Parole di carta
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Pagina Principale del sito Come contattarci Iscriviti alla mailing list! Agenda del sito I temi trattati Archivio delle prime pagine
Per la bibliografia di questo saggio clicca qui

   

Segue
Simone Rambaldi
Le rappresentazioni dell'Oltretomba

 

 indietro

continua

La Nekyia: secondo affresco

Il secondo quadro della Nekyia (fig. 2) è di dimensioni dimezzate rispetto agli altri della serie, perché era collocato accanto a una porta che interrompeva la superficie della parete (questi affreschi erano collocati negli spazi lasciati liberi da una fila di pilastri, anch'essi dipinti)[23] . In esso sono rappresentati tre personaggi celebri nel mondo antico per le punizioni che erano costretti a subire in eterno, a causa delle colpe che avevano commesso, insieme ad altre figure non ricordate nel racconto omerico[24] . Anche qui la parte centrale della pittura è occupata da un grande arco roccioso, sotto il quale è sdraiata e legata al suolo una figura gigantesca, quella di Tizio, tormentata da un avvoltoio che ne divora il fegato[25] . Sopra il pendio altri due penitenti: in alto Orione, intento alla sua caccia senza fine, con un laccio in mano e brandendo la mazza di bronzo ricordata da Omero[26] ; poco più in basso Sisifo, alla prese col masso che rotola giù tutte le volte che ha ormai raggiunto la cima della montagna[27] . I tre personaggi sono accompagnati da iscrizioni coi loro nomi, però imprecise e mal conservate; nel caso di Sisifo e Tizio si ha addirittura l'impressione che le didascalie siano state scambiate[28] . Nella parte anteriore della pittura compaiono alcune ragazze, di cui non si trova traccia nel racconto omerico: sono le Danaidi, anch'esse condannate ad affaticarsi per l'eternità in un lavoro inutile, quello di rovesciare acqua in un recipiente bucato, secondo una leggenda elaborata in epoca più tarda e testimoniata soprattutto in ambito latino[29] . Quattro di esse sono impegnate intorno a un grande contenitore a forma di lunga cassa, mentre una quinta si sta riposando, accoccolata ai piedi dell'arco roccioso con la sua anfora stretta fra le mani. Tutto il luogo all'intorno è cosparso di irti cespugli e canneti.

Il sepolcro romano: specchio della dimora in vita

Questo inserimento del destino ultraterreno delle Danaidi, che avrebbero così espiato l'assassinio dei propri sposi[30] , i cinquanta figli di Egitto, in una rappresentazione per il resto così vicina alla narrazione dell'Odissea è di notevole interesse. Essa infatti dimostra chiaramente l'importanza rivestita dalla tradizione letteraria nella scelta dei motivi figurativi e nella loro combinazione, tanto da stimolare gli autori dei modelli pittorici e i loro epigoni a comporre intrecci di miti differenti, magari sulla base, come in questo caso, di un analogo contesto ambientale. Tuttavia si è già accennato all'inizio del presente lavoro che l'Oltretomba, inteso non come lo scenario di note leggende che costituivano un patrimonio culturale comune a tutti i livelli sociali, ma come la sede cui erano rivolte le speranze di sopravvivenza dopo la morte dei cittadini romani, compare assai di rado nelle testimonianze pittoriche superstiti, sia in quelle provenienti da case private (come gli affreschi che abbiamo appena considerato), sia in quelle che decoravano i sepolcri stessi. In questa seconda classe monumentale, che pure, a prima vista, potrebbe sembrare quella più idonea ad accogliere un tale genere di rappresentazioni, compaiono molto più frequentemente immagini che illustrano gli episodi salienti della vita del defunto, proclamando ai superstiti il ruolo e le mansioni esercitati. Un esempio particolarmente eloquente di un simile corredo figurativo è offerto dalla tomba di Vestorius Priscus a Pompei[31] . Ma spesso il sepolcro, nel mondo romano, finisce per essere una specie di riflesso della dimora dove i defunti abitavano da vivi, tanto che in diversi casi possiamo constatare come nelle tombe si ritrovino motivi e stilemi impiegati anche nella decorazione delle domus[32] .

