Novella Primo
«Certi momenti fuggevoli della natura»: sensibilità ambientale e contemplazione del paesaggio in Lalla Romano
Il paesaggio come protagonista è sempre espressione di uno stato d'animo: spesso è meno naturalistico di un ritratto.
(Lalla Romano)
To write about nature is to write about how the mind sees nature, and sometimes about how the mind sees itself.
(Sharon Cameron)
Per una scrittrice come Lalla Romano (1906-2001), nata a Demonte in provincia di Cuneo e
cresciuta tra le montagne del Nord Italia, il continuo riferimento nelle sue opere alla
natura, sia attraverso il richiamo agli scenari montani dell’infanzia (La penombra che abbiamo attraversato, 1964 ma anche Nuovo romanzo di figure, 1997) che a quelli marini, contemplati in
età matura, della Grecia (Diario di Grecia, 1959) e
soprattutto dell’incontaminata isola di Hvar (Le lune di
Hvar, 1991), acquisisce una valenza centrale proprio perché generato
dall’incrocio tra vissuto autobiografico e topoi letterari che non risultano mai di maniera,
essendo declinati in modo assolutamente originale (anche attraverso interessanti cenni teorici
sulla dialettica imitatio naturae e imitatio artis)[], con rara sensibilità ecologica e con il continuo rifarsi a dati iconografici,
derivati in primo luogo dalla sua attività di pittrice.
A nostro avviso, numerosissime pagine di quest'autrice sono animate da un particolarissimo ‘sentimento del paesaggio’ che permette di asserire come, sia pur in mancanza di un preciso e militante impegno di tipo ambientalista - forse d'altronde anacronistico per lo meno per quanto riguarda la prima fase della produzione romaniana antecedente a tanti movimenti verdi di genesi successiva - vi sia una costante attenzione a tutte le componenti del nostro ecosistema che fanno della natura un vero e proprio «actor in the drama[] » e non una presenza di sfondo alle azioni meramente esornativa.
Le stesse fasi che Glotfelty, nella sua introduzione al fondamentale volume The Ecocriticism Reader, individua nello sviluppo
dell'Ecocriticism, ovvero lo studio del modo in cui la natura è rappresentata in letteratura,
della consapevolezza ecologica degli scrittori, dell'influenza delle condizioni ambientali
nella biografia autoriale, ed infine dell'approdo ad una fase teoretica, sono per molti versi
individuabili nei testi della scrittrice cuneese.
Il «sentimento del paesaggio» montano
Lalla Romano non si pone mai programmaticamente come semplice spettatrice del mondo poiché
vive immersa dentro il suo 'ecosistema' che tende a coincidere con quello della sua famiglia:
«Dissi a Venturi che volevo scrivere (raccontare) ma che non era possibile, perché a me
sarebbe piaciuto scrivere soltanto storie della mia famiglia. Nulla mi avrebbe interessata mai
quanto il mio mondo».[]
La maggior parte dei suoi scritti ruota infatti attraverso una costellazione privata che
permette però di osservare con sguardo profondo e attento anche ciò che ne sta al di fuori o,
per meglio dire, come cercheremo di precisare, si pone all'esterno solo apparentemente, in
quanto gli stessi attanti della narrazione si muovono in sintonia o a volte in conseguenza del
milieu circostante e le loro azioni si motivano proprio in riferimento a dei precisi e
ricorrenti cronotopi.[]
Pubblicato nel 1964, il romanzo La penombra che abbiamo
attraversato è tra i primi testi della scrittrice a soffermarsi lungamente su un
luogo preciso: si tratta di Demonte, il paese dell'infanzia ridenominato Ponte Stura, uno
spazio verso cui la scrittrice decide nella fictio narrativa di compiere, poco dopo la scomparsa della madre, un viaggio- ricerca nel tempo e nei
ricordi per rivivere gli anni della sua infanzia e quelli precedenti alla sua stessa nascita
(all'incirca 1909-1917).
