|
|
|
|
 |
|
|
|
Nicola Bonazzi
Ebreo dopo. Angelo
Fortunato Formiggini tra utopia e disinganno
Un curioso funerale
Chi si fosse trovato a
sostare, la mattina del 30 novembre 1938,
nei pressi del cimitero di San Cataldo
a Modena, avrebbe assistito al passaggio
di un corteo funebre curiosamente affollato
da poliziotti in divisa, una trentina,
più o meno, incaricati di sedare eventuali
disordini. Ne avrebbe visti altri, in
borghese, scattare fotografie e annotare
su taccuini i nomi degli intervenuti.
Il loro compito, in realtà, è presto esaurito:
in tutto quell'assembramento di gente,
solo cinque sono parenti o amici lì giunti
per seguire espressamente il feretro e
tributare l'ultimo omaggio ad un uomo
di cui tutto avrebbero potuto immaginare,
tranne quella fine tanto assurda. In testa
al corteo c'è la moglie, Emilia Santamaria:
ha dovuto combattere una personale e triste
battaglia per evitare che le esequie si
svolgessero di notte, come richiedeva
la questura. Persino la notizia del decesso
è circolata clandestinamente, visto il
rifiuto di tutti i giornali di pubblicare
un necrologio, anche a pagamento. Solo
la stampa antifascista all'estero ne dà
l'annuncio, sottolineando che il fatto
"non ha potuto comparire sui giornali
italiani ove le leggi razziste impediscono
di dar notizia dei decessi degli ebrei".
Starace, uno dei gerarchi del fascismo,
commenta pubblicamente l'accaduto con
una feroce, tragica battuta: "E' morto
da vero ebreo, senza volere nemmeno comprare
il veleno per uccidersi". Chi si fosse
trovato a sostare, quella fredda mattina
del 1938, presso il cimitero di San Cataldo
a Modena, avrebbe visto sfilare il corteo
funebre di Angelo Fortunato Formiggini,
uno dei più grandi editori del Novecento,
morto suicida il giorno prima.
Un editore dimenticato
La damnatio memoriae
imposta dal regime fascista sulla figura
e l'opera formigginiana ha sortito il
suo drammatico effetto, al punto che solo
uno sparuto gruppo di adepti, oggi, conosce
la vicenda umana e editoriale del modenese
Formiggini e accetta per buona la qualifica
prima attribuitagli di grande editore,
anzi appunto uno dei più grandi del secolo
appena trascorso. L'aggettivo non poteva
comparire ancora nel titolo del benemerito
convegno modenese del 1980, Angelo
Fortunato Formiggini, un editore del Novecento,
perché si trattava in fondo del primo
doveroso atto di scrutinio delle ragioni
culturali, e, ancor più, umane, che stanno
al fondo dell'imponente intrapresa formigginiana,
nota soprattutto per la brillante collana
dei Classici del ridere, apprezzata
per lo più da qualche bibliofilo dedito
al trovarobato editoriale (ancora oggi,
infatti, sono volumi di poco pregio, non
per la veste tipografica, eccellente,
quanto per gli enormi quantitativi con
cui, ad ogni uscita, inondavano il mercato
librario). Spetta perciò a Luigi Balsamo
e Renzo Cremante, i curatori di quel convegno,
e ai relatori intervenuti, il merito di
aver sollevato la pesante cortina di silenzio
che gravava su una figura di alto profilo
morale, il cui inesauribile entusiasmo
ha portato a erigere in sistema di pensiero
la luminosa cordialità del carattere.
Prima di accostarci ai giorni estremi
della vita di Formiggini, per sondare
le ragioni di un gesto tanto eclatante
quanto coerente con la tensione etica
di un'intera esistenza, conviene fissare
qualche data e qualche evento di quella
vita, all'apparenza povera di fatti esteriori,
in realtà ricchissima di umori altalenanti,
tra l'esaltazione e l'avvilimento, all'impatto
delle proprie iniziative con le mutevoli
vicende pubbliche e politiche del primo
trentennio del Novecento: la vita di un
imprenditore della cultura, insomma, che
del proprio lavoro, però, fa, più che
un mestiere, una missione [1].
Angelo Fortunato Formiggini:
la vita (parte prima)
Angelo Fortunato Formiggini
nasce a Collegara, un borgo presso Modena
dove sorge la casa avita, nel 1878. Le
sue origini sono inconfondibilmente ebraiche:
il cognome pare derivare da Formigine,
un paese vicino Modena. L'adolescenza
e la prima giovinezza sono spese tra maldestri
tentativi poetici e la frequentazione
assidua degli ambienti goliardici. Nel
1901 Formiggini consegua la laurea in
giurisprudenza presso l'Università di
Modena con una tesi intitolata La donna
nella Thorà in raffronto col Manava-Dharma-Sastra.