Modelli letterari. Un percorso accidentato

Oltre all'Odissea, molte altre fonti si soffermano a parlare del mondo ultraterreno, in particolare aprendo squarci suggestivi sulla regione dell'Aldilà dove si riteneva che le anime degli eletti risiedessero in eterno, vale a dire i Campi Elisii o le Isole dei Beati, entrambe terre inaccessibili ai mortali e descritte praticamente nello stesso modo[33] . I poeti augustei sono profondamente affascinati da questi luoghi meravigliosi[34] . Nella letteratura latina la descrizione più importante è ovviamente quella contenuta nell'Eneide, con la narrazione del viaggio compiuto nell'Oltretomba da Enea e il suo arrivo nell'Elisio per interrogare l'anima del padre Anchise[35] . Ad essa però non corrisponde alcuna attestazione nella pittura, come è caratteristico degli episodi narrati nel poema virgiliano, di rado presenti nella documentazione superstite[36] . Certamente non mancavano, da parte degli spiriti più elevati, critiche a queste vecchie credenze, ritenute ormai semplici favole[37] . Semmai il soggiorno delle anime veniva visto in cielo, soprattutto per quelle dei giusti[38] , ma le testimonianze figurative continuavano a ripetere modelli più tradizionali e consueti, ormai patrimonio consolidato dell'immaginario collettivo.

La tomba di Patron: il registro centrale

Tomaba di Patron
Fig. 3. Tomba di Patron: acquerello che riproduce una parete.

Un importante documento, risalente alla fine del I secolo a.C., è rappresentato dalla decorazione di una tomba, oggi non più visibile, che fu scoperta nel 1842 a Roma lungo il tratto iniziale della via Latina[39] . Il sepolcro apparteneva ad un medico greco chiamato Patron, come si apprende da alcune iscrizioni che sono state ritrovate sul posto. La camera funeraria era ornata con pitture di qualità eccellente, delle quali purtroppo rimangono solo alcuni lacerti, conservati a Parigi (museo del Louvre). La parete era suddivisa in tre registri (fig. 3): su uno zoccolo di finto marmo, la porzione centrale, di gran lunga la più estesa, era tutta occupata dalla veduta di uno stupendo giardino, animato da uccelli posati sui rami degli alti alberi che, in un acquerello ricavato all'epoca della scoperta, appaiono in numero di cinque; in alto, infine, una scena completamente diversa mostrava una processione. Del registro centrale rimangono solamente due piccoli frammenti con uccelli[40] , ma la riproduzione appena citata permette di collocare agevolmente questa composizione nell'ambito di un noto filone di pitture di giardini, il cui esempio più celebre è sicuramente costituito dalla decorazione di un ambiente semisotterraneo nella villa di Livia a Prima Porta, presso Roma, che oggi può essere ammirata in tutto il suo splendore nella nuova sede del Museo Nazionale Romano in Palazzo Massimo[41] . La funzione di questo tema in un contesto funerario si presta a due interpretazioni differenti: può trattarsi o dell'allusione a un giardino reale, che circondava il sepolcro e costituiva la sede privilegiata per i riti compiuti dai famigliari del defunto in occasione delle loro visite alla tomba[42] , o di un'evocazione dei Campi Elisi promessi al medico Patron il quale, come rivela un'epigramma rinvenuto nel sepolcro[43] , riteneva di avere ben meritato la felicità eterna per i servigi da lui resi al prossimo durante la sua vita. Ma naturalmente si può pensare anche a una compresenza di entrambi i significati. Il testo dell'epigramma ricordato sembra essere proprio una descrizione puntuale del giardino raffigurato sulla parete tombale, poiché vi sono ricordati gli alberi incantevoli, ricchi di frutti, che crescevano intorno al monumento funerario, nonché gli uccelli che volteggiavano fra i loro rami e la cicala che spandeva all'intorno il suo canto (una cicala è appunto riconoscibile poco sotto la cima del primo albero a destra).

La tomba di Patron: il registro superiore

Tomba di Patron
Fig. 4. Tomba di Patron: frammento della stessa parete.

 

 

 

