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Segue
Camillo Neri
Linferno, fuor
di metafora di José Bergamín
È luomo il rifugio
infernale della morte? Questa domanda
è di quelle che rispondono (anche le
domande rispondono, ed è a volte la
risposta migliore), e risponde a quel
modo di sentire la vita che Unamuno
chiamò senso o sentimento tragico. Si
tratta dunque di una risposta tragica:
un modo tragico di interrogare e, pertanto,
di rispondere. È una risposta tragica
la domanda stessa, che, in quanto tragica,
può farsi poetica, e persino retorica.
I tragici greci, e Seneca quando si
fece poeta tragico, mascherarono la
loro poesia tragica con la retorica
teatrale. Si è accusato il Seneca tragico,
come il Seneca filosofo, di esser retorico.
Nel poeta e nel filosofo cordovese vi
sono realmente questi tre aspetti: tragico,
filosofico e retorico; ed egli merita
soprattutto laccusa di esser retorico.
Vi è dunque una maniera tragica, una
filosofica e una retorica di interrogare
sullInferno? In Seneca i tre modi
si manifestano secondo la nota opposizione
triangolare [
] e non come nella
triade dialettica hegeliana o marxista,
giacché nessuno di essi sintetizza gli
altri due in una unità superiore; e
nessuno, di per sé solo, esprime esaurientemente
il senechismo. E anche se leggendo oggi
il vecchio predicatore stoico, contemporaneo
di san Paolo, può sembrare che egli
sia un retore della virtù o della verità,
noi preferiamo interpretare la sua persuasiva
eloquenza come fece Nietzsche: chiamandolo,
con immagine assai felice specie
per intenditori spagnoli , il
«torero» della virtù e della verità [4] .
Nel teatro, che «è sempre
grido», e nelle tragedie di Seneca, dove
«le parole gridano più forte dellazione
tragica», ecco che «per la prima volta,
dietro quelle grida, un mondo atrocemente
infernale si offre allo sguardo delluomo,
in mortale silenzio» [5] . E il ricchissimo Seneca, che si interroga
sullInferno e sul proprio inferno
mescolando filosofia e tragedia («Seneca,
il filosofo, scrive tragedie. Ma è anche
vero che Seneca, il tragico, scrive la
sua filosofia mascherando con le parole
il suo pensiero più tragico»), pare a
Bergamín il prototipo, «precristiano»,
del povero di spirito, che non sfugge
al suo quotidiano wrestling con
il dramma dellesistenza, a quella
corrida infernale che è sempre lindagare
se stessi:
Vi è un modo drammatico
di filosofare, di affrontare la filosofia
o di mascherarsi con essa, che è appunto
la retorica di una teatralità poetica
che ha origine nella tragedia. Per luomo
dunque, lo ripetiamo, vi è un modo tragico,
uno filosofico e un altro retorico di
interrogarsi sullInferno. E in
questi tre modi si interrogava, e rispondeva
a se stesso, il tragico, il filosofo,
il retore, ovvero il torero; inventando
un certo virtuosismo della verità, o
realizzazione della virtù, che fu ciò
che tanto lodarono in lui e persino
imitarono i cristiani, i primi Padri
della Chiesa [6] .
A differenza dei tragici
greci, con il loro aristotelico messaggio
di pietà e di terrore, e pure di Dante,
Seneca esistenzializza la tragedia, facendone
la vicenda infuocata e torturata delluomo
che ha imparato a riconoscere il sapore
acre dellInferno in ogni entità
umana, in tutti «i paradisi apparenti
della terra», nel percorso di andata e
ritorno delluomo, che viene dallInferno
e verso lInferno si dirige.
Potremmo confermarlo leggendo
pagine su pagine: Della Provvidenza,
DellOzio, dellIra,
la Vita beata, o anche le Lettere
a Lucilio; ma soprattutto certe
scene tragiche, come quelle di Medea,
a proposito delle quali Miguel de Unamuno
mi raccontava di aver sudato sangue
per tradurle in un castigliano che risultava
assai meno spagnolo del latino di Seneca [7] .
