|
Segue
Roberto
Mussapi
Inferni, mari,
isole
La Tempesta
è la storia di una grande illusione,
di un totale incantesimo, che, alla fine,
si dissolverà, E a quel punto il
mago, Prospero, spezzerà la bacchetta
per lasciarla cadere in mare, restituendola
all'abisso e alla sorgente di ogni magia.
Il luogo verso cui il tuffatore sta muovendo,
portato dalle correnti sottomarine, è
la sede di ogni prodigio. Prospero giunge,
al culmine della sua esperienza, alla reale
conoscenza del mago.
Torneremo a questa storia
e alle vicende dei suoi personaggi. Per
ora ci limitiamo all'inzio e alla fine.
Ma si può anticipare solo un fatto:
Prospero, il mago, aveva progettato e previsto
tutto, in ogni dettaglio, meno un particolare:
che sua figlia Miranda si sarebbe innamorata,
ricambiata, del naufrago Ferdinando, figlio
di Alonso, il perfido re di Napoli, uno
dei due che lo avevano deposto, ordinando
di ucciderlo, uno dei due per cui viveva
esule in un'isola lontana da ogni civiltà.
Prospero non aveva previsto l'amore tra
la stirpe della vittima e quella del colpevole,
l'amore muta il corso del suo incantesimo,
da vendetta in purgatoriale riconciliazione.
Ora, ora che la magia è stata contaminata
dall'amore, Prospero è un vero mago,
un vero sapiente, sa che il mago è
tramite e depositario, non autore dei prodigi,
per questo restituisce al mare la bacchetta.
Prospero si accomitaa, esce di scena dicendo
che la magia, come la poesia, ci è
data in prestito.
La Tomba del Tuffatore non
è una pittura isolata, ma si inscrive
in un complesso di pitture murarie, che
rappresentano scene diverse, in cui ricorre
il simbolo dell'uovo. La connessione tra
queste uova nelle scene di vita e l'acqua
in cui sta tuffandosi l'anima del
morto è stretta: il motivo dell'uovo
cosmico è molto esteso. Nella teologia
egizia, in principio sorge un uovo dall'
acqua, posatosi sulla collina primordiale,
ne nasce il dio del sole, Ra,
che poi scivola sulle acque sotto forma
d'oca. In India vediamo le acque dare origine
all'uovo d'oro. La cosmogonia dell'uovo
è estesa in Polinesia, Indonesia,
Perù, e si ritrova in molte altre
parti del mondo. Il destino del tuffatore,
il suo viaggio, si inscrivono quindi in
una cosmogonia, in una rappresentazione
delle origini, e indicano un esito ultraterreno,
congiungendo passato e futuro nel presente
della percezione della pittura, nell'istante
in cui vive ai nostri occhi l'immagine dipinta.
La Tomba della
caccia e della pesca di Tarquinia
Alla stessa tradizione iconografica
si richiama un'altra tomba scoperta in Italia,
questa volta etrusca, la celebre Tomba
della caccia e della pesca di Tarquinia,
scoperta nel 1873 e dipinta tra il 510 e
il 500 a.C. La tomba è costituita
di due camere: nella prima alberelli e danzatori,
nella seconda scene di caccia e pesca, un
mare smeraldo, rocce, isolette, barche con
cacciatori e pescatori. Uccelli di palude,
esseri volanti che adombrano un viaggio
verso più eteree dimensioni, delfini,
il cui nome in greco significa matrice,
utero, e allude quindi alla generazione
della vita. Uomini intenti alla pesca su
una barca, uno dedito alla caccia su una
roccia: pare una rappresentazione delle
origini, tra acqua e cielo, benedetta dalla
presenza dei delfini e degli uccelli.
Sulla parete accanto un tuffatore,
simile a quello di Paestum (anche se artisticamente
non così perfetto: la mano etrusca
non può eguagliare quella greca).
Il tuffatore è nudo, a mezz'aria
e in questo istante fissato tra i tre regni
della terra, dell'aria e dell'acqua, vediamo
di lato una figura di un altro giovane in
tunica arrancare per salire sul naturale
trampolino e seguire il giovane nudo nel
tuffo. La scena indica una fatalità
universale, e non a caso da una barca nell'acqua
tre uomini guardano verso il tuffatore a
cui tendono le braccia. I barcaioli remano
verso il luogo dove si pensa riemergerà:
il quadro rappresenta un rito, come ben
scrisse in un libro memorabile Anita Seppilli.
Che concludeva: "Sarà un caso che
tutt'intorno alla scena del tuffatore gli
stormi di uccelli volanti, e l'enorme delfino,
siano rappresentati in un movimento proteso
verso l'alto? O non vi è anche qui
espresso un auspicio di anabasi?"
Acete e il riconoscimento
di Dioniso
Nel terzo libro delle Metamorfosi
di Ovidio incontriamo Acete,
e restiamo catturati dalla sua storia. Si
tratta di un'esperienza vissuta dall'uomo
in mare, su una barca. Il suo racconto inizia
con una breve autopresentazione: nato in
Meonia, Acete è di umili origini.