Contributo storico-giuridico ad un riavvicinamento
tra la razza ariana e la semita. Se
anche, fino all'ultimo, egli non recederà
dal proposito di tralasciare i riti e
le credenze religiose dei padri, un titolo
come questo non può non mettere in sospetto
su quale bizzarro coacervo di opposti
sentimenti si agitasse nell'animo di Formiggini.
Nel 1906 si trasferisce a Roma per seguire
in quell'Ateneo i corsi di filosofia di
Antonio Labriola: lì conosce Emilia Santamaria,
che sposerà il 16 settembre dello stesso
anno; è un'unione senza figli, che conduce
alla decisione, nel 1920, di adottarne
uno, Fernando Cecilia, l'amatissimo "Puccettino".
Condotta la famiglia a Bologna, vi consegue
nel 1907 la seconda laurea con una tesi
sulla Filosofia del ridere: si
tratta di un lavoro importante perché,
di là dalla padronanza mostrata verso
le teorie positiviste e protonovecentesche
sul riso e l'umorismo (il saggio di Pirandello
è di là da venire, ma Formiggini, dell'autore
siciliano, non manca di citare altro),
indica in sotanza qual'è la disposizione
mentale, e quali saranno in futuro il
modus vivendi e la scelta di campo
del futuro editore. Da un evento occasionale,
ossia le feste mutino-bononiensi realizzate
per celebrare l'anniversario della battaglia
fra bolognesi e modenesi per il possesso
della "famosa" secchia, nascono i primi
volumi formigginiani: La secchia,
zibaldone di componimenti giocosi del
Tassoni e di autori moderni, e Miscellanea
tassoniana, uno splendido volume di
oltre 500 pagine, con contributi critici
sul Tassoni da parte di alcuni dei migliori
studiosi dell'epoca: Giulio Bertoni, Ludovico
Frati, Arrigo Solmi, Albano Sorbelli,
Giovanni Pascoli...Nasce così la ditta
A.F. Formiggini editore, con sede prima
a Modena, poi a Genova: il suo simbolo
è uno scudo cinto d'alloro e accompagnato
dal mottoAmor et labor vitast (cui
si aggiungerà, qualche anno dopo, l'altra
epigrafe Risus quoque vitast).
Le prime collezioni sono Biblioteca
di filosofia e pedagogia, Biblioteca
filosofica e letteraria, Profili.
Angelo
Fortunato Formiggini: la vita (parte seconda)
Nel 1912 esce il Satyricon,
primo volume dei Classici del ridere,
la collezione più nota e longeva, protratta
fino al 1938. La prima guerra mondiale
trova Formiggini in trincea, anche se
per poco: rientrato a Genova decide di
spostare a Roma la casa editrice, che
verrà ospitata, ironia della sorte, in
un'ala di Palazzo Venezia, da dove, qualche
anno più tardi, si affaccerà il nuovo
duce degli italiani. Nel 1918 dà vita
alla sua creatura più cara, l'ICS,
cioè L'Italia che scrive, un periodico
di informazione libraria che, negli intenti
dell'editore, deve occuparsi di tutte
"le principali questioni inerenti alla
vita del libro italiano in quanto esse
sono essenziali alla vita spirituale della
nazione". La rivista avrà un successo
enorme, molto superiore alle aspettative
iniziali, e per questo Formiggini commetterà
l'imprudenza di darsi traguardi ancora
più ambiziosi, come un Istituto per
la propaganda della cultura italiana,
il quale, nato come costola dell'ICS,
avrà poi una sua forma giuridica e sarà
retto da un Consiglio d'onore di cui faranno
parte eminenti uomini di cultura. L'Istituto,
ribattezzato Fondazione Leonardo,
gli sarà sottratto attraverso oscuri maneggi
burocratici, nei quali pare avere un ruolo
di primo piano Giovanni Gentile, consigliere
onorario della Fondazione, ma anche ministro
della Pubblica Istruzione del governo
Mussolini. Formiggini paga insomma la
volontà di rimanere tenacemente al timone
della Fondazione, nel momento in cui ogni
organo di stampa e di propaganda, sia
pure culturale, passa sotto il rigido
controllo della dittatura. Formiggini,
in realtà, è un ammiratore convinto di
Mussolini: ritiene, cioè, come molti italiani,
che sia l'uomo giusto per condurre alla
"valorizzazione nel mondo dell'attività
intellettuale italiana"[2]
e anche ne La ficozza filosofica del
fascismo, il libro autobiografico
che scriverà nel 1924 per dare la propria
versione di quella dolorosa vicenda, tutta
la responsabilità della confisca è imputata
a Gentile (è lui la "ficozza", cioè il
bernoccolo, detto alla romana, spuntato
sulla fronte del fascismo). Di Mussolini
si parla sempre con deferenza, come se
la filosofia del manganello fosse un prezzo
da pagare alla facinorosità della base
piuttosto che una tipologia d'azione voluta
e approvata dal capo: "Purtroppo un Capo
di Governo non può direttamente occuparsi
di tutte le minuscole cose col suo personale
ingegno e col suo alto cuore, e ci sono
alle volte certi «consiglieri di stato»
che consigliano allo Stato le più squallide
fesserie, o che, poveracci, si trovano
impigliati in situazioni così compromesse
da far una figura da idioti pur essendo
intelligentissimi"[3].
