Riccardo Bonavita
Morte, materia, riso:
l'inferno secondo Leopardi
Se nell'autunno del
1842 un parigino curioso, o attento a
non farsi sfuggire libri pericolosi ed
eretici che non potevano essere pubblicati
in Italia, fosse entrato al numero 3 del
Quai Malaquais nella «Libreria europea»
gestita dall'editore Baudry, avrebbe forse
potuto sfogliare una delle rarissime copie
di un'opera degna di figurare, magari
a fianco di alcune autobiografie d'arcangeli,
nei vertiginosi scaffali della Biblioteca
di Babele. Si tratta di un breve poema
eroicomico a cui un materialista convinto
e conseguente come il conte Giacomo Leopardi
aveva consegnato, tra l'altro, la sua
disincantata e paradossale rappresentazione
burlesca dell'inferno. Ma l'ipotetico
lettore avrebbe dovuto possedere una cultura
ed una sottigliezza non comuni per destreggiarsi
fra i tanti tranelli predisposti da un'opera
variegata e sfuggente, che gioca a dissimularsi
fin dal titolo, Paralipomeni della
Batracomiomachia, come la fatica singolare
e démodée di un erudito
bislacco o di un filologo verboso.
Paralipomeni della
Batracomiomachia, ovvero «continuazione
della guerra tra le rane e i topi»,
se traduciamo quei grecismi tecnici e
pomposi che suonavano all'epoca non meno
volutamente inattuali di come sono risuonati
alle orecchie novecentesche altri titoli,
quali Hermaphrodito, Hilarotragoedia
o Sinagoga degli iconoclasti (rispettivamente
di Alberto Savinio, Giorgio Manganelli
e Juan Rodolfo Wilcock). Dunque continuazione
di un apocrifo burlesco, quella parodia
animalesca dell'Iliade che qualche letterato
dell'età ellenistica compose per
attribuirla falsamente ad Omero, e che
si chiude sulla rovinosa disfatta dei
topi, sbaragliati dal mostruoso esercito
dei granchi, inviato da Giove in soccorso
delle rane messe a rischio di estinzione
dalla sconfitta. Questo sequel
si apre senza prologhi o preamboli sulla
vorticosa fuga dei topi, paragonata non
senza malizia a quella dell'esercito papalino
davanti ai francesi repubblicani, del
1797, e a quella dei liberali belgi di
fronte ai monarchici olandesi (Lovanio,
12 agosto 1831). Un narratore dalle molte
facce, propenso alle parentesi, agli interventi
più diversi ed alle digressioni,
un poco come Tristram Shandy ed un poco
come gli autori dei cantari e dei poemi
cavallereschi, racconta poi le peripezie
dei topi vinti. Tutto teso a conseguire
inediti effetti di alternanza tonale,
avvicenda registri comici, lirici, eroici,
grotteschi, sublimi e tragici, saccheggiando
il repertorio lessicale e tematico della
tradizione letteraria antica e moderna,
con una spiccata propensione per i classici
dell'epica, i cicli cavallereschi, gli
Animali parlanti (poema satirico
allora molto celebre del settecentesco
abate Casti), ma anche per i Canti,
le Operette morali, i Pensieri
(e l'ancora ignoto Zibaldone) del
suo alter ego Giacomo Leopardi.
A più riprese sostiene di attingere
il materiale per le sue ottave da antichissime
pergamene (non diversamente da Pulci,
Boiardo o Ariosto ma anche dall'autore
dei Promessi sposi), che sul più
bello finiranno però col rivelarsi
irreparabilmente monche.
Dato che dobbiamo
arrivare rapidamente all'inferno, non
ci serve ripercorrere qui in dettaglio
le peripezie dei topi. Basti dire che,
morto in battaglia l'antico re, si riorganizzano
in una monarchia costituzionale, trattano
un'ambigua pace coi granchi, mettono in
atto una serie di riforme liberali (c.
I-IV). Poi, nonostante l'inatteso diktat
degli inaffidabili vincitori, si rifiiutano
di abrogarle e di ripristinare l'ordinamento
politico di diritto divino, scendono in
campo contro i granchi ma fuggono immediatamente,
abbandonando il loro capitano ad una morte
eroica (c. V), e lasciando così
che la loro capitale, Topaia, venga occupata
dal nemico e l'intero stato sia di fatto
sottoposto al governo autoritario e tirannico
dell'emissario di Senzacapo XIX, sovrano
dei retrogradi crostacei. Se il nostro
ipotetico lettore avesse potuto unire
alla curiosità, alla cultura e
all'acume una certa informazione sulla
storia recente degli stati italiani, forse
avrebbe saputo riconoscere, dietro le
silhouettes comiche ed irreali
di granchi e topi, una caustica rappresentazione
satirica degli austriaci assolutisti e
dei patrioti liberali italiani. Avrebbe
così indovinato, in quelle avventure
eroicomiche, una libera e impietosa reinvenzione
in chiave di parodia (che oggi diremmo
fantapolitica) dei moti liberali che nel
1820-'21 e nel 1830-'31 tentarono senza
fortuna di ribaltare, in varie zone della
penisola, l'artificioso e retrivo ordinamento
politico e statuale imposto dalla Restaurazione.
A un certo punto però
la trama del poemetto prende una piega
inaspettata, e dalla satira eroicomica
della storia recente vira repentina verso
il fantastico, non quello perturbante
e demonico che in Hoffmann, Eichendorff
e in tanto Romanticismo d'oltralpe affronta
i buchi neri dell'io, ma quella doppia
sospensione dell'incredulità, tra
meraviglioso e fiabesco, proposta al lettore
da scrittori come Luciano, Ovidio, Ariosto
o Voltaire, e che nel '900 sarà
tipica di un sottile lettore di Leopardi
come Italo Calvino. Leccafondi, nobile
«filotopo» dall'ingenuo fervore
progressista, viene esiliato dai reggitori
reazionari di Topaia, che lo proiettano
così, fuori dalla parodia storica,
in uno spazio estraneo ed irreale, sospeso
tra la fiaba e il mito. Sorpreso da una
bufera che quasi lo uccide, il topo trova
rifugio nel meraviglioso palazzo di un
bizzarro personaggio, Dedalo (c. VI),
unico uomo in quell'universo animalesco,
coltissimo ed avventuroso misantropo,
che per aiutarlo gli offre di condurlo
a visitare l'aldilà degli animali
(c. VII). Nelle sue parole, ironicamente
chiosate dal sarcastico ed incredulo narratore,
riconosciamo tutte le contraddizioni e
i paralogismi che lo spiritualismo manifesta
agli occhi impietosi di un illuminista
radicale. Il lettore inizia a subodorare
che quest'aldilà non è retto
da credenze religiose o metafisiche ma
è piuttosto un luogo fantastico,
una costruzione paradossale e demistificatrice
che punta a disgregare ogni credenza in
una vita ultraterrena. Ma Leccafondi non
dubita, almeno lui: così potrà
interrogare i morti, come gli eroi dell'epica,
e trarne suggerimenti ed auspici utili
a rovesciare l'intollerabile dominio dei
granchi. Eccolo indossare le ali posticce
approntate da Dedalo (che non è,
ci assicura sornione il narratore, quello
del labirinto, padre del disgraziato Icaro)
e spiccare il volo.