Il padre non gli ha lasciato campi da arare,
né greggi o armenti, ma solo il mare,
che non appartiene a nessuno, la sua arte,
l'abilità di pescatore, con una povera
canna. Con umile eredità anche Acete
diviene un pescatore e ogni giorno trae
dal mare il suo sostentamento. Un'eredità
povera, ma vasta e immensurabile. "Tu che
sei continuatore del mio lavoro e mio erede,-gli
aveva detto il padre in punto di morte-.
prendi quel poco che posseggo." E, morendo,
nulla a me lasciò, all'infuori delle
acque: queste soltanto potrei chiamare eredità
di mio padre."
Col tempo, per non restare
sempre legato alle stessse scogliere, il
giovane pescatore acquista una piccola barca
e si spinge a pescare in mare, imparando
a orientarsi nel buio, rendendo familiari
ai suoi occhi le costellazioni, le Iadi,
l'Orsa, le dimore dei venti e gli approdi
adatti alle navi.
Una sera si fermò
sulle sponde della terra di Chio, dove con
i suoi compagni dormì. All'alba,
mentre mandava il mozzo ad approvigionarsi
d'acqua alla sorgente e, pronto a salpare,
studiava i venti, si accorse che i pescatori
avvicinandosi alla barca portavano un giovane,
considerandolo chiaramente una preda. Lo
issarono sulla barca dove il ragazzo incespicò
e si rialzò barcollando, ebbro di
vino per una evidente libagione notturna.
Nonostante l'aspetto stravolto dall'ubriachezza,
Acete riconobbe istantaneamente e
senza ombra di dubbio che per l'incedere
e lo sguardo, per l'energia luminosa che
emanava sotto le spoglie dell'ubriaco, quel
ragazzo era un dio: subito gridò
ai compagni, che già azionavano il
timone e issavano la vela, mentre i due
ai remi si allontanavano da riva, di restituire
alle sponde quel giovane, perché
era un dio, ma quelli lo derisero, cominciando
a toccare il ragazzo. A nulla valse il suo
richiamo all'ordine e alla sua natura di
padrone della barca e capo dell'equipaggio,
anzi, uno di loro, Licaba, in esilio per
un orribile delitto, gli sferrò un
pugno che l'avrebbe fatto finire in acqua
se non si fosse aggrappato a una sartia.
Pregustandone il possesso,
i pescatori cominciarono a deridere il ragazzo,
il quale reagiva goffamente ai loro lazzi,
come timido e intorpidito dai postumi della
sbornia.A un certo punto cominciò
a piagnucolare, mormorando: "Quale colpa
ho commesso, e che vanto per voi umiliare
un bambino solo, in tanti, e tutti più
grandi?"
Acete piangeva in un angolo,
ma a un certo punto avvenne qualcosa di
prodigioso che interruppe di colpo il suo
pianto: la nave improvvisamente si paralizzò
nel mare, come imprigionata dal fondo secco
di un cantiere, i rematori muovevano i remi
invano, mentre le vele restavano immobili
ma senza effetto, e grovigli di edera saliti
dal fondo bloccavano i remi fino a imprigionare
scalmi, alberi e vele. Il volto del giovane
era mutato, ma non per il padrone della
barca, e ora con la fronte incoronata di
grappoli d'uva faceva comparire tigri, linci,
maculate pantere. Gli uomini, terrorizzati,
volevano tuffarsi in acqua per cercare scampo,
ma prima che ciò accadesse avveniva
in loro una trasformazione. Per primo Medonte
cominciò a annerirsi e a piegarsi
con la spina dorsale che si curvava a vista
d'occhio. E Licaba, mentre cercava la fuga,
sentì la bocca allargarsi e il naso
incurvarsi, mentre la pelle si induriva
coprendosi di squame, e Libbis vide le proprie
mani rapidamente contrarsi fino a divenire
pinne. Un altro, cercando di dar di braccio
alle cime contorte, si trovò senza
braccia e così monco si tuffo in
mare in forma di delfino.
In breve dei venti uomini
dell'equipaggio uno solo era intatto, mentre
gli altri danzavano nelle acque guizzando,
soffiando dalle ampie narici l'acqua marina.
A quel punto Dioniso,
il giovane dio dell'ebbrezza, si rivolse
a Acete e sorridendo gli disse: "Libera
il tuo cuore e fai rotta per Dia."
Il racconto di Acete è
la storia di un uomo che a differenza di
altri riconosce il divino sotto le mentite
spoglie, ne percepisce la potenza irradiante.
Dioniso, dio dell'ebbrezza e della vite,
un dio votato al sacrificio del proprio
sangue e alla rigenerazione del mondo, opera
il suo prodigio in mare, e nel regno delle
acque tramuta gli uomini in pesci, riportandoli
alla condizione originaria, facendoli regredire
alle origini nella scala evolutiva. Non
solo: mentre tramuta i predatori in prede,
ripristina una verginità che l'uomo
aveva corrotto. Li punisce, ma anche li
purifica, li sottopone a millenni di rigenerazione,
di lenta evoluzione, nel regno delle acque.
Significativo che quegli uomini fossero
rematori, timonieri, marinai. L'uomo che
ha riconosciuto il dio e chiede pietà
per la propria barca è un pescatore,
a cui il padre aveva lasciato come unica
eredità il mare infinito. La storia
conosce altri pescatori che sapranno riconoscere,
sotto le spoglie umane, lo spendore divino.

|