Salvatore Jemma
da
Decisioni
Plenilunio di novembre
28 - 36
28.
Quando si
prende la strada dalle
torri, verso i viali, a sera
nel traffico più intenso
guardando la linea a passo d'uomo
che macchine, dalla parte alta
all'altra, congiungono nel fondo
e si esce da quella, oltre il ponte;
allora si cammina verso il centro
finché la strada si restringe,
al buio
che spira la città; e come
a sera, quando la giornata
è finita, gente dal lavoro
esce di fretta, non si guarda attorno
29.
a dicer
'sipa' tra Savena e Reno
da Mascarella fino a Castagnoli
dai colli al di là;
così l'italia che da quelli scende
dice l'amico e stiamo assieme
dolce città che qui ti volgi
da una strada all'altra sopra
Irnerio, la Porta alle spalle
con Borgo San Pietro sulla destra
dolce città che il vento piega
tra basse colline, sopra la pianura;
così l'autista osserva sull'asfalto
come si solleva (e ne è preso allora
30.
ascolta
parlare chi accompagna
per il centro; e dopo Belle Arti
alza il viso si appoggia allo schienale
ancora la rimira se dai lati
avvampa la città, che tutto l'anno
canta nel suo clang e suona sull'asfalto)
il pioppo che piega le radici
sull'asfalto, quello in verde bianco
altissimo, e fulgente questo
verso la pianura, dove luna sale
che perdura, placa, si disperde
tiene dice ancora e così
noi
poi, fumando, riprese a camminare
31.
e io
con lui (dove la luce prima
della città tenace ricomincia
dalle torri di Kenzo; da quel sito
sul piazzale che macchine ricoprono
in file strette, l'autobus passando
a fianco di quelle, così velocemente
che smuove il lastricato, le fa
tremare o le segna talvolta;
allora si ferma a controllare
l'autista, poi prosegue;
l'oltrepassa la gente, da quel centro
per Stalingrado e, da lì, al ponte
guarda la strada interminatamente
32.
alta la luna
sopra i pioppi
verso la pianura o la Porta e da
quel punto riprende a camminare;
come chi attraversa quella strada
prima aspetta e non sa cosa fare
allora per un attimo si ferma
luce chi gli passa accanto
poi correndo arriva all'altro lato
osserva il rio che scorre sull'asfalto;
così quella città si ferma,
aspetta
la città che si ricopre di luce
dopo la Fiera e dopo i viali)
passato il Guasto, fino a Petroni
33.
e, dopo
Zamboni, arrivammo
fino a Rizzoli che scintilla;
dice l'amico ascolta il cuore
che suona, assieme la sua voce
sempre amore accende, o
cantare come Malipiero suona
e fare un ritornello che ripete
osanna e gloria; la città ripeto
quando brilla come lingue di fuoco
si chiude tra le mura, e quella
alza, dalla riva al fiume
ombre silenti dagli occhi di bragia;
parla e negli occhi ha luce
34.
come
stella (e brusio di pioppi
sale dalla strada, per Rizzoli
per entroterra, sopra la pianura)
che differentemente luce
la città nel buio, e si stende;
rimira il fiume, le case, le colline
che dei corpi fanno ardente fiamma
o sia risplende, e dice: amore
oh, amore mio verrà sicuro
austero, solitario e fiammante
dice ascolta il cuore
oltre le case, dove luna cade
e illumina l'asfalto come
35.
plastica
che il fuoco curva
terribile a vedersi quando
brucia quando da lontano vampa
la città di case bellestanze;
o getta fuori voce
un bel canto intonando, tuttanotte
di pioggia battente sulle case;
che si muove, brilla a Ravegnana
nel buio riverbero dell'acqua
quando scorre, e questa riflette
ogni cosa che passa; così quella
discende il fiume, sotto Riva Reno
dice l'amico, e ascolta il cuore
36.
il movimento
d'ombra scintillante
che dai viali, in piena luce, suona
verso la gobba dei colli o come
macchia scura sopra i pioppi
luce, allinea la pianura
che la scalda, la piega il calore
nel cupo scorrere del Reno
e (spira vento di Bologna
vento che ritorni ancora
o risali con voce più forte
da strada a strada) di quello
accende la città tenace
come splende, luce il pellegrino.
