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Luigi Weber

Risvegliarsi nell'Inferno
della Storia.

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Come si sarà notato, la sezione 2 presenta elementi di quasi tutti i modi: questo perché le sequenze narrative, e dunque le stesse occasioni di scambio linguistico, risultano spesso sovrapposte e incrociate, secondo una logica di découpage e montaggio già tipica delle avanguardie protonovecentesche, ma che in questo caso viene da più lontano. E' una poetica dell'intersezione continua, descritta da Fausto Curi nel saggio Questo mostro che non comunica5 :

Il problema comunicativo fondamentale di Sanguineti sembra essere quello di differire il Senso e di moltiplicare i sensi. Il testo si costruisce sulla base di un processo enunciativo polidirezionale e di una struttura gerarchica degli enunciati e delle frasi: l'afflusso dell'informazione fondata sull'asse semantico centrale viene frenato e complicato dall'immissione di informazioni secondarie e devianti.

Delle sei diverse modalità di discorso che il Purgatorio de L'Inferno articola al suo interno, pluralità insieme tematica e formale, nessuna perviene, se non in un secondo tempo, alla scrittura, e nessuna, analogamente, si esaurisce in una sfera monologica, o peggio solipsista. Per quanto ancora embrionale sia, la parola nel Purgatorio fa sempre parte di una circolazione linguistica, è parola detta all'altro.

Lucio Del Pezzo - Tavola Ricordo

Abbiamo accennato agli effetti di realtà. Walter Siti ipotizzò, nel suo Il realismo dell'avanguardia6, che le sezioni 1, 9 e 10, impostate sul modello del discorso pedagogico, fossero in qualche modo eccentriche all'insieme della raccolta. Lo confortava una spia stilistica al grado zero, vale a dire la mancanza, solo in quelle, dei ricorrenti verbi "dire"  e "spiegare", coniugati alla prima persona singolare tanto di un passato remoto tipicamente fictional quanto di un futuro indicativo programmatico. E' vero, i verbi mancano, e mancano non perché non vi sia parola, ma perché la registrazione è immediata e silenziosa, in presa diretta, o meglio perché avviene nel momento in cui la leggiamo, come una performance. Tale eccentricità è funzionale al fatto che le tre poesie dedicate ai figli sono fuori cornice (in accezione narratologica), e del tutto decontestualizzate, non hanno né un hic né un nunc, sebbene siano enumerazioni caotiche assemblate in maggioranza con nozioni storico-geopolitiche. Mentre il "vero" Purgatorio, quello che si svolge nella storia, in una dantesca selva divenuta "selva fascista", si apre, inaugurando una nuova fase della poesia sanguinetiana, con la sezione 2, e proprio con qualcosa che né LaborintusErotopaegnia avrebbero mai potuto accogliere: un indirizzo.

Ma le "compiaciute descrizioni"; e allora: oggi                                                   [(disse); (e allora  anche, onze, rue Payenne); ("complete di indirizzo"):                                                          [oggi siamo, lo siamo (disse, anche):

Più d'uno ha definito il Purgatorio "manifesto della nuova figurazione", alludendo alla parallela uscita dalla Palus dell'informale di pittori come Enrico Baj, Guido Biasi, Mario Persico (a loro Sanguineti aveva dedicato, giusto nel '63, sul "verri", il saggio Per una nuova figurazione). Bene, è proprio da qui, da quell'11 di rue Payenne, che si affaccia testualmente nella poesia di Sanguineti la nuova figurazione. Non aveva torto Antonio Pietropaoli impilando in sequenza nella sua monografia7 i luoghi, tutti "fruibili e quotidiani", che già fanno scenografia agli Erotopaegnia, "latrina buca piscina giardino stalla aula magna o cantina", eppure tutti questi sono nomi comuni, enti generici, non circostanziati, e non possiedono affatto la dirompente concretezza di quell'isolato numero civico.

