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Simone
Rambaldi
Le rappresentazioni
dell'Oltretomba nella pittura
romana antica
Scarsità di repertori
iconografici
Vidi ego multa
saepe picta, quae Acherunti fierent
| cruciamenta.
Così Plauto[1] fa parlare uno dei suoi personaggi, il quale
si trova a dover soffrire pene ancora
più gravi di quelle mostrate
dai pittori che raffiguravano scene
dell'Aldilà. Purtroppo i dipinti
romani superstiti solo raramente ci
documentano rappresentazioni di questo
genere, che pure dovevano essere assai
diffuse, a giudicare dal modo molto
naturale nel quale il passo citato ne
fa menzione, e comunque mai per un'epoca
così antica come quella di Plauto.
Questa scarsità di testimonianze
non investe soltanto le punizioni dei
famosi "penitenti" della mitologia,
cui fa chiaramente riferimento il testo
plautino, ma anche l'iconografia generale
dell'Oltretomba pagano[2] .
Miti greci a Roma
I contenuti narrativi
della pittura romana sono in larga misura
di origine greca[3]
. I personaggi e le scene rappresentate
sono attinti a piene mani dalla mitologia
del mondo ellenico, sia perché
molto spesso i dipinti romani, che per
noi sono in grandissima parte costituiti
dalle testimonianze ritrovate nelle
città vesuviane, sono copie di
celebri opere di artisti greci, sia
perché gli stessi pittori, quando
creavano nuove rappresentazioni, non
facevano che rielaborare un patrimonio
figurativo di origine comunque greca.
Questa è forse la ragione per
cui appaiono piuttosto infrequenti le
riproduzioni pittoriche di miti specificamente
romani, come ad esempio la leggenda
di Enea, un tema che è in verità
di ascendenza greca anch'esso, ma che
nel mondo italico, soprattutto a partire
dall'età augustea, fu assimilato
nella saga delle origini di Roma. Naturalmente
non va trascurata la casualità
selettiva con cui i documenti materiali
del mondo antico sono giunti fino a
noi, ma è indubbio che i miti
più "autoctoni" o sentiti
come tali, rispetto alla mole soverchiante
delle leggende greche, appaiono in quantità
molto minore. Forse la celebrazione
dei fasti civici trovava come sede privilegiata
la scena pubblica, più che le
pareti domestiche, e riconosceva in
altre forme di espressione figurativa,
come il rilievo in pietra, il mezzo
più idoneo per la propria rappresentazione[4]
.
L'Odissea dell'Esquilino
La testimonianza più
antica e più importante, fra
quelle che raffigurano il mondo ultraterreno
nella pittura romana, è costituita
da due dipinti, che appartengono a un
famoso ciclo di scene tratte dall'Odissea.
Questa serie di affreschi fu scoperta
a Roma sul colle Esquilino nel 1848,
in occasione di lavori di scavo per
la costruzione di un edificio in via
Graziosa, una strada che oggi non esiste
più e a cui si è in parte
sovrapposta l'attuale via Cavour. Si
tratta di otto pitture (un'altra, la
prima venuta alla luce quando venne
disseppellita la parete che decoravano,
non fu distaccata perché già
allora illeggibile), oggi alla Biblioteca
Apostolica Vaticana; vi sono raffigurati
diversi momenti della leggenda di Odisseo,
con grande aderenza al testo omerico,
del quale appaiono tradotti pittoricamente
anche particolari molto minuti. La cronologia
può essere fissata intorno agli
anni 50-40 a.C., ma i modelli dai quali
gli affreschi derivano sono sicuramente
anteriori di almeno un secolo e di origine
alessandrina. I primi sei dipinti[5] rappresentano scene relative all'incontro con
i Lestrigoni[6] , l'episodio a cui è
dedicato lo spazio maggiore nell'intero
ciclo, e all'avventura con la maga Circe[7] . Gli ultimi
due, sui quali ora ci soffermeremo,
riguardano la Nekyia, cioè
l'evocazione dei defunti, compiuta da
Odisseo per interrogare l'anima di Tiresia
a proposito del proprio ritorno in patria,
su consiglio di Circe che gli aveva
anche indicato la strada e la condotta