Nella prima parte l'autrice si sofferma sulla visita alla casa paterna, nella seconda
assistiamo ad un vero e proprio pellegrinaggio della memoria nel paese e in altri luoghi
circostanti.
Le tracce mnestiche legate al personale mito infantile sono sostanziate dalla specificità
del tempo e dello spazio (precisa la toponomastica: il Castello, il Mulino, il Podere materno,
il Parco dei Conti...) il cui centro ideale è la presenza a Demonte delle figure genitoriali.
Ed è dal paesaggio che può cominciare un'analisi dei temi portanti del romanzo.
Persino l'incipit, con la descrizione di un interno e
l'evocazione di mosche e pulci, suggerisce una particolare forma di attenzione ad ogni forma
di vita, persino a quelle generalmente viste con fastidio se non proprio come
repulsive:
Da bambina sentivo criticare gli alberghi. Sentivo dire che c'erano le pulci. a me
pareva una specie di privilegio degli alberghi. Nelle case si dava l'allarme se si trovava
una pulce, che appena vista spariva come un folletto, e bisognava cercarla abilmente,
schiacciarla tra le unghie. Cosa orribile che guardavo con ribrezzo. [...] Papà aveva
trovato le cimici, in un albergo. (Le cimici, più temibili delle pulci, erano una rarità,
quasi un lusso). Papà aveva sollevato il cuscino: le cimici nere, piatte, correvano sul
lenzuolo. Papà raccontava adagio, con una precisione favolosa. Io vedevo le cimici come
l'immagine lontana, rimpicciolita, di un esercito di guerrieri coperti dagli scudi, in
marcia su una pianura di neve. (p. 859)
Il richiamo al fiabesco («folletto», «precisione favolosa»...) frequente nel testo e
suggerito dalla capacità affabulatoria del padre della scrittrice che fa qui il primo ingresso
nella storia, e da quella immaginativa di Lalla bambina, conferiscono quasi un sapore
sommessamente epico all'evocazione memoriale che si preciserà nei passi successivi anche
attraverso il filo tenue dei ricordi naturalistici, come ad esempio quello dei fiori regalati
dal padre.[]
Assistiamo alla sovrapposizione di immagini attraverso una descrizione spesso visiva e
talvolta anche olfattiva che prosegue infatti con l’elencazione di altri odori, distinti tra
«buoni» e «cattivi», entro la più ampia opposizione tra naturalezza ed artificiosità.
Per me c'erano stati odori precisi: nella camera della mamma un'ampollina di porcellana
dal lungo collo terminante con una piccola corona da regina (l'aveva portato papà da Nizza)
sprigionava odore di viole "vere". Però se si annusava un mazzetto di violette raccolte lungo
le siepi, avevano un odore diverso: tenero, leggermente amaro, mentre quello della boccetta
era più dolce, ma freddo. (p. 927)
Tra tutti gli elementi della natura richiamati sono soprattutto le montagne a racchiudere
la massima pregnanza semantica nel romanzo. Si inseriscono bene nel tono complessivamente
favolistico del ricordo narrativo e sono per lo più associabili alla figura paterna che, nei
monti, andava a caccia, attività intesa come un'impresa memorabile:
I nomi di quei monti, dal suono arcano e misterioso come fossero in una lingua ignota,
accompagnavano quelle imprese col loro eco. Erano il Tinibras, il Nebius, l'Ischiator.
Evocavano paesaggi artici, desolati e solenni. Papà parlava della caccia e della montagna come
chi veramente c'è stato, e mi prometteva di tornarci. Mi portò davvero che ero ancora piccola,
su un colle detto dell'Ortica. Ma i monti più grandi stavano sempre di fronte coi loro picchi,
erano al di là. E non solo per me erano irraggiungibili; nessuno ci andava più. (p.