Lucio Del Pezzo - Stele

Invece il discorso ai figli è "fuori cornice" perché proiettato in una dimensione oltre-storica, utopica, dove la storia passata e presente sopravvive come oggetto di apprendimento o, marxianamente, come "preistoria". Tutti i commentatori sottolineano, echeggiando peraltro parole d'autore, che qui i figli dovrebbero incarnare "la figura della speranza", speranza naturalmente di una palingenesi rivoluzionaria, di una completa realizzazione dell'umano affrancato dalla schiavitù di classe. Insieme, contrastivamente, i figli sono "illustrazione della disperazione, della storica impartecipazione patita alla storia, della sofferta alienazione": come si legge sempre nella cruciale sezione 2. E ancora:                                                                                                                   : non puoi afferrare (oggi) quell'oggetto; (in tanta presente                                  [tenebra, intendevo: in tanto fascismo): perché questa mano non è una mano (se                                                         [non afferra);

                                                       [questa mano che ancora è storia, che ancora non è natura;  

                         e forse la mano di mio figlio (dissi) sarà natura:

Mario Persico - Bimbo salamandra

Questo Rousseau capovolto è molto probabile reminiscenza di un passo di Marx nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 8, dove per l'appunto l'idea dello stato di natura non si proietta più in un passato di purezza, ma in un futuro da conquistare, in un consapevole progetto politico. Eppure, come sempre in Sanguineti, l'ideologia è nel linguaggio, è linguaggio senza mediazioni. Osserviamo allora la prima sezione, quella che, invece di istituire la cornice entro cui si svolgono i fatti, la nega, le si pone in antitesi come un positivo schierato contro il negativo della storia. Tra i tanti elementi totalmente eterogenei che compongono la poesia, sorta di caotico puzzle anarchico che dovrebbe iniziare il piccolo Federico all'infinità complessità del mondo, si trova anche: "il Petrus amat multum dominam Bertam". La frase latina è tolta dal De Vulgari Eloquentia, da quella pagina famosa in cui Dante esemplifica le varie costruzioni possibili di un enunciato, e rappresenta, nella casistica dantesca, l'ordo naturalis, il più elementare e meno lavorato9. Proprio ciò che a Sanguineti, alienato nella storia, intellettuale declassato, spossessato della lingua, non è più possibile usare. Tanto è vero che, nella sezione seguente, proprio immaginando un colloquio con il primogenito, il poeta si serve di una contorsione sintattica violentissima, un iperbato niente affatto letterario, anzi sintomatico di una condizione spastica del linguaggio:

parlerò a mio figlio; dirò: ma di tali insistiti segni l'ostinata, figlio, riconosci dissimulazione (…);                                                        [ma spiegherò come la borghesia (alta) italiana; come non posso                                             [amarla; come sogna (ancora); quel fascismo (spiegherò); (questo); [corsivo nostro]

Insomma, anche l'ordo naturalis è figura della speranza, figura linguistica di una comunicazione liberata, redenta.

Ma è possibile che la mera successione biologica, evento accomunante ogni generazione umana,  assuma tanto rilievo solo in forza di una proiezione volontaristica, solo come reazione a un presente oppressivo e infelice? Non sembra ingenuo il gesto di indossare, in pieno Novecento, pur con l'ascendente messianico che il marxismo continuò a possedere nel mondo intero anche dopo la grande disillusione storica del '56, i panni del nunzio di visioni apocalittiche o escatologiche?    

Mario Persico - Partita all'Asso

Certo lo sarebbe, se non fosse che al quadro fin qui ricomposto manca un fondamentale tassello, la vera chiave di volta per l'intero Purgatorio de L'Inferno. Un passo della sezione 4 che unifica in una struttura significante unitaria tutti i diversi statuti dell'oralità:

                                                                                                       allora dissi che nell'Ortis era rappresentato; e (a Roma); il dramma; e il                                              [congedo (all'Albergo                                                             [Locarno); il dramma degli intellettuali; (di sinistra); (di quel                                       [tempo); e che occorreva dunque (dissi) riscriverlo; (perché attendeva, lei);                                       [(come in sogno); e senza suicidio;

Ecco, quella riscrittura dell'Ortis cui, tra discorso amoroso, progetto di opera da farsi, ragionamento critico, fantasticheria notturna e colloquio tra intellettuali, in questi versi si allude, è esattamente il Purgatorio nel suo complesso, che non a caso fin dall'inizio si incentra su una vicenda sentimentale alla quale sia stato espunto il versante tragico ("e senza suicidio"), anzi confluita in un regolare matrimonio con tanto di prole.

E non si tratta di una parodia: quando Lukács (nel celebre saggio di Goethe und seiner Zeit) leggeva il Werther come "la tragedia dell'umanesimo borghese", come il primo romanzo che mostrasse già "il contrasto insanabile tra sviluppo libero e completo della personalità e società borghese", sottolineando come l'etica che proprio in quegli anni i vari Kant e Fichte stavano forgiando, a colpi di leggi unitarie e generali, avrebbe di lì a poco mostrato i suoi risvolti filistei, o schiettamente repressivi, aveva in testa, prima di tutto, quella Lotte, "moglie borghese che rimane istintivamente fedele al suo matrimonio con un uomo serio e stimato" e che "arretra spaventata davanti alla sua stessa passione", ovvero la "espressione perfetta dell'intima contraddizione del matrimonio borghese, che si fonda sull'amore individuale […] ma la cui natura economico-sociale è in insanabile contraddizione con l'amore individuale".       

