Dato che dobbiamo arrivare rapidamente all'inferno, non ci serve ripercorrere qui in dettaglio le peripezie dei topi. Basti dire che, morto in battaglia l'antico re, si riorganizzano in una monarchia costituzionale, trattano un'ambigua pace coi granchi, mettono in atto una serie di riforme liberali (c. I-IV). Poi, nonostante l'inatteso diktat degli inaffidabili vincitori, si rifiiutano di abrogarle e di ripristinare l'ordinamento politico di diritto divino, scendono in campo contro i granchi ma fuggono immediatamente, abbandonando il loro capitano ad una morte eroica (c. V), e lasciando così che la loro capitale, Topaia, venga occupata dal nemico e l'intero stato sia di fatto sottoposto al governo autoritario e tirannico dell'emissario di Senzacapo XIX, sovrano dei retrogradi crostacei. Se il nostro ipotetico lettore avesse potuto unire alla curiosità, alla cultura e all'acume una certa informazione sulla storia recente degli stati italiani, forse avrebbe saputo riconoscere, dietro le silhouettes comiche ed irreali di granchi e topi, una caustica rappresentazione satirica degli austriaci assolutisti e dei patrioti liberali italiani. Avrebbe così indovinato, in quelle avventure eroicomiche, una libera e impietosa reinvenzione in chiave di parodia (che oggi diremmo fantapolitica) dei moti liberali che nel 1820-'21 e nel 1830-'31 tentarono senza fortuna di ribaltare, in varie zone della penisola, l'artificioso e retrivo ordinamento politico e statuale imposto dalla Restaurazione.

A un certo punto però la trama del poemetto prende una piega inaspettata, e dalla satira eroicomica della storia recente vira repentina verso il fantastico, non quello perturbante e demonico che in Hoffmann, Eichendorff e in tanto Romanticismo d'oltralpe affronta i buchi neri dell'io, ma quella doppia sospensione dell'incredulità, tra meraviglioso e fiabesco, proposta al lettore da scrittori come Luciano, Ovidio, Ariosto o Voltaire, e che nel '900 sarà tipica di un sottile lettore di Leopardi come Italo Calvino. Leccafondi, nobile «filotopo» dall'ingenuo fervore progressista, viene esiliato dai reggitori reazionari di Topaia, che lo proiettano così, fuori dalla parodia storica, in uno spazio estraneo ed irreale, sospeso tra la fiaba e il mito. Sorpreso da una bufera che quasi lo uccide, il topo trova rifugio nel meraviglioso palazzo di un bizzarro personaggio, Dedalo (c. VI), unico uomo in quell'universo animalesco, coltissimo ed avventuroso misantropo, che per aiutarlo gli offre di condurlo a visitare l'aldilà degli animali (c. VII). Nelle sue parole, ironicamente chiosate dal sarcastico ed incredulo narratore, riconosciamo tutte le contraddizioni e i paralogismi che lo spiritualismo manifesta agli occhi impietosi di un illuminista radicale. Il lettore inizia a subodorare che quest'aldilà non è retto da credenze religiose o metafisiche ma è piuttosto un luogo fantastico, una costruzione paradossale e demistificatrice che punta a disgregare ogni credenza in una vita ultraterrena. Ma Leccafondi non dubita, almeno lui: così potrà interrogare i morti, come gli eroi dell'epica, e trarne suggerimenti ed auspici utili a rovesciare l'intollerabile dominio dei granchi. Eccolo indossare le ali posticce approntate da Dedalo (che non è, ci assicura sornione il narratore, quello del labirinto, padre del disgraziato Icaro) e spiccare il volo.

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