La scelta dell'inferno,
la sua ripetizione
La ragione principale che
mi ha spinto a scrivere, essendo felice
di farlo, sul tema dell'inferno è,
in sé, unica ma divisibile in tre
parti. Unica, poiché mi dà
la possibilità di parlare della
mia poesia attraverso un momento riflessivo
come la parola scritta, e di parlarne
in termini che, normalmente, con parsimonia
ho fatto solo tra amici. Divisibile, poiché
le tre parti sarebbero, oltre al contenuto
stesso della poesia - ed è la prima
parte - anche quella relativa a una riflessione
sul luogo che è bensì fisico,
ma pure assolutamente metafisico o, se
si vuole, utilizzato come metafora di
un viaggio - qualsiasi esso sia - che
ha la materialità dei luoghi, ma
pure (vorrebbe avere) una specie di candore
spirituale. La terza parte dovrebbe essere
la (sotto)traccia che si connette alle
riflessioni di tipo teorico sulle quali
non mi dilungherò più del
necessario, ma che penso meritino qualche
breve accenno.
Spesso la lettura della
mia poesia ha dato un medesimo risultato.
A parte i giudizi, che qui tralascio,
l'elemento messo in rilievo riguardava,
soprattutto, la geografia del viaggio
come fatto, diciamo, descrittivo-topografico:
in questo caso la descrizione di luoghi
di Bologna - una cosa che nella mia poesia
è certamente presente. Nondimeno,
ogni volta che ho sentito o letto questa
affermazione mi sono venute in mente le
parole di Dante, nella sua epistola a
Cangrande, "florentinus natione, non moribus",
tanto da parafrasarle, si parva licet,
con un bononiensis natione, non moribus.
Questo solo per dire che, pur importante,
per me la descrizione di Bologna, nella
poesia che sto scrivendo, è la
parte meno interessante da rilevare. Si
tratterebbe piuttosto, come si diceva
una volta, del pretesto (o pre-testo)
da cui è partita la riflessione
in poesia, la quale cercava (e tuttora
cerca) di avere l'identico centro di ragionamento,
sia che si tratti di una riflessione di
natura politico-sociale, di poetica o
di critica di altre scritture. Dico questo
con molta circospezione, ma pure con molta
convinzione. Con circospezione perché,
alla fine, chi legge ha tutto il diritto,
che non mi sogno minimamente di contestare,
di rilevare ciò che ritiene più
giusto; ma anche con convinzione, poiché,
come per ogni questione, penso che le
chiavi di lettura o di interpretazione
vadano costruite per successivi passaggi
di interpretazioni e letture. Non è
sempre possibile comprendersi (opera e
lettore, ma anche autore e opera) immediatamente.
Queste nove sequenze sono
la parte iniziale del viaggio vero e proprio
(i testi precedenti si aggirano attorno
ai luoghi, forse li ricordano soltanto);
un viaggio che comincia appunto da un
"centro" economico e di affari e va verso
quello che è stato anche un "centro"
sociale e civile. L'inizio del viaggio
infero è supposto, attraverso il
flusso ininterrotto di persone e di macchine,
con la compagnia di tre amici che compaiono
in successione. I luoghi e le strade sono
veri, ma è quasi un espediente
retorico, poiché si fa parlare
una città per azzittire l'io. Si
tratta, inoltre, del luogo che meglio
conosco e che posso descrivere cercando
di superarne la mera fisicità,
quindi trascendendo quei luoghi per mezzo
di una rappresentazione che si vorrebbe
tesa, in tensione continua. Dopotutto,
Bologna è una città medievale
e il suo "centro storico" è fatto
di colori e ombre e luci soffocate (ma
sono così quasi tutte le città
emiliane, penso a Modena e a Reggio Emilia,
tanto per dirne alcune). Per fare un esempio,
queste luci, una volta che abbiano perso
la loro immediata materialità,
servono appunto sia all'evocazione che
alla stratificazione, sul significante,
dei significati. Nella mia poesia Bologna
possiede sia l'infernalità che
le deriva dalle sue luci e dai suoi bui;
ma anche da quelle note che non possiamo
non ricordare attraverso Dante e Pound,
che riguardano il peccato di usura (qui
usato in senso lato, cioè di chi
ricava profitti, oltre ogni misura, dai
bisogni quotidiani delle persone) con
dannazione e relativa pena. Anche se Bologna
non è ovviamente il centro dell'economia
mondiale, ne è un'espressione perfettamente
integrata e in sintonia con quella e i
suoi processi di sviluppo. La mia poesia
non parla di danaro, ma di ciò
che si è perduto attraverso l'inseguimento
di quello. Non quindi del benessere, come
elemento di certezza, ma dell'"eccesso"
come fine unico di vita o valore portante
dell'esistenza. Ciò che si è
perduto è, secondo lo sguardo che
ha composto questa mia poesia, la capacità
di individuarsi, assieme, in una comunità
politica e sociale; non essere più
capaci di ritrovarsi come cittadini, nei
luoghi dove il racconto possiede ancora
le caratteristiche non del ricordo nostalgico
né da celebrare; piuttosto di un
modo attraverso cui le relazioni (e la
socialità) si ricostruiscono.
