VIAGGIO AGLI IPOGEI
Un futurista all'inferno
Lorenza Miretti
Immaginiamo un giovane
re valoroso in viaggio verso oriente di
notte, su di una barca a vela.
Mettiamo di vederlo
raggiungere un'isola e di seguirlo
finché non si arresti, «attanagliato
alla gola da un singhiozzo straziante
in preda ad un terrore che lo imbavagliava,
violento…», al distinguere
- «nei grandi vuoti tenebrosi che
si aprivano nell'immensa e venerabile
facciata» delle scogliere alte sul
mare che davano «l'illusione di
un tempio» - «due profili
soavissimi» che, «nonostante
la loro nerezza spiccavano, più
intensamente cupi sulle tenebre circostanti,
come scolpiti nella midolla compatta di
una notte d'ebano». Supponiamo,
infine, di lasciare che il narratore ci
riveli l'identità di quei profili:
«le immagini più adorate,
più sacre, per il nostro giovane
re, tra tutte le immagini della terra
e del cielo!… Le immagini di suo
padre e di sua madre, trasfigurate dall'eterna
attesa, incastrate nel cuore stesso di
Dio» (pp. 212-216). A questo punto,
sicuramente riconosceremmo il viaggio
nel regno dei morti di un eroe, ma non
penseremmo mai che quell'eroe è
il protagonista del primo romanzo futurista
scritto da Filippo Tommaso Marinetti nel
1909, a ridosso della nascita del movimento
italiano d'avanguardia, ed intitolato
col nome dell'eroe Mafarka il futurista[1].
Eppure, è di Mafarka-el-Bar, re
di Tell-el-Kibir, che abbiamo seguito
le orme fino qui, attraverso due dei dodici
capitoli del romanzo marinettiano:
"Il viaggio notturno" (cap. VII) e "Gl'Ipogei"
(cap. VIII).
"Gl'Ipogei", intitola
Marinetti l'VIII capitolo e qui ribadisce:
«Là erano gli Ipogei di Kataletoro»
(MiF, 215) per indicare la meta oscura
raggiunta dal suo Mafarka, ma è
possibile che qualche lettore contemporaneo
non riconosca il mondo del morti attraverso
quel termine dotto (ipogeo) così
in odore di aulicismo da aver trovato
l'attenzione dell'esteta novecentesco
per eccellenza: il Gabriele D'Annunzio
di Forse che sì forse che no
(«l'alta malinconia del viaggio
ultimo, dell'estremo congedo, quale effondono
le figure delle urne raccolte negli ipogei»[2]). È più probabile che quel lettore abbia
dovuto attendere la descrizione del luogo
per riconoscerlo. E d'altra parte, sempre
quel lettore non avrebbe tutti i torti
poiché dal punto di vista etimologico,
il termine 'ipogeo' non indica il mondo
ultraterreno ma significa propriamente
'sotterraneo' - dall'aggettivo sostantivato
greco hypógaion composto di hypo-
(sotto) e gaia (terra) -, assumendo
in archeologia anche il significato secondario
di 'tomba sotterranea'. Con questo termine,
quindi, si intende, precisamente,
la profondità della terra e non
l'aldilà, il regno dei morti, a
differenza del termine Ade, originariamente
il nome della divinità regnante
sui defunti nella mitologia greco-romana,
metonimicamente estesosi poi al luogo
da questo nominato. Insomma, a tale significato
il lettore giunge solo quando apprende
che Mafarka qui incontra le immagini dei
genitori già morti.
Sorge, però,
un problema: se il viaggio nell'oltretomba
di un eroe dell'epica classica non avrebbe
bisogno di alcuna spiegazione, è
indubbio che lo stesso viaggio compiuto
da un futurista non può non richiederne
almeno una.
Noi cercheremo di
darne due, ma per farlo ci è indispensabile
fornire una brevissima descrizione della
struttura e del contenuto di questo romanzo.
L'opera, suddivisa
in dodici capitoli, narra le avventure
del giovane re arabo Mafarka.
