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Roberto Mussapi
Inferni, mari, isole

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Allo sfogo e al pianto della figlia di Eolo il marito si commuove, ma non desiste dal  viaggio per mare allo scopo di consultare l'oracolo: quasi non sentisse nella insistenza ossessa e certa della moglie, nel presentimento della femmina, qualcosa di realmente, naturalmente oracolare. Lo strazio della moglie, il dolore profondo del marito che pure non rinuncia al proposito, suggeriscono tra le righe (anzi, tra i magici versi di Ovidio) che la partenza per mare sia frutto di un'insana volontà di ricerca della verità, del verdetto, oltre il mare, oltre l'orizzonte, quando la verità, sul mare, sui venti, su quanto sta per accadere, è sancita dalle labbra sibilliche di  una semplice donna innamorata. Ceìce non sa riconoscere l'oracolo, che gli è accanto, in forma di donna piangente, e parte maschilmente, virilmente, eroicamente, vale a dire tappandosi le orecchie alla voce della natura e del profondo, alla volta di un tempio lontano, oltremare, oltre l'orizzonte. Non riconosce il tempio del cuore di Alcione, della sua donna, non per cattiveria ma per incapacità di ascolto: quanto accadrà, non in mare ma in terra, a Romeo, sempre in anticipo sul tempo, sempre bruciato da un amore che gli impedisce l'attesa e l'ascolto.

Il marito non l'ascolta subito, anche se soffre nel perseguire il proposito, anche se nel profondo qualcosa del pianto di lei lo lacera. Ceìce qui  non anticipa solo i grandi innamorati incapaci di ascolto, i maschi prigionieri della determinazione e della fretta, ma ci sembra adombrare l'uomo che si rovina calamitato da un canto di sirena salente dal fondo, da un paradiso laggiù oltre l'orizzonte. Certo è anche l'onesto e innamorato Romeo, l'onesto e innamorato Otello, che non riesce a sentire la voce di Desdemona, irretiti dalla seduzione logica, dialettica, del mondo maschile: Jago rappresenta il fondo stregonesco del femminile, devastante, infernale come le streghe di Macbeth, ma infinitamente più pericoloso, perché vestito da maschio, perché rimosso e assunto entro la logica dialettica, logica, argomentativa, del mondo maschile.

Armano la nave, di nuovo Alcione ha un presagio e nel vederla pronta all'arsenale rabbrividisce, piange ancora, gli dice: "Addio."

A questo punto accade qualcosa di imprevisto: Ceìce si mostra turbato, vorrebbe indugiare: l'oracolo non ufficiale ma profondo della moglie comincia a agire in lui, ma quando oramai gli uomini si stanno imbarcando. Ceìce vorrebbe, ma non ha la forza di tornare indietro.

Alcione lo abbraccia piangendo e gli dice "Vale", che significa "Addio". Questa parola ha su di lui un effetto infinitamente più forte delle pur chiare previsioni funeste di prima. Questa parola sancisce un distacco che Ceìce registra  con sgomento. Ma è tardi, non può deludere l'equipaggio, diremmo oggi, perdere in termini di immagine verso i suoi subalterni. Vedremo come perderà l'immagine, in senso letterale, e come questa ritornerà in scena interpretata da un sogno.

E' interessante questa esitazione e questa debolezza, perché incontreremo presto un uomo, non meno innamorato di lui, che ricevuto l'ordine di  non voltarsi, non indugiare, sarà incapace di rispettarlo e perderà, con la donna amata, se stesso.

Già i remi fendono le onde e le vele vengono issate. Inutile raccontare il resto, già presagito: in pagine memorabili Ovidio racconta di una furiosa tempesta, che dopo aver scosso e sbattuto a suo piacimento la nave la schianta, e vediamo Ceìce aggrappato a un legno negli ultimi istanti in cui riesce a respirare, sommerso da onde altissime: grida il nome di Alcione ma la sua voce è soffocata dall'acqua, che gli entra in bocca e nei polmoni, mentre ha tempo di pentirsi di non essere con lei, di morire lontano da terra e insepolto, di non avere luogo dove almeno lei lo possa piangere. L'acqua lo colma mentre inutilmente cerca di pronunciare il suo nome, Alcione.

Intanto a terra Alcione attende il ritorno del marito e ogni giorno si reca al tempio di Giunone a pregare per lui  in viaggio, perché stia bene, perché torni sano e salvo, perché non si innamori di un'altra: quest'ultima, soggiunge amaramente Ovidio, l'unica preghiera realizzabile.

La dea non tollera che sia pregato come vivo un morto, un morto insepolto, che il suo altare sia macchiato di quel sangue, e allora si rivolge a Iride, sua messaggera, incaricandola di scendere alla reggia di Sonno, affinché il dio del torpore invii qualcuno a comunicare la verità alla moglie che non sa di essere vedova.

