Edoardo Sanguineti
La terra è un inferno globalizzato
Intervista di Riccardo
Bonavita
D:
Iniziamo con una domanda rivolta, prima
che al poeta- saggista, al Sanguineti
professore. Perché oggi i lettori
di Dante, soprattutto gli studenti, preferiscono
l'Inferno, perché questo spazio
di pene e sofferenze ha affascinato e
continua ad affascinare più che
gli altri luoghi immaginari dell'universo
dantesco?
R: Nel Novecento,
se incominciamo dagli studiosi, sono stati
fatti dei tentativi di rivalutazione del
Purgatorio, e anche del Paradiso,
che era la cantica meno "affabile" e più
lontana dagli interessi del mondo moderno.
Noi viviamo in un mondo sostanzialmente
laico e anche chi è religioso non
porta certo quella stessa quantità
e qualità di interessi teologali
che erano presenti in Dante. Quindi l'abbassamento
di simpatia verso il Paradiso appartiene
tipicamente al mondo moderno: non è
un caso se appunto già nel Settecento,
un'età ampiamente secolarizzata,
si ravviva l'attenzione per i grandi episodi
infernali. Finalmente, l'età romantica
ha guardato alle figure infernali come
figure drammatiche, appassionate e passionali,
in tutto il senso vivo di questa parola;
al paragone quelle purgatoriali, con qualche
eccezione, e quelle paradisiache appaiono
più fredde, congelate. Gli studenti
rispecchiano questa tendenza più
generale, e i professori stessi, anche
se magari tentano di riequilibrare le
cose, finiscono per spingere nella stessa
direzione.
Poi forse c'è un
effetto di eccessiva saturazione: studiare
per tre anni Dante vuol dire accogliere
con un certo interesse ed entusiasmo la
prima fase, di incontro e di scoperta,
dopo di che nasce una certa sazietà.
Una sorte che peraltro, probabilmente,
toccherebbe a qualunque testo se venisse
distribuito in tre anni, orientato verso
una lettura pressoché integrale
e per di più tramato di una serie
di elementi culturali che si fanno
sempre più densi a mano a mano
che si procede.
Il mondo moderno, infine,
sembra particolarmente appassionato
alle storie del male assai più
che alla contemplazione del bene. Il romanzo
è fondamentalmente colorito dal
dolore, dalla sofferenza, da tormenti,
da contraddizioni: la sottile felicità
paradisiaca è molto lontana da
noi.
D: Passiamo
a un argomento più leggero: alla
fine del "Baldus", Teofilo Folengo
immagina un inferno speciale, destinato
esclusivamente ai poeti, perché
sono bugiardi e inventano favole. Chiusi
in una zucca vuota, vengono sottoposti
all'estirpazione di tanti denti quante
sono le bugie che hanno scritto o cantato.
E lei come immaginerebbe l'inferno dei
poeti?
R: Mah, in
fondo il Folengo era modesto, moderato:
i poeti dicono più bugie di quanti
denti abbiano in bocca, quando li hanno…
E credo che la pena più terribile
che si possa pensare in un inferno che
abbia naturalmente la prevedibile durata
dell'eternità sia quella di costringere
i poeti a leggere ininterrottamente le
loro opere per sempre, e a vedere che
effetto produce su di sé la propria
scrittura replicata, studiata e meditata
sino in fondo. Ecco, credo che questa
potrebbe essere la pena più terribile
che si possa imporre loro.
D: E
quello dei politici?
R: Per i politici
è più difficile..... credo
che «politico» sia una
categoria troppo complicata per poterla
esaurire. Pensiamo al modello dantesco
da cui siamo partiti: bene o male i poeti
vanno tra gli spiriti magni e quindi
finiscono in un inferno poco "infernale",
privilegiato. Invece non c'é una
vera e propria categoria che comprenda
gli uomini politici di per se stessi,
mentre incontriamo i tiranni, o i violenti.
