Riccardo Bonavita

Morte, materia, riso: l'inferno secondo Leopardi

          Se nell'autunno del 1842 un parigino curioso, o attento a non farsi sfuggire libri pericolosi ed eretici che non potevano essere pubblicati in Italia, fosse entrato al numero 3 del Quai Malaquais nella «Libreria europea» gestita dall'editore Baudry, avrebbe forse potuto sfogliare una delle rarissime copie di un'opera degna di figurare, magari a fianco di alcune autobiografie d'arcangeli, nei vertiginosi scaffali della Biblioteca di Babele. Si tratta di un breve poema eroicomico a cui un materialista convinto e conseguente come il conte Giacomo Leopardi aveva consegnato, tra l'altro, la sua disincantata e paradossale rappresentazione burlesca dell'inferno. Ma l'ipotetico lettore avrebbe dovuto possedere una cultura ed una sottigliezza non comuni per destreggiarsi fra i tanti tranelli predisposti da un'opera variegata e sfuggente, che gioca a dissimularsi fin dal titolo, Paralipomeni della Batracomiomachia, come la fatica singolare e démodée di un erudito bislacco o di un filologo verboso.

          Paralipomeni della Batracomiomachia, ovvero «continuazione della guerra tra le rane e i topi», se traduciamo quei grecismi tecnici e pomposi che suonavano all'epoca non meno volutamente inattuali di come sono risuonati alle orecchie novecentesche altri titoli, quali Hermaphrodito, Hilarotragoedia o Sinagoga degli iconoclasti (rispettivamente di Alberto Savinio, Giorgio Manganelli e Juan Rodolfo Wilcock). Dunque continuazione di un apocrifo burlesco, quella parodia animalesca dell'Iliade che qualche letterato dell'età ellenistica compose per attribuirla falsamente ad Omero, e che si chiude sulla rovinosa disfatta dei topi, sbaragliati dal mostruoso esercito dei granchi, inviato da Giove in soccorso delle rane messe a rischio di estinzione dalla sconfitta. Questo sequel si apre senza prologhi o preamboli sulla vorticosa fuga dei topi, paragonata non senza malizia a quella dell'esercito papalino davanti ai francesi repubblicani, del 1797, e a quella dei liberali belgi di fronte ai monarchici olandesi (Lovanio, 12 agosto 1831). Un narratore dalle molte facce, propenso alle parentesi, agli interventi più diversi ed alle digressioni, un poco come Tristram Shandy ed un poco come gli autori dei cantari e dei poemi cavallereschi, racconta poi le peripezie dei topi vinti.  Tutto teso a conseguire inediti effetti di alternanza tonale, avvicenda registri comici, lirici, eroici, grotteschi, sublimi e tragici, saccheggiando il repertorio lessicale e tematico della tradizione letteraria antica e moderna, con una spiccata propensione per i classici dell'epica, i cicli cavallereschi, gli Animali parlanti (poema satirico allora molto celebre del settecentesco abate Casti), ma anche per i Canti, le Operette morali, i Pensieri (e l'ancora ignoto Zibaldone) del suo alter ego Giacomo Leopardi. A più riprese sostiene di attingere il materiale per le sue ottave da antichissime pergamene (non diversamente da Pulci, Boiardo o Ariosto ma anche dall'autore dei Promessi sposi), che sul più bello finiranno però col rivelarsi irreparabilmente monche.

          Dato che dobbiamo arrivare rapidamente all'inferno, non ci serve ripercorrere qui in dettaglio le peripezie dei topi. Basti dire che, morto in battaglia l'antico re, si riorganizzano in una monarchia costituzionale, trattano un'ambigua pace coi granchi, mettono in atto una serie di riforme liberali (c. I-IV). Poi, nonostante l'inatteso diktat degli inaffidabili vincitori, si rifiiutano di abrogarle e di ripristinare l'ordinamento politico di diritto divino, scendono in campo contro i granchi ma fuggono immediatamente, abbandonando il loro capitano ad una morte eroica (c. V), e lasciando così che la loro capitale, Topaia, venga occupata dal nemico e l'intero stato sia di fatto sottoposto al governo autoritario e tirannico dell'emissario di Senzacapo XIX, sovrano dei retrogradi crostacei. Se il nostro ipotetico lettore avesse potuto unire alla curiosità, alla cultura e all'acume una certa informazione sulla storia recente degli stati italiani, forse avrebbe saputo riconoscere, dietro le silhouettes comiche ed irreali di granchi e topi, una caustica rappresentazione satirica degli austriaci assolutisti e dei patrioti liberali italiani. Avrebbe così indovinato, in quelle avventure eroicomiche, una libera e impietosa reinvenzione in chiave di parodia (che oggi diremmo fantapolitica) dei moti liberali che nel 1820-'21 e nel 1830-'31 tentarono senza fortuna di ribaltare, in varie zone della penisola, l'artificioso e retrivo ordinamento politico e statuale imposto dalla Restaurazione.

          A un certo punto però la trama del poemetto prende una piega inaspettata, e dalla satira eroicomica della storia recente vira repentina verso il fantastico, non quello perturbante e demonico che in Hoffmann, Eichendorff e in tanto Romanticismo d'oltralpe affronta i buchi neri dell'io, ma quella doppia sospensione dell'incredulità, tra meraviglioso e fiabesco, proposta al lettore da scrittori come Luciano, Ovidio, Ariosto o Voltaire, e che nel '900 sarà tipica di un sottile lettore di Leopardi come Italo Calvino. Leccafondi, nobile «filotopo» dall'ingenuo fervore progressista, viene esiliato dai reggitori reazionari di Topaia, che lo proiettano così, fuori dalla parodia storica, in uno spazio estraneo ed irreale, sospeso tra la fiaba e il mito. Sorpreso da una bufera che quasi lo uccide, il topo trova rifugio nel meraviglioso palazzo di un bizzarro personaggio, Dedalo (c. VI), unico uomo in quell'universo animalesco, coltissimo ed avventuroso misantropo, che per aiutarlo gli offre di condurlo a visitare l'aldilà degli animali (c. VII). Nelle sue parole, ironicamente chiosate dal sarcastico ed incredulo narratore, riconosciamo tutte le contraddizioni e i paralogismi che lo spiritualismo manifesta agli occhi impietosi di un illuminista radicale. Il lettore inizia a subodorare che quest'aldilà non è retto da credenze religiose o metafisiche ma è piuttosto un luogo fantastico, una costruzione paradossale e demistificatrice che punta a disgregare ogni credenza in una vita ultraterrena. Ma Leccafondi non dubita, almeno lui: così potrà interrogare i morti, come gli eroi dell'epica, e trarne suggerimenti ed auspici utili a rovesciare l'intollerabile dominio dei granchi. Eccolo indossare le ali posticce approntate da Dedalo (che non è, ci assicura sornione il narratore, quello del labirinto, padre del disgraziato Icaro) e spiccare il volo (per gentile concessione dell'editore possiamo riprodurre qui il testo e il commento dei Paralipomeni a cura di Marco A. Bazzocchi e Riccardo Bonavita, Roma, Carocci, 2002):

