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La favola del ciabattino

Massimo Vaggi

Con questa traduzione dal dialetto bolognese di Massimo Vaggi inizia la collaborazione tra Griselda e l'Associazione Scrittori Bolognesi (ASB).
La fiaba è tratta da O.Trebbi - G. Ungarelli, Costumanze e tradizioni del popolo bolognese, Bologna, Forni, 1976, rist. anast. dell'ediz. bolognese del 1932, Le favole, pp. 198-207. Di particolare rilievo è il tema dell'eufemizzazione dell'inferno, procedimento tipico nelle forme espressive della cultura folklorica. (A.N.)

La favola del ciabattino

Quando ancora il nostro Signore girava il mondo con i suoi dodici apostoli, si trovò una sera in mezzo alla campagna senza sapere dove andare a dormire. In quel momento, che stavano a pensare in quale modo fare per trovare qualcuno che gli desse alloggio, videro lontano lontano una lucina, e senza né tanto né quanto se ne andarono verso quella banda per vedere cos'era. Quando furono là, videro che la luce veniva fuori dalla finestra della casetta d'un povero ciabattino, che teneva acceso il lume perché lavorava anche di notte per guadagnare qualche baiocco tanto da tirare avanti alla meglio.
Bussarono alla porta, e il ciabattino disse loro subito buona sera, ma, quando sentì cosa volevano, rispose che era un povero diavolo che viveva da solo e che non aveva che un letto a disposizione.
Sentendo così, gli apostoli parlarono tra loro un momento e poi dissero: - va bene, il letto servirà per il nostro superiore, che è questo qui, e noi dormiremo come si può, buttati per terra o seduti su una panca. E così fanno.
Ma San Pietro, vedendo che il ciabattino tornava a mettersi a lavorare, pensò di tenergli compagnia, e così, tra un discorso e l'altro, gli disse chi era quell'uomo che era andato a dormire nel suo letto, e gli consigliò, affinché potesse salvarsi l'anima, di andare a domandargli una grazia.
- Ohi - rispose il ciabattino - ci vado volentieri, io.
- E cosa vuoi domandargli? Disse San Pietro.
- Gli domanderò la grazia di poter vincere tutte le volte che giocherò.
E senza lasciare a San Pietro il tempo di rimproverarlo come si meritava, andò a svegliare nostro Signore, e così ebbe la grazia.
San Pietro però era rimasto scontento di questa faccenda, sicché, ricominciando poco dopo a chiacchierare, tornò a dire al ciabattino che bisognava che cercasse di salvarsi l'anima, e che era ancora in tempo per chiedere un'altra grazia.
Il ciabattino, tutto contento, non se lo fece dire due volte, tornò in un salto dal nostro Signore, e ottenne la grazia di riuscire a campare trecento anni. Sentendo una materia di questa fatta, a San Pietro venne su la rabbia e diede una gran lavata di capo al ciabattino. Ma siccome era un buon omazzo, tornò a dirgli che gli spiaceva vederlo andare all'inferno, e che se voleva salvarsi poteva domandare una terza e ultima grazia.
E il ciabattino, facendo come le altre volte, chiese che tutti quelli che fossero andati a mangiare i fichi dentro il suo orto, se ne sarebbero stati in cima all'albero fino a che fosse parso a lui. E anche 'sta grazia fu concessa.
Alla mattina, il Signore si alzò, e dopo aver ringraziato quello che gli aveva dato da dormire, ritornò a girare per il mondo con i suoi compagni. Non si era, si può dire, nemmeno allontanato di cento passi, che il ciabattino, che non stava più nella pelle, andò subito all'osteria a fare una partita a tresette, e, come si può ben immaginare, la vinse.
Da quel giorno, la fortuna del gioco non l'abbandonò più, sicché dopo pochi anni, a forza di vincere, diventò il più gran signore del suo paese. Comprò delle case, mise su carrozza e cavalli e campò trecento anni felice e contento.
Ma quando i trecento anni furono compiuti, il ciabattino sentì bussare alla porta. Era la Morte, che, stando ai patti, veniva a prenderlo per portarlo a quell'altro mondo.
Questa brutta improvvisata non piacque affatto al ciabattino, che aveva ancora voglia di campare un poco, sicché disse alla Morte: - lascia ben che prima di venire via metta a posto i miei affari, e mentre mi aspetti, te, va a mangiare dei fichi su per quell'albero che è là dentro l'orto. Sentirai come sono buoni. Io, vengo subito.
La Morte, che era in buona fede, andò su per l'albero, ma dopo che aveva fatto una bella spanciata di fichi non fu più buona di tornare giù, e in questo modo il ciabattino riuscì a vivere tranquillamente altri trecento anni.
Ma siccome la vecchiaia cominciava a dare dei fastidi, ed era ormai stufo di stare al mondo, un bel giorno fece venire giù dall'albero la Morte, dicendole che era pronto ad andare con lei.
E la Morte lo condusse subito all'inferno.
Appena il Diavolo lo vide arrivare, andò incontro al ciabattino, e tutto arrabbiato gli disse: - Ah, sei qua alla fine, brutto assassino! Per causa tua, sono trecento anni che nessuno muore più, e i miei interessi vanno a farsi benedire, perché nessuno viene più a stare da me. Vieni pur dentro, che adesso ti aggiusto per le feste.
- Calma, calma, rispose il ciabattino, aspetta un momento. Io, ho un patrimonio che non so a chi lasciarlo, perché nella furia di venir via, mi sono scordato di fare testamento. Vuoi fare una partita a scopa con me? Se perdo, quel che ho è tuo, e se vinco facciamo a mezzo.
Questa proposta piacque un sacco al Diavolo, che, maestro com'era in tutti i giochi, era sicuro di vincere, sicché giocò, e perse. A vedere quella fatta roba, gli venne una rabbia così grande che si mise a bestemmiare come un turco, e volle replicare la partita, giocandosi una di quelle anime che aveva lì da lui, all'inferno, ma perse anche quella. Poi, siccome si era intrigato a continuare il gioco, ne perse ancora una dietro l'altra finché in un momento di furore cacciò fuori dall'inferno il ciabattino con le dodici anime dannate che aveva vinto. E chiuse il portone, mettendo tanto di catenaccio.
Quando il ciabattino, che si era salvato dall'inferno così a buon mercato, si trovò in mezzo alla strada, cominciò a pensare ai destini suoi. Cosa poteva fare adesso con quei dodici compagni che aveva dietro? Qui bisognava prendere una risoluzione per non restare del tutto senza casa, e detto e fatto decise di andare su in Paradiso da San Pietro.
Quello mi conosce da un pezzo, pensò in cuor suo, ed è sicuro che mi prende dentro.
Ma San Pietro, ricordandosi tutte le mattane che quel bell'originale aveva combinato, gli disse schietto schietto che in Paradiso non c'era più posto per loro, perché non aveva voluto dar retta ai suoi consigli, e non si era salvato l'anima.
- Cos'è questa? Rispose il ciabattino, non tirate fuori delle storie. Quando voi con i vostri compagni siete venuti una notte a casa mia a chiedere alloggio, io, per quanto fossi un poveretto e non avessi molto spazio, vi ho preso dentro volentieri, senza fare tanti problemi. Mi pare che adesso, siccome io con questo stuolo di anime che mi vengono dietro vi chiedo la stessa cosa, non avete da fare lo schizzinoso e lasciarmi fuori dall'uscio. Andiamo, va, decidetevi e aprite la porta. Non fareste che il vostro dovere.