La centralità, dal Settecento al Novecento, del tema dell'amore-passione infelice ne implica l'alto valore strategico, così che proprio da quella cittadella, ideologicamente satura, prende le mosse il progetto sanguinetiano di trasmutazione di valori: bisognava, in una parola, strappare alla cultura borghese l'egemonia simbolica del matrimonio, ridisegnare lo statuto di un intero codice erotico, proponendo il legame uomo-donna non più come "illusione" cui spetta, inevitabile corollario, la "disillusione" (tutti termini chiave della cultura illuminista di Foscolo), non più come una pulsione alta e nobile ma inevitabilmente destinata a infrangersi contro le più alte ragioni economico-sociali di un intero sistema classista, bensì come (parole della sezione 3) "il costituirsi di una cellula di resistenza". Forma embrionale di una società diversa, egualitaria, non fondata sullo sfruttamento ma sulla collaborazione (quale collaborazione più umana della procreazione?), il matrimonio diventa concreta prassi che salda sentimento e ideale.

             in questo PURGATORIO DE L'INFERNO;                                           [perché in questo (noi) siamo redenti (a mia moglie dissi): in questo                                                      [matrimonio; ah in questa (dissi), (noi) siamo redenti, ah questa                                                [dovevamo (anche) coscienza (questa coscienza politica) ritrovare:                                                 [mordente, questa (indépassable, questo: le marxisme);
                                     (Purgatorio de L'Inferno 3)

Sa dunque il fatto suo l'autore quando, per bocca di Calvino, nella sezione 3, si definisce "ben lukacsciato", perché alla genesi del poemetto presiede un Foscolo lukacscianamente orientato.

Ora è il Sanguineti critico a soccorrerci. Nel saggio sulle Ultime Lettere10 , che a trent'anni di distanza spiega il Purgatorio più di qualunque autocommento, l'autore insiste su due punti: da un lato il fatale saldarsi del politico e dell'erotico non avviene deprimendo il primo a favore del secondo, ma viceversa impostando il secondo, nella redazione matura del blocco 1802-1817, sulla "fenomenologia sociale e le connotazioni di ruolo affidate a Teresa, Odoardo e al signor T***". Ciò significa che "il fato dei moderni, ormai, è la politica, nel senso radicale della parola: è nei nodi delle relazioni sociali". E lo stesso Foscolo, nella Notizia (1816) avverte che il risultato stilistico di questo continuo compenetrare due ordini di passioni diverse è la ricerca di un "disordine" composto "armonicamente di dissonanze", che porta a una costruzione " a mosaico". Formule citate da Sanguineti, e che suonano stranamente pertinenti, se sottratte al contesto ortisiano e applicate alla sua poesia, di cui qualche pagina fa avevamo evidenziato la natura di assemblaggio plurifocale. Ma c'è dell'altro:

L'Ortis foscoliano […] è infatti il primo grande testo della disperazione di vivere dopo la rivoluzione […] Opera immediatamente politica, si progetta, nella sua sostanza storica, come testimonianza epocale. […] E' una esortazione alle storie […] Così, con una sua tragica arguzia, questo eroe letterato, che non lascia, non può e non vuole lasciare, dietro di sé, letteratura ma mere lettere, come in un libro scritto non volendo […] mentre incita a una testimonianza suprema, la procura direttamente poi nelle proprie confessioni, in artificiosa e meditata destrutturazione.

Che tutto il Sanguineti degli anni Settanta debba esser letto in chiave di postremo romanzo epistolare, o addirittura come autore di moderni Gazzettini è affermazione forse eccessiva, tuttavia "questo eroe letterato, che non lascia, non può e non vuole lasciare, dietro di sé, letteratura ma mere lettere", non può non far meditare chi abbia almeno una qualche confidenza con un quindicennio (o più) di postkarten11 …

Il secondo punto su cui Sanguineti insiste è il tema della "virtù sconosciuta" di Jacopo, quel sintagma alfieriano che traspone dall'uno all'altro la comune cultura neoplutarchesca del tempo, operando la conversione "dalla vita dell'uomo illustre alla morte dell'eroe sconosciuto". Che cosa rimane di tale virtù, se le opere non vennero, negate dalla miseria dei tempi?

