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Segue
Roberto
Mussapi
Inferni, mari,
isole
Polene tra acqua e terra
Le navi dei primi navigatori
del Nilo avevano occhi, simili a quelli
di falco, quasi l'imbarcazione dovesse vedere.
Erano scolpiti ai lati della prua, incutevano
paura e sbigottimento nelle tribù
straniere, quando il legno si avvicinava
a costa, come scrutando la terra da attraccare.
E' probabile che il conseguimento di questo
effetto fosse una delle motivazioni per
cui gli Egizi apposero occhi alle loro navi,
ma non poteva essere la principale. Passati
sbigottimento e paura, i nemici potevano
comunque attaccare. Più probabile
che fosse la necessità di dare luce
alla prua, di affrontare con gli occhi l'oscurità
del regno acquatico. Il centro della religione
egizia era il Sole, la sua luce irradiava
splendore divino e la maschera d'oro apposta
sul volto del Faraone sepolto all'atto del
congedo ne avrebbe garantito il passaggio
al regno divino del sole, portando con sé
il proprio popolo, nel tempo dello splendore
immortale.
Non temevano il buio, necessario
come tutti i cunicoli, i tunnel, i passaggi,
le fasi intermedie, ma il viaggio nel buio
aveva il significato di una tappa
verso la luce.
Dare occhi, dare luce alla
nave, significava attrezzarla per affrontare
ritualmente, correttamente il viaggio sulle
acque. Che era un viaggio su una sostanza
misteriosa e oscura. Nelle acque del Nilo
era il segreto capace di generare la terra
con le inondazioni e produrre messi. Questo
segreto, questo principio vitale, doveva
essere rispettato e lasciato ai suoi misteri.
Gli occhi dovevano guardare lontano, all'orizzonte,
verso la luce. Altri navigatori del Mediterraneo
imitarono gli occhi di falco delle navi
egizie, apportando delle varianti: prolungarono
le prue con le immagini degli dei e degli
eroi: leoni, serpenti, buoi, femmine dai
lineamenti di pietra. A poco a poco alle
immagini divine se ne accostarono di umane,
che ricordavano, in mare, nell'elemento
nullificante, la città, la tribù
da cui si era partiti, il mondo lasciato
alle spalle salpando. Le polene nascono
dalle prue occhiute dei legni egizi e divengono
statue apposte alla prua. Per secoli e secoli
proteggono quella parte della nave che punta
alla meta spezzando le onde, con le immagini
degli dei e della tribù.
La polena può essere
definita quindi l'immagine di un simbolo,
scolpita quasi sempre nel legno, e infissa
sulla prua di una imbarcazione. Dai primi
esempi attestati nel mondo egizio, in dipinti
risalenti al 1200 a.C., alle polene fenice,
greche e romane la popolazione del mare
cominciò a solcare le sue rotte con
un simbolo augurale affisso alla prua.
L'età d'oro delle
polene abbe inizio nella prima metà
del XVII secolo e durò fino alla
fine di quello successivo. Galeoni e vascelli
inglesi, spagnoli, olandesi, francesi e
portoghesi mostravano figure sospese a prua
sempre più grandi e plastiche, sempre
vistosamente colorate, quasi a combattere
il bianco annichilente del regno equoreo
con la memoria della terra multicolore,
per dissolversi nell'Ottocento, a causa
dell'uso del ferro nelle costruzioni
navali e dell'affermarsi della navigazione
a vapore.
Nonstante il diffondersi
di soggetti civili, la polena rappresenta
prevalentemente soggetti di forte valenza
mitico-simbolica: dagli occhi degli antichi
navigatori egizi alle divinità fenice
e greche, al predominio, nell'età
d'oro delle polene, che coincide con la
nascita del barocco, di figure femminili
sempre tornite, piene, e sirene. Non è
difficile intuire le ragioni che ispiravano
il primo dei due soggetti: la condizione
principale del marinaio è la mancanza
di donne, la vita in una comunità
esclusivamente maschile, e la la donna non
è quindi soltanto oggetto di nostalgia
e desiderio, ma la parte mancante in quel
micromondo che è la nave, la parte
che è stata lasciata alle spalle
e che attende oltre l'orizzonte, la terra.