da seguire[8]
. Alla serie può essere senza
dubbio assegnato anche il frammento
di un altro riquadro, attualmente conservato
nella sede di Palazzo Massimo del Museo
Nazionale Romano, raffigurante l'episodio
delle Sirene[9]
. Sappiamo dalle fonti letterarie, e
dai riflessi riconoscibili nella pittura
vascolare greca, che già in epoca
più antica di quella cui sono
riferibili i modelli dei dipinti romani
non erano mancate rappresentazioni pittoriche
della Nekyia: particolarmente
famosa era la composizione che Polignoto
di Taso, poco prima della metà
del V secolo a.C., creò insieme
a una raffigurazione della presa di
Troia per ornare l'interno della Lesche
a Delfi, un edificio eretto dagli abitanti
di Cnido come sala di riunione[10] . Un'altra era opera di Nicia
di Atene, pittore attivo nella seconda
metà del IV secolo a.C.[11]
La Nekyia: primo affresco
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| Fig. 1. Odissea dell'Esquilino:
colloquio con l'anima di Tiresia. |
Il primo dei due affreschi
odissiaci con scene oltremondane presenta
una scena divisa in due parti (fig.
1)[12] . A sinistra la nave dei Greci, con la vela
rigonfia e i remi in movimento, si sta
avvicinando al paese dei Cimmeri, dove
era l'ingresso al regno dei morti; a
destra, al di là di un grande
arco roccioso che occupa la porzione
centrale della pittura, si svolge il
colloquio di Odisseo con l'indovino
tebano, di fronte a uno stuolo di anime
vestite di lunghi abiti. L'unione di
due scene differenti nello stesso spazio
pittorico non deve stupire, poiché
si tratta di una soluzione compositiva
molto usata nella pittura antica, nota
agli studiosi come "narrazione
continua". Nel dipinto non vi è
traccia della spiaggia e dei boschi
di pioppi e salici sacri a Persefone
che i Greci avrebbero dovuto trovare
nel luogo del loro approdo[13] . L'ambiente roccioso
e cosparso di vegetazione palustre nel
quale l'evocazione ha luogo è
cupo, illuminato soltanto dalla luce
che penetra attraverso l'arco. Non dobbiamo
peraltro pensare che qui sia rappresentato
propriamente il mondo dei morti, dato
che, secondo il racconto, Odisseo non
penetrò al suo interno, ma si
fermò alla confluenza del Piriflegetonte
e del Cocito nell'Acheronte per evocare
le anime, attirandole col sangue degli
animali sacrificati, l'unico mezzo per
consentire loro di riacquistare la parola[14] . L'identificazione
dei personaggi, in questo come negli
altri affreschi del ciclo, è
spesso assicurata dalla presenza di
didascalie greche che ne riportano i
nomi[15] , ma già la notevole fedeltà
delle rappresentazioni al testo omerico
basterebbe a non lasciare dubbi al riguardo.
Dietro all'eroe si scorgono due compagni
che tengono a testa in giù l'ariete
sacrificato per Tiresia, in modo che
il sangue si raccolga nella fossa appena
scavata, secondo le prescrizioni di
Circe, che aveva raccomandato di uccidere
appunto un ariete e una pecora nera
(quest'ultima non compare nel dipinto).
L'indovino, con un lungo bastone nella
mano sinistra, è davanti al suo
interlocutore e gli racconta il destino
che lo attende[16]
. In mezzo alle ombre compaiono alcune
donne, fra le quali si può riconoscere
sicuramente Anticlea,
la madre di Odisseo[17] , mentre le altre
sono anime di donne celebri[18] . L'Andreae[19]
suppone che nelle tre figure a destra,
un poco discoste dalle altre, si debbano
riconoscere Agamennone, Achille e Aiace
Telamonio, anch'essi incontrati nell'Oltretomba
dal protagonista[20] . In alto,
accoccolata su una prominenza rocciosa,
si intravede l'anima di Elpenore, lo
sfortunato
compagno che, essendo ubriaco, era
precipitato dal tetto della casa di
Circe ed era morto[21] . A sinistra, sulle
pendici dell'arco, sono sdraiate altre
due figure maschili, molto probabilmente
da interpretare come personificazioni
della spiaggia dei Cimmeri dove Odisseo
è approdato[22] .

