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Riccardo Bonavita
Morte, materia, riso:
l'inferno secondo Leopardi
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Così d'ali ambedue vestito il dosso,
su pe' terrazzi del romito ostello
il novo carco in pria tentato e scosso,
preser le vie che proprie ebbe l'uccello.
Parea Dedalo appunto un uccel grosso,
l'altro al suo lato appunto un pipistrello;
volàr per tratto immenso ed infiniti
vider gioghi dall'alto e mari e liti.
Volando verso Occidente,
luogo del tramonto, simbolo della morte,
all'uomo e al topo si aprono i paesaggi
ora sereni ora tremendi di una remota infanzia
del mondo: i monumenti delle antiche civiltà
orientali, la torre di Babele, le tremende
eruzioni che crearono la penisola italica,
Atlantide tutta popolata di dinosauri. Sorvolano
infine un oceano sterminato (il Pacifico?)
dove iniziano a scorgere la loro meta che,
come vedremo, appare decisamente simile
alla «montagna, bruna/ per la distanza»
scorta prima del naufragio dall'Ulisse di
Dante, ma è frequentata da un popolo
d'anime piuttosto diverso:
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Nel mezzo della lucida pianura
/
videro un segno d'una macchia bruna, /
qual pare a riguardar, ma meno oscura /
questa o quell'ombra in su l'argentea luna.
[...]
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Altissima in sul mar da tutti
i lati
quest'isola sorgea con tali sponde,
e scogli intorno a lor sì dirupati,
e voragini tante e sì profonde
ove con tal furor, con tai latrati
davano e sparse rimbalzavan l'onde,
che di pure appressarsi a quella stanza
mai notator né legno ebbe speranza.
[...]
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Girava il monte più
di cento miglia /
e per tutto il suo giro alle radici /
eran bocche diverse a maraviglia /
di grandezza tra lor ma non d'uffici. /
Degli estinti animali ogni famiglia /
dalle balene ai piccoli lombrici, /
alle pulci, agl'insetti onde ogni umore
/
han pieno altri animai dentro e di fuore,
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microscopici o in tutto anche
nascosti
all'occhio uman quanto si voglia armato
ha quivi la sua bocca. E son disposti
quei fori sì che de' maggiori allato
i minori per ordine son posti.
Della maggior balena e smisurato
è il primo, e
digradando a mano a mano
l'occhio s'aguzza in su gli estremi invano.
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Porte son questi d'altrettanti
inferni /
che ad altrettanti generi di bruti /
son ricetti durabili ed eterni /
dell'anime che i corpi hanno perduti. /
Quivi però da tutti i lidi esterni
/
venian radendo l'aria intenti e muti /
spirti d'ogni maniera, e quella bocca /
prendea ciascun ch'alla sua specie tocca.
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Cervi, bufali, scimmie, orsi
e cavalli,
ostriche, seppie, muggini ed ombrine,
oche, struzzi, pavoni e pappagalli,
vipere e bacherozzi e chioccioline,
forme affollate per gli aerei calli
empiean del tetro loco ogni confine,
volando, perché il volo anche è
virtude
propria dell'alme di lor membra ignude.
Dopo la reinvenzione
e la parodia delle rappresentazioni tradizionali
dell'aldilà, ecco affacciarsi l'ironia
sui pregiudizi -religiosi e no- che riservano
all'uomo un posto speciale nell'universo
dei morti così come in quello dei
viventi:
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[...]
Vuole alcun che le umane
alme disciolte
in un di questi inferni anco sien chiuse,
posto là come gli altri in quella
sede
che la grandezza in ordine richiede.
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E che Virgilio e tutti quei
che diero
all'uman seme un eremo in disparte
favoleggiasser seguitando Omero,
e lo stil proprio de' poeti e l'arte,
essendo del mortal genere in vero
più feconda che l'uom la maggior
parte.
Io di questo per me non mi frammetto:
però l'istoria a seguitar m'affretto.

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