Seguono anni di alti e bassi editoriali:
escono nuove collane, ma complessivamente
l'azienda risulta in perdita e tra il
1930 e il 1934 Formiggini è costretto
a vendere la terra di Collegara e la casa
di Modena per sopperire ai debiti. Nel
1937 il regime decide di confiscargli
anche la casa romana, in quanto si vuole
procedere al risanamento edilizio della
zona. Siamo così giunti al 1938, quando
un evento capitale toglie per sempre a
Formiggini il gusto di ridere, di sorridere,
di far finta di niente: nel giugno di
quell'anno, infatti, viene promulgato
il Manifesto sulla razza, che sancisce
anche in Italia l'entrata in vigore di
misure violentemente antisemite. Esclusione
degli ebrei dalle scuole e dagli uffici
pubblici, allontanamento dalle forze armate,
dai commerci, dalle industrie, dalle professioni,
sia come lavoratori indipendenti che come
lavoratori autonomi, limitazione delle
proprietà immobiliari, proibizione di
matrimoni misti: una serie di provvedimenti,
insomma, che significano per Formiggini
la completa rovina. Di più: significano
il sacrificio di quell'attività cui ha
dedicato amorevolmente anni ed anni di
vita, l'olocausto delle speranze in un'umanità
rinfrancata dal sorriso e dalla cultura,
il disinganno feroce nei confronti di
Mussolini, al quale l'editore ha delegato
buona parte della sua fiducia per la costruzione
di un mondo pacificato e attivo. La risoluzione
che prende è immediata, drastica: ce lo
confermano i tanti scritti (lettere ed
epigrammi soprattutto) che redige in quattro
mesi di amara, ma anche acida, presa di
coscienza dell'orribile misfatto, e che
saranno raccolti postumi in un volume
intitolato Parole
in libertà. Il 28 novembre 1938,
giunto a Modena con un biglietto di sola
andata e il pretesto, di fronte allo scetticismo
della moglie, di dover presenziare a una
riunione dei soci della tipografia, sale
sulla torre della Ghirlandina e al grido
di "Italia, Italia, Italia!", si getta
di sotto. In ottemperanza alla sua volontà,
lo spicchio di selciato dove viene ritrovato
il corpo, sarà denominato "Al tvajol ed
Furmajin", il "tovagliolo di Formaggino".
Di
fronte al fascismo: ironia e sottomissione
Anche saggiando solo sommariamente
la biografia formigginiana, ne risulta
in piena evidenza la sorpresa di un disinganno
tanto più feroce, quanto più inguaribile
- e per dirla tutta anche un poco ingenuo
- appare l'ottimismo che accompagna tutta
la carriera dell'editore, legittimandone
le scelte e articolandone il percorso
intellettuale. Non ne giustifica ovviamente
il gesto estremo che, in quanto tale,
resta in parte insondabile e non può essere
liquidato ricorrendo solo alla suggestiva,
ma forse semplicistica, formula del "gesto
di protesta", così subitaneo e repentino
da indurre a ricercare un po' più indietro
il germe di un malessere già al lavoro.
Converrà perciò rifarsi al primo scritto
formigginiano di un certo respiro, la
bizzarra Ficozza filosofica del fascismo,
per andare in cerca di certi sintomi,
certe proteste neanche troppo larvate.