Per i primi sei capitoli,
ne sono descritte le imprese di guerra
e la vittoria finale: egli combatte eroicamente,
accompagnato dal fratello più giovane
Magamal, per riconquistare il trono, di
cui è erede legittimo, usurpatogli
dallo zio alla morte del padre. Ma nel
VI capitolo, mentre nelle prime pagine
si assiste alla lieta conclusione della
guerra, in seguito ci si trova improvvisamente
davanti ad un colpo di scena che fa assumere
al romanzo una direzione totalmente inaspettata.
Magamal, ferito in battaglia, muore e
Mafarka, in preda al rimorso per non aver
difeso il fratello affidatogli dalla madre
morente (Langurama) e meditando sul suo
destino di re, abbandona il trono lasciando
di notte il suo regno (cap. VII, "Il viaggio
notturno") alla volta del luogo in cui
sono seppelliti i genitori. Qui incontra
Langurama (cap. VIII, "Gl'ipogei") alla
quale annuncia la sua intenzione di generare
un figlio, Gazurmah; egli lo creerà
da solo, senza alcuna donna e sarà
un figlio bellissimo ed immortale, un
figlio che attenuerà il suo dolore
di madre per la perdita di Magamal. Di
nuovo all'improvviso, il colloquio viene
interrotto dalle voci dei suoi fedelissimi
sudditi e soldati che lo hanno inseguito
per convincerlo a tornare da loro e riprendere
il suo posto di sovrano e difensore: Mafarka
li scaccia sdegnosamente, spiegando i
motivi della sua decisione e le sue intenzioni,
ma rifiutandosi di tornare, ben risoluto
a portare a compimento la creazione di
suo figlio (cap. IX, "Il discorso futurista").
A Gazurmah sono dedicati
gli ultimi tre capitoli: Mafarka dà
vita a questo essere alato costruendone
l'involucro con legname, tele e parti
meccaniche e trasmettendogli, con un bacio,
il suo alito vitale per poi morire, così
che a noi Gazurmah appare più una
vera e propria trasformazione di Mafarka,
del quale muta il corpo (meccanico, immortale,
invincibile), ma non lo spirito.
Il romanzo si conclude
con questo essere superiore che, abbandonata
la terra in volo, si libra nel cielo alla
conquista dell'universo.
Non si presenta,
forse, l'opera idealmente suddivisa in
tre parti? E tra queste non si riconoscono
e definiscono facilmente la prima (capp.
I-VI) e l'ultima (capp. IX-XII)? Una contiene
le gesta eroico-avventurose del protagonista
che, con le sue sole forze, riconquista
il suo legittimo posto all'apice della
gerarchia del mondo conosciuto; l'altra,
quasi un romanzo fanta-scientifico, è
dedicata alla creazione di Gazurmah -
o meglio alla trasformazione di Mafarka
in Gazurmah - un essere nuovo destinato
a conquistare l'universo ignoto.
Ma come possiamo
definire la parte centrale, quella che
a noi qui interessa maggiormente poiché
contiene quel cap. VIII con la discesa
nel mondo dei morti,? Perché "Gl'Ipogei"
è collocato a metà tra "Il
viaggio notturno" ed "Il discorso futurista"
e questa triade di capitoli è posta
a spezzare in due l'intero romanzo?
La disposizione dei
capitoli, unita al duplice significato
che abbiamo dato al termine ipogeo (luogo
sotterraneo, Ade) ci fornisce le due spiegazioni
che abbiamo promesse.
1) Ecco ciò
che, in sintesi, ci è stato raccontato:
Mafarka si spoglia del comando, scende
in un luogo sotterraneo e ne risale per
creare suo figlio, nuovo se stesso.
Tra la discesa agli
Ipogei e la creazione/trasformazione di
Mafarka/Gazurmah si colloca il IX capitolo,
"Il discorso futurista", dai contenuti
così evidentemente programmatici
e dai toni così indiscutibilmente
apologetici da non sorprenderci scoprendo
che l'autore lo ha in seguito inserito
in uno dei suoi testi politico-teorici
più interessanti: Guerra sola
igiene del mondo, datato 1915. In
questo capitolo Mafarka proclama il suo
credo, già chiaramente ed
indiscutibilmente futurista, esortando
i suoi sudditi ad abbracciarlo senza indugi.