24

Così d'ali ambedue vestito il dosso,

su pe' terrazzi del romito ostello

il novo carco in pria tentato e scosso,

preser le vie che proprie ebbe l'uccello.

Parea Dedalo appunto un uccel grosso,

l'altro al suo lato appunto un pipistrello;

volàr per tratto immenso ed infiniti

vider gioghi dall'alto e mari e liti.

 

          Volando verso Occidente, luogo del tramonto, simbolo della morte, all'uomo e al topo si aprono i paesaggi ora sereni ora tremendi di una remota infanzia del mondo: i monumenti delle antiche civiltà orientali, la torre di Babele, le tremende eruzioni che crearono la penisola italica, Atlantide tutta popolata di dinosauri. Sorvolano infine un oceano sterminato (il Pacifico?) dove iniziano a scorgere la loro meta che, come vedremo, appare decisamente simile alla «montagna, bruna/ per la distanza» scorta prima del naufragio dall'Ulisse di Dante, ma è frequentata da un popolo d'anime piuttosto diverso:

38

Nel mezzo della lucida pianura

videro un segno d'una macchia bruna,

qual pare a riguardar, ma meno oscura

questa o quell'ombra in su l'argentea luna.

[...]

40

Altissima in sul mar da tutti i lati

quest'isola sorgea con tali sponde,

e scogli intorno a lor sì dirupati,

e voragini tante e sì profonde

ove con tal furor, con tai latrati

davano e sparse rimbalzavan l'onde,

che di pure appressarsi a quella stanza

mai notator né legno ebbe speranza.

[...]

44

Girava il monte più di cento miglia

e per tutto il suo giro alle radici

eran bocche diverse a maraviglia

di grandezza tra lor ma non d'uffici.

Degli estinti animali ogni famiglia

dalle balene ai piccoli lombrici,

alle pulci, agl'insetti onde ogni umore

han pieno altri animai dentro e di fuore,

45

microscopici o in tutto anche nascosti

all'occhio uman quanto si voglia armato

ha quivi la sua bocca. E son disposti

quei fori sì che de' maggiori allato

i minori per ordine son posti.

Della maggior balena e smisurato

è il primo, e digradando a mano a mano

l'occhio s'aguzza in su gli estremi invano.

46

Porte son questi d'altrettanti inferni

che ad altrettanti generi di bruti

son ricetti durabili ed eterni

dell'anime che i corpi hanno perduti.

Quivi però da tutti i lidi esterni

venian radendo l'aria intenti e muti

spirti d'ogni maniera, e quella bocca

prendea ciascun ch'alla sua specie tocca.

47

Cervi, bufali, scimmie, orsi e cavalli,

ostriche, seppie, muggini ed ombrine,

oche, struzzi, pavoni e pappagalli,

vipere e bacherozzi e chioccioline,

forme affollate per gli aerei calli

empiean del tetro loco ogni confine,

volando, perché il volo anche è virtude

propria dell'alme di lor membra ignude.

          Dopo la reinvenzione e la parodia delle rappresentazioni tradizionali dell'aldilà, ecco affacciarsi l'ironia sui pregiudizi -religiosi e no- che riservano all'uomo un posto speciale nell'universo dei morti così come in quello dei viventi:

50

[...]

Vuole alcun che le umane alme disciolte

in un di questi inferni anco sien chiuse,

posto là come gli altri in quella sede

che la grandezza in ordine richiede.

51

E che Virgilio e tutti quei che diero

all'uman seme un eremo in disparte

favoleggiasser seguitando Omero,

e lo stil proprio de' poeti e l'arte,

essendo del mortal genere in vero

più feconda che l'uom la maggior parte.

Io di questo per me non mi frammetto:

però l'istoria a seguitar m'affretto.

          Ma in realtà il nostro invadente narratore non ha alcuna fretta di seguire le peripezie del suo protagonista: gli piace troppo cogliere qualsiasi occasione per farsi beffe delle idées reçues, e inizia l'ultimo canto, l'ottavo, chiedendosi perché mai i morti (o meglio, il loro «spirto immortal») dovrebbero trovarsi sottoterra come i corpi dei sepolti. Comunque, seppure con qualche difficoltà, Dedalo convince Leccafondi a scendere nell'aldilà dei topi. Ecco il conte progressista, spaurito e tremolante come Cassandrino (popolare marionetta romana) iniziare la sua discesa a degli inferi che appaiono come il doppio negativo di quelli tradizionali, continuamente evocati quasi solo per essere sottoposti ad un incessante, corrosivo rovesciamento:

7

Tacito discendeva in compagnia

di molte larve i sotterranei fondi.

Senza precipitar quivi la via

mena ai più ciechi abissi e più profondi.

Can Cerbero latrar non vi s'udia,

sferze fischiar né rettili iracondi,

non si vedevan barche e non paludi,

né spiriti aspettar sull'erba ignudi.

8

Senza custode alcuno era l'entrata

ed aperta la via perpetuamente,

che da persone vive esser tentata

la non può mai che malagevolmente,

e per l'uso de' morti apparecchiata

fu dal principio suo naturalmente,

onde non è ragion farvisi altrui

ostacolo al calar ne' regni bui.