Il primo dei grandi navigatori della letteratura
vaga sulle onde del Mediterraneo per tornare
a una donna, Penelope, e alla sua terra.
Il viaggio per mare lascia una parte del
cosmo per riattraccarvi, dopo la traversata,
l'avventura, la guerra, l'acquisizione di
nuove conoscenze. La presenza delle sirene
invece sembra rievocare piuttosto lo spirito
apotropaico dei primi navigatori del Nilo:
come quelli apponevano occhi alla prua,
così la polena-sirena ha una funzione
esorcistica: le sirene, nella loro duplice
rappresentazione di orridi uccelli di morte
dai grandi artigli o di donne pesce bellissime
emergenti dal fondo a incantare con la loro
voce i marinai, sono sempre esseri portatori
di morte.
Protezione o esorcismo, la
polena è sempre simbolo visibile
e palpabile del timore che accompagna l'uomo
nel viaggio sulle acque, rispetto dei misteri
e dei pericoli che si celano nel fondo.
La polena, non caso affissa
alla prua, all'avamposto della nave che
ne indica e traccia la rotta, era quindi
il punto d'incontro rituale tra i due mondi
dell'acqua e della terra, il mondo misterioso
dell'origine e quello edificato della storia,
il mondo a cui attinge Prospero e quello
delle piramidi e dei templi, e il simbolo
a volte fu trasportato a terra: i mascheroni
di Genova che protraggono i suoi grandi
palazzi sul vuoto, fino a schiacciare nella
loro ombra il passante, come incombenti
dalle fiancate delle navi su cui in origine
i genovesi le avevano issate, mostrano l'opposta
e complementare faccia della stessa realtà
simbolica. Come la polena (che a Genova
fu detta, appunto, mascherone) getta sul
mare fluttuante il simbolo immobile di una
divinità salda e protettrice, così
il mascherone turba la città del
fremito abissale, muove le vie di ondeggiamenti
incostanti, ricordando la presenza incombente
del mare, il destino che attende chi si
aggiri per le vie di quella città
bastimento.
In Moby-Dick
troviamo una situazione del genere, espressa
molto esplicitamente: è il pulpito
di padre Mapple, un pulpito su cui il sacerdote
ex marinaio sale per la scaletta di legno
a piombo, come quelle di bordo, e che in
tutta la stupenda scena della predica si
configura come una prua, un'irruzione del
mare nel luogo di religione e raccolta,
e, prosegue Melville, "Come trovare qualcosa
più pieno di significato? Perché
il pulpito è la parte prodiera della
terra, tutto il resto vien dietro, il pulpito
guida il mondo. E' di lì che
si avvista l'uragano dell'ira fulminea di
Dio, e la prua deve resistere al primo urto.
E' di lì che si invoca il il Dio
delle brezze amiche o avverse, perché
mandi venti favorevoli. Sicuro, il mondo
è una nave al suo viaggio di andata,
non un viaggio completo. E il pulpito è
la prua."
La prua su cui si stagliava
la polena era il luogo dello scontro con
le onde, il luogo dove "si invocava il dio
delle brezze amiche o avverse", un luogo
sacro per il marinaio: incontreremo presto
la storia di una nave dannata, paralizzata
in mare da una bonaccia che pareva eterna.
Il capitano di un'altra nave, salito in
visita, colpito dalla realtà allucinata
di un comandante malato e barcollante, noterà
subito che in luogo della polena penzola
uno straccio: "Se poi la nave avesse una
polena o un semplice rostro, non era chiaro,
perché un telo avvolgeva tutta quella
parte, sia per proteggerla intanto che le
davano una ripassata, sia forse per nascondere
decentemente il suo stato."