Ne la Ficozza, e siamo solo nel
'24, accanto alla sincera ammirazione
per l'opera di Mussolini, convive un sarcasmo
acido per i suoi tirapiedi, tanto che
una proposizione come la seguente può
nascere sotto il segno di due sentimenti
contrapposti, di una lacerazione difficilmente
ricomponibile: "Se taluno ha voluto spacciarmi
agli occhi del Duce come un nemico del
suo formidabile tentativo di dare all'Italia
un'anima nuova e vibrante di fede, ha
commesso una slealtà. Sarebbe ormai facile
dimostrare al Duce di quali improvvisati
fautori egli si è lasciato contornare"[4].
Dove non è chi non scorga, tra le pieghe
di una retorica anche un po' atteggiata,
una distorsione, un vizio di forma che
nasce dal condannare un movimento assolvendone
il capo. Ma le ultime battute del libro
paiono contraddire poi quell'empito di
convenzionale sottomissione ai valori
della patria e della politica: qui infatti
la polemica si fa più aspra, assumendo
i modi addirittura di una satira politica
severa e irridente contro certo linguaggio,
certe formule compendiate a motto di retorica
becera. Così si ride di gusto quando Formiggini
dichiara di voler completare le due massime
dello stemma tipografico (amor et labor
vistast/risus quoque vitast) con la
traduzione latina (atque mihi confricor)
del "sacro motto" fascista me ne frego;
e ancora quando, proprio in chiusura,
immaginandosi nell'atto di innalzare,
dai contrafforti del Gran San Bernardo,
un ironico inno di giubilo "per il fascista
Gentile", attacca col famigerato "Eja,
Eja, Eja!", per concludere che "dalla
Sicilia, dagli Appennini, dai mari, da
tutte le valli e da tutte le cime, risponde
un grido formidabile: A-LA-LAAA...RGA!"[5]. Sembra ora quasi impossibile che, solo
tre pagine prima, sia il medesimo autore
a parlare, laddove per dar conto dell'atteggiamento
di corretta deferenza dell'ICS
nei confronti del fascismo, ne riproduce
un editoriale uscito a luglio 1923: "La
tirannide o la dittatura politica non
riguardano l'ICS, né all'ICS
può interessare il pensiero politico dei
singoli librai e dei singoli editori che
essa, del resto, non conosce nemmeno.
Come classe di lavoratori (nobilissima
classe, mal compresa e negletta), editori
e librai, tutt'al più, fanno un ragionamento
semplicista: prima i treni non andavano
e non si potevano spedire libri e giornali.
Ora i treni vanno. Viva Mussolini! Prima
le macchine tipografiche erano sempre
ferme, ora vanno, Viva Mussolini
che le fa andare! L'ICS, che ha
una mentalità editoriale e libraria, fa
a un dipresso lo stesso ragionamento.
Se Mussolini va a inebriarsi d'umiltà
sulla tomba di Garibaldi, l'ICS
gli dice: «Bravo, tornaci almeno una volta
al mese»! E se Mussolini dà prova di arguta
genialità tenendo allegri i vecchioni
della Camera Alta, il Fondatore della
«Casa del Ridere»gli dice: «Bravo Mussolini,
tieni botta, perché uomo allegro il ciel
l'aiuta e nella giocondità di spirito
starà la tua salvezza e quella del Paese».
(...) Che se infine Mussolini trionfa
sulle cento piazze d'Italia, l'ICS
gli dice: «Mussolini, tu puoi darci un'Italia
pacificata, daccela»! Ma, una tirannide
dottrinale, tocca troppo da vicino l'ICS
e tutta la vita intellettuale del Paese
perché possa essere deglutita"[6]. La conclusione, dunque,
è sulla "balordaggine di chi vorrebbe
istituire una Filosofia di Stato", ovvero,
ancora una volta, sul nemico Gentile.