Questa sequenza narrativa
richiama alla memoria un altro episodio.
Un giovane racconta
che, una sera, un gruppo di amici dai
petti gonfi di «immenso orgoglio,
desti e ritti come fari superbi o come
sentinelle avanzate, di fronte all'esercito
di stelle nemiche, occhieggianti dai loro
celesti accampamenti» si sono riuniti
in una sorta di veglia funebre.
Al termine, egli,
dopo averli incitati a partire,
sale sulla sua automobile, al solo contatto
della quale sembra già rinascere,
poiché: «Io mi stesi sulla
mia macchina come un cadavere nella bara,
ma subito risuscitai sotto il volante».
Poi, egli si lancia
in una folle corsa interrotta solo al
sopraggiungere di due ciclisti che, sbucati
all'improvviso, lo fanno uscire di strada
e finire in un fossato melmoso: «o
materno fossato, quasi pieno di un'acqua
fangosa! bel fossato d'officina! io gustai
avidamente la tua melma forticante, che
mi ricordò la santa mammella della
mia nutrice sudanese!». Il racconto
non termina qui, anzi procede con un altro
colpo di scena: dal fossato melmoso tanto
l'intrepido pilota che il veicolo riemergono
non solo illesi, bensì rigenerati:
«La macchina emerse lentamente dal
fosso, abbandonando nel fondo, come squame,
la sua pesante carrozzeria di buon senso
e le sue morbide imbottiture di comodità.
Credevano che fosse morto, il mio bel
pescecane, ma una mia carezza bastò
a rianimarlo, ed eccolo risuscitato, eccolo
in corsa, di nuovo, sulle sue pinne possenti!»,
pronti a «dettare le nostre prime
volontà e tutti gli uomini vivi
della terra![3]».
Non è di secondaria
importanza il rapporto tra il pilota ed
il veicolo: il primo, salendovi, sembra
trovarvi nuova vita, anzi 'risuscitare';
il secondo, riemergendo dal fossato, abbandona
sul fondo «la sua pesante carrozzeria»
e «bastò» una
«carezza» perché fosse
a sua volta, «risuscitato».
In poche parole, è come se l'uno
prendesse forza e vita dall'altro, come
se tra i due esseri, quello umano e quello
meccanico, si fosse instaurato un rapporto
vitale e simbiotico.
Ora, schematizzando,
abbiamo un personaggio giovane e 'valoroso'
(tale in quanto col petto gonfio d'orgoglio,
desto come una sentinella avanzata davanti
ad un esercito) che precipita in una fenditura
della terra (il «materno fossato»
ovvero un fenditura della madre terra)
insieme alla sua automobile (la vita dell'uomo
e quella della macchina sono in qualche
modo legate) e da questa «melma
forticante» emerge più
forte, pronto a conquistare il mondo e
proclamare a tutti gli uomini della terra
il suo discorso noto come il Manifesto
del Futurismo.
Abbiamo appena descritto,
riassumendolo, l'incipit, ancora
fortemente simbolista nello stile e nelle
immagini, del manifesto di fondazione
del futurismo pubblicato sul «Figaro»,
incipit che precedeva il manifesto
vero e proprio con i punti programmatici
del movimento ed il protagonista, il pilota,
è nientemeno che lo stesso Filippo
Tommaso Marinetti!
Ecco cosa risulta
confrontando le due sequenze narrative:
un eroe (Mafarka/Gazurmah - Marinetti/automobile)
scende nel grembo della terra (Ipogei
- fossato melmoso) e risorge più
forte per proclamare il suo credo (Il
discorso futurista - Manifesto del Futurismo).
Non sorprende a questo
punto che il romanzo termini con Mafarka/Gazurmah
che sale in cielo dicendo: «Il firmamento?…
Io ne sono il padrone […] io devo
conquistare la capitale dell'Imperatore
scarlatto [probabilmente Marte citato
subito prima]» (MiF, 328)
e che le ultime parole del manifesto siano:
«Ritti sulla cima del mondo, noi
scagliamo, una volta ancora, la nostra
sfida alle stelle!… » (FMdF,
14).