E credo che sia giusto attenersi a questo
criterio: probabilmente non è possibile
pensare a un inferno politico in quanto
tale. Credo sia da distinguere tra le
forme diciamo di colpa, di peccato; e
poi bisogna anche non essere indotti da
una posizione di diffidenza preconcetta
nei confronti dei politici -come nemmeno
dei poeti, peraltro. Ci sono dei politici
che meritano di andare, se non proprio
in Paradiso -che mi pare cosa ormai ardua
da raggiungersi- almeno almeno in Purgatorio…
D: Avevo pensato
di sviluppare il nostro itinerario
proprio in questa direzione: e quindi
le chiedo di operare queste opportune
distinzioni: dove situerebbe alcuni politici
contemporanei nel sistema di pene e ricompense
dell'aldilà dantesco? Partirei
da Silvio Berlusconi, in parte perché
è l'attuale capo del Governo, e
in parte perché, a suo modo, è
una figura che vi si presta in modo particolare,
dato che, avendo costruito la sua politica
soprattutto sulle fantasie e i fantasmi
della cultura di massa, è entrato
nell'immaginario collettivo del nostro
paese.
R: Credo che
ci sarebbero almeno due luoghi che potrebbero
contenderselo. Da un lato il girone dei
bugiardi, perché incarna precisamente
una politica di propaganda, di miti, di
sogni. Quindi lo vedrei tra i menzogneri
per eccellenza, i propagandisti e i pubblicitari,
per i suoi spot. E dall'altro lato
lo collocherei tra gli avari, nel senso
medievale della parola, cioè gli
avidi di beni, coloro che sono orientati
esclusivamente all'accumulazione delle
ricchezze. Credo che potrebbe equamente
dividersi per l'eternità: un anno
in un girone, un anno nell'altro, così
si renderebbe giustizia ai due aspetti
che mi paiono fondamentali della sua personalità.
D: Più
che per una vuota e rituale "par condicio",
è per riservarle il gusto di condurre
una critica interna al mondo della sinistra,
a cui lei appartiene, che le chiederei
dove porrebbe Massimo D'Alema…
R: D'Alema,
anche se l'espressione è molto
dura, potrebbe essere messo tra
i traditori, nel senso che, uomo di sinistra
-che avrebbe dovuto essere di sinistra-
in realtà ha svolto una politica
estremamente contraddittoria rispetto
alle prospettive e alle esigenze attuali
di un partito che voglia davvero collocarsi
a sinistra. Quindi se a gestire l'inferno
fossi io, uomo che pensa che per essere
di sinistra sia necessario mantenere una
posizione coerente con il materialismo
storico, dunque richiamarsi in qualche
modo alla tradizione marxiana, D'Alema
finirebbe tra i traditori. Traditore però
in questo caso non vorrebbe dire propriamente
colui che agisce con intenzioni perfide,
ma colui che si dimostra infedele
a quei principi ai quali comunque avrebbe
dovuto attenersi.
D: Traditore
degli amici, quindi....
R: Sì,
traditore degli amici, diciamo così.
D: E visto
che anche Dante indicava la propria posizione
all'interno del suo sistema, se Sanguineti
dovesse entrare nel mondo di Dante, dove
si collocherebbe?
R: Non so...
Non è che abbia una così
buona opinione di me da non sapere dove
mettermi, ma sono ovviamente incerto nell'autodefinirmi.
Alla fin fine penserei ai lussuriosi,
non tanto perché la mia condotta
di vita sia particolarmente scomposta
ma perché l'erotismo è parte
molto forte delle mie esperienze, del
mio immaginario.
D: Quindi
punirebbe l'«inibito pornografo»...
R: Sì,
l'«inibito pornografo». D'altra
parte quella è la definizione che
ho dato del poeta in generale, con molta
ironia, anche nei confronti di me stesso,
perché mi mettevo in causa pure
io.