L'utopia
umanitaria di Formiggini: il luogo di
un'alterità possibile
Tutto questo può sembrare,
ed è in parte, professione di qualunquismo
ante litteram. Ma, rileggendo il
pezzo, e scrutinando a fondo tutta la
Ficozza e gli altri scritti formigginiani,
vagliandone la corrispondenza, come hanno
fatto per primi i relatori del succitato
convegno modenese, è impossibile non scorgere
al fondo un'aspirazione, un progetto,
magari solo un simulacro di sogno nei
momenti di avvilimento, che rimanda a
un mondo dove la politica è sconfitta
dalla cultura o comunque, perché fondata
su quella, disinnescata nelle sue manifestazioni
più deleterie. Ovvia, anche in questo
caso, la mancanza di prospettiva storica
e, si vuol persino dire, di mero buon
senso. Certo è che, in un'epoca in cui
l'utopia, soprattutto quella rivoluzionaria,
conosce i suoi esiti più clamorosi, anche
Formiggini coltiva la propria personalissima,
festevole utopia. "Uomo allegro il ciel
l'aiuta e nella giocondità di spirito
starà la tua salvezza e quella del Paese":
è sotto il segno del riso e del buon umore
che si consuma la bruciante tensione verso
un "altrove" che deve fare i conti con
le circostanze sempre mutevoli e deludenti
del presente. Eppure questa tensione pare
essere la cifra costitutiva dello spirito
formigginiano, di ogni sua intrapresa,
e l'utopia, l'opzione alternativa di un
mondo tutt'altro che impossibile, rappresenta
infine la modalità espressiva entro la
quale essa si esplica. Da qui trae origine
e prende consistenza "un'idea del ridere
come fraternità universale, quell'ideale
insomma di umanitarismo sociale tramite
il comico esibito espresso dalla collezione"
[7],
quella famosa dei Classici del ridere.
E si veda come Formiggini, in più di un'occasione,
ribadisca le ragioni di questo suo pacifismo
lieve e sorridente: "Nulla è più umano
del ridere e nulla è più efficace a rendere
benevoli gli uomini gli uni verso gli
altri, e c'è il bisogno oggi di richiamare
gli uomini ad una serena e lieta concezione
della vita" (Circolare del 22-11-1912);
"Io sono persuaso che sia altamente provvidenziale
oggi il grande rivolo di giocondità che
la mia collezione farà dilagare irresistibilmente
su tutto il Paese: nulla è più umano del
ridere, nulla è più fautore di affratellamento
in questo mondo di cani ringhiosi, nulla
è più conciliante con la vita in questo
secolo di surmenage e di irrequietezza
e di nausea" (Il «Cucùlo» ovvero
l'Amoroso Commiato, estratto dalla
«Rivista pedagogica», dicembre 1912);
"L'Europa nuova che dovrà sorgere dalle
rovine della vecchia Europa dovrà essere
civile e fraterna; non vi potrà essere
fraternità se vi sarà oppressione di un
popolo sull'altro, ma nemmeno se non ci
sarà comunione di cultura tra i popoli.
E converrà soprattutto che i popoli
si conoscano nei loro aspetti simpatici
ed umani, cioè appunto nella loro peculiare
gaiezza e nelle particolari colorazioni
che presso ciascuno di loro assume l'amore
alla vita: ridere è amore di vita" (1914,
Trent'anni dopo); "L'affratellamento
nel dolore pare che stia dichiarando bancarotta.
Perché l'umanità nuova non potrà affratellarsi
nella giocondità? Tentiamolo" (1918, Trent'anni
dopo)[8].
E' un afflato umanitario che si esplica
anche in senso pedagogico, quando Formiggini,
per il breve tempo di un anno, sarà insegnante
al Liceo privato Ungarelli di Bologna.
In una lettera datata 21 giugno 1907,
scritta per presentare il proprio programma
al direttore, dice tra le altre cose:
"Perché una guida etica civile (che per
alcuni starà al fianco e si armonizzerà
coi principi religiosi liberamente professati,
e che potrà supplire a questi per coloro
che, per tendenze individuali o per circostanze
d'ambiente debbono vivere in una sfera
realistica e refrattaria alle credenze
trascendentali) è assolutamente necessaria
a chiunque voglia nobilitare e sentire
tutto il pregio della propria esistenza.
E io credo che nella scuola di morale
i giovani debbano essere educati a discutere
sulle varie correnti di pensiero, perché
solo con la libera discussione del pensiero
altrui, essi potranno formarsi un pensiero
proprio e conseguentemente una propria
personalità (...). I giovani studiosi
non debbono essere politicanti, ma il
liceo è come la porta della vita, varcata
la quale ciascheduno ha, non il diritto
soltanto, ma anche il dovere di portare
il proprio contributo di idee e di idealità
alla cosa pubblica (...); e penso che
tanti migliori frutti si potranno ottenere
quanto più si educheranno i giovani al
senso della tolleranza e del rispetto
per tutte le opinioni e le credenze che
si agitano e si urtano nel perenne dibattito
che è proprio della nostra vita" [9].