9

E dell'uscir di là nessun desio

provano i morti, se ben hanno il come;

che spiccato che fu de' topi l'io,

non si rappicca alle corporee some,

e ritornando dall'eterno obblio,

sanno ben che rizzar farian le chiome;

e fuggiti da ognuno e maledetti

sarian per giunta da' parenti stretti.

10

Premii né pene non trovò nel regno

de' morti il conte, ovver di ciò non danno

le sue storie antichissime alcun segno.

E maraviglia in questo a me non fanno,

che i morti aver quel ch'alla vita è degno,

piacere eterno ovvero eterno affanno,

tacque, anzi mai non seppe, a dire il vero,

non che il prisco Israele, il dotto Omero.

          Non seguiremo il nostro polemico narratore nell'ennesima digressione filosofica, dove punzecchia quanti difendono l'esistenza dell'aldilà sulla base di un fantomatico «consenso universale» intorno alla vita ultraterrena, comune agli antichi e ai selvaggi (che in realtà non sanno «nell'orba fantasia/ la morte immaginar che cosa sia», st. 15, vv. 7-8). Noi non possiamo esitare troppo a lungo sulla soglia estrema. Ci attende l'ultima sequenza di questa discesa agli inferi, il momento decisivo in cui si possono ottenere dagli scomparsi profezie e rivelazioni sulle verità ultime:

16

Son laggiù nel profondo immense file

di seggi ove non può lima o scarpello,

seggono i morti in ciaschedun sedile

con le mani appoggiate a un bastoncello,

confusi insiem l'ignobile e il gentile

come di mano in man gli ebbe l'avello.

Poi ch'una fila è piena, immantinente

da più novi occupata è la seguente.

17

Nessun guarda il vicino o gli fa motto.

Se visto avete mai qualche pittura

di quelle usate farsi innanzi a Giotto,

o statua antica in qualche sepoltura

gotica, come dice il volgo indotto,

di quelle che a mirar fanno paura,

con le facce allungate e sonnolenti

e l'altre membra pendule e cadenti,

18

pensate che tal forma han per l'appunto

l'anime colaggiù nell'altro mondo,

e tali le trovò poi che fu giunto

il topo nostro eroe nel più profondo.

Tremato sempre avea fino a quel punto

per la discesa, il ver non vi nascondo,

ma come vide quel funereo coro

per poco non restò morto con loro.

19

Forse con tal, non già con tanto orrore

visto avete in sua carne ed in suoi panni

Federico secondo imperatore

in Palermo giacer da secent'anni

senza naso né labbra, e di colore

quale il tempo può far con lunghi danni,

ma col brando alla cinta e incoronato,

e con l'imago della terra allato.

Le anime dei topi antichi e moderni, sgretolate dalla morte e dal tempo, proprio come se la loro metafisica esistenza spirituale fosse sottoposta alle stesse leggi atroci ed inflessibili che governano la materia fisica, nulla sanno di ciò che è avvenuto tra i vivi dopo la loro dipartita. Occorre quindi metterle al corrente di ogni dettaglio, prima di rivolgere loro la domanda decisiva: la vergogna e il dolore in cui è caduto il popolo dei topi saranno spazzati via dai numerosi alleati stranieri collezionati dal buon liberale Leccafondi?

24

Non è l'estinto un animal risivo,

anzi negata gli è per legge eterna

la virtù per la quale è dato al vivo

che una sciocchezza insolita discerna,

sfogar con un sonoro e convulsivo

atto un prurito della parte interna.

Però, del conte la dimanda udita,

non risero i passati all'altra vita.

25

Ma primamente allor su per la notte

perpetua si diffuse un suon giocondo,

che di secolo in secolo alle grotte

più remote pervenne insino al fondo.

I destini tremàr non forse rotte

fosser le leggi imposte all'altro mondo,

e non potente l'accigliato Eliso,

udito il conte, a ritenere il riso.

          Difficile per Leccafondi mantenere l'aplomb quando tutte le generazioni che lo hanno preceduto sulla terra si sforzano per non sganasciarsi dalle risa alla sua domanda. Difficile anche per noi non sentirci messi in causa, con tutte le nostre illusioni e speranze, da questa colossale non-risata che si affaccia sull'universo dei vivi dal cuore del nulla. Ma il piccolo topo non può sottrarsi all'obbligo di chiedere ancora, non, come prima, una profezia rassicurante, ma almeno una qualche indicazione sulla condotta da tenere. Dalle anime corrose esce una voce torbida e impura, come quella di un vecchio liuto arrugginito, e gli suggerisce di seguire «in pensieri in opre ed in parole» ciò che gli avrebbe mostrato il generale Assaggiatore. 

30

Era questi un guerrier canuto e prode

che per senno e virtù pregiato e culto

d'un vano perigliar la vana lode

fuggia, vivendo a più potere occulto,

trattar le ciance come cose sode

a genti di cervel non bene adulto

lasciando, e sotto non superbo tetto

schifando del servaggio il grave aspetto.

L'oracolo, elusivo ed enigmatico, è pronunciato. Resta la figura del generale, personaggio schivo e disilluso, che non accetta però di piegarsi all'oppressione: un alter ego di Leopardi? Privi come siamo di una risposta sicura, negataci anche dal narratore sornione, che troncherà il poemetto proprio quando Assaggiatore sarà sul punto di rispondere alle assillanti domande di Leccafondi, altro non ci resta che volar via con quest'ultimo dalle tenebre infernali:

34

Riviver parve al semivivo, uscito

che fu del buio a riveder le stelle.

Era notte e splendean per l'infinito

ocean le volubili facelle,

leggermente quel mar che non ha lito

sferzavan l'aure fuggitive e snelle,

e s'andava a quel suono accompagnando

il rombo che color facean volando.