863)
Il fascino della nominazione porta ad un accostamento - consueto nella produzione della
Romano - ai paesaggi nordici a lei molto cari, marcano un legame con il padre attraverso i cui
occhi (e poi nei romanzi di figure attraverso il suo obiettivo fotografico) l'autrice può
visualizzare questi luoghi, affascinata proprio dalla sensazione di lontananza e quindi di
indefinitezza che ne deriva.
Potremmo dire che l'amore per la natura sia come inscritto geneticamente nell'autrice in
quanto si genera e si trasmette dall'esempio dei genitori, dal padre (sia pur in maniera
contraddittoria essendo sovente legato all'attività venatoria) e dalla madre, a sua volta
affascinata dal padre «contemplativo», attento a percepire la voce della natura sia essa
proveniente dal mare o dalle alture:
La mamma aggiunge che era stato «perché» (che ci si innamorasse per un motivo era
un'altra cosa inaudita) papà si dimenticava di mangiare - erano al ristorante - per guardare
il mare ed i pescatori che tiravano le reti.
Papà che si incantava guardando con aria meditativa, grave, mi era familiare: l'avevo
visto guardare così i quadri, le montagne; avevo anche capito che, siccome per la mamma, la
bellezza era prima di tutto, così chi la amava le diventava caro per questo.
Lei non amava le «cose belle»; ammirava certi momenti fuggevoli della natura. Le
contemplazioni della mamma erano diverse da quelle di papà: erano rapide.
Dopo, appariva felice. Riabbassava gli occhi come avesse visto qualcosa che gli altri non
vedevano. (p. 866)
La natura diventa quasi un filtro per conoscere la sensibilità delle persone e qui il
‘sentimento del paesaggio’ favorisce l'innamoramento secondo un processo di doppia
contemplazione che porta ad uno slittamento metonimico dell'interesse dai luoghi contemplati
alle persone che li contemplano.[] Il che si verifica quando vi è una particolare capacità di osservazione, una
sensibilità acuta e in grado di carpire «certi momenti fuggevoli della natura» stessa.
L'attenzione poi alla bellezza della natura diviene una qualità estetica che si trasferisce
dalla madre alla figlia che così infatti asserisce:
La montagna era per me (come per la mamma) la bellezza. La bellezza delle persone mi
incantava, ma anche mi turbava, certe volte addirittura mi sconvolgeva, mentre alla montagna,
al suo vento, al suo silenzio mi potevo abbandonare. Che ci fossero di quelli che non la
amavano non mi dispiaceva, anzi, ne ero contenta. Il mio era un amore esclusivo. (p.
874)
Attraverso il tratto semantico della bellezza, anche in questo caso si palesa come la
natura influisca sulle azioni dei personaggi, divenendo quindi 'personaggio' essa
stessa.
Della verticalità propria della montagna, la scrittura romaniana non insiste tanto sul
momento della scalata e quindi dell'ascesa, spesso ardua e faticosa, topico simbolo letterario
della ricerca di sé e spesso del trascendente, quanto su quello della contemplazione e del
silenzio, e in poche altre volte su quello della condivisione e degli incontri che avvengono
sul cammino. La Romano racconterà, ad esempio, nei Mari estremi, come lo stesso innamoramento
per il marito sia avvenuto durante un'escursione in montagna, in modo cioè assolutamente
speculare all’incontro tra i suoi genitori.
Il paesaggio alpino si precisa poi in tanti scenari in cui gli alberi assumono un ruolo
molto importante per l'autrice. Sono pressoché assenti le descrizioni oggettive e i
riferimenti specialistici alla tipologia di vegetazione presente: gli alberi e tutte le altre
componenti della natura sono antropomorfizzati e vengono visti come metafora del mondo della
Romano, in conformità alle dichiarazioni di poetica prima riportate. E così, ad esempio,
leggiamo:
Ogni viaggio mi aspettavo di ritrovare, alti sul crinale di un monte, contro il cielo, i
Tre Alberi. Erano tre abeti o frassini in fila - uno più basso - che «si tenevano per mano».