In realtà scopriremo
che il telo copre lo scheletro del proprietario,
assassinato dagli schiavi ammutinati, e
la terribile scritta, "seguid vostro jefe",
che spunta da sotto quel telo, era un avvertimento
all'equipaggio. La nave maledetta, in preda
al male, sostituisce al simbolo divino o
votivo uno scheletro, la testimonianza di
un assassinio: quella è la direzione
verso cui tutti devono guardare, a bordo,
quella la prua, la traccia della rotta,
il destino dell'imbarcazione.
E, profanata la nave, bestemmiata
la polena, l'immutabilità degli elementi
marini assume la sua irrevocabile valenza
di dannazione e perdita, il capitano di
quella nave non si riprenderà mai
più. Rivolgendosi a Benito Cereno,
ormai languente a terra e prossimo alla
morte, il collega americano gli dirà:
"Il passato è passato. Perché
farci sopra della morale? Dimenticate, guardate,
il sole che là risplende ha dimenticato
ogni cosa, e così il mare e il cielo
azzurro: hanno voltato pagina, loro."
"Perché non
hanno memoria-risponde scoraggiato Don Benito.
- Perché non sono umani."
Così si conclude Benito
Cereno di Hermann Melville, la storia
di una nave dannata, di una bonaccia, di
una polena sconsacrata.
Nel libro undicesimo delle
Metamorfosi, Ovidio ci racconta una
storia d'amore e rigenerazione avvenuta
in mare. L'evento culminante avviene sulla
superficie delle onde, al confine col cielo,
tra acqua e aria, ma uno dei due protagonisti
si lancia da riva, da terra, come accade,
non sappiamo con quale esito, per il tuffatore
di Paestum. E' interessante, e doloroso,
notare che nella sua vita Ovidio, dopo aver
scritto le Metamorfosi e altri grandi
libri, fu condannato a una fine triste attraverso
un viaggio per mare. Per mare fu mandato
in esilio a. Tomi, sul Mar Nero, nell'
8 avanti Cristo, per un decreto, le cui
ragioni appaiono ancora oggi imperscrutabili,
dell'imperatore Augusto. E' certo, comunque,
che un sovrano che pretendeva di essere
considerato divino e di fatto promosse le
opere di alcuni dei più grandi poeti
dell'umanità, con questo decreto
getta un'ombra indelebile sulla propria
credibilità. A che serve sostenere
il sommo Virgilio e tutti gli altri fuoriclasse,
se sotto il suo reame morirà in modo
misterioso Lucrezio, il grande, religioso
cantore dell'anima del mondo e degli elementi,
e Ovidio, il poeta che scoprì un
dio di metamorfosi più buono e potente
di quelli cartapestacei del Pantheon, e
di quello teatrale di Augusto, finirà
la propria vita su una terra brutale, bagnata
da un mare cupo e melanconico, lui, il poeta
delle trasformazioni dell'acqua, della natura
equorea e mercuriale del creato?
Da lì, ogni giorno,
guardava dalla riva verso l'orizzonte, sperando
che arrivasse una nave con la moglie, rimasta
a Roma e da lui divisa per decreto imperiale.
Quella nave non arrivò mai, Ovidio
morì esule accanto al mare senza
poter rivedere la sua sposa che a Roma inutilmente
lottò per rivederlo, nella capitale
o in esilio, e non le fu concesso.
La storia tra terra e mare
narrata da Ovidio, la storia che ora rivedremo,
anticipa con un lieto fine la sua, quella
che, almeno a livello storico, non finì
bene.
Spero che, come pensano gli
indiani, la storia sia un inganno, e ci
racconti solo una parte falsa in quanto
parziale della realtà.
Il fatto che i grandi poeti
del passato raccontino non dovrebbe passare
inosservato: potrebbe darsi che l'età
della lirica pura sia estenuata e che il
ritorno al poema sia necessario e possibile.
D'altro già nel secolo trascorso
alcuni dei massimi esiti poetici attingono
annche all'epica e richiamano
il dramma: La terra desolata, Gli
uomini vuoti di Eliot,
i Cantos di Pound,
per fare solo due esempi.
Ma torniamo al mito narrato
dal poeta latino.