      Pochi anni prima il protagonista di un poema più celebre e decisivo per la cultura occidentale, Faust, aveva affrontato la sua discesa agli inferi, offrendoci una versione moderna, tutta giocata sul registro sublime, della nekuia omerica. Coll'aiuto decisivo del demonio il famoso mago si reca nelle profondità della terra per incontrare le Madri, raffigurate da Goethe, per bocca di Mefistofele, come le custodi arcane di tutte le forme possibili, ad incarnare l'archetipo della verità ultima del divenire. Anche questa, compiuta dal ridicolo topolino progressista, è una nekuia moderna, una discesa alle Madri, ma all'insegna di una modernità diversa e alla scoperta di un'altra verità ultima, quella dell'essere. Una modernità diversa perché nell'optare per il poema Leopardi sceglie di puntare su una forma morta da tempo, per sottolineare, tra manierismo ironico e parodia, la dimensione inattuale della narrazione in versi e della poesia stessa, e mescolare continuamente le carte del sublime e del grottesco, del comico e del tragico. Una verità altra perché ciò che si rivela, nell'incontro coi morti, non è come nel Faust la regola segreta di ogni accadere, la matrice arcana di tutte le forme, ma è la struttura materiale dell'essere e il suo destino di annientamento completo.Leccafondi, colle sue comiche paure e i suoi grotteschi rossori nascosti dal pelame, giunge alla scoperta della completa materialità dell'esistenza universale. Non lo attendono (non ci attendono) anime immortali o forme che continuano a mutare nelle infinite combinazioni dei possibili, ma l'annientamento completo, il nulla: anime morte nel senso pieno del termine, "anime" putrefatte, che non possono elargire nessuna profezia, nessuna rivelazione, se non una colossale risata trattenuta a fatica. Questa è la loro rivelazione, la rivelazione che la morte è uno sterminato sghignazzo trattenuto sulle nostre illusioni e sulle speranze nell'aldilà, che la nostra vita è fatta di materia e si consuma per intero nel breve spazio di tempo che ci è concesso, e che il nostro destino e la nostra dignità resta nelle nostre mani, dipende da noi, dalle nostre scelte individuali, come sa testimoniare il dignitoso comportamento del generale Assaggiatore. Ma soprattutto, avremo appreso a ridere di tutto, anche della nostra fragile consistenza, del nostro illuderci. La morte e il riso si toccano: dissoluzione di ciò che è materiale la prima, dissoluzione di tutto ciò che è spirituale il secondo. Per questo il riso non teme di affrontare nemmeno la dissoluzione assoluta, gioca a metterla in scena, e così a mettere in causa pure lei, senza arrendersi neppure di fronte alla propria estrema insensatezza. Come annotava Leopardi nel suo Zibaldone il 17 dicembre del 1823: «Tutto è degno di riso fuorchè il ridersi di tutto».

NOTE

Canto VII

24. 1: il dosso: il dorso, la schiena. 2: su pe' terrazzi…ostello: sui terrazzi della abitazione solitaria;Cfr. a Silvia, v. 19 «D'in su i veroni del paterno ostello», con un doppio movimento che traduce «veroni» nel più prosastico «terrazzi» ma cambia il dimesso «paterno» «nel prezioso e favolistico «romito»» (Cellerino). 3: il novo…scosso: dopo aver anzitutto provato, scuotendolo, l'insolito carico (cioè le ali). 4: le vie…l'uccello: le vie che furono riservate agli uccelli, cioè quelle dell'aria. 7-8: volàr…liti: volarono per una distanza immensa e videro dall'alto infiniti monti, mari e rive; diversamente dal solito, qui la descrizione comico-realistica (ai vv. 5-6) precede una chiusa lirica, dove due aggettivi «vaghi», tipici del lessico idillico come «immenso» e «infiniti» (intensificato dall'inarcatura) dilatano lo spazio evocando le sensazioni del volo, immagine di libertà, leggerezza e distanza molto frequente in Leopardi sia in chiave lirica che di satira: cfr. ad es. nelle Operette La scommessa di Prometeo e l'Elogio degli uccelli, e nei Canti i vv. 133-138 del Canto notturno

38. 1: lucida pianura: pianura luminosa; la scintillante superficie del mare, ultima immagine, insieme alla purezza dell'aria (v.5) ed alla luna evocata nella similitudine ai vv. 3-4, della serena vitalità che resta alle spalle dei due pellegrini, nel "crescendo" di tenebre e metafore sepolcrali che accompagnerà il loro appressarsi al regno dei morti. 2: un segno: una traccia; il racconto riproduce la visione soggettiva dei due protagonisti volanti, che iniziano a scorgere da molto lontano le ombre dell'aldilà come una tenue macchia: la sua natura verrà messa a fuoco con crescente precisione mano a mano che le si avvicineranno. 3: qual pare a riguardar: come appare allo sguardo.

40. 3: sì dirupati: così scoscesi. 4: tante: così numerose. 6: davano: si frangevano. 7-8: che di pure…ebbe speranza: che mai nuotatore né legno: classica metonimia per nave sperò anche solo di avvicinarsi a quella stanza: quel luogo; alla cupezza e al disgusto si aggiunge ora tutta l'impressionante violenza di una natura ostile, e tornano toni e temi propri dell'estetica del sublime; quest'isola dei morti, scoscesa e dominata da un monte, sembra una reinvenzione profana di un'altra celebre montagna d'oltretomba, il Purgatorio dantesco: (Inferno, c. XXVI, vv. 133-135) la «montagna, bruna/ per la distanza» (cfr. st. 38, v. 2 «una macchia bruna») «alta tanto/ quanto veduta non avea alcuna» che Ulisse avvista prima del naufragio, e che in Purgatorio, c. I, vv. 130-132 viene detta: «lito diserto,/ che mai non vide navicar sue acque/ omo, che di tornar sia poscia esperto».

44.  1-4: Girava il monte…ma non d'uffici: il monte aveva un diametro di più di cento miglia, e lungo tutta la sua base vi erano imboccature straordinariamente diverse di grandezza, ma non di funzione (perché fanno ognuna da ingresso ad un diverso inferno); nota che bocche (ripetuto in st. 45 v. 3 e st. 46 v. 7) appartiene allo stesso campo metaforico di «inghiotte» di st. 42, v.3. 5: Degli estinti…famiglia: tra gli animali morti, ogni specie; la principale si trova nella stanza successiva, v. 3: «ha quivi la sua bocca».7-8: agl'insetti…e di fuore: agli insetti (la perifrasi chiarirà che si tratta di microbi, un termine coniato solo nel 1878) di cui sono pieni tutti gli umori interni ed esterni degli altri animali; con un rovesciamento satirico della tensione e delle connotazioni inquietanti accumulate nelle ottave precedenti, la narrazione abbandona ora le descrizioni sublimi e l'orrido fantastico per i temi naturalistici e lo stile alto per la precisione della terminologia scientifica, cfr. ad es. il «microscopici» st. 45 v.1, aggettivo rarissimo in poesia (l'unico precedente è Alfieri, Rime, 354, v.2).