La processione che corona la parete dà adito anch'essa a una duplice spiegazione (fig. 4). Si tratta sicuramente di un corteo che riunisce i congiunti di Patron, fra i quali il posto più importante spetta alla moglie e alla figlia maggiore, ben riconoscibili nelle figure velate al centro grazie alla loro più alta statura e alle iscrizioni che ne riportano i nomi propri, come abbiamo visto nelle pitture dell'Odissea. Le due donne sono accompagnate da diversi giovinetti, presumibilmente altri figli del defunto insieme ad alcuni servitori che recano oggetti necessari al culto funerario. Le figure si muovono su un terreno pianeggiante, su cui crescono alberi. Questo luogo, dove il rito si svolge, rimane però difficile da precisare: potrebbe trattarsi del giardino circostante il sepolcro, il quale, si è detto, poteva già essere simboleggiato dalle piante riprodotte nel registro centrale della parete, oppure dell'Oltretomba. In questo secondo caso si dovrebbe allora interpretare la rappresentazione come una cerimonia di offerta compiuta dalla famiglia ricongiunta nell'Elisio. Non sono infrequenti, nell'arte dei sepolcri, le scene che mostrano riunioni di diversi personaggi intenti alla celebrazione di una cerimonia comune in onore del defunto, come i banchetti funerari, che trovano un discreto numero di attestazioni[44] . Anche per queste composizioni è spesso difficile stabilire se esse si svolgano nella vita reale, dunque in prossimità della tomba, o piuttosto nell'Aldilà, a causa della povertà delle notazioni ambientali di solito introdotte, che rendono incerta la collocazione del convito[45] . Non mancano del resto testimonianze letterarie di simili convegni ultraterreni, come il banchetto che l'imperatore Giuliano, in uno dei suoi scritti, fa consumare ai suoi predecessori sulla luna[46] ; anche Luciano descrive una pittoresca riunione conviviale nei Campi Elisi[47] . Naturalmente la pittura non reca alcuna traccia di tali fantasiose e ironiche rielaborazioni, che si spiegano soltanto come giochi letterari.

La tomba di Patron: lettura complessiva

Purtroppo la frammentarietà della pittura con i parenti di Patron ostacola la lettura complessiva, impedendoci di riconoscere esattamente non solo lo scenario circostante, ma anche la natura precisa del rito qui celebrato. E' molto probabile che, sulle altre pareti della camera sepolcrale, comparissero ulteriori elementi a completare l'insieme, ciò che avrebbe potuto chiarire, ai nostri occhi, il significato dell'intera composizione. Le due figure che nell'acquerello citato (fig. 3) concludono la scena a sinistra, rivolte in direzione opposta alle altre, sono state erroneamente inserite in quel punto dall'autore, perché, come si può appurare osservando una vecchia incisione che mostra lo stato della tomba al momento della scoperta[48] , esse appartenevano originariamente alla decorazione della parete contigua. Questo particolare conferma dunque che la composizione non era limitata a una sola parete. Non è nemmeno possibile stabilire, dato che del sepolcro oggi non rimane traccia e non si dispone di dati certi sulla sua pianta, se esso fosse destinato al solo Patron o a tutta la sua famiglia. Supponendo che soltanto lui fosse seppellito qui, il corteo dei suoi cari non aveva la funzione di ritrarre puntualmente coloro che occupavano la tomba, ma solo di testimoniare la pietas familiare, sia che questa si esprimesse nelle reali pratiche di culto in onore del capofamiglia defunto, sia che si manifestasse in una cerimonia collettiva celebrata nei Campi Elisi dalla famiglia finalmente riunita.

 indietro

continua

Odissea dell'Esquilino - l'Oltretomba
Fig. 2. Odissea dell'Esquilino: l'Oltretomba.


 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Formazione e Didattica Il Bollettino del '900 Informatica Umanistica I percorsi di Griselda Online

[23] Vd. B. Andreae, Der Zyklus der Odysseefresken im Vatikan, in Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung 69, 1962, pp. 110-112; P.H. von Blanckenhagen, The Odyssey Frieze, in Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung 70, 1963, pp. 108-109; W.J.T. Peters, Landscape in Romano-Campanian Mural Painting, Assen 1963, p. 30; A. Gallina, Le pitture con paesaggi dell'Odissea dell'Esquilino, in Studi Miscellanei 6, 1964, pp. 27-28; B. Andreae, L'immagine di Ulisse. Mito e archeologia, Torino 1983, pp. 43-45; D. Buitron et al. (a cura di), The Odyssey and Ancient Art. An Epic in Word and Image, Annandale-on-Hudson, New York 1992, p. 99; R. Biering, Die Odysseefresken vom Esquilin, München 1995, pp. 105-114.

[24] Sulle attestazioni di questi penitenti nell'arte antica, vd. in generale F. Cumont, Recherches sur le symbolisme funéraire des Romains, Paris 1942 (rist. anast. Paris 1966), pp. 28-31.

[25] Od. XI, 576-581 (dove però si parla di due avvoltoi). Egli scontava il castigo che aveva meritato cercando di violentare Latona. Cfr. inoltre Lucr. III, 984-986; Verg., Aen. VI, 595-600; Ovid., Met. IV, 457-458; Hyg., Fab. 55; Ps.-Apoll., Bibl. I, 4, 1.