Allora è chiaro
che questo manifesto è adombrato
e reinventato in chiave romanzesca nell'epopea
mafarkiana. Così, come sono ora
evidenti anche la recondita funzione e
l'importanza del viaggio agli Ipogei:
è da questo momento, dopo questo
viaggio, che compare sulla scena Mafarka
il futurista! Che Mafarka fosse un
futurista lo si sapeva già dal
titolo, ma è solo dopo il viaggio
agli Ipogei che egli si dimostra veramente
tale e lo si chiarifica nel capitolo seguente.
Per la prima volta
ed in modo inequivocabile nel capitolo
"Il discorso futurista", e da qui in poi,
Mafarka incarna il vero futurista che
proclama il suo disprezzo per la vecchiaia
e la donna; che elogia la «potenza
assoluta e definitiva della volontà»
capace di «impossessarsi della materia
e modificarla a nostro piacimento»,
di «plasmare tutto ciò che
ci circonda e rinnovare senza fine la
faccia del mondo». Il futurista
che «ha ucciso l'amore sostituendogli
la sublime voluttà dell'eroismo»,
ha «fondata la religione della Volontà
estrinsecata e dell'Eroismo quotidiano»,
tutti temi che erano già presenti,
è vero, nei primi capitoli
ma, per così dire, sottotono, oscurati
dagli aspetti più avventurosi della
vicenda. L'ideologia futurista volta alla
trasformazione del mondo giaceva sommersa
sotto il preponderante e roboante eroismo
delle azioni di guerra ed anche l'elogio
della macchina, seppur già presente
nelle descrizioni delle giraffe da guerra
(armi in forma di giraffe inventate
dallo stesso Mafarka) solo in Gazurmah,
«l'invincibile signore dello spazio,
gigante dalle vaste ali aranciate»
(MiF, 229-244) trova realizzazione assoluta
e raggiunge la sua massima espressione
in chiave futurista. È «l'uomo
meccanico dalle parti cambiabili»
di cui Marinetti teorizzerà l'avvento
di lì a poco nel Manifesto tecnico
della letteratura futurista: «Dopo
il regno animale, ecco iniziarsi il regno
meccanico […] noi prepariamo la
creazione dell'uomo meccanico dalle
parti cambiabili. Noi lo libereremo
dall'idea della morte, e quindi dalla
morte stessa, suprema definizione dell'intelligenza
logica»[4].
Come Marinetti dal
«materno fossato»,
così dagli Ipogei Mafarka trae
la sua «melma forticante»,
con la sola differenza che, nel manifesto
quella melma ricordava al fondatore del
movimento «la santa mammella della
mia nutrice sudanese», mentre qui,
al posto della nutrice sudanese, compare
lo spettro di Langurama, la madre di Mafarka.
La presenza di Langurama
introduce la seconda spiegazione che,
come per la prima, prende spunto dalla
collocazione dei vari capitoli, ma si
lega al secondo significato dato al termine
ipogeo: regno dei morti, Ade.
2) La presenza dello
spettro di Langurama influenza la percezione
che il lettore ha degli ipogei: da semplice
luogo sotterraneo (secondo l'etimologia
del termine), a luogo sotterraneo abitato
dai morti e, quindi, regno dei morti,
ovvero Ade secondo la mitologia greco-romana.
Inoltre, se il significato etimologico
di ipogeo ci aveva sostenuto nel parallelismo
col manifesto di fondazione del futurismo,
ora, di fronte ad un viaggio nel regno
dei morti ci troviamo immersi in tutta
una lunga tradizione di viaggi nell'oltretomba
dalla nekyia omerica di Ulisse
all'aldilà dantesco, senza dimenticare
analoghi viaggiatori nell'oltretomba quali
Orfeo, Eracle o Enea.
