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Roberto Mussapi
Inferni, mari, isole

 

 

Il tuffatore di Paestum

Il fondo è bianco, evoca l'infinito, due alberelli definiscono la scena: un giovane si tuffa da una costruzione di blocchi squadrati, verso uno specchio d'acqua. Il blocco solido da cui si stacca è un trampolino, luogo di confine tra terra e acqua, ma luogo particolare: non fa accedere al mare salpando, o immergendosi a poco a poco, ma con un balzo. Lo specchio d'acqua si distende tra l'albero di sinistra e il trampolino, lì si immergerà il giovane tuffatore, reso con linea agilissima e nervosa. E' una delle grandi opere pittoriche  di tutti i tempi, forse la prima pittura greca non vascolare giunta fino a noi,  risalente a autore di Grecia o Magna Grecia, datata tra il 480 e il 470 avanti Cristo. E' la Tomba del tuffatore, così la battezzò l'uomo che la scoprì, nel 1968, il grande archeologo Mario Napoli.

Lo specchio d'acqua verde-azzurra è il mare. Lago, palude stigia che sia è interpretato come mare dal pittore, scrive Napoli, e che sia mare dimostra la curva con la quale chiude in alto lo specchio d'acqua, l'orizzonte marino, e la rende, prosegue l'archeologo, con un moto ondoso: "E' in uno specchio d'acqua, quindi sentito e reso come l'aperto mare e che si distende verso l'infinito dell'orizzonte, che si lancia il giovane tuffatore."

Che cosa significa questa scena, non sola ma inscritta in un contesto di altre pitture della stessa tomba? La pittura rappresenta "il transito dell'anima verso la vita ultraterrena, un tuffo verso l'al di là. E lo specchio dell'acqua rappresenterebbe l'infinito del mare, o la palude Stige."

Così la pittura greca rappresenterebbe in forma simbolica l'eterno, prosegue lo scopritore.

Il soggetto spicca per la straordinaria nettezza artistica, e rappresenta il modello esemplare di una iconografia diffusa nel mondo italico e generalmente indeuropeo

Il tuffatore è l'anima del morto, che torna all'acqua da cui tutto ha origine, e intraprende un misterioso viaggio di ritorno.

Un giovane naufrago si sveglia sulla riva, miracolosamente salvo. Ricorda solo una improvvisa e furiosa tempesta, la nave sbattuta dai marosi, gli alberi schiantati e poi lo scafo squassato, montagne d'acqua ribollente. Sulla riva lo desta una voce, che canta come soffiando:

" Tuo padre giace nel fondo, a cinque tese,
e già le sue ossa sono corallo,

perle quelli che furono i suoi occhi.
Niente di lui è destinato a svanire
ma a subire un mutamento dal mare,
in qualche cosa di ricco e strano.
Ogni ora le ninfe del mare
suonano a morto la campana per lui."

La voce è quella di Ariele, spirito del vento, demone celeste della leggerezza, che agisce per conto di Prospero, il mago che vive nell'isola.

La tempesta che ha schiantato la nave e affogato i suoi occupanti è in realtà un inganno, un sortilegio di Prospero. Ferdinando, figlio di Alonso, re di Napoli, si risveglia sulla riva e immagina di essere l'unico superstite.

Qui Shakespeare affida al demone del vento un messaggio magico che allude ai segreti del fondo oceanico, e non a caso la voce si rivolge a un figlio il cui padre è (o almeno così egli crede) affogato. Nel fondo del mare agisce una trasformazione profonda, l'illusione del corpo si dissolve, ma non la sua vita, l'esistenza: si dissolve a favore di una realtà più duratura e profonda. Le labbra diventano corallo, gli occhi perle. Sia il corallo sia le perle sono sostanze dure, immediatamente percettibili come resistenti al tempo, al contrario della nostra carne di viventi. Non immaginiamo perle e corallo sottoposti alla cruda legge del divenire, all'invecchiamento, alla senescenza, alla morte, alla disgregazione finale in polvere. La trasformazione del corpo operata dal fondo marino, dal cuore del mistero, dal calderone d'origine, conduce a una realtà più gemmea e durevole.

Ma nello stesso tempo corallo e perle appartengono al reame della vita e della metamorfosi: imparentati per durezza e lucentezza ai diamanti, agli smeraldi, ai rubini, che splendono di smaglianza assoluta nelle viscere oscure della terra, non sono a loro congiunti da parentela, poiché appartengono al regno dei viventi: il corallo è un animale, la perla é l'esito di una trasformazione nata nell'interno, nel grembo di una bivalve.

Il mistero della trasformazione marina è quindi il mistero della compresenza di durata e metamorfosi, di permanenza e divenire, eternità e vita.

Ma il mutamento è in corso, né Ariel canta le fasi successive. Niente di lui è destinato a svanire, ma a subire un mutamento in qualche cosa di ricco e strano. Qualche cosa di ricco e strano, è l'esito della nostra avventura terrena dopo la morte, ricco perché legato a una durata oltre la morte stessa, strano perché misterioso e indefinibile. Verso quella metamorfosi sta già viaggiando il tuffatore di Paestum, le ninfe scampanano a morto per lui, perché nel regno delle acque marine il morto non è solo, ma immerso in una realtà che partecipa della sua venuta.

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Il tuffatore di Paestum

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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