LO SFORTUNATO COMPAGNO
Odissea, XI, 51 - 83
 

          Venne per prima l’anima del mio compagno Elpènore,

     perché non era sepolto sotto la terra ampie vie;

     il corpo in casa di Circe l’avevamo lasciato,

     incompianto e insepolto: altro bisogno premeva!

55  lo piansi a vederlo, provai pena in cuore

     e a lui rivolto parole fugaci dicevo:

          «Elpènore, come scendesti, sotto l’ombra nebbiosa?

     Tu a piedi hai fatto più presto di me su nave nera».

          Così dissi e piangendo mi ricambiava parole:

60  «Divino Laerzìade, accorto Odisseo,

     la mala sorte d’un nume m’ha perso e il vino infinito.

     Di Circe sul tetto dormendo, scordai

     di tornare all’alta scala per scendere:

     a capofitto caddi dal tetto e l’osso del collo

65  Mi ruppi, l’anima scese giù dall’Ade.

     Ora in nome dei vivi ti prego, che non sono qui,

     della sposa, del padre che ti nutrì bambino,

     di Telemaco, l’unico figlio che in casa hai lasciato.

     So che partendo di qui, dalla casa dell’Ade,

70  all’isola Eèa fermerai la solida nave.

     Là, signore, ti prego di ricordarti di me;

     oh, incompianto, insepolto, non lasciarmi laggiù,

     partendo, ch’io non sia causa dell’ira divina per te,

     ma bruciami con le mie armi, tutte quelle che ho,

75  e un tumulo alzami in riva al mare schiumoso:

     ricordo di un uomo infelice, che anche i futuri lo vedano.

     Fammi questo, e pianta sul tumulo il remo,

     con cui da vivo remavo in mezzo ai compagni».

          Cosi parlava, e io rispondendogli dissi:

80  «Tutto, o infelice, ti darò e compirò».

          Noi due così scambiando tristi parole

     sedevamo; io da una parte sul sangue tendevo la spada,

     e l’ombra del mio compagno molto parlava dall’altra.