Rimane il racconto di sé. E il discorso, quando non sia vana effusione sentimentale ma edificio di ragione, è strenua volontà di futuro, il monumento (funebre quanto si vuole, ma sappiamo quanta vita custodissero per Foscolo i sepolcri) che proietta un ponte verso tempi auspicabilmente migliori. Ecco da quali fonti arriva la necessità di "dire" nel Purgatorio!

Onde il Foscolo, in figura di Lorenzo […] e per la penna di Jacopo, e per la voce dello pseudo Parini, giustificherà il "dire" in ragione dell'impossibilità di un "operare", che non potrebbe, caduta ogni ragione rivoluzionaria, che risolversi in delitto.

Purgatoriale in quanto popolata di una umanità sempre in cammino, di un gruppo in cerca di una giustificazione etico-politica che rappresenta la forma laica della redenzione, infernale in quanto calata dentro un presente di cupo e martellato negativo ("la selva fascista") con accenni da ossessione persecutoria ("così (nella soffitta di via Pietro Micca) io e mia moglie / scrivemmo: W PCI (in ogni angolo) […]; e mia moglie disse: ma questo / è un covo di missini…", sez.  3), la raccolta trova la sua dimensione paradisiaca nella sezione finale, grazie al congiungersi, ancora una volta entro l'immagine simbolica dei figli -che sono per l'appunto quelli che Jacopo e Teresa non poterono avere, castrati dall'istituzione borghese- di utopia e autobiografia.

                     ma vedi il fango che ci sta alle spalle, e il sole in mezzo agli alberi, e i bambini che                                                             [dormono:                                                             i bambini che sognano (che parlano, sognando); (ma i                                [bambini, li vedi, così inquieti); (dormendo, i bambini); (sognando, adesso):

Guido Biasi - Tumore domestico

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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5  Ora in F. Curi, Parodia e utopia, Napoli, Liguori 1987.

6 Torino, Einaudi 1975.

7 A. Pietropaoli, Unità e trinità di Edoardo Sanguineti, Napoli, E.S.I. 1991.

8 Alludiamo in particolare alla sezione del Terzo manoscritto intitolata Proprietà privata e comunismo: partendo proprio dal rapporto uomo-donna inteso come «il più naturale dei rapporti che abbiano luogo tra uomo e uomo», il luogo in cui «si mostra sino a che punto il comportamento naturale dell'uomo sia diventato umano» e «sino a che punto il bisogno dell'uomo sia diventato bisogno umano» (è il rapporto al centro del Purgatorio) e rigettando l'astrazione della società contrapposta all'individuo, in quanto «l'individuo è l'essere sociale», Marx scrive che «la proprietà privata ci ha resi così ottusi e unilaterali che un oggetto è considerato nostro soltanto quando lo abbiamo, e quindi quando esso esiste per noi come capitale, o […] quando viene da noi usato […] . Al posto di tutti i sensi fisici e spirituali è quindi subentrata la semplice alienazione di tutti questi sensi, il senso dell'avere». Così, «la soppressione della proprietà privata rappresenta la completa emancipazione di tutti i sensi e di tutti gli attributi umani». E nelle pagine seguenti il futuro autore del Manifesto esemplifica il suo pensiero chiamando in causa l'occhio («è diventato occhio umano non appena il suo oggetto è diventato un oggetto sociale, umano, che procede dall'uomo per l'uomo»), l'orecchio e lo stomaco, cui non è difficile, per Sanguineti, aggiungere la mano, chiara metafora del lavoro. Ancora Marx: «L'essenza umana della natura esiste soltanto per l'uomo sociale: infatti soltanto qui la natura esiste per l'uomo come vincolo con l'uomo  […] soltanto qui essa esiste come fondamento della sua propria esistenza umana. Soltanto qui l'esistenza naturale dell'uomo è diventata per l'uomo esistenza umana. La natura è diventata uomo. Dunque la società è l'unità essenziale, giunta al proprio compimento, dell'uomo con la natura, la vera risurrezione della natura», cfr. K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Torino Einaudi 1968, pp. 109-120. I corsivi sono dell'autore.

9 Cfr. Dante, De Vulgari Eloquentia Liber II, Cap. VI, 4. Dante lo definisce "videlicet insipidus, qui est rudium".

10 Ora in E. Sanguineti, Il chierico organico, Milano, Feltrinelli 2000.

11 Cfr. almeno questa poesia, di molti anni posteriore, ma assolutamente in sintonia con quanto si è fin qui detto: clicca qui

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