Dai grandi eroi dell'epica
greca e romana, indubbiamente, questo
è un luogo molto 'frequentato'[5], forse perché, rappresentando
il viaggio più arduo oltre i confini
terreni dell'umana esistenza, è
affrontabile solo da esseri fuori del
comune (come quelli mitologici), divenendo,
quindi, il mezzo per dimostrare, al di
sopra di ogni dubbio, la propria superiorità
rispetto a tutti gli altri uomini. Naturalmente,
per un'impresa simile l'eroe antico si
attendeva un premio adeguato, come la
conoscenza del proprio futuro. Infatti,
se Orfeo scende negli inferi per riportare
in vita l'amatissima sposa ed Eracle per
portar via Cerbero dal regno sotterraneo
ed adempiere così ad una delle
dodici fatiche, Ulisse va ad interrogare
lo spirito dell'indovino Tiresia prima
di intraprendere l'ultimo viaggio verso
Itaca ed Enea è illuminato dallo
spirito del padre Anchise sull'identità
e le azioni dei suoi discendenti. Lo stesso
si può dire anche per il trecentesco
viaggiatore: Dante, attraverso il suo
peregrinare nell'oltretomba, trarrà
la conoscenza di Dio e, grazie alle profezie
di alcune anime, del futuro, suo e di
altri suoi contemporanei.
La prima impressione
che si ha leggendo del viaggio di Mafarka
è che egli si distingua da quanti
lo hanno preceduto.
Egli non scende nel
mondo dei morti per ottenere un premio
e non ha bisogno di conoscere il suo futuro
poiché ha già deciso da
sé quale sarà. Genererà
Gazurmah: «Presto sarò simile
agli uccelli… poiché dal
mio cuore covato dal Sole nascerà
il mio figliolo» esclama
ne "Il viaggio notturno". Il suo
viaggio ha il solo scopo di fargli incontrare
i genitori, per riportare la salma del
fratello, invocando, ricordiamolo, il
perdono della madre poiché non
lo ha difeso a prezzo della sua stessa
vita, come ella gli aveva raccomandato,
e per annunciarle la nascita di Gazurmah
che, con la sua immortalità, ne
placherà forse il dolore.
Quindi, la
motivazione del suo viaggio è differente;
però, a ben guardare, vi è
qui un tratto comune ad uno degli eroi
che abbiamo citati: l'incontro ed il dialogo
con la madre.
Nell'XI libro dell'Odissea[6], Ulisse, pur sceso nell'oltretomba sulle tracce
di Tiresia, riconosce tra le anime dei
defunti, quella della madre e con lei
si intrattiene a dialogare.
Curioso accostamento,
questo. Da una parte abbiamo uno dei poemi
principe dell'epica classica e dall'altra
un romanzo, già definito futurista,
scritto dal fondatore del movimento antipassatista
per eccellenza, eppure, tra i due testi
si riscontrano notevoli analogie così
riassumibili:
l'aldilà è
raggiunto su una barca via mare
è notte ed
il protagonista è avvolto dall'oscurità
dapprima incontra
una folla indistinta
l'eroe è preso
dal terrore
scorge la madre silenziosa
la madre piange
si rievoca una fortezza
possibile causa di morte per il figlio
la figura del padre,
presente ma muto in disparte oppure solo
ricordato, è posto in secondo piano
si rievoca la causa
della morte della madre
la madre sfugge al
figlio
il figlio vorrebbe
abbracciarla e non ci riesce.
Indubbiamente, taluni
fra questi possono essere fatti risalire
ad un repertorio di temi che vincolano
la caratterizzazione del regno dei morti[7]:
il viaggio marittimo verso Occidente -
simbolo della morte poiché là
cala il sole, quindi o 'muore',
immergendosi nel mare o, comunque, s'inabissa
per riscaldare l'aldilà - la notte
con la sua oscurità che avvolge
le ombre ed il viandante, la paura.
Lo stesso dicasi
per le lacrime ed il desiderio di abbracciare
la madre, facilmente riconducibili anche
al forte pathos che può
nascere nell'incontro tra una madre ed
un figlio da lungo tempo lontani.
Infine, sempre la
madre con la notte, e di conseguenza la
luna, l'acqua del mare, la terra
ed il mondo sotterraneo possono essere
messi in relazione tra loro sulla scia
di studi su simboli ed archetipi. Così,
per Nauman: la luna è «Signore
archetipico delle acque […] della
vita psico-biologica e perciò del
femminile nella sua essenza archetipica,
il cui rappresentante umano è la
donna terrena […] domina le acque
degli abissi, i fiumi, i mari, predomina
sul mondo della Grande Madre che è
il mondo della femminilità, di
ciò che nutre e partorisce»[8].