Le tragedie di Seneca costituiscono
per Bergamín la testimonianza più profonda
di questa solitaria, assoluta esperienza
infernale. Che non lascia spazio a miti
consolatori, né a illusioni di vittoria
o di riscatto:
Da Seneca fino a Nietzsche
oppure, il che è lo stesso, ed
è forse più esatto: da Nietzsche fino
a Seneca venti secoli di cristianesimo
hanno esistenzializzato la tragedia,
privandola dellillusione, del
mito; questo fece lantecristiano
Seneca, questo volle fare lanticristiano
Nietzsche: proposito che gli fece smarrire
la ragione. Come la smarrì Ercole, leroe
tragico di Euripide e di Seneca, tornando
vincitore dai suoi divini Inferni illusori:
vinto dalla realtà vera del suo Inferno
umano
[8] .
Eppure, è proprio questa
esperienza, che è esistenziale e poetica
in uno [9] , che finisce per postulare con quell«abisso di
orrore» che è lInferno, anche l«abisso
luminoso di Dio»:
La notte sconosciuta di
Seneca, che sporge verso di noi il suo
capo oscuro, è la notte che seguì alla
morte di Dio, o quella che seguì alla
morte degli dèi? «Rendimi lInferno»,
dice leroe di Seneca quando ritrova
la ragione. «Tutto annega in un orribile
tedio; e peggiore della morte è il rifugio
della morte» [10] . A questa dimora della
morte è disceso il Cristo: cercandola
nelluomo. E la sua ascensione
ai cieli non si compie come quella delleroe
divinizzato dal fuoco, per virtù degli
astri. Una nuova immagine divina, la
più atrocemente pietosa e spaventosa,
quella del Crocifisso, infonde nel cuore
piagato delluomo la sua tragica
speranza
[11] .
Ed è infine proprio la Croce
che si erge come polo capace di assorbire
lInferno nellabisso divino,
ponendo in ultimo alluomo, a ogni
uomo il dilemma che era già stato di Nietzsche:
«lInferno, o la Croce»
[12] .
LInferno come vera
realtà, al di qua della morte, è vinto
dalleroe tragico in quel modo,
unico possibile, col quale leroina
calderoniana vince il Demonio: non lasciandosi
vincere da esso, non dandosi per vinto.
Testimonianza infernale che ci fu offerta
da Seneca, e dagli altri martiri stoici,
precursori di quelli cristiani. A questi,
ai martiri cristiani, lo stesso Cielo
si farà tragico interrogativo infernale:
con tutti i suoi diabolici abitanti
divini, nemici o amici delluomo.
Nella meravigliosa visione di Dante,
alla fine del Medioevo, la narrazione
o figurazione tragica dellInferno
è anche superata a mezzo della memoria,
musicalmente. Tra speranza e ricordo,
la poesia, frontiera della morte, fa
tacere di nuovo il suo grido. Lesperienza
viva dellInferno affermerà la
sua virtù purificatrice trascendendo
il suo stesso eroico impegno. Per vincere
lInferno leroe ormai non
basta; occorre il santo. Il tragico
uomo dazione si farà divino uomo
di passione. Forse nella voce dantesca
lInferno scompare perché viene
assorbito nellabisso luminoso
di Dio. Luomo, per negare alla
morte la sua dimora, il suo rifugio,
dovrà paradossalmente negare se stesso,
affermandosi nel simbolo tragico delluomo
e del Dio martoriato, in quello stesso
segno che lo nega: la croce [13] .
Il messaggio, in fondo,
è tutto qui. Ma Bergamín decide di metterlo
alla prova in un viaggio a tappe attraverso
i secoli, sulle spalle dei giganti, quasi
a dimostrare o meglio, a ripetere
allinfinito come la grande
poesia finisca sempre per misurarsi con
quella soglia infernale che a Dante si
presentò nel mezzo del cammin di nostra
vita. Ed è un Dante infernale, già
filtrato dalla traduzione
di Rubén Darío (En medio del camino
de la vida / dijo Dante, y su verso se
convierte: / en medio del camino de la
muerte), «il solitario, il sognatore
e leterno esiliato», quello su cui
si sofferma lo sguardo Bergamín, davanti
alla porta dellInferno:
Il poeta, per entusiasmarsi
o divinizzarsi, non si disumanizza come
leroe mitico; si umanizza invece
maggiormente, mediante la fede in Cristo.