- Sono il papà, la mamma e la bambina, - diceva il babbo. Quella rispondenza mi faceva
provare una inspiegabile felicità. (p. 955)
Dalla proiezione della famiglia della Romano alla sfera vegetale, qui personificata, ci
spostiamo, verso la fine del romanzo, ad un altro tipo di proiezione, correlata al senso di
morte che attraversa pure il romanzo, quando si assiste alla constatazione dell'enorme
differenza intercorsa tra il «tempo di prima» e quello presente:
Gli alberi dell'antica lea sono ormai decrepiti e persino cascanti. [...] Sotto
l'ombra scura degli ippocastani, allora diritti e folti, raccoglievo da piccola i fiori
sparsi, caduti dagli alti candelabri. I più preziosi erano quelli rosa acceso, teneri come di
cera rossa. Mi stupivo che tanta bellezza fosse a profusione per terra.
Forse, se fossi venuta di maggio... Forse fioriscono ancora, anche così sfiancati, gli
alberi; ma il terreno sarà sempre così trascurato, sporco, e l'ombra sarà rada. (p.
999)
Questo accostamento tra i due brani, oltre a confermare la natura ambivalente già nella
sua dimensione archetipica dell'albero, proteso alla vita, ma che contiene anche l'idea di
non-vita o di vita dimidiata (tra caducità e l'idea che l'albero potrebbe non dare più
frutti), dimostra, ancora una volta, come la descrizione non abbia mai una funzione meramente
decorativa, di pausa nella narrazione, ma interagendo attivamente nella storia porta alla
realizzazione di inserti iconici che mostrano come - anche nell'immobilità- possano essere
intesi, sotto varie forme, il mutamento e la svolta narrativa.
I paesaggi dalle parole alle immagini
Lo stretto legame tra uomini e ambiente già prospettatosi nella Penombra e presente anche in altri romanzi come in Pralève,
la villeggiante (1977), si precisa nei romanzi di figure, in quegli scritti cioè
in cui la Romano raccoglie le foto scattate dal padre Roberto, inserendo una sua didascalia
che ha insieme un valore descrittivo[] e di commento. Tra questi, scegliamo di soffermarci su Nuovo romanzo di figure in cui la presenza del dato paesaggistico si concretizza
nell'immagine riportata e integrata con le parole della nostra scrittrice proprio perché
costituisce una sorta di 'messa in positivo' di quanto raccontato nel romanzo del 1964 sinora
qui preso in esame, ricco per l'appunto di riferimenti ecfrastici alle fotografie
paterne.
Si accentua così quell'effetto di frammentazione del reale in istanti irrelati caratteristico della descrizione moderna che mira ad una forma di ricomposizione di quanto perduto. Nella Romano quindi ogni descrizione della natura è sempre improntata alla sua visione del mondo per cui ogni descrizione lascia sempre, in filigrana, vedere anche l'occhio di chi descrive, come ogni foto rivela comunque molto, oltre che del fotografato, anche del fotografo.
Non stupisce, pertanto, che si assista ad un'intensificazione della presenza e quindi dell'importanza tribuita alla natura tra le pagine di questa particolare tipologia di romanzi composti dall'autrice negli ultimi anni della sua vita.
