Inferni
Metropolitani
Intervista
a Francesco Guccini
di Nicola
Bonazzi
Via Libia, via Palmieri, via Paolo
Fabbri...la “mitica” via Paolo Fabbri. Eccomi arrivato. Prima di suonare
ricapitolo mentalmente le domande che mi sono ripromesso di fare. Non voglio
che mi trovi impreparato. La leggenda ci ha consegnato l’immagine di un artista
impegnato e indignato, sempre in lotta con i luoghi comuni e le sopraffazioni
del potere, un cantautore che ha collocato il proprio lavoro dentro i rischiosi
percorsi della dialettica giusto-ingiusto, bene-male. E’ per questo, credo, che
Francesco Guccini merita più di altri il diritto di essere intervistato sul
tema “inferni”. Nel frattempo ha aperto la porta: i modi cortesi contraddicono
subito la leggenda di cui sopra. Mi conduce in uno studio ricolmo di libri e
carte, come si conviene a chi un tempo, si è definito “burattinaio di parole”.
Cominciamo.
D.: Direi che un buon modo per
cominciare è chiederle della situazione presente, che, a dispetto di tanti
oroscopi che davano il nuovo millennio come epoca di pace e serenità, ci ha
fatto balenare davanti l’inferno della guerra. Ho letto recentemente che lei
avrebbe deciso di cestinare delle canzoni dopo l’11 settembre.
R.: Canzoni non ne avevo. Avevo qualche idea e
queste idee non mi sembravano aderenti al panorama che avevamo intorno. Non è
che scelgo dei temi necessariamente legati ai tempi che viviamo, però, sì,
questa volta sono rimasto bloccato. Aspetto un po’ per vedere, per fare un po’
di pulizia, di bilancio…
D.: Questo riporta a una concezione etica
dell’artista.
R.: Deve esserci una veste etica. Adesso vedo un
panorama della musica leggera in cui quello che era stato un po’ la peculiarità
di certi cantautori - oltre a me parlo di De André, Vecchioni, De Gregori - è
andata smarrita. Questa dimensione etica nella maggior parte dei giovani è sottaciuta
, siamo tornati alla canzoncina, che non vuole essere necessariamente
dispregiativo, ma insomma c'è un ritorno alla canzone per la canzone. Di solito
il tema è l’amore, o altre frivolezze. Intendiamoci: l’amore non è un tema da
poco, ma c’è modo e modo e modo di scrivere canzoni d’amore. Jacques Brel
scrive certe canzoni d’amore e questi cantautori ne scrivono altre. La canzone
come momento di riflessione, come modo per dire quello che uno pensa su un
personaggio, un argomento, un fatto si è un po' persa.
D.: Tornando alla guerra, pensavo al titolo di
una sua canzone, dell'album Guccini: Schomér ma-mi-llailah...
R.: Significa: sentinella a che punto è la notte.
C'è anche la risposta: la notte sta per passare, ma il mattino deve ancora
arrivare. E' un riferimento biblico, un verso di Isaia. Mi ha colpito perché di
solito Isaia è un profeta che maledice, che insulta, mentre qui ha
un’improvvisa apertura umana. Pone cioè per me quella che è la condizione
dell’uomo: le risposte non ci sono, bisogna domandare, bisogna interrogare.
D.: La condizione dell’uomo inserito in una
storia di cui non sembra vedere mai la luce.
R.: Sicuramente: vedere la luce credo che sia
impossibile. Le risposte non ci sono. Certo qualcuno le ha, qualcuno che crede
fermamente in qualche divinità o che so io...Pensiamo solo al grande conflitto
ideologico dell'Occidente: da una parte il marxismo e dall’altra il
cristianesimo. L'uno e l'altro però fornivano le proprie risposte. Se le
promesse fossero state mantenute...beh, allora sì...si sarebbe realizzata la
famosa età dell’oro, ma non è stato così, e ora finalmente la gente che non
crede né in una cosa né nell’altra sa che le risposte non ci sono. Penso che
sia fondamentale continuare a interrogarsi.
D.: Sempre a proposito di inferni della storia,
mi vengono in mente altre sue canzoni come Auschwitz o Lager
R.: Quelli sono inferni veri, inferni sulla
terra. Ieri sono stato al funerale di un mio amico (c’è un periodo in cui si va
solo ai matrimoni, un altro in cui si va solo ai funerali…), così assisto a
questo rito funebre con gesti che a un non credente possono sembrare anche
folklorici, tutto sommato: la benedizione con l’acqua, la dispersione
dell'incenso...Questo mio amico naturalmente non era credente, ma era una
buonissima persona e ieri mi chiedevo: se per caso esistesse un inferno
cristiano, lui sarebbe destinato a questo? Mi viene in mente un’obiezione che
mi faceva un amico qualche tempo fa: come può Dio, nella sua grande bontà,
permettere una punizione di questo genere? Perciò credo che l’inferno vero sia
sulla terra: l’inferno di Auschwitz, l’inferno della tortura, del carcere dei
non garantiti. Che dire poi delle condizioni di vita del sud del mondo? Noi ci
vantiamo di avere una vita media molto più lunga di quella di un antico romano,
ma in fondo ci sono milioni di persone che hanno ancora quella media di vita.