Un
preciso momento storico
Per tali e altre dichiarazioni,
converrà riconoscere che bene ha fatto
Gabriele Turi in diverse occasioni, non
ultima l'intervento Editoria e cultura
socialista negli atti del più volte
citato convegno, a situare l'attività
formigginiana dentro una precisa temperie
storica e filosofica, anche per via dei
molti collaboratori di militanza socialista
dell'editore, o per certe scelte marcatamente
popolari (alcune collane esplicitamente
dedicate ai ceti meno colti, l'attuazione
di una biblioteca circolante). Che poi
il carattere di tali iniziative non avesse
alcuna intenzione di inscriversi entro
partiti o ideologie di sorta, è altrettanto
certo, ma non impedisce, da parte di Formiggini,
un'adesione diciamo così "sentimentale",
o per forza di suggestione, alle correnti
di pensiero d'inizio secolo fondate su
una concezione solidaristica e umanitaria
dei rapporti tra individuo e società.
Quello che importa notare, cioè
(senza però avere la pretesa di fondare
una generalizzazione che necessariamente
tutto livelli), è che le intraprese formigginiane
si collocano in una situazione storica
di grande fermento sociale, dove anarchia,
socialismo e utopia rivoluzionaria trovavano
terreno fertile per i loro programmi.
Avvertendo che "sul piano editoriale-organizzativo"
il progetto umanitario di Formiggini era
"sproporzionato per le risorse
di un semplice editore privato" [10],
pare dunque scontato che la piccola utopia
dell'editore modenese attingesse linfa
da un movimento di idee tanto articolato
nelle sue diverse coloriture, quanto vasto
nella reale portata della sua diffusione.
Al limite, dandoli però solo come suggestione,
si possono ricordare alcuni dei punti
che, secondo Löwy, danno forma e sostanza
al messianesimo rivoluzionario degli intellettuali
ebrei della Mitteleuropa: il fatto che
esso presenti una corrente "utopica, aspirante
a un avvenire radicalmente nuovo, a uno
stato di cose mai avvenuto" [11]
o che l'Et Ketz, il tempo della
fine, "non significhi un miglioramento
del mondo così come esisteva fino ad allora,
ma la creazione di un mondo completamente
altro" [12]. Di là dal fascino
di un'indicazione simile, la proposta
viene subito a cadere qualora si pensi,
non già alla statura immensamente inferiore
di Formiggini rispetto a quegli intellettuali
(un Benjamin o uno Scholem...), quanto
al fatto che lo stesso editore rifiutasse
il problema religioso per ricordarsene
solo al momento della promulgazione
delle leggi razziali [13].
Dall'utopia
al disinganno: l'altro in sé
Resta tuttavia, evidentemente
incoercibile, una comune ascendenza culturale
e spirituale e andranno dunque ricordate
le considerazioni di Ezio Raimondi che,
sempre sulla traccia di una suggestione
proficua, ha richiamato l'immagine del
paria fornita da Hannah Arendt
per illuminare la figura dell'antieroe
in letteratura, spesso legata alla subalternità
sociale dell'ebreo. "Ho l'impressione",
scrive Raimondi, "che, a mano a mano che
Formiggini avanza nel tempo, il vecchio
umorismo goliardico modenese-bolognese
(...) in lui lentamente comincia a identificarsi
con la voce di chi si sente abbandonato,
senza forza, con la sua piccola intelligenza
di omarino sconfitto" [14].
Vale a dire che la volontà di creare un
altrove fuori di sè, proiettato
nel mondo, deve cedere allo smarrimento
di fronte al problema razziale, alla scoperta
di essere lui stesso altro agli
occhi del mondo, e perciò dequalificato
nella sua dignità di uomo. L' "uomo nuovo"
Mussolini, che di quei valori doveva,
secondo Formiggini, essere il vessillifero,
diventa una "losca figura" dagli "occhi
batraci" negli scritti che compongono
Parole in libertà , dove anche
compare quella sorta di idillio famigliare,
all'apparenza tutto delicatezza e nostalgia
crepuscolare, che solo all'ultima parola
ne ribalta il senso complessivo:
mamser, cioè "bastardo" nell'antico
dialetto degli ebrei di Modena, indirizzato
ovviamente al duce.
Un tentativo assurdo?
Ma , non ostante tutto,
presa coscienza dell'atrocità dei tempi,
Formiggini non manca di guardare oltre,
di serbar fede nel proprio oltranzistico
ottimismo, e così stende "in limine
vitae" (l'espressione è sua) un lascito
di pensiero, un'Epistola agli ebrei
d'Italia, dove espone un possibile
programma di totale e definitiva assimilazione:
ma si tratta di un programma, pur nella
più assoluta buonafede, completamente
distorto, fitto di tesi, volendo riutilizzare
le parole di Piero Treves, "aberranti
o (al limite) assurde" [15].