45. 1-2: microscopici…armato: microscopici o anche del tutto nascosti all'occhio umano, per quanto attrezzato (di strumenti d'ingrandimento). 3: la sua bocca: la sua imboccatura (cioè l'ingresso al suo aldilà). 3-5: E son disposti…son posti: e quei fori sono disposti in modo tale che a fianco dei più grandi sono posti i più piccoli in ordine (decrescente). 7: digradando: dato che (i fori) rimpiccioliscono. 8: l'occhio…invano: «invano l'occhio si sforza di percepire gli ultimi (piccoli come sono)» (Boldrini).

46. 1: questi: è riferito a «fori» di st. 45 v.4. 2: generi di bruti: specie di animali. 3: ricetti durabili: dimore stabili. 1-4: Porte son…hanno perduti: la satira materialistica dello spiritualismo gioca a prenderlo sul serio e a dargli sostanza, immaginando un aldilà che però ha tutte le caratteristiche della materia, anche se di una materia "di secondo grado", quindi inventando questa montagna - groviera con tanti buchi quante sono le specie animali e immaginando che le anime abbiano le stesse dimensioni dei corpi a cui sono appartenute, e che debbano essere accolte in un luogo fisico. Leopardi sottolinea comicamente le contraddizioni e le assurdità delle credenze in una vita ultraterrena, ma la loro disgregazione prodotta dal riso non diminuisce la tragicità ineluttabile del comune destino di morte. 5: Quivi però…esterni: perciò in questo luogo, da tutte le terre esterne (vale a dire dal mondo dei vivi). 7-8: quella bocca…tocca: e ciascuno entrava in quell'imboccatura che tocca alla sua specie; il tetro silenzio dei morti fa subito seguire la cupa visione della mortalità universale all'intervento del riso demistificante.

47. 1-4: Cervi…chioccioline: l'elenco è una figura tipica della tradizione dei cantari cavallereschi; «tale accumulo verbale svela la natura del luogo, ma in maniera tale da provocare un senso di umorismo nel lettore per la prolissa congerie di associazioni» (Brilli). 5-6: forme affollate…confine: le anime in folla per le vie del cielo riempivano ogni confine del tetro luogo (vale a dire affluivano da ogni lato della montagna a perdita d'occhio); «forme» per anime è termine della filosofia scolastica, già impiegato da Dante, cfr. Inferno, c. XXVII; v. 23 e Purgatorio, c. IX, v. 58. 7-8: perché il volo…ignude: perché anche il volo è una facoltà caratteristica delle anime spogliate dalle loro membra (metonimia per corpi); la chiosa ironicamente asseverativa del narratore deride uno tra i più diffusi luoghi comuni delle rappresentazioni dell'aldilà, e con esso anche le credenze spiritualiste; per «ignude» cfr. st. 18, vv. 2-4 e note.

50. 5: Vuole alcun: qualcuno ritiene; il narratore riprende la maschera dell'erudito che propone ipotesi, fingendo, come vedremo nella stanza successiva, di non sbilanciarsi, e dando spazio in realtà ad una aspra satira dell'antropocentrismo: l'aldilà degli uomini non sarebbe  separato da quello degli animali, una invenzione che detronizza l'uomo rispetto agli altri esseri viventi. 6: anco: anch'esse («le umane alme» del v. 5).

51. 1: E che: dipende da «Vuole alcun» di st. 50, v. 5; diero: diedero, assegnarono. 2: un eremo: una dimora isolata. 3: favoleggiasser…Omero: fantasticassero imitando Omero; perché la nekuia, cioè l'evocazione dei morti compiuta da Ulisse nell'XI canto dell'Odissea è l'archetipo e la fonte di tutti i viaggi nell'aldilà della tradizione letteraria occidentale. 5-6: essendo…la maggior parte: «dato che la maggior parte delle specie animali sono più feconde del genere umano; e non si vede dunque perché ad esso dovrebbe essere stato riservato un destino speciale» (Rigoni). Io…non mi frammetto: io da parte mia non mi intrometto in questa questione; il narratore invade il centro della scena e simula una presa di distanza che, giocando a lasciare ironicamente la questione in sospeso, avanza comunque dubbi radicali sulla centralità dell'uomo nel sistema della natura come nell'aldilà. 8: però…m'affretto: perciò mi affretto a continuare il racconto; il canto si chiude con una intrusione metanarrativa tipica dei cantari e dei poemi cavallereschi, ma la promessa verrà subito elusa, cfr. c. VIII, st. 1.

Canto VIII

7. 1: Tacito: silenzioso. 2: larve: spiriti; i sotterranei fondi: le profondità sotterranee. 3: Senza precipitar: senza precipizi; la discesa non è ripida: lo scarto simbolico tra il mondo dei vivi e quello dei morti è dunque graduale, come l'agonia nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie: «Sappi che il morire, come l'addormentarsi, non si fa in un solo istante, ma per gradi». 4: mena: conduce. 5-8: Can Cerbero…ignudi: con una serie di reiterate negazioni (un procedimento caro a Leopardi, cfr. c. VII, st. 26 e note) vengono via via evocati e smentiti alcuni luoghi comuni della tradizione letteraria sull'aldilà, ricalcando in particolare la discesa agli inferi di Enea nel canto VI dell'Eneide (a cui a sua volta attinse Dante): il cane infernale Cerbero col suo latrare (vv. 417-423 «latratu regna trifauci personat», e Inferno, c. VI, vv. 13-14 «Cerbero [...]/ con tre gole caninamente latra»), il risuonare delle fruste («saeva sonare/ verbera», vv. 571-572), le serpi («torvosque sinistra/ intentat anguis», vv. 572-573) la barca di Caronte, traghettatore di anime (vv. 298-304 e 385-416, Inferno, c. III, vv. 81-120) la palude dello Stige (v. 107 e 557-558) e le anime che attendono la rinascita sui prati dei Campi Elisi, (vv. 679-751); le descrizioni degli inferi topeschi proseguiranno secondo questo procedimento di sottrazione (cfr. st. 8, v.1 e st. 10, vv. 1-2), che, unendo la parodia letteraria alla demistificazione delle credenze religiose sulla vita ultraterrena, evoca il nulla come reale approdo della morte, e prepara la macabra e grottesca allegoria del disfacimento organico delle ottave 16-22.