Tuttavia, le molteplici
affinità (ben undici!) tra due
testi, per la loro compresenza, danno
adito all'ipotesi di un legame più
stretto tra le due vicende. Ipotesi sostenuta,
in particolare, dalla presenza della figura
materna dialogante col figlio che non
compare, per esempio, nell'Eneide,
la cui stretta dipendenza dall'Odissea
è già stata ampiamente riconosciuta.
Notiamo in primo
luogo che, mentre sta cercando Tiresia,
Ulisse scorge tra le ombre quella della
madre Anticlea, che non sapeva già
tra le ombre, e si ferma parlare con lei.
Durante il colloquio, ella gli ricorda
il padre Laerte, ancora in vita e, quindi,
non presente al dialogo.
Mafarka, giunto agli
Ipogei, incontra entrambe le immagini
dei genitori, ma il colloquio avviene
esclusivamente con la madre, lasciando
pressoché in disparte il padre.
Quindi, le figure paterne si trovano ad
essere messe decisamente in secondo piano,
lasciando emergere quelle materne, le
uniche a parlare con il figlio.
Passiamo al colloquio
vero e proprio, dove ci colpisce l'atteggiamento
materno: il suo iniziale silenzio.
Anticlea «tacente
siede e d'un motto, il suo figlio non
degna», quando parla,
lo fa piangendo: «queste / mi drizzò,
lacrimando, alate voci» mentre
Mafarka prega Langurama «per pietà
di non piangere così senza parlarmi!».
Egli la prega di
parlargli e di non piangere: compare il
pianto della madre! «Non piangere
così», invoca Mafarka.
Egli ode la voce di lei lacerata dai singhiozzi
e la supplica più volte: «per
pietà non piangere così,
ed ancora: perché piangi?»,
oppure «tergi il tuo pianto».
Ed Anticlea? Rotto
il silenzio ella risponde al figlio Ulisse,
ma parla «lacrimando».
Dopo l'atteggiamento
della madre, guardiamo ai contenuti del
dialogo.
Due gli elementi
caratterizzanti sopra tutti: la rievocazione
dei pericoli affrontati dai figli e quella
della morte delle madri.
Essendo decedute
prima dei rispettivi figli, ovviamente,
esse non possono conoscere il loro destino
fino al momento dell'incontro e questa
incertezza è dolorosa: la madre
di Ulisse, che ha atteso a lungo il suo
ritorno da Troia, ricorda immediatamente
la città presso la quale il figlio
avrebbe potuto perire: «forse da
Troia, e dopo molti errori, / con la nave
e i compagni a questo buio / tu vieni?».
Starà ad Ulisse
rassicurarla subito sulle ragioni del
suo viaggio tra le ombre.
Analogamente, Langurama,
anche se non parla di una città
specifica - non una nuova Troia compare
tra le sue parole - ci presenta
un'immagine in qualche modo simile.
Dapprima dice: «Oh!
il mio cuore vegliò sempre su di
te!… Di lontano, purtroppo!…
E ti ero accanto!… La notte, mi
svegliavo ad un tratto, al fiammeggiare
della tua spada, laggiù, fra la
polvere dei bastioni!…».E
cosa sono i «bastioni» se
non le fortificazioni di una fortezza
o di una città?
Poi, ella esprime
la medesima incertezza mista a timore
che emergeva dalle parole di Anticlea.
Langurama: «E quando tardavo ad
addormentarmi, in fondo al mio sarcofago
squassato dal tuo soffio guerriero!…
Ogni mattina, prima di svegliami completamente,
dicevo a me stessa: "Ritornerà
oggi?… Ritornerà?…"
Poi, pregavo… Ho tanto pregato,
che bisognava che tu ritornassi!…».
Dalla vita del figlio
si passa alla morte della madre con una
differenza: Ulisse ne era ignaro quindi
le chiede come è successo e noi
lo scopriamo insieme a lui; Mafarka lo
sapeva, quindi, non ha bisogno di alcuna
spiegazione ma ricorda la sua agonia.