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NOTE
[1]
Plauto,Captivi 998-999.
[2]
Vd. il fondamentale F. Cumont, Recherches sur
le symbolisme funéraire des Romains,
Paris 1942 (rist. anast. Paris 1966); J.M.C. Toynbee,
Death and Burial in the Roman World, London
1971, pp. 33-39.
[3]
La bibliografia su questo argomento è immensa.
Vd. in generale J.-M. Croisille, Poésie
et art figuré de Neron aux Flaviens (Collection
Latomus 179), Bruxelles 1982; R. Ling, Roman
Painting, Cambridge 1991; D. Scagliarini Corlàita
(a cura di), I temi figurativi nella pittura
parietale antica (IV sec. a.C. - IV sec. d.C.)
(Atti del Convegno, Bologna 1995), Bologna 1997.
[4]
Vd. in generale M. Torelli, Typology and Structure
of Roman Historical Reliefs, Ann Arbor 1982;
F. Rebecchi, Il rilievo storico romano, in
S. Settis (a cura di), Civiltà dei Romani.
Il potere e l'esercito, Milano, 1991, pp. 144-166.
[5]
Vd. in proposito B. Andreae, Der Zyklus der Odysseefresken
im Vatikan, in Mitteilungen des Deutschen
Archäologischen Instituts, Römische Abteilung
69, 1962, pp. 106-117, specificamente pp. 107-110;
P.H. von Blanckenhagen, The Odyssey Frieze,
in Mitteilungen des Deutschen Archäologischen
Instituts, Römische Abteilung 70, 1963,
pp. 100-146, passim; W.J.T. Peters, Landscape
in Romano-Campanian Mural Painting, Assen 1963,
pp. 28-30; A. Gallina, Le pitture con paesaggi
dell'Odissea dell'Esquilino, in Studi Miscellanei
6, 1964, pp. 22-26; O. Touchefeu-Meynier, Thèmes
odysséens dans l'art antique, Paris 1968,
pp. 103, 118, 120, 273-274; B. Andreae, L'immagine
di Ulisse. Mito e archeologia, Torino 1983 (ediz.
orig. Odysseus. Archäologie des europäischen
Menschenbilds, Frankfurt 1982), pp. 40-43; D.
Buitron et al. (a cura di), The Odyssey
and Ancient Art. An Epic in Word and Image,
Annandale-on-Hudson, New York 1992, p. 80; R. Biering,
Die Odysseefresken vom Esquilin, München
1995, pp. 31-94.
[9]
Vd. L. Vlad Borrelli, Un nuovo frammento dei
"Paesaggi dell'Odissea", in Bollettino
d'arte 41, 1956, pp. 289-300, soprattutto pp.
289-293; B. Andreae, Der Zyklus der Odysseefresken
im Vatikan, in Mitteilungen des Deutschen
Archäologischen Instituts, Römische Abteilung
69, 1962, pp. 112-113; P.H. von Blanckenhagen, The
Odyssey Frieze, in Mitteilungen des Deutschen
Archäologischen Instituts, Römische Abteilung
70, 1963, pp. 109-110; W.J.T. Peters, Landscape
in Romano-Campanian Mural Painting, Assen 1963,
p. 30; A. Gallina, Le pitture con paesaggi dell'Odissea
dell'Esquilino, in Studi Miscellanei
6, 1964, p. 28; O. Touchefeu-Meynier, Thèmes
odysséens dans l'art antique, Paris 1968,
pp. 162, 188 (che però attribuisce al frammento
un'inspiegabile provenienza pompeiana); B. Andreae,
L'immagine di Ulisse. Mito e archeologia,
Torino 1983, p. 45; D. Buitron et al. (a
cura di), The Odyssey and Ancient Art. An Epic
in Word and Image, Annandale-on-Hudson, New
York 1992, p. 111; R. Biering, Die Odysseefresken
vom Esquilin, München 1995, pp. 115-122.