8. 3-4: che da persone…malagevolmente: dal momento che («l'entrata» del v.1) non può essere tentata se non a fatica da persone vive. 5-6: apparecchiata fu: fu preparata, disposta. 7-8: onde…regni bui: per cui non c'è motivo di creare ostacoli alla discesa nei regni tenebrosi (degli inferi); alle descrizioni in negativo vengono interpolate le considerazioni del narratore, tese a rilevare razionalisticamente, con atteggiamento illuminista, le contraddizioni interne ai luoghi comuni sull'aldilà.

9. 1-4: E dell'uscir…corporee some: e i morti non provano alcun desiderio di uscire di lì (dagli inferi), anche se ne hanno i mezzi; perché l'anima dei topi, una volta separata, non si riattacca ai pesi del corpo; per «l'io», «beffarda citazione del lessico filosofico più à la page dei tempi di Leopardi» (Cellerino), cfr. c. VII, st. 11, v. 6 e nota; sempre Liana Cellerino ha notato che la descrizione dello scindersi dell'anima dal corpo è una autoparodia d'un passo del Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie: «-Morto: Dimmi: lo spirito è forse appiccato al corpo con qualche nervo, o con qualche muscolo o membrana, che di necessità si abbia a rompere quando lo spirito si parte? [...] Perché dunque sentirà spiccarsi all'uscirne, o vogliamo dire proverà una sensazione veementissima?». 5-8. e ritornando…parenti stretti:   e (le anime morte) sanno bene che se tornassero dall'eterno oblio farebbero rizzare i capelli (ai vivi per il terrore) e sarebbero evitati da tutti e per di più maledetti dai parenti stretti; alle precedenti considerazioni razionalistiche aggiungono una nota di viva comicità gli inconvenienti che tengono le anime morte lontane dai vivi: la paura dei fantasmi rappresentata concretamente nei suoi effetti fisici (cfr. st. 5, vv. 7-8 e note) e soprattutto la maliziosa allusione al disappunto dei «parenti stretti» che maledirebbero il ritorno dei congiunti (probabilmente perché ne vedrebbero sfumare l'eredità).   

10. 1: Premii né pene non trovò: qui la negazione investe uno dei dogmi principali del cristianesimo come della maggior parte delle religioni, trasferendo così nell'invenzione fantastica uno dei temi più diffusi nelle polemiche antireligiose di   illuministi materialisti come d'Holbach, e violando un tabù della cultura ufficiale della Restaurazione.2-3: ovver di ciò…alcun segno: o perlomeno le storie antichissime su di lui non ne fanno alcun cenno; il narratore riprende ironicamente distanza indossando la maschera dell'erudito che si limita ad indagare e riferire antiche leggende. 4-8: E maraviglia…il dotto Omero: e sotto questo aspetto non mi stupiscono, dato che, non solo l'antico Israele (cioè gli scritti biblici), ma anche il dotto Omero non disse, anzi, per dire la verità, non seppe mai, che i morti ottenessero qualcosa di adeguato alla (loro) vita (cioè quello che si erano meritati in vita): piacere eterno o eterno dolore; il narratore abbandona repentinamente la distanza ironica per affacciarsi direttamente in prima persona ad introdurre una nuova digressione filosofica condotta ripercorrendo i motivi e lo stile della polemica illuminista contro i pregiudizi; Perona Alessandrone ha notato che Leopardi riprende qui, «rovesciandone le conclusioni spiritualiste» alcune argomentazioni svolte da Benjamin Constant nel saggio De la Religion considérée dans sa source, ses formes et ses développements, l. VII, cap. IX: «Toutes les fables qui font entrer la morale dans la vie future, les juges, les tribunaux, les arrêts portés contre les ombres, pour des fautes qui ont précédé leur descente dans le sombre empire, sont postérieurs aux temps homériques».

16. 1: Son laggiù…immense file: con un brusco stacco la narrazione riprende e, quasi a contrasto colla chiusa dell'ottava precedente, cerca di «immaginar che cosa sia» la morte, proponendone una rappresentazione fantastica: una sorta di macabra e grottesca allegoria del disfacimento organico e del totale annientamento dell'individuo, aperta da quelle parole evocative («profondo», «immense») che se nei Canti suggeriscono piacevoli sensazioni indefinite qui designano invece l'immensità terrificante dell'annientamento; secondo Savarese nell'immaginare questa massa inerte di morti Leopardi ha tenuto presente un passo dei Sepolcri di Pindemonte dove viene descritta la cripta dei Cappuccini presso Palermo (vv. 126-136) «spaziose, oscure/ stanze sotterra, ove in lor nicchie, come/ simulacri diritti, intorno vanno/ corpi d'anima voti, e con que' panni/ tuttora, in cui l'aura spirar fur visti;/ sovra i muscoli morti e su la pelle/ così l'arte sudò, così caccionne/ fuori ogni umor, che le sembianze antiche,/ non che le carni lor, serbano i volti/ dopo cent'anni e più: Morte li guarda,/ e in tema par d'aver fallito i colpi.», ma se le salme in Pindemonte vengono trasfigurate poeticamente e risparmiate dalla consunzione, il lucido e tragico materialismo di Leopardi non risparmia queste anime-cadaveri dalla dissoluzione fisica: cfr. st. 17-19 e note. 2: ove non può…scarpello: su cui non ha potere la lima o lo scalpello; i sedili dei morti sono di un materiale indistruttibile, quasi a suggerire, come cantano le mummie di Federico Ruysch, che la morte è «sola nel mondo eterna». 5: l'ignobile e il gentile: il non nobile e il nobile; l'uguaglianza profonda di tutti gli esseri di fronte alla morte è un motivo topico, dai Dialoghi dei morti di Luciano al Dialogo sopra la nobiltà di Parini, ma, dopo le polemiche antimonarchiche del canto III (cfr. st. 40-43 e note) assume anche qualche valenza democratica; 6: come…l'avello: nell'ordine in cui via via li ha accolti la tomba. 7: immantinente: subito. 8: novi: (morti) recenti.