In molteplici casi assistiamo proprio alla fusione tra uomini e paesaggi, qui quasi sempre
invernali e innevati, come avviene nel caso della descrizione di Cino, un amico del padre[]la cui immagine si fonde con quella dell'albero o di quella di un gruppo di
cacciatori posti in fila secondo una «composizione ascendente» che «segue la linea della
montagna» (p. 19) ed in cui ritroviamo, nell'espressione del padre, gli stessi tratti
descritti nella Penombra, quelli cioè di «sognatore con
determinazione». Anche qui le descrizioni hanno un sapore favolistico (ad esempio «la valle si
chiude in fondo, solitaria, fantasiosa e non paurosa», p. 21), il riferimento alle montagne e
alla loro lontananza precisa quel senso di apertura all'infinito, appena suggerito nel romanzo
del '64, si materia spesso di confronti con le arti figurative (la natura viene cioè spesso
descritta come fosse un'opera d'arte), favorisce lo snodarsi delle vite di chi, tra esse, vive
dei momenti importanti:
Demonte dall'alto [...] l'immagine del paese è insieme minuta e sommaria, come nelle stampe antiche - così il disegno fiammingo delle siepi e dei campi - le linee bianche, la strada e il fiume, hanno una funzione prospettica - il fiume (la Stura) ha un segno irregolare [...] le montagne hanno un carattere visionario, sognante; sembrano guardare al cielo, supine, tendono a svanire nella lontananza - il senso di apertura e vastità dà al paese e alla valle un alone di mistero e un senso di attesa: come a quello che ospiterà, o ha ospitato, una storia - (p. 27)
profilo a onda del monte che la neve rende leggero e come assorto (p. 67)
Un procedimento simile di accostamento tra immagine e scrittura si era realizzato anche nel
catalogo Lalla Romano pittrice[], la cui prima sezione, dedicata alle vedute paesaggistiche, si apre con un olio su
tavola del 1924, intitolato proprio L'inverno raffigurante un ambiente
innevato con alberi e una montagna che la Romano definisce «Il mondo invernale,
il mio mondo». (p. 36).
I numerosissimi riferimenti iconografici, motivati naturalmente dalla stessa attività di
pittrice della Romano, presenti in Nuovo romanzo di
Figure, che proprio dalla lettura delle immagini trae la sua origine, sono una
costante di tutte le descrizioni e fanno coesistere interpretazioni della natura modernamente
arcadiche ad altre che dell'idillio rappresentano invece il rovesciamento.
- idillio pastorale visto come una composizione astratta - spazi e volumi di misura musicale -
forme pure; pecore come odalische di Ingres - (p. 37)
- motivo di nudità tragica - la natura non è sempre idillio - l'animo di lui può identificarsi con una valle stretta, pietrosa, nera: segreta - (p. 39)
«nel vuoto tra i rami una lontananza tenera, delicata, ricorda le lontananze di Watteau nei «Campi Elisi»
(p.53)
lo sfondo nebbioso, deserto - a destra case e siepi stecchite - registrato come immagine di desolazione: fatica, tristezza, destino oscuro -(p. 75)
- in chiusura, la foto più bella -immagine grandiosa di desolazione invernale, che appare definitiva - alberi scheletrici e ruscello semisepolto sotto la neve - (p. 355)
Il landscape writing di Lalla Romano si piega quindi di volta in volta alle esigenze più specificamente letterarie o a quelle introspettive, specchio di uno stato d'animo interiore.
E se i rimandi artistici permettono di spiegare e quindi di 'leggere' meglio la natura, quest'ultima diventa oltre che ispiratrice e generatrice di azioni (eroiche, amorose...), uno 'strumento' per descrivere meglio altri personaggi della storia, come avviene ad esempio nel caso della madre della Romano, «donna-fiore[]» o, in altri luoghi, dal «carattere di fiore», accostamento esteso anche alla stessa scrittrice da piccola («bambina fiore» dalla «veste a corolla») sino a giungere alla piena compenetrazione tra personaggi e natura nel seguente passo:
dev'essere maggio, di sera - erba alta, alberi (meli) giovani, inclinati - spazio illimitato, folto, fluido, non solido - anche lei reclinata, senza sforzo, nella posa antica (pisana, cinese) di sostegno e quasi offerta del bambino - non è stata cercata la monumentalità, piuttosto una comune freschezza vegetale: donna-albero, erbe fiorite, libere, luce soffusa, diffusa- (p. 97)
O ancora in quello che vede la madre vestita di nero risaltare su una distesa di neve descritta attraverso una similitudine: «"lei" ha un movimento come di danza - spicca su quel prato di neve come un grande fiore esotico o un uccello nero - ».