Iride indossa il suo velo di mille colori, descrivendo un arco nel cielo si reca come ordinato alla reggia del Sonno, nascosta sotto un a coltre di nebbie. Verso il paese dei Cimmeri c'è una spelonca profonda, una montagna cava, dove mai penetra un raggio di sole: è la dimora occulta del Sonno, coperta perennemente da nebbie e foschia. Non vive nei paraggi un gallo dal verso che all'alba risveglia, né un cane i cui latrati possano destarti all'improvviso nella notte. Non si ode suono, solo il mormorio frusciante dell'acqua che sgorga da Lete, il fiume dell'oblio, un mormoorio cullante che genera sonnolenza. Nessuna porta, per evitare il cigolio di cardini, nessuno di vedetta sulla soglia velata dai fumi nebbiosi. In mezzo alla reggia, su un letto con sopra un morbido materasso di piume, dorme languidamente il Sonno. Sarà lui a scegliere tra i suoi mille figli quello che, come richiede Iride, dovrà assumere le forme di Ceìce e presentarsi in sonno ad Alcione, rivelando la verità del suo stato. Ovidio affida al sonno la rivelazione della realtà del lutto, per mezzo di un messaggero del Sonno, un sogno: Morfeo è il prescelto, per il suo straordinario talento nell'assumere forme umane. Spesso, quindi, possiamo inferire, le persone che vediamo nei sogni  non sono che maschere di Morfeo, non sono persone ma sogni in forma di persona, il loro messaggio  però è veritiero. Il sogno, mascherato, o meglio sotto falsa veste, non è però necessariamente ingannevole.

Il sonno comunque è indistricabilmente legato alla morte  e le sue verità riguardano i morti. Nel mondo dei vivi, che lottano per giungere al porto, alla meta, Sonno significa rallentamento, ottundimento, infusione di Oblio.

Morfeo vola per le tenebre con le ali che non fanno il minimo fruscio, in breve appare a Alcione nel sonno, non come lei  aveva lasciato il marito, ma come è ora, si presume, Ceìce: la barba inzuppata, i capelli fradici e stillanti. Le sue parole sono uno dei momenti più alti e toccanti delle Metamorfosi, e uno dei punti topici della ricerca umana della sopravvivenza nell'amore, dello strazio della finitudine, Non so perché, ma nel volto piangente del marito, già morto, che parla al volto dormiente della donna, sento qualcosa di simile ai momenti fatali di Romeo e Giulietta, alla loro tragica fine articolata su sonno, risveglio, inganno ipnotico, morte.

"Sono morto, Alcione, non sperare: i flutti hanno riuempito la mia bocca che invano gridava il tuo nome."

Lei nel sonno scoppia in lacrime e inutilmente cerca di abbracciare l'ombra di Cèice, ma il suo stesso strazio la sveglia. La nutrice vede la sua padrona urlare piangendo, strapparsi le vesti e i capelli. Grida che Alcione è morto, che un sogno vero per opera di un dio glielo ha annunciato. Poi si rivolge a lui, ormai stremata: se non ho potuto morire con te almeno ti raggiungerò, se le nostre ossa non potranno giacere le une accanto alle altre nella stessa tomba, almeno i nostri nomi saranno uniti per sempre sotto lo stesso epitaffio. E corre, disperata e discinta, sulla spiaggia, nel punto dove lo aveva abbracciato l'ultima volta. E' mattino, il mare comincia a prendere luce. E mentre lei rivede tutti i particolari dell'ultimo incontro,  scorge nell'acqua, lontano, qualcosa di informe, ma che avvicinandosi, portato dalla corrente, si rivela un corpo umano, il corpo di un affogato. Alcione, che ormai dal risveglio monologa, gli grida la sua pietà per lui, sconosciuto, e la pietà per la sua moglie a terra, chiunque sia. Ma quando ancora il corpo si avvicina lei lo riconosce: è Cèice. Allora si lancia verso di lui, da una piccola piattaforma edificata. Si lancia per morire con lui, ma sta volando, e le sue braccia sono ali, ormai, e il viso allungato in un becco, e i il piumaggio bello e bianco come quello di un elegante uccello marino. Alcione scende su di lui e lo bacia, e a quei baci del becco il morto si ridesta mutandosi in un bianco uccello. Insieme si levano in volo dalla quieta superficie del mare, insieme tornano a terra, nidificano, avranno prole, la loro vita coniugale proseguirà felice nella mutata forma di uccelli marini.

Il mare che aveva sancito la rovina per il navigatore partito aritualmente, cioè senza il consenso e il patto con la terra, si rivela magico creatore di rigenerazione di fronte alla potenza dell'amore: forse è in quella potenza il segreto dell'abisso, dell' origine e del senso finale, forse era lo stesso segreto compreso da Prospero, che rinunciò agli incanti e spezzò la  bacchetta, forse questo sta cercando,  sospeso in volo, tra cielo e mare, ormai staccato da terra, come Alcione, il Tuffatore di Paestum.

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La tomba di Tarquinia - Particolare

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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