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Camillo Neri
Linferno, fuor
di metafora
Seneca e gli
altri: le Frontiere infernali della
poesia di José Bergamín
Un abisso chiama un altro
abisso,
al fragore delle tue cascate, tutti i
tuoi flutti
e le tue onde sono passati sopra di me
(Salmo 42 [41],
7)
Ora attirata a partire
dai grandi affreschi medievali sino ai
furenti spiritualismi delletà romantica
ora, e più spesso, infastidita
o turbata come da una petulante fantasia
infantile, la letteratura (poiesis
o riflessione) che si è misurata con il
tema dellinferno e con le sue rutilanti
mitologie ha sempre pagato il proprio
tributo alla dea Metafora. Icona del côté
notturno e irrazionale della psiche
individuale, inesauribile serbatoio del
sogno noir e dellallucinazione,
ipostasi della malattia e della morte,
linferno è stato invariabilmente
assunto come simbolo scioccante
o grottesco per comunicare dellaltro.
Tanto più paradossale e persino incomprensibile
per ogni grammatica culturale, fosse pure
quella cattolica, doveva perciò risultare,
allalba dei favolosi anni
'60, il tentativo di una singolare
figura di intellettuale cristiano, spagnolo
e antifranchista, di riproporre alla riflessione
filosofica e letteraria e per via
estetica il tema dellinferno
in quanto inferno, denudato di ogni valenza
metonimica (e anzi, se mai, primum
comparationis di ogni altra metafora),
vera e finale frontiera di ogni autentica
poesia, luogo reale e inaccettabile per
ogni sguardo, monstrum horrendum
tuttavia la cui assenza
«potrebbe essere per noi qualcosa di spiritualmente
insopportabile e irrespirabile, una specie
di limbo della totale stupidità». Nel
1959, quando leditore Taurus di
Madrid pubblica Fronteras infernales
de la poesía, José Bergamín (1895-1983)
ha 64 anni, 20 dei quali passati in esilio
tra Messico e Sudamerica, e una fama ingombrante
di cattolico progressista (convinto comera
che la Chiesa avrebbe avuto più da guadagnare
dai «santuari bruciati della Catalogna»
che dallinteressata e compromissoria
difesa di vuote tradizioni temporaliste)
e di repubblicano antifranchista, che
di lì a poco lo avrebbe risospinto in
Francia, per ricondurlo in patria soltanto
negli ultimi anni, quando il regime ormai
morente non poteva più spegnere la sua
flebile voce.
Drammaturgo e saggista,
fondatore e direttore dellinnovativa
rivista cattolica «Cruz y Raya» (1933-1936)
e dellEditorial Séneca (a Città
del Messico, il 12 gennaio del 1940, con
Octavio Barreda ed Enrique Rioja) che
diede il nome a quella particolarissima
corrente dellesistenzialismo spagnolo
rubricata come senechismo,
autore di quel monumento al paradosso,
e alle istanze di rinnovamento religioso
del cattolicesimo, che è il saggio Decadenza
dellanalfabetismo (1933), Bergamín
era probabilmente luomo più adatto
a disseppellire un tema che la contemporaneità
aveva già rimosso e che persino il cattolicesimo
lasciava in una sordina di scetticismo
o incredulità.
Nove poeti Seneca,
Dante, Rojas, Shakespeare, Cervantes,
Quevedo, Sade, Byron, Nietzsche
costituiscono gli altrettanti capitoli
di questo corpo a corpo con
lInferno, condotto in una prosa
essa stessa poetica, che mira a sedurre
più che a dimostrare, a incantare più
che a spiegare, a convincere con caleidoscopiche
variazioni dello stesso concetto e con
larmonia della ripetizione più che
a persuadere con la forza della ragione.
Una prosa che ama farsi sinfonia e non
demonstratio, che chiede di essere
ascoltata e guardata prima e meglio che
capíta, e a cui si potrebbe applicare
proprio ciò che laltra grande corifea
del senechismo spagnolo, María Zambrano,
scrisse una volta dello stile di Seneca
[1] :
È una questione di orecchio,
un talento musicale, quello del sapiente;
è unattività incessante che percepisce,
ed è un continuo accordo. È, in altre
parole, unarte. La morale si è trasformata
in estetica e, come ogni estetica, ha
qualcosa dincomunicabile [
].
Per Seneca è essenziale lo stile: è la
sua arma, la sua arma migliore. Il corso
della ragione che sembra così invulnerabile
ha i suoi punti deboli: è una ragione
flessibile, zoppicante, in cui in modo
quasi impercettibile scorrono i sofismi,
ma scorrono con tale fascino che diventa
quasi impossibile scoprirli [
].
Il ruolo giocato dall«inferno
in quanto inferno», e in particolare dallinfernale
poesia tragica di Seneca, autentico starter
creativo della riflessione bergaminiana,
è ben chiarito da un filosofo contemporaneo,
Sergio Givone, nella Prefazione
alla più recente edizione italiana di
Frontiere infernali della poesia
[2] :
Chi, di fronte al titolo di
questo libro, non è indotto a pensare
che si tratti di una tarda variazione
romantica sul tema della poesia come esplorazione
del lato notturno dellesistenza
e come discesa nelle regioni dellirrazionale,
dellonirico, del patologico? Ben
altro lobiettivo di Bergamín: ossia
linferno in quanto inferno. Ecco
su che cosa la poesia, come da una soglia
estrema, si affaccia, costringendo a gettar
lo sguardo su ciò che più difficilmente
sembra poter essere accettato.
Paradosso dellinferno.
Lidea che ci sia, non può che
suscitare un sentimento di sconfinato
orrore. Ma lidea della sua assenza,
scrive Bergamín, «potrebbe essere per
noi
qualcosa di spiritualmente
insopportabile e irrespirabile, una
specie di limbo della totale stupidità».
Un oscuramento senza speranza dellanima.
La miserabile impossibilità di esprimere
un giudizio ultimo sul bene e sul male.
Invece la poesia custodisce nel «tragico
interrogativo infernale» una luce implacabile:
quella che impedisce alla vita di scivolare
in una vacua, ma non per questo pacificante,
insensatezza, e anzi la trattiene al
di qua della sua evanescenza e della
sua sparizione, perché dallabisso
della disperazione si leva un monito
che dice la dignità assoluta dellumano.
Linferno è necessario. Perciò Seneca,
che ignora la salvezza ma sa leternità
della morte e il suo «dimorare» nelluomo,
dunque sa che il silenzio e il nulla gettati
sul dolore sono peggio che la morte stessa,
fa dire a un suo personaggio, Ercole straziato
in tutti i suoi affetti e privato di qualsiasi
futuro: «Rendimi il mio inferno!»
[3] . Linferno, sembra suggerire
Seneca, non è soltanto il luogo verso
cui ci dirigiamo, ma anche il luogo da
cui proveniamo.
Ogni autentica forma di poesia,
per Bergamín, è classicamente
meditatio mortis, un continuo interrogarsi
sulla morte. E la domanda sulla morte porta
con sé quella sulla collocazione dellInferno
(«dovè lInferno?»), e sul suo
creatore: «che sia luomo il creatore
dellInferno?».

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