Di queste personali rielaborazioni del topico nesso paesaggio-stato d'animo rievochiamo infine quella in cui, in maniera esplicita la Romano considera il sentimento del paesaggio, qui per affinità con lo stato d'animo della donna raffigurata nella foto:
giovane donna elegante in un paesaggio romantico - non aulico però: uno stagno di campagna - il sentimento molto accentuato, è nel paesaggio stesso: i pioppi che si specchiano, le luci della sera riflesse nello stagno, la solitudine - la figura mondana, intrusa, per la sua indifferenza e compostezza, quasi solennità, misteriosamente s'intona a quella malinconia - (p. 211)
Tra immaginazione e realtà: Un sogno del Nord
Anche un'opera a sfondo saggistico, qual è un Sogno del
Nord, prevede un ampio spazio dedicato alla natura e alla riflessione su di essa.
Ancora una volta è proprio nella sezione incipitaria che troviamo il maggior numero di
riferimenti a dati ambientali, segno di un interesse non secondario per questa tematica da
parte dell'autrice.
Lo splendido articolo di apertura che dà il titolo all'intera raccolta è appunto dedicato all'amore per i paesaggi nordici, sentimento ricollegato alle suggestioni di fiabe di Andersen e poi ad altre più tarde influenze letterarie come quelle derivate dai personaggi di Ibsen. Anche in questo caso, pertanto, sono i ricordi paesaggistici a supportare le tracce mnestiche che scandiscono l'infanzia (con le fiabe di ambientazione nordica), la giovinezza (col ricordo degli amici che condividevano i suoi gusti per i «mari estremi»), la maturità con i viaggi realmente compiuti in Svezia, Finlandia ecc. Ma soprattutto, come già si era delineato nella Penombra, la scaturigine più profonda di questa fascinazione per i paesaggi nordici viene anche qui individuata nel senso di appartenenza alle montagne, presso le quali l'autrice era cresciuta.[]
Lo stesso viaggio nelle capitali nordiche è materiato da descrizioni di forte impatto visivo, con similitudini che spiegano i riferimenti alla flora attraverso altri alla fauna, come appare nel seguente passo:
Il primo impatto - visivo - fu col paesaggio circostante all'aeroporto: un bosco di abeti, debitamente austero, anzi, severo e per me affascinante. Lungo l'autostrada verso Stoccolma feci un'altra scoperta importante. Qua e là nei boschi affioravano dal terreno, simili a corpi distesi di animali antidiluviani, roccioni lisci, ossa della terra levigate dai millenni; non pittoreschi ma imponenti e insieme familiari. (p. 1330)
La preistoria del mondo si salda con quella individuale, l'incanto del paesaggio porta ad un rasserenamento interiore dell'autrice che si diletta in passeggiate solitarie, anch'esse topiche dell'immaginario contemplativo di tutti i tempi e il momento descrittivo si ancora saldamente alla sfera dell'individuo. Quello che emerge, e che potrebbe contribuire a spiegare anche i romanzi composti in precedenza, è il senso di stabilità e perpetuità nel tempo che promana dalla rocciosità di questi paesaggi.
A proposito della Svezia, la Romano mette in luce come le peculiarità della sua stessa civiltà derivino dall'acqua, dai boschi e dalle rocce che ne compongono il territorio («La sua famosa civiltà poggia su qualcosa di fermo - siccome i popoli discendono dai loro paesi - cioè su quelle rocce»[]).