Questa la morte di
Anticlea: «il desio di vederti e
l'affanno / della tua lontananza, la vita
un dí sí dolce hánnomi
tolta».
Questa quella di
Langurama nel ricordo di Mafarka: «Quanto
sei debole!… Come durante la tua
agonia!… Sì! Sì!
mi ricordo che sollevavi a volta a volta
il petto e il ventre, per spingere fino
alla gola la tua voce stanca… E
con la mano scarna ti graffiavi le tue
povere mammelle esauste per strapparne
la parola pesante che non potevi pronunciare!…
Avresti voluto dirmi il tuo male, la tua
sofferenza e il punto in cui l'orribile
scorpione nero si era nascosto, perché
io potessi afferrarlo!».
Ci piacerebbe paragonare
il dolore per l'incertezza sul destino
di Ulisse, veleno mortifero che uccide
la madre, a quello dello scorpione che
provoca la morte di Langurama, ma anche
senza farlo, salta agli occhi che vi è
un medesimo dolore che si esprime nelle
parole delle due madri ed un medesimo
desiderio che il figlio ritorni: il «desio
di vederti» aveva straziato Anticlea
e: «Ogni mattina, prima di svegliami
completamente, confessa Langurama, dicevo
a me stessa: "Ritornerà oggi?…
Ritornerà?…". Poi, pregavo…
Ho tanto pregato, che bisognava che tu
ritornassi!…»(MiF,190-197).
Veniamo alla conclusione:
non un saluto materno, non un quieto commiato,
ma la fuga.
Ulisse grida: «perché
mi sfuggi? ». Mafarka le domanda:
«Ardi dal desiderio di fuggirmi?».
Ulisse proclama il
suo dolore: «Cura più acerba
mi trafisse»; Mafarka urla il suo:
«Tu mi spezzi il cuore!»,
«Tu mi soffochi!» mentre una
strana rigidezza degli arti gli impedisce
di toccarla e fermarla mentre si allontana.
L'ultima immagine
che rimane negli occhi del lettore è
quella di un figlio che vorrebbe abbracciare
la madre ma non può farlo.
«Tre volte
corsi, quale il mio cor mi sospingea,
vêr lei, / e tre volte m'uscí
fuor delle braccia», racconta l'eroe
omerico.
«Perché
la barca non obbediva ai suoi muscoli
irrigiditi?»leggiamo nel romanzo
futurista, «Perché tanta
lentezza e tanta prudenza […] egli
avrebbe voluto slanciarsi sulla riva,
e correre a perdifiato, e gettarsi ai
piedi dei suoi genitori, per baciar le
tracce dei loro passi e per celare il
viso nella polvere sollevata dalle loro
vesti».
Immaginiamo uno strano
essere alato, giovane e possente, che
viaggia verso l'universo infinito…
Non ci meraviglieremmo più nel
sapere che il suo nome è Gazurmah,
figlio di Mafarka, bensì potremmo
sorprenderlo rivelandogli che egli esiste
solo perché, nel suo corpo meccanico,
aleggia lo spirito vitale di suo padre,
il primo re africano futurista che, prima
di essere futurista è stato epico
e simbolista. Epico tanto quanto lo fu
l'eroe omerico che piange rivedendo la
madre. Simbolista quanto lo fu il padre
del futurismo per le immagini e lo stile
di quell'incipit del manifesto
di fondazione.
Quella che appariva
una delle tante avventure di Mafarka si
rivela, allora, la cassa di risonanza
di due tradizioni. Quella antica (epica)
- che confluendo qui 'eleva' il personaggio
marinettiano inserendolo nella cornice
aulica di un passato glorioso ed irraggiungibile
- e quella della modernità che
sta fondando se stessa come negazione
della tradizione. Ma questa, nel
momento in cui è sommersa ed occultata
sotto (ipo-) la sua superficie
(geo), è riconfermata come
«melma forticante».
Nella catena vita-morte-vita,
il passato, purificato nella morte, può
fondare i suoi miti e se stesso come futuro
e Marinetti, risuscitato con la sua macchina
può davvero rivolgersi a «tutti
gli uomini vivi della terra»
come scrive in quell'incipit del
primo manifesto[9].