Ma questa fede così viva non è pensabile
senza la croce. In Dante la forza del
canto, che vince lInferno, non
comporta la negazione del sentimento
e senso tragico della vita, lo afferma
invece più profondamente. La tragica
atrocità dellInferno viene superata
mediante un altro Inferno ancor più
atroce, terribile e temibile. Lorrore
infernale non viene diminuito dalla
possibilità di vincerlo: si direbbe
anzi che è molto più vero e reale per
chi possiede la nuova fede nella vita
eterna, giacché questa è anche fede
nella morte eterna o, paradossalmente,
nella morte immortale. Così spostandosi,
lesperienza poetica dellInferno
si fa assai più orribile e spaventosa,
perché fa davvero eterna, eternamente
viva, la sua tragica minaccia.
Dianzi a me non fur cose
create
se non eterne, e io eterna duro.
Questo afferma la porta
sempre aperta dellInferno, e ci
ingiunge di abbandonare ogni speranza.
Le parole «di colore oscuro» minacciano
luomo con uno spavento davvero
senza pietà, con un dolore eterno, con
una condanna eterna. Parole di colore
oscuro: parole di disperazione.
Ma, senza queste, forse non avrebbero
senso le altre, quelle illuminate dalla
fede, dallamore, dalla speranza [14] .
Ed è per questo che lInferno
di Dante non può essere solo loggetto
dei vacui entusiasmi dei suoi lettori,
abituati ad aggirarvisi en touristes,
animati da una «puerile curiosità» per
la mirabile visione
(«vi sono turisti culturali o estetizzanti
che mi sembrano i più pericolosi di tutti
i tipi umani a me noti: pericolosi per
la loro stupidità, per avere smarrito
il ben dellintelletto, che è la
cosa dantescamente più infernale di tutte.
Ignoranti che, non ancora mondi di questa
loro colpa, vivono nellInferno senza
rendersene conto»), ma deve divenire lesperienza
viva del «mistero dellanima che
trema in noi, timorosa davanti alla vita
come davanti alla morte»:
Alla domanda: dovè
lInferno? cui Seneca rispondeva:
nelluomo stesso, dentro luomo,
che è la dimora della morte (e lInferno
non è che questo: la viva dimora della
morte), Dante dà una risposta, dopo
tredici secoli di esperienza cristiana.
Una risposta che porta una maschera
poetica che clamorosamente schiude il
suo silenzio e la sua solitudine, eco
dei cieli, al più disperato e disperante
affanno di perdizione viva ed
eterna perdizione , di inesauribile
pena, di durevole spavento, di infinita
empietà. LInferno del pensiero
stoico, angosciosamente vuoto, si popola
angosciosamente di sofferenze, di orribili
gemiti, di pianto. È sempre questa «musica
del sangue» quella che tramuta in sogno
di sangue il pensiero. Lumanizzazione
dellInferno ne ha arricchito lo
strazio (dolore, rovina, tormento, debolezza
), ha prolungato le sue torture
e i suoi affanni, la sua mostruosa mitica
enormità, atrocemente illusoria, con
tanta forza di canto e di silenzio,
di violenza, che, dopo Dante, esso sembra
rompere le sue muraglie, straripare,
inondare lintera terra. La profezia
poetica di Dante si compie nei secoli,
e giunge intatta fino a noi. Dico che
la profezia infernale di Dante
il messaggio del suo grido è
ancora intatta. Intatta, almeno, per
i cattolici, che credono in Cristo:
per quelli che, come noi, sono cattolici
con lui e come lui. Per noi, che non
abbiamo mai potuto separare, come diceva
Unamuno, la parola uomo dalla parola
cristiano. Per noi che viviamo
di fede e non di ideologie quel
grido così umano, giunto al cielo dopo
essere stato strappato dalle viscere
putride e sanguinanti dellInferno,
e dolorosamente purgato sul Sacro Monte,
è un grido vivo, perché è un grido di
pietà [15] .
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