[26] Od. XI, 572-575. Era un cacciatore, ucciso da Artemide per ragioni che variano a seconda degli autori. Cfr. Hor., Od. III, 4, 70-72; Ps.-Apoll., Bibl. I, 4, 3-5.

[27] Od. XI, 593-600. Cfr. Verg., Aen. VI, 608; Ovid., Met. IV, 460; Hyg., Fab. 60; Ps.-Apoll., Bibl. I, 9, 3. La sua pena è ancor oggi proverbiale, insieme a quella di Tantalo, che pure è descritta nell'Odissea (XI, 582-592) ma non ha trovato spazio in questo dipinto, come è successo per altri due celebri personaggi citati da Omero, Minosse ed Eracle. L'Andreae pensò che costoro potessero essere dipinti sulla porta che si apriva accanto al quadro, in un proseguimento della pittura (vd. B. Andreae, L'immagine di Ulisse. Mito e archeologia, Torino 1983, p. 44). E' un'ipotesi interessante, ma ovviamente indimostrabile.

[28] Vd. A. Gallina, Le pitture con paesaggi dell'Odissea dell'Esquilino, in Studi Miscellanei 6, 1964, p. 27.

[29] Tibull. I, 3, 79-80; Prop. II, 1, 67-68; Hor., Od. III, 11, 21-29; Ovid., Met. IV, 462-463; Hyg., Fab. 168, 5; Serv. in Verg. Aen. X, 497. A questo genere di punizione, molto simile alla sorte assegnata agli empi da Platone (Resp. 363c), può forse essere riconosciuta un'ascendenza orfica, in quanto simboleggia un lavoro mai perfetto, imposto nell'Aldilà ai non iniziati. La prima menzione del castigo delle Danaidi si trova nell'Assioco, una delle opere platoniche spurie (Axioch. 371e). Sull'iconografia del mito vd. Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae III.1, pp. 337-341, s.v. Danaides (E. Keuls).

[30] Tranne la sola Ipermestra, che risparmiò il marito Linceo: vd. Prop. IV, 7, 67-68; Hor., Od. III, 11, 30-52; Ovid., Her. 14; Paus. II, 19, 6; 25, 4.

[31] Vd. J. Dentzer, La tombe de C. Vestorius dans la tradition de la peinture italique, in Mélanges de l'Ecole française de Rome. Antiquité 74, 1962, pp. 533-594; F. Ghedini, Raffigurazioni conviviali nei monumenti funerari romani, in Rivista di Archeologia 14, 1990, pp. 35-62, specificamente pp. 37-38; S.T.A.M. Mols, E.M. Moormann, Ex parvo crevit. Proposta per una lettura iconografica della Tomba di Vestorius Priscus fuori Porta Vesuvio a Pompei, in Rivista di studi pompeiani 6, 1993-94, pp. 15-52.

[32] Vd. R. Ling, Les thèmes figurés et le problème du symbolisme funéraire, in N. Blanc (a cura di), Au royaume des ombres. La peinture funéraire antique (Catalogo della Mostra, Saint-Romain-en-Gal~Vienne 1998-1999), Paris 1998, pp. 76-81, specificamente p. 81.

[33] Od. IV, 561-569 (la descrizione del "paradiso" ricorda quella, famosa, dell'Olimpo: Od. VI, 41-46); Hesiod., Op. 170-173; Pind., Ol. 2, 61-74; Thr., fr. 1; Aristoph., Ran. 440-459; Ps.-Plat., Axioch. 371d; Plaut., Trin. 549-550; Luc., Hist. ver. II, 4-29; sch. Od. IV, 563; Etym. Mag., s.v. Elysion; Eust. in Od. IV, 563. Vd. M. Gelinne, Les champs Elysées et les îles des Bienheureux chez Homère, Hésiode et Pindare. Essai de mise au point, in Les études classiques 56, 1988, pp. 225-240.

[34] Tibull. I, 3, 57-66; Prop. IV, 7, 59-69; Hor., Epod. 16, 41-93. Vd. A. Foulon, La mort dans la poésie augustéenne, in La mort, les morts et l'au-delà dans le monde romain (Atti del Colloquio, Caen 1985), Caen 1987, pp. 351-363.