17. 1: gli fa motto: gli rivolge la parola; la frase lapidaria intensifica l'indifferenza e il silenzio dei morti, designati con una duplice negazione (cfr. supra st. 7, vv. 5-8 e nota): la morte viene materialisticamente caratterizzata come un totale prosciugarsi della vitalità, come nel Coro di morti nello studio di Federico Ruysch, vv. 6-13: «Profonda notte/ nella confusa mente/ il pensier grave oscura; alla speme, al desio, l'arido spirto/ lena mancar si sente:/ così d'affanno e di temenza è sciolto,/ e l'età vote e lente/ senza tedio consuma». 3. di quelle…innanzi a Giotto: di quelle che si era soliti fare prima di Giotto. 5: gotica…indotto: «con lo stile gotico, infatti, i goti non hanno niente a vedere, perciò indotto: ignorante il volgo che chiamava gotico cotesto stile» (Allodoli); ma non è da escludersi che vi sia anche una frecciata contro la rivalutazione romantica del Medioevo che aveva prodotto in tutta Europa, specie in Inghilterra e Germania, un revival dell'architettura e dell'arte gotica (e cfr. c. I, st. 38 e note). 6: a mirar: a guardarle. 7-8: con le facce…cadenti: come scrisse scandalizzato il sacerdote consultore dell'Indice dei libri proibiti: «passa quindi il Leopardi a descrivere le anime dell'inferno, come fosser corpi di sepolti»; la satira straniante di Leopardi gioca colle credenze spiritualiste fingendo di prenderle sul serio (ecco dunque un aldilà, e delle anime di trapassati) ma le stravolge radicalmente in senso antiantropocentrico (e quindi l'aldilà accoglie le anime di tutti gli animali, cfr. c. VII, st. 44-48 e note) e conferisce macabra consistenza "materiale" agli spiriti eterni: la loro "eternità" è quella della materia in disfacimento e la loro "esistenza" dopo la morte è come quella delle mummie di Ruysch: «per rappresentare il non-esser-più dei morti, il Leopardi presta ad essi una sorta di "esistenza minima", allucinata: migliore della vita, perché esente dal dolore e anche dalla noia [...] ma pur sempre del tutto lontana dalla felicità, che presupporrebbe appunto una vita intensa, e che quindi, se non si ha da vivi, non si ha nemmeno quando si è sprofondati nel nulla» (Timpanaro).

18. 3-4: e tali…nel più profondo: e con quell'aspetto le trovò il topo nostro eroe dopo che fu arrivato nel (punto) più profondo (dell'aldilà); 7: funereo coro: schiera funerea; poiché «coro» è termine tradizionalmente impiegato per indicare la schiera dei beati che cantano le lodi di Dio (cfr. ad es. Dante, Paradiso, c. XXVII; v. 17, Tasso, Gerusalemme Liberata, c. I, st. 2, v. 3), il suo uso per indicare queste mummie mute appare particolarmente sarcastico. 5-8: Tremato sempre…con loro: finita la descrizione che dà concretezza fantastica all'orrore inimmaginabile della morte, il racconto riprende, con uno scarto sdrammatizzante verso l'eroicomico, sulla paura dell'«eroe» (cfr. st. 5-6 e note) e con una chiusa paradossale che avvicina la reazione di Leccafondi a quella di Ruysch: «Diamine! Chi ha insegnato la musica a questi morti, che cantano di mezza notte come galli? In verità che io sudo freddo, e per poco non sono più morto di loro»; questa tendenza a giustapporre una ilarità demistificante alla cupa e grandiosa visione dell'annientamento universale è frutto della concezione leopardiana del riso come una corrosiva reazione all'insensatezza del tutto, cfr. Zibaldone, 3990 «Tutto è degno di riso fuorchè il ridersi di tutto»: qui si ride della morte.

19. Forse con tal…orrore: forse con un orrore simile, ma non così profondo. 3: Federico secondo. Federico II di Svevia (1194-1250), imperatore del Sacro Romano Impero, la cui salma, tumulata nel Duomo di Palermo, era stata riesumata nel 1781. 5-6: senza naso…danni: le immagini macabre di questo volto corroso e annerito dal tempo, come quelle delle precedenti ottave, richiamano l'uso provocatorio dell'orrido in Sopra il ritratto di una bella donna, ad es. ai vv. 7-19: «or fango/ ed ossa sei: la vista/ vituperosa e trista un sasso asconde», e forse riecheggiano la più lugubre tra le Visioni di Alessandro Varano, la XI, Della vanità della bellezza terrena. Per la morte d'Amennira, vv. 128-131: «Giacea dal tempo nel suo morder forte/ l'estinta spoglia avidamente rosa:/ fitti i rai spenti entro l'occhiaie smorte,/ guaste le labbra» (Brilli). 7-8: ma col brando…allato: ma con la spada alla cintola e incoronato, e con l'immagine della terra di fianco; i simboli della regalità dimostrano la loro ridicola insensatezza di fronte al disfacimento livellatore della morte; il topos della vanità delle cose terrene viene ripreso per satireggiare il potere monarchico e l'antropocentrismo: la riproduzione del globo terrestre richiama infatti lo scettro del re topo «nella cui punta il mondo era ritratto» (cfr. c. IV, st. 26, vv. 6-8 e note), e ne arricchisce la funzione straniante e demistificatrice, virando la comica satira delle ambizioni topesche verso la grottesca e macabra consunzione di quelle umane: «della teologia imperiale dello Hohenstaufen resta solo una mummia devastata e mutila, superbamente adornata del corredo di una tangibile potenza» (Brilli).