E ciò dipende, appunto, dall'essersi fatto
solo in ultimo consapevole della sua condizione
altra, di aver riflettuto sulla
questione ebraica solo nel momento delle
persecuzioni. Formiggini sostiene dunque
che "il culto dovrebbe essere quanto più
possibile semplificato, e trasformarsi
in una rievocazione di ricordi storici
sacri" [16], che "visto l'uso vigente in Italia di
manifestare a capo scoperto", si riterrebbe
molto lieto "se nei templi [ebraici] si
stesse senza copricapo" [17], che gli piacerebbe "veder
scomparire certe misure igieniche rese
ormai non più necessarie dalla presente
civiltà" [18] (si riferisce a certe disposizioni religiose
in materia culinaria, come per esempio
il divieto di mangiare carne al sangue)
e, "ridotta l'attesa messianica (...)
in una Gerusalemme ideale accessibile
a tutte le genti, ridotto il sionismo
a un puro focolare spirituale" [19], avanza, da ultimo, una "grande proposta":
"cambiate tutti i vostri nomi e prendetene
di nuovi di suono ariano" [20].
E' chiaro che ci troviamo di fronte a
soluzioni semplicistiche: l'assimilazione
totale, sempre nelle parole di Treves,
"è possibile, è lecita, se e sempre che
soltanto si identifichi con la totale
libertà, con la purificazione totale di
tutti gl'italiani, artefici e cittadini
di una libera repubblica egualitaria"
[21].
Eppure, ancora una volta, di là dall'ingenuità
un po' facilona (un po' troppo...) dell'editore
modenese, non si può fare a meno di notare
uno slancio ideale, una manifestazione
d'inguaribile ottimismo che, anzi, su
quell'ingenuità pare quasi incardinarsi
come un motivo consustanziale e irriducibile.
E' quasi impossibile trattenere un sorriso
tra l'amaro e l'ironico di fronte a un'affermazione
come la seguente: "Alla benefica assimilazione
si era avviati a grandissimi passi: i
nuovi eventi l'hanno troncata . Ma questa
non è che una pausa, che sarà più o meno
lunga, dopo la quale il cammino sarà ripreso
di corsa. Tenete presente che lo stesso
capo del fascismo ha preveduto una dominazione
del suo partito per 150 anni soli. Computando
il sofferto, sarebbero 132 anni. Forse
potranno essere molto meno. Il Fascismo
è un fenomeno strettamente
personale. In ogni modo cosa sarebbe un
così breve periodo rispetto all'avvenire
infinito? I popoli devono essere lungimiranti"
[22]. Lo stesso estremo gesto del suicidio non
può che suscitarci l'impressione rispettosa
e dolente di un sacrificio inutile, pensando
che Formiggini l'aveva giustificato come
"un esempio, una testimonianza" che può
"ancora valere qualche cosa" [23]
e che in realtà sarebbe stato presto occultato
da una pesante cortina di silenzio, da
cui è riemerso a stento solo parecchi
decenni dopo. Quello che resta, però,
è l'insanabile fiducia nelle qualità umane
più positive e cordiali, il buonumore
"transnazionale", l'utopia del riso, che
deprivata ormai (e non può essere altrimenti,
dopo il "secolo breve" di guerre e totalitarismi)
delle sue componenti ideologicamente improduttive
può accompagnarci come consiglio amichevole
nei casi tristi e meno lieti di una vita
non sempre dispensatrice di gaia giocondità.
La
"leggenda" di Formiggini
E vale allora concludere
con la "leggenda" che Formiggini si volle
scrivere addosso, trasfigurando in parabola
esemplare la scelta lucida e tremenda
del suicidio: "C'era una volta un editore
modenese di sette cotte, e perciò italiano
sette volte, che risiedeva a Roma. Quando
gli dissero: tu non sei italiano, egli
volle dimostrare di essere modenese di
sette cotte e perciò sette volte italiano,
buttandosi dall'alto della sua Ghirlandina
. Ma era stato scritto di lui che
aveva la testa molto dura, ed infatti
precipitando a capo fitto la testa si
frantumò in tre grosse schegge senza dare
una goccia di sangue. (Oh le leggende!).