Il calco vorrebbe essere
su quello di altri viaggi inferi, ma da
questi ricavandone più lo strumento
di riflessione sulle questioni del mondo,
nella speranza che sia ancora possibile
farlo, piuttosto che gli specifici contenuti,
i quali non sarebbero né credibili
né possibili. D'altronde, la socialità
contemporanea sa benissimo immaginare
e vivere un inferno assolutamente mondano
e quotidiano. Questa poesia, quindi, tenta
di rendere Bologna come la rappresentazione
di un viaggio infernale, ma i suoi gironi
sono le strade che si percorrono, in una
specie di circolarità e di ripetizione;
ma sono pure i suoi giorni e le quotidianità
schiacciate nel circolo della frustrata
ripetizione di un giro su se stessa. La
luce, per la sua reiterazione, viene più
invocata che dichiarata. Ma, dopotutto,
è anche una città reale,
che vive l'infernale esistenza come ogni
altra città di ogni angolo del
mondo toccato dalla mercificazione e non.
Infatti, per chi abita l'occidente capitalistico
e opulento, l'inferno è quanto
di meno materiale si possa immaginare,
essendo un inferno all'interno del quale
chi consuma lo fa consumando più
di ogni altro abitante del restante mondo
- sempre che ognuno rimanga ben saldo
nel solco delle regole stabilite; sempre
che non gli capiti un qualche accidente,
magari non ne infili più una "buona"
per un certo periodo, e così esca
dal percorso "virtuoso" che il "mercato"
ha stabilito; sempre che non "dia di matto",
venendo così espulso dal processo
di produzione, e prenda la via dei "margini",
quella che anche nell'occidente opulento
e capitalistico porta diritto all'inferno
materiale. Ma se tutto questo non accade,
normalmente, per questo pugno di piccoli
o meno piccoli privilegiati (materialmente
privilegiati) che noi siamo, si tratta
quasi sempre di un inferno spirituale,
culturale, morale e civile.
Restando su questo piano
e non sapendo cosa poter auspicare per
coloro che soffrono ciò che noi
non soffriamo, se non di poterli
presto invitare a un inferno spirituale
avendo, magari, loro già eliminato
quello materiale; non sapendo che questo,
ecco che possiamo proporci di ragionare
su ciò che si potrebbe o dovrebbe
dire per "capire" che cosa questo inferno
sia per noi occidentali - benedetto o
maledetto, il "nostro" inferno. E questa
sarebbe la parte (sotto) traccia che fa
da "testo base" per le riflessioni sul
mondo e che considero vitali per la scrittura
della mia poesia.
Il nostro inferno è
certamente ben fornito per soddisfare
ogni scelta, ma l'ipermercato del soddisfacimento
- che non è tale solo per l'eccesso
di opulenza, ma più per l'assenza
di contraddizioni, o meglio di contraddizioni
che non siano quelle del mero individuo
- quell'ipermercato, dicevo, contiene
tutto, considera tutto, elabora tutto,
e il contrario di tutto. Ogni scelta da
noi compiuta, anche quella più
dirompente e terribile viene ricompresa,
ricondotta, riposta e riproposta nel grande
circuito del mercato delle merci. Nulla
ha più lo stigma della scelta che
produce il destino. L'indifferenza dei
valori e, poi, l'indifferenza tout court,
sono diventati il segnale giornaliero
- dei giorni (e dei gironi) da cui partiamo
per compiere i giri della nostra vita.
Così questa poesia
tenta di dire che il nostro luogo infero
si colloca dentro il nucleo duro e corazzato
di un individualismo senza pari. Racchiuso
sartrianamente nel proprio "io" irrelato,
ognuno di noi così si consuma.
Questi i fuochi della nostra dannazione.
E questa la nostra perdizione: aver perso
noi stessi per ritrovare solo il nostro
"io"; aver perso le passioni per conquistare
un dolore, senza fine perché racchiuso
dentro noi stessi.
Il tentativo in atto di
questa poesia, non so se riuscito o meno,
è quello di cercare una via di
uscita da tutto questo o, perlomeno, cercare
di prefigurarla. Ma, forse, si tratta
solamente di una complicata seduta di
autocoscienza.