Ceice e il mare
Ceìce regnava nella
terra di Trachìne. Sconvolto da eventi
luttuosi e presagi oscuri, decise di partire
per consultare un oracolo. Ordinò
di allestire una nave per salpare verso
Claro, poiché in quel periodo l'oracolo
di Delfi era inaccessibile. Qui accade un
fatto importante: Ceìce comunica
all'amatissima moglie Alcione la sua intenzione
di partire, e lei oppone un disperato rifiuto.
L'aspetto più interessante di questo
rifiuto è che, oltre al dolore e
alla preoccupazione per i pericoli del viaggio,
oltre al bisogno di avere il marito accanto,
Alcione esprime angoscia per il viaggio
per mare. Una oscura premonizione le detta
con certezza che il viaggio per mare non
consente ritorno, che adombra in realtà
un viaggio verso la morte. Avendo compreso
che non riuscirà a trattenere il
marito, convinto della necessità
di consultare l'oracolo, così gli
si rivolge: "Che male ho fatto, carissimo,
che ti si è stravolta la mente? Dov'è
finito tutto il bene che prima mi volevi?
Siamo dunque al punto che che te ne parti
tranquillamente lasciando Alcione? Che ti
dai ai lunghi viaggi? Che ti sono più
cara distante? Però,voglio sperare,
andrai per via di terra: almeno proverò
dolore, sì, ma non anche paura, soffrirò
ma senza troppe ansie. E' il mare
quello che mi spaventa, e la visione delle
sue tristi distese, e anche poco fa ho visto
sulla spiaggia rottami di qualche naufragio,
e più volte ho letto su delle tombe
un nome senza che ci fosse il corpo.
E non farti illusioni per il fatto che tuo
suocero è il figlio di Eolo,
che imprigionerebbe i forti venti e placherebbe
il mare quando gli pare. Una volta che i
venti, scatenati, sono diventati padroni
del mare, possono fare di tutto, e non c'è
più terra, non c'è più
tratto di mare che non sia sconsigliato.
(...) Ma se non c'è preghiera che
possa distoglierti dal tuo proposito, marito
caro, e se sei proprio deciso a partire,
portami con te! Almeno saremo sbattuti insieme
, e avrò paura soltanto di ciò
che vedrò. Insieme sopporteremo
tutto quello che ci capiterà, insieme
correremo per il vasto mare!"
Le parole di Alcione rivelano
un vero e proprio divieto a partire per
mare, un divieto che la donna percepisce
nettamente in virtù della sua natura
semidivina: è figlia di Eolo, conosce
dall'infanzia i venti, ha confidenza insomma
con gli elementi, e la sua percezione è
di ordine superiore. La moglie addolorata
e proccupata teme la mancanza del marito
e i pericoli del viaggio, la figlia del
re dei venti teme con sicurezza il mare,
luogo di morte e non ritorno. Inoltre, aggiunge,
chi affoga in mare non può avere
sepoltura, e nulla è più terribile
per l'anima del morto che la mancanza di
sepoltura.
Ma vediamo una strana correzione
a questa certezza: se i due partiranno insieme,
allora il viaggio per mare sarà pericoloso
ma possibile, cessa il divieto, vien meno
la certezza di un esito ferale. In parte
si tratta di naturale retorica di
una donna che comunque preferisce restare
col marito, viva o morta, retorica spontanea,
dettata dal sentimento di una donna innamorata,
in parte la donna, che attinge le sue conscenze
sul mare dalla sua natura semidivina e dalla
consustanzialità con gli eleenti
dell'atmosfera, sta facendo un'affermazione
molto importante: il mare è morte
certa, affogamento, cancellazione della
vita se chi parte lo fa da solo, lasciando
alle spalle la terra e la donna che lo vorrebbe
con sé. Il mare è morte se
è separazione, non è morte,
non lo è necessariamente, se chi
parte porta con sé l'altra parte
del proprio essere.
Chi parte per mare deve insomma
farlo su una base di concordia: o con la
sua donna (con il mondo della terra) o con
il suo consenso. Ma non può farlo
senza questo consenso col mondo: separato
senza consenso (cioè senza armonia
e riti) l'uomo nel mare incontra solo
desolazione e morte.

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