Le tre schegge guizzaron prodigiosamente
fino a Roma: una cadde ai piedi del Papa
che la raccolse e disse: Questo è il brillante
più grande e più splendido che esista
nel mondo: lo incastonerò nel Triregno
ad onore e gloria della mia Chiesa. Un'altra
colpì nel petto il Re ed Imperatore, che
ne ebbe mozzato il respiro per sempre.
Una terza colpì sulla fronte il Tiranno
e vi impresse l'indelebile segno del «catoblepa»
[24].
Pagina
stampabile
|
|
|
|
 |
[1]
Per la vita si veda Ernesto Milano, Angelo
Fortunato Formiggini, Luisè, Rimini, 1987
e, più recentemente, Nunzia Manicardi, Formiggini.
L'editore ebreo che si suicidò per restare italiano,
Guaraldi, Modena, 2001.
[2]
Così in un brano de La ficozza filosofica del
fascismo riportato da Milano, Angelo Fortunato
Formiggini, cit., pag. 65.
[3]
A. F. Formiggini, La ficozza filosofica del
fascismo, Formiggini, Roma, 1924, pagg. 332-333.
[4]
A. F. Formiggini, La ficozza..., cit.,
pag. 333.
[5]
A. F. Formiggini, La ficozza ..., cit.
, pagg. 341-342.
[6]
A. F. Formiggini, La ficozza ..., cit.
, pagg. 336-338.
[7]
Luigi Guicciardi, Le vicende editoriali dei
«Classici del ridere»: dal progetto alla ricezione
in Luigi Balsamo-Renzo Cremante (a cura di), Angelo
Fortunato Formiggini, un editore del Novecento,
Il Mulino, Bologna, 1981, pag. 234.
[8]
Tutti i brani in Luigi Guicciardi, Le vicende
editoriali..., cit., pag. 234-235, nota.
[9]
Cit. in Renzo Cremante, Letteratura e critica
nell'esperienza editoriale di Formiggini in
Luigi Balsamo-Renzo Cremante (a cura di), Angelo
Fortunato Formiggini, un editore del Novecento,
cit., pag. 286-287, nota.
[10]
Luigi Balsamo, Formiggini, un privato editore
dilettante in Luigi Balsamo-Renzo Cremante
(a cura di), Angelo Fortunato Formiggini, un
editore del Novecento, cit., pag. 167.
[11]
Michael Löwy, Redenzione e utopia. Figure della
cultura ebraica mitteleuropea, Bollati Boringhieri,
Torino, 1992, pag. 24.
[12]
Michael Löwy, Redenzione e utopia. Figure della
cultura ebraica mitteleuropea, Bollati Boringhieri,
Torino, 1992, pag. 27.
[13]
Che le sirene rivoluzionarie avessero poca presa
su Formiggini, è lui stesso a dircelo nell'Ultima
ficozza, il primo scritto delle postume Parole
in libertà: "Il fascismo mi piacque quando mi
parve un elemento di forza a servizio del diritto:
ma non mi piacque più quando si affermò rivoluzionario:
all'etica delle rivoluzioni non ho mai creduto,
ci s'ingrassano troppi avventurieri, e ogni principio
di giustizia è sovvertito" (A. F. Formiggini,
Parole in libertà , Edizioni Roma, Roma,
1945, pag. 17).
[14]
Ezio Raimondi, I Classici del ridere in Luigi
Balsamo-Renzo Cremante (a cura di), Angelo
Fortunato Formiggini, un editore del Novecento,
cit., pag. 221.
[15]
Piero Treves, Formiggini e il problema dell'ebreo
in Italia in Luigi Balsamo-Renzo Cremante (a cura
di), Angelo Fortunato Formiggini, un editore
del Novecento, cit., pag. 68.
[16]
A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit.,
pag. 44.
[17]
A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit.,
pag. 45.
[18]
A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit.,
pag. 46.
[19]
A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit.,
pag. 53.
[20]
A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit.,
pag. 59.
[21]
Piero Treves, Formiggini e il problema dell'ebreo
in Italia in Luigi Balsamo-Renzo Cremante (a cura
di), Angelo Fortunato Formiggini, un editore
del Novecento, cit., pag. 69.
[22]
A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit.,
pag. 56.
[23]
A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit.,
pag. 124.
[24]
A. F. Formiggini, Parole in libertà , cit.,
pagg. 70-71. Il catoblepa era un animale mitico
della zoologia greca, simile allo gnù, che si
dicesse girasse sempre col capo rivolto verso
il basso. Se non fosse stato per questo, avrebbe
incenerito con lo sguardo chiunque osasse guardarlo
negli occhi.
|
|