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Gianni D'Elia
L'Itagliana commedia
Le terzine di Gianni
D'Elia, dantesche nel piglio e nell'invettiva,
pasoliniane nello sdegno morale e politico,
ci ricordano l'infernale quotidiano di un
Italia (anzi Itaglia) mercanteggiata e senza
memoria, omologata e appiattita sul teatrino
del potere dalla trista parola "audiovisiva".
Eppure il poeta non rinuncia al diritto
di stupirsi, di sdegnarsi, di "gridare"
il canto del reale come senso stesso del
vivere. Ringraziamo Gianni D'Elia che, anche
per GriseldaOnLine, ci porta innanzi la
sua voce appassionata, tesa, sempre rinnovata
e sempre rigorosa: una letteratura come
etica del vivere civile che propriamente
ci ha guidato fin dall'inizio della nostra
intrapresa (g.m.a.).
L'Itagliana commedia
A Alberto Bertoni
(
)
Così, tra sé
e sé, la voce andava,
e, dicendo nel vento, s'assommava:
"Dico l'Italia di questi anni vili
al tempo del secondo Cavaliere,
che la vita e la scena rende ostili
Tutto il peggio del privato itagliano
ora è nel pubblico
delle alte sfere,
ed è il "mi consenta" che
noi patiamo
Siamo tornati al tempo dei signori
che si prendono le cose, col
potere
acquisito col mercato del linguaggio
Per loro, la democrazia è aggiottaggio,
il 25 Aprile il giorno di
San Marco,
l'antifascismo e il vero, un solo oltraggio
E sentiamo di viver la commedia
della Città Partita,
un Medioevo
Nuovo, con Porta a Porta da congrega
Ecco il girone del Potere Nero,
il Gran Pavone, il Picchione,
il Padano,
gente che del peggio ha fatto il suo impero
Oggi, l'inferno è audiovisivo, gastro-
quotidiano, lo sappiamo, tra
un pasto
e l'altro, nel duale occidentale,
dove Sistema e Terrore la mano
si danno, economia, guerra
e confessione,
teologia politica del danno umano
Ahi, vita, che sarai sempre la vita,
mia vita del più antico
e pigro andare,
vita stupita da ogni più banale
cosa, che all'occhio del pensiero appare
Poi che banale cosa, in sé,
mai non è
sublime o infame, al tessere e al filare
Quel filo, ch'è il cantare del reale"
(Aprile 2002)

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