[35] Verg., Aen. VI, 637-892. Vd. A. Novara, Les Imagines de l'Élysée virgilien, in La mort, les morts et l'au-delà dans le monde romain (Atti del Colloquio, Caen 1985), Caen 1987, pp. 321-349.

[36] Cfr. Lexicon Iconographicum Mythologiae Classicae I.1, pp. 381-396, s.v. Aineias (F. Canciani). La scena più frequentemente rappresentata è la fuga di Enea da Troia col padre sulle spalle e Ascanio per mano.

[37] Così Lucr. III, 35-40; Cic., Pro Cluent. 61, 171; Tusc. I, 5, 10; 16, 37; Ovid., Met. XV, 153-159; Sen., Cons. ad Marc. 19; Iuv. 2, 149-159.

[38] Cfr. Cic., Somn. Scip. 3, 5.8; 7, 17; Tusc. I, 11, 24; 19, 43; Prop. III, 18, 31-34; IV, 11, 101; Tac., Agr. 46. Cfr. F. Cumont, Recherches sur le symbolisme funéraire des Romains, Paris 1942, pp. 32 ss.

[39] Vd. N. Blanc, J.-L. Martinez, La tombe de Patron à Rome, in N. Blanc (a cura di), Au royaume des ombres. La peinture funéraire antique (Catalogo della Mostra, Saint-Romain-en-Gal~Vienne 1998-1999), Paris 1998, pp. 82-95, con bibliografia precedente; F. Ghedini, M. Salvadori, Vigne e verzieri nel repertorio funerario romano: fra tradizione e innovazione, in Rivista di Archeologia 23, 1999, pp. 82-93, specificamente pp. 89-90.

[40] Vd. N. Blanc, J.-L. Martinez, La tombe de Patron à Rome, in N. Blanc (a cura di), Au royaume des ombres. La peinture funéraire antique (Catalogo della Mostra, Saint-Romain-en-Gal~Vienne 1998-1999), Paris 1998, p. 92, nn° 36-37.

[41] Vd. M.M. Gabriel, Livia's Garden Room at Prima Porta, New York 1955; G. Caneva, Ipotesi sul significato simbolico del giardino dipinto della Villa di Livia (Prima Porta, Roma), in Bullettino della Commissione archeologica comunale di Roma 100, 1999, pp. 63-80. In generale sul motivo vd. S. Settis, Le pareti ingannevoli. Immaginazione e spazio nella pittura romana di giardino, in Fondamenti 2, 1988, pp. 3-39.

[42] Vd. F. Ghedini, Raffigurazioni conviviali nei monumenti funerari romani, in Rivista di Archeologia 14, 1990, p. 37.

[43] Vd. N. Blanc, J.-L. Martinez, La tombe de Patron à Rome, in N. Blanc (a cura di), Au royaume des ombres. La peinture funéraire antique (Catalogo della Mostra, Saint-Romain-en-Gal~Vienne 1998-1999), Paris 1998, p. 94, nn° 42-43.

[44] Vd. F. Ghedini, Raffigurazioni conviviali nei monumenti funerari romani, in Rivista di Archeologia 14, 1990, pp. 35-62.

[45] Sia per le difficoltà di interpretazione delle scene, sia per la scarsa caratterizzazione della cornice in cui sono disposte, ho preferito non trattarle in questa sede. L'interesse predominante della rappresentazione è comunque costituito dalla cerimonia in sé, qualunque sia la sua valenza, non nell'attesa della felicità goduta eternamente in un luogo paradisiaco. Cfr. F. Ghedini, M. Salvadori, Vigne e verzieri nel repertorio funerario romano: fra tradizione e innovazione, in Rivista di Archeologia 23, 1999, p. 85.

[46] Iul., Caes. 307b.

[47] Luc., Hist. ver. II, 14-16. Cfr. F. Cumont, Recherches sur le symbolisme funéraire des Romains, Paris 1942, pp. 371-373.

[48] Essa appariva nel frontespizio dell'opera di P. Secchi, Monumenti inediti d'un antico sepolcro di famiglia greca scoperto in Roma su la Via Latina, Roma 1843, riprodotta in N. Blanc, J.-L. Martinez, La tombe de Patron à Rome, in N. Blanc (a cura di), Au royaume des ombres. La peinture funéraire antique (Catalogo della Mostra, Saint-Romain-en-Gal~Vienne 1998-1999), Paris 1998, p. 84.

    Università degli Studi di Bologna
e ArchetipoLibri
AddThis Social Bookmark Button
Altre informazioni