Per leggere il testo originale clicca qui

In questa fiaba mi sono imbattuto non a causa delle mie radici, o delle tradizioni alle quali hanno potuto attingere coloro che, quando ero piccolo, mi raccontavano fiabe. Sono nato in altra regione, e parlo (male) un dialetto diverso.
L'ho invece letta - non senza una certa difficoltà, dal momento che era scritta nella versione originale, in un libro dal titolo Costumanze e tradizioni del popolo bolognese. In quel periodo ero alla ricerca di idee per la costruzione di un romanzo che volevo ambientare nella campagna bolognese degli anni venti, e che quando sarà pubblicato porterà il titolo che ho dato alla fiaba (Gli apostoli del ciabattino), in sostituzione di quello proposto originariamente (La fola dal zavaten), che meno rendeva, a mio avviso, il carattere della narrazione.

Di questa fiaba mi è piaciuto il tono scanzonato che travolge la paura che abitualmente incute la santità indiscussa delle cose ultraterrene, per ricostruire invece il sapore di una vicenda di umanissima furberia. Dove un inferno tanto poco apocalittico si propone come luogo dove le anime giocano a tresette.
In fondo, pochi di noi possono vantare tra le proprie esperienze l'aver fatto un viaggio nelle regioni della sofferenza eterna, e dunque una conoscenza empirica della materia. Ragione questa più che sufficiente a insinuare il dubbio quasi blasfemo che la fiaba propone: e se l'inferno fosse simile ad ogni altro luogo della nostra vita (magari anche a un'osteria)?



 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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Massimo Vaggi è nato a Domodossola il 31.3.1957. Vive a Bologna dal 1980, dove esercita la professione di avvocato. E' socio dell'Associazione scrittori Bologna. Ha pubblicato tre romanzi: Delle onde e dell'aria (Mobydick, 2002), Tu.musica divina (Interlinea, 1999) e Un silenzio perfetto (Pendragon, 1996).
    Università degli Studi di Bologna
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