[10]
Descrizione in Pausania (X, 28-31). Cfr. anche Plin.,
Nat. hist. XXXV, 59. Vd. P. Moreno, La
conquista della spazialità pittorica,
in Storia e Civiltà dei Greci, vol.
IV, Milano 1979 (con ristampe), pp. 631-676, specificamente
pp. 646-650; D. Buitron et al. (a cura di),
The Odyssey and Ancient Art. An Epic in Word
and Image, Annandale-on-Hudson, New York 1992,
p. 98.
[11]
Plin., Nat. hist. XXXV, 132; Plut., Mor.
1033c; Anth. Pal. IX, 792. Vd. P. Moreno,
La pittura tra classicità ed ellenismo,
in Storia e Civiltà dei Greci, vol.
VI, Milano 1979 (con ristampe), pp. 459-520, specificamente
pp. 478-479; D. Buitron et al. (a cura di),
The Odyssey and Ancient Art. An Epic in Word
and Image, Annandale-on-Hudson, New York 1992,
p. 99.
[12]
Vd. B. Andreae, Der Zyklus der Odysseefresken
im Vatikan, in Mitteilungen des Deutschen
Archäologischen Instituts, Römische Abteilung
69, 1962, pp. 110-112; P.H. von Blanckenhagen, The
Odyssey Frieze, in Mitteilungen des Deutschen
Archäologischen Instituts, Römische Abteilung
70, 1963, p. 108; W.J.T. Peters, Landscape in
Romano-Campanian Mural Painting, Assen 1963,
p. 30; A. Gallina, Le pitture con paesaggi dell'Odissea
dell'Esquilino, in Studi Miscellanei
6, 1964, pp. 26-27; O. Touchefeu-Meynier, Thèmes
odysséens dans l'art antique, Paris
1968, p. 138; B. Andreae, L'immagine di Ulisse.
Mito e archeologia, Torino 1983, p. 43; D.
Buitron et al. (a cura di), The Odyssey
and Ancient Art. An Epic in Word and Image,
Annandale-on-Hudson, New York 1992, p. 99; R. Biering,
Die Odysseefresken vom Esquilin, München
1995, pp. 95-104.
[14]
Così gli era stato ingiunto da Circe (ibid.,
512-537). Il racconto della Nekyia non manca
peraltro di incongruenze, dovute a differenti epoche
di redazione. Il rito compiuto da Odisseo mostra
che le anime, grazie al sangue loro offerto, ritrovano
anche la memoria e la volontà, mentre verso
la fine del poema, quando viene descritto l'arrivo
nell'Ade delle ombre dei pretendenti di Penelope,
i defunti sono mostrati nell'atto di conversare
fra loro su un prato di asfodeli, quindi perfettamente
coscienti (XXIV, 1-204).
[15]
Su questo genere di iscrizioni vd. E. Thomas, Zum
Zeugniswert griechischer Beischriften auf römischen
Wandgemälden der späten Republik und frühen
Kaiserzeit, in Mededelingen van het Nederlands
Instituut te Rome. Antiquity 54, 1995,
pp. 110-123.
[16]
Od. XI, 90-151. Cfr. inoltre Lyc., Alex.
681-687; Ps.-Apoll., Epit. VII, 17, che menziona
anche le altre anime ricordate da Omero.
[17]
Od. XI, 84-89, 152-224. Cfr. Hyg., Fab.
125, 12.
[19]
Vd. B. Andreae, L'immagine di Ulisse. Mito e
archeologia, Torino 1983, p. 43.
[21]
Ibid., 51-83; Hyg., Fab. 125, 11.
La sua morte è descritta anche in Od.
X, 551-560.
[22]
In W.J.T. Peters, Landscape in Romano-Campanian
Mural Painting, Assen 1963, p. 30, è
avanzata l'ipotesi che le due figure rappresentino
l'Acheronte e il Cocito. Simili personificazioni
dei luoghi dove gli episodi si svolgono compaiono
anche su altri dipinti del ciclo.
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