D.: Esiste poi un altro tipo di inferno: quello
della quotidianità, una quotidianità infestata dalla televisione e da falsi
profeti. In Addio, l'ultima canzone
dell'ultimo album, c’è un atto d’accusa molto esplicito.
R.: Il discorso è leggermente diverso, perché si
tratta di un inferno che molto spesso la gente subisce senza accorgersene. E
gli inferni di questo tipo sono molti. Penso per esempio anche alle vacanze obbligate:
negli anni ’40, dopo la guerra, pochi potevano permettersi di andare in vacanza
e magari andavano qui vicino, nell’Appennino...tra l'altro ora, con la paura di
volare seguita all'11 settembre, è tornato di moda... ma fino a qualche tempo
fa la gente si sentiva obbligata ad affrontare delle fatiche disumane per poter
dire “sono stato in vacanza”. E poi gli aeroporti sono scomodi, gli aerei sono
scomodi, ritardi, file, valigie che si perdono, tutto di corsa …se lo facessero
per lavoro sarebbe una protesta continua, invece lo affrontano con uno spirito
di sacrificio encomiabile. E questa è una delle condizioni del nostro mondo
attuale. Per non parlare dell'inferno del traffico: spesso capito per lavoro a
Milano, vado in tangenziale e ogni giorno ci trovo un ingorgo! Un ingorgo al
giorno! Se penso a uno che tutti i giorni deve andare al posto di lavoro... E
poi i telefonini, con cui uno viene raggiunto continuamente! Ho preso un treno
da Firenze a Bologna recentemente e telefonavano tutti. Mi domando: quando non
c’era il telefonino cosa faceva la gente? Io peraltro il telefonino non ce
l'ho…Sono tutti inferni che la gente si autoimpone…E i governi che parlano solo
di PIL: cioè bisogna consumare, ma per consumare bisogna lavorare… un circolo
vizioso. Qualche tempo fa parlavo con degli amici americani e mi raccontavano
la loro situazione: là sono indebitati dall'Università fino alla pensione,
perché l’Università costa moltissimo, la vita costa moltissimo, bisogna fare
l’ipoteca per la casa, l’ipoteca per mandare il figlio all’università, perciò
si lavora continuamente col terrore di essere licenziati perché se sei
licenziato sei veramente sul lastrico.
D.: Sempre a proposito di America…come è cambiato
il suo rapporto con gli Stati Uniti?
R.: E’ un rapporto cambiato tanti anni fa. La mia
generazione è stata molto influenzata dall’America; io poi ho avuto gli
Americani su a Pavana in tempo di guerra. E in quegli anni ci lasciarono le
loro cose straordinarie. Io bambino di allora ricordo la Coca -Cola, i pancakes.
Dopo la guerra sono arrivati i film, la letteratura, la musica, ci vestivamo
con i Jeans, le T-shirt…Poi sono stato in America nel ’70 e lì ho avuto la
prima schiarita, mi sono accorto che non era quella che pensavo...Tra l'altro
dal 1965, per vent'anni, ho insegnato italiano in un istituto americano qui a
Bologna: dopo vent’anni di insegnamento ho smesso perché non li sopportavo più.
Non sopportavo, e non sopporto, le loro ipocrisie. Basta leggere fra le righe
di tanti film, ricorre sempre una frase: «Vuoi parlarne?». Ma che significa?
Adesso poi ho notato che nei film fumano soltanto i personaggi negativi. Ho
lasciato molto tempo fa questo sogno adolescenziale.
R.: Sì, per molti aspetti sì…
D.: Ricordo un suo vecchio fumetto scritto per
Bonvi, Storie dallo spazio profondo: la città di New York era chiamata
Mega York ed era un luogo sovraffollato, abitato da gente completamente
alienata.
R.: La china è quella. Chissà, io forse sono
retrivo da questo punto di vista...
D.: In Addio
lei parla di “saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria”. Ora
Dante non significa necessariamente inferno…
R.: E' vero però che imparavano soprattutto l’Inferno
perché era la cantica più immediata, per così dire. Adesso onestamente non
conosco giovani che sappiano Dante. Io li ricordo i vecchi della montagna
quando si spostavano dall’ Appennino e andavano in Maremma, e in Sardegna,
soprattutto, per fare il carbone di legna. Partivano attorno al giorno dei
Santi o dei Morti e tornavano a primavera avanzata, quando riprendeva il lavoro
qua. Intanto toglievano una bocca dalla famiglia e guadagnavano un po’ di
soldi. Ricordo le capanne che si costruivano per vivere questi mesi
praticamente alla macchia: erano capanne con un letto che chiamavano rapazzòla, che era poi un giaciglio di
frasche. Per mesi mangiavano solo polenta e formaggio sardo: facevano due
polente al giorno che diventavano tre quando le giornate si allungavano; tre
perché lavoravano di più. Polenta e acqua di fonte. E nella loro sacca
mettevano, oltre a due o tre maglie e due o tre paia di scarpe, un Orlando
Furioso o un Inferno di Dante. Lo leggevano e rileggevano e dopo un po’ lo
sapevano a memoria. Li cantavano addirittura.