D: Nell'epoca
che -con un termine ormai comune- viene
detta della «globalizzazione»,
predomina un solo modello universalmente
riconosciuto per la produzione di beni
e l'organizzazione della società,
che tende ad avvicinare i luoghi, a renderli
sempre più simili tra loro. Esiste
ancora uno spazio reale che potremmo immaginare
come il luogo dell'inferno per eccellenza?
R: Alla luce
delle considerazioni sullo stato attuale
delle cose, potrei dire che l'inferno
è la terra. E' un inferno globalizzato.
Per lo meno nel senso dei «dannati
della terra», che oramai occupano
la maggior parte dello spazio disponibile.
Cosa evidentemente non del tutto nuova,
perché gli squilibri di condizioni
sociali, umane, culturali, materiali tra
privilegiati ed emarginati hanno accompagnato
tutta la storia. Però, mancando
la globalizzazione, il nesso tra privilegiati
e no era meno diretto, e in certe zone
quasi inesistente. Voglio dire, naturalmente,
che nelle "zone calde" della storia il
conflitto fra sfruttatore e sfruttato
era senz'altro forte ma che per secoli,
per millenni probabilmente, coloro che
vivevano nel Sud America, in Oceania,
in Africa erano al di fuori del moderno
rapporto di sfruttamento, le loro condizioni
potevano essere -come si diceva- primitive.
Certo, anche al loro interno esisteva
spesso una dialettica sfruttatore-sfruttato
ma questo rapporto non era così
sistematico. I fenomeni di conquista,
di colonizzazione, eccetera, hanno avviato
il processo di globalizzazione. Oggi il
problema del giorno è questo.
Detto questo, vorrei però
precisare che ho un'opinione favorevole
alla globalizzazione, nel senso che penso
fosse un processo inevitabile, necessario
e prevedibile, in quanto compimento e
fase suprema (come si sarebbe detto una
volta) dell'imperialismo, o impero del
capitalismo. Adesso il vero problema è
affrontarlo, e come si vede i privilegiati
della terra non si curano delle sue contraddizioni:
proprio in questi giorni si svolge a Roma
la riunione della F.A.O., da cui tutte
le grandi potenze si può dire che
siano del tutto assenti, mentre ci
sono solo i paesi poveri a esprimersi
e protestare contro l'assoluto non mantenimento
delle promesse, del resto già deboli
e poco risolutive. Quindi direi che l'inferno
ormai viene a coincidere con la
terra, non per sempre -credo- ma certo
-in questa fase- in modo pressoché
totale.
D: A questo
proposito ci si può ricollegare
ad una sua celebre raccolta, «Purgatorio
de l'Inferno». I critici ne
parlano, con una formula che ormai è
entrata -per così dire- nei manuali
di storia letteraria, come di un testo
dove lei esplora nel linguaggio, attraverso
il linguaggio, la perdita di sé,
la riduzione a cosa, ovvero a qualcosa
di inconoscibile: l'alienazione. Nell'alienazione
lei legge, o vi leggeva quando ha dato
al suo libro questo titolo, la forma moderna
della dannazione infernale?
R: Io avevo
in mente un superamento dell'immagine
di caos che era nel mio primo testo,
cioè in Laborintus, che
metteva in scena il disordine radicale
del mondo e lo smarrimento in una condizione
alienata. Nel Purgatorio de l'Inferno
prospettavo invece una possibile via d'uscita,
politicizzando sempre più le questioni,
che prima erano eminentemente orientate
in una condizione anarchica e rivoltosa.
Cercavo di sviluppare la ribellione al
caos in modo più politicamente
concreto e specifico, storicamente determinato
e quindi come necessità di rivoluzione.
Il titolo -che ha sapore dantesco- era
rubato a Giordano Bruno che accenna a
un'opera da lui scritta che però
o è perduta o era stata appena
progettata, e di cui appunto non
resta altro che il titolo. Quindi era
possibile caricarlo di qualunque significato,
anche perché il contesto non rende
neppure possibile ricostruire con chiarezza
i contenuti possibili di quell'ignota
opera bruniana.