24. 1: l'estinto: il morto; un animal risivo: un essere propenso a (o capace di) ridere; è una variazione parodica della celebre definizione aristotelica dell'uomo come animale razionale, già presente nell'Elogio degli uccelli: «pensarono alcuni che siccome l'uomo è definito per animale intellettivo o razionale, potesse non meno sufficientemente essere definito per animale risibile». 3: virtù: facoltà. 5-6: sfogar…interna: sfogare con un gesto sonoro e convulso un prurito interiore; una perifrasi straniante designa l'atto del ridere mediante la descrizione dei suoi meccanismi fisiologici; il riso si rivela così come l'atto di critica più radicalmente materialista: è la sgangherata reazione liberatoria e disgregatrice del corpo di fronte ad assurdità dello spirito, come la «sciocchezza insolita» di Lecafondi (giudizio che copre errori politici e illusioni filosofiche dell'ottimista topo liberale); per trovare una analoga descrizione del riso e del suo potere occorrerà attendere il saggio di Baudelaire sulla Essenza del riso. 7: Però: perciò. 8: all'altra vita: l'espressione suona ironica, considerata la tetra non-vita di queste anime mummificate. 

25. 1: primamente: per la prima volta. 3-4: che di secolo…alle grotte: «che giunse successivamente, dai morti più recenti ai più antichi, sino al fondo (delle grotte più lontane)» (Rigoni); i morti sono infatti disposti in file che rispecchiano l'epoca del loro arrivo (cfr. st. 16). 5-6: I destini…mondo: i destini temettero che le leggi imposte all'aldilà venissero infrante; viene usato il costrutto latino dei verbi che esprimono timore; è un eco parodico di Dante, Purgatorio, c. I, v. 46: «Son le leggi d'abisso così rotte?» (Consoli). 7-8: e non potente…il riso: e che l'accigliato, tetro Eliso: regno dei morti non (fosse) in grado di trattenere le risate, dopo aver sentito il conte (Leccafondi); nel codice letterario classicista l'Eliso è il regno dei morti per antonomasia: i Greci situavano infatti nei Campi Elisi le anime degli eroi e dei giusti premiati con una immortale felicità. «Risata funerea che risponde non tanto alla domanda ingenua del conte sulla possibilità che Topaia sia liberata con l'aiuto dello straniero [...] quanto [...] ad ogni ingenuo fervore attivistico umano, ad ogni impegno nella "retorica" delle illusioni progressiste a base spiritualista» (Binni), il quasi - riso generalizzato introduce una radicale alterità, uno stacco assoluto tra chi ha il disperato coraggio di abbandonarsi a questa demistificazione universale e chi resta attaccato alle illusioni; la risata a stento tenuta a freno dai morti, che simboleggiano anche l'abissale distacco da qualsiasi aspirazione umana, è insomma il principale equivalente fantastico della celebre frase dello Zibaldone: «Terribile ed awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire» (Zibaldone, 4391, 23 sett. 1828, ma cfr. anche tra i Pensieri il n. LXXVIII).

30. 1: Era questi: inizia la descrizione della figura di Assaggiatore, che si prolungherà per tutta l'ottava successiva; non vengono dati indizi che ci permettano di stabilire se faccia ancora parte del discorso dei morti o rappresenti piuttosto una intromissione esplicativa del narratore. 2: pregiato e culto: stimato e venerato; l'endiadi è l'ultima di una serie («canuto e prode» v.1, caratteristiche materiali a cui corrispondono parallelamente le rispettive qualità astratte «senno e virtù» v.2) in un discorso retoricamente elaborato, ricco di simmetrie. 3-4: d'un vano perigliar…occulto: evitava le inutili lodi di inutili pericoli, vivendo il più possibile appartato; la polemica è diretta contro il finto eroismo parolaio dei topi - liberali nel quale Leopardi satireggia probabilmente il patriottismo congiurativo dei suoi anni (cfr. c. V, st. 31-34 e c. VI, st. 15-20); la ripetizione, che continua il gusto dei parallelismi ai vv. 1-2, «sottolinea la condanna morale» (Boldrini).  5: trattar le ciance…sode: trattare le chiacchiere come cose concrete; la frase, retta da «lasciando» del v. 7, è una chiara allusione parodica a Dante, Purgatorio, XXI, v. 136: «trattando l'ombre come cosa salda» (Brilli). 7-8: sotto non superbo…il grave aspetto: evitando con schifo, in una casa modesta, la grave: pesante, intollerabile vista (aspetto) della servitù; dunque Assaggiatore vive appartato (v.4) per non vedere l'insopportabile spettacolo dell'asservimento della sua patria ai granchi - reazionari.

34. 1. riviver…semivivo: la figura etimologica riviver-semivivo enfatizza il distacco dal mondo dei morti. 1-2: uscito…a riveder le stelle: cfr. Dante, Inferno, XXXIV, v. 139 «e quindi uscimmo a riveder le stelle»: il calco del celeberrimo emistichio finale della prima cantica dantesca chiude con un ammicco ironico a uno dei grandi modelli appena parodiati la sequenza "infernale" ed introduce una prima nota luminosa che si espanderà nella breve parentesi lirica. 3-6: Era notte…snelle: la serenità di questo notturno idillico illuminato dalle stelle, accresciuta dal contrasto col «cieco/ vel di nebbia» di st. 33, vv. 5-6, viene evocata con termini cari al registro lirico dei Canti come «splendean» (cfr. A Silvia, v.3, Le ricordanze, v. 154) e «infinito», amplificato dall'inarcatura. 4: volubili: perché le stelle percorrono la volta celeste con un moto circolare; facelle: piccole fiaccole, fiammelle, questa medesima metafora, che nell'evocare la luminosità delle stelle mette in relazione il familiare con il lontano, viene impiegata anche nel Canto notturno d'un pastore errante, v. 86 «a che tante facelle?». 5: che non ha lito: che non ha sponde, cioè limiti, confini. 6: fuggitive e snelle: fuggenti e veloci, cfr. Luigi Tansillo, Il podere, «già il mormorar si sente/ quasi dell'acque fuggitive e snelle».