D.: Li cantavano?
R.: Sì, su un modulo fisso, che era sempre quello
dell’ottava rima. E li ho sentiti discutere se era meglio l’Orlando furioso o
la Gerusalemme Liberata.
D.: Ora la cultura orale si è persa.
R.: Sicuramente. Molti mi dicono che ho una
memoria di ferro, ma è perché ho partecipato di quella cultura, dove i vecchi
si tramandavano le cose a memoria. Una volta un’anziana signora mi recitò
quaranta ottave scritte da un suo cugino. Oh, quaranta ottave!
D.: E la cultura orale si ritrova molto nella sua
opera: parlo dei dischi, ma anche dei romanzi.
R.: L'oralità fa parte del mio bagaglio
culturale. L'oralità del racconto che si fa all'osteria, che si fa con gli
amici.
D.: A proposito di osteria, giusto per tornare al
tema di partenza: ricordo un brano di un suo vecchio disco, Opera buffa, dove
c'era un Lucifero un po' dispettoso. Si chiamava Genesi, se non ricordo male.
R.: Sì. sì, quello che c'è nel disco è un quinto
di quello che facevo dal vivo, nel disco hanno tagliato, e c'è questo Lucifero
che è una presenza maliziosa più che maligna, è un rompiballe, e c'è la figura
di Dio che questo vecchietto iroso. Era un brano che facevo all'osteria delle
Dame. C'era un dialogo continuo col pubblico, con alcune battute che ormai
francamente trovo obsolete.
D.: Era un Lucifero che trovo molto vicino a
certa cultura padana, nutrita anche di oralità, come si diceva prima. Mi viene
in mente il Baldus di Folengo, con l'eroe principale che finisce all'inferno,
ma è un inferno un po' da ridere.
R.: In realtà bisogna distinguere. La cultura
nordica è più gotica, tutto sommato, quindi più cupa. Però è vero che, almeno
ai miei tempi, l'inferno non veniva vissuto con terrore. Onestamente non
ricordo che i miei vecchi mi abbiano mai parlato dell'inferno o della paura
dell'inferno. Era più una specie di superstizione, c'era un senso di magico,
più che di religioso. Per esempio, quando durante un temporale estivo si
sentiva suonare, qualche zia, o mia nonna, diceva: "Senti, è il diavolo
che tira le ciabatte dietro a sua moglie perché gli ha fatto i necci troppo cotti".
D.: I necci?
R.: I necci sono delle cialde di farina di castagne. Si trattava insomma di un diavolo brontolone; sposato, tra l'altro. E poi ci sono le storie del diavolo burlato. Per esempio il diavolo decide di costruire un ponte. Sfida un prete dicendogli che lui è in grado di costruirlo in una sola notte e che rapirà l'anima del primo che ci passerà sopra. E il prete, quando il diavolo ha finito l'opera, si apposta per far passare un cane. Riesce a beffare il diavolo. Tuttavia, non ostante queste storie, i montanari costruivano sempre delle edicole con una madonnina, ai trivi o presso un ponte.
D.: Restava la superstizione.
R.: Eh, beh, col diavolo non si sa mai...
L'intervista è finita. Guccini si accende una sigaretta e dice: “Anche questo è un inferno. Non l'inferno della droga, per carità, ma insomma, è un vizio e in quanto tale ha a che fare con Lucifero”. Sulle scale mi sorprende una vecchia stampa che reclamizza i bagni di Porretta Terme. Porretta sta proprio sotto Pavana. Io, per averne conosciuti parecchi, esprimo il mio apprezzamento per i porrettani. Li trovo più cordiali di tanti altri. Dico che forse è una caratteristica di chi abita in provincia. Guccini coglie la palla al balzo: "E' perché hanno meno vizi". Allora capisco che è proprio la città con i suoi ritmi assurdi, il suo traffico, la sua gente incollata alla televisione e desiderosa di farsi una vacanza per il solo gusto di farla, uno degli inferni che più devono irritare questo cantautore-letterato. E' per aver vissuto l'infanzia a Pavana che Guccini è così "apocalittico" e così poco "integrato". Via Paolo Fabbri è una strada silenziosa e tranquilla. Poco più il là, anche la paciosa Bologna apre le sue fauci di cemento, allestisce il suo quotidiano circo di apparenza e inganni. E mentre mi allontano in direzione inferno, penso che il vero paradiso è quella che uno sa costruirsi col coraggio delle proprie scelte:
Io dico addio
alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati,
ai ceroni e ai parrucchini per signore,
alle lampade e tinture degli eterni non
invecchiati ,
a questo orizzonte di affaristi ed imbroglioni
fatto di nebbia, pieno di sembrare,
ricolmo di nani, ballerine e canzoni,
di lotterie, l'unica fede in cui sperare.
(Francesco Guccini, Addio, 1999)