Il momento in cui si fonde il paesaggio montano con quello marino è poi quello della navigazione dell'Arcipelago che significa per l'autrice «trascorrere in un paesaggio interiore» con il sottile piacere dell'agnizione che deriva dal riconoscimento di luoghi che sembra di aver già abitato, sia solo nella sfera onirica.
In un altro articolo «Profili di pietra», la natura viene letta come un gigantesco
repertorio di immagini in cui poter giocare a rintracciare le fattezze di personaggi noti
nelle muraglie di rocce o ancora considerare altri scenari quasi fossero delle fotografie («le
immagini "bianco e nero" dei ghiacciai»). L'autrice riesce cioè a dialogare con la natura
mentre la contempla, e queste correspondances la portano a
stabilire un colloquio con la madre di cui riconosce, in modo sorprendente il profilo e più in
generale le fattezze, in alcune catene montuose alpine:
Il mio è il profilo di mia madre. Ho scelto di leggerlo
da destra a sinistra perché ho riscontrato, come in lei, il labbro superiore un po'
sfuggente. La breve cima dentata ha veramente qualcosa della struggente e misteriosa
bellezza di lei. Dopo tante contemplazioni, il riconoscimento prosegue nel suo corpo
sdraiato, con il lieve rilievo del seno, il ventre bianco (il ghiacciaio) dalla dolce, lenta
curva che termina col rilievo delle ginocchia. Con quel profilo è il mio colloquio. (p.
1344).
Attraverso un meraviglioso e unico scenario paesaggistico si realizza, insomma, una sorta di «corrispondenza d'amorosi sensi» tra persone anche distanti o scomparse che riacquistano concretezza ed insieme perpetuità nella loro fissità di pietra.
Dei vari scritti che compongono la raccolta di saggi Un sogno del
nord, quello che più espressamente potrebbe rimandare ad una consapevolezza
ecologica è forse «Il bambino e la trota» che ha come protagonista proprio il nipotino della Romano. Del bimbo viene messo in
rilievo innanzitutto il suo «meraviglioso rispetto della vita» che lo spinge spontaneamente ad
evitare di calpestare fiori ed insetti e persino di aver cura che non lo facciano altri. Il
breve testo vira poi verso un altro argomento di estrema importanza, quello del confine tra la
vita e la morte visto attraverso gli occhi di chi, per la prima volta, riflette su
quest'argomento. Dalla perdita improvvisa del nonno, il piccolo trasferisce sugli animali
tutti i suoi interrogativi, cogliendo come discrimen tra
vita e morte l'assenza di movimento, soffermandosi sul momento di passaggio tra i due stadi.
Segue poi la descrizione di una cruenta pesca di trote che il bambino coglie solo nella sua
fase iniziale senza assistere alla mattanza vera e propria, condannata dalle parole della
scrittrice.
I riferimenti al nostro ecosistema, inteso proprio nella sua accezione etimologica di oikos (casa), sono ricorrenti in svariati altri luoghi della scrittura romaniana, con una netta prevalenza di scenari diurni rispetto a quelli notturni e di paesaggi montani rispetto a quelli marini.
In ogni caso si tratta di una scrittura che propone quasi sempre una visione 'euforica' del paesaggio nonostante la stagione invernale o autunnale, e promana un senso di serenità nelle descrizioni mai veramente minuziose perché tese a creare un collegamento con lo stato d'animo dell'io narrante.
La stessa indefinitezza della percezione del paesaggio naturale si configura pertanto come vero e proprio elemento narrativo strettamente funzionale alla caratterizzazione psicologica dei personaggi presenti nella narrazione ed, insieme, nei testi fondati su ricordi legati ai primi anni di vita dell'autrice, alla delineazione di una percezione infantile e quindi 'primaria' della realtà. I vari elementi della natura assumono pertanto spesso quasi la funzione di «correlativo oggettivo», permettono di richiamare un'emozione o un sentimento particolare e sopito nella mente autoriale.
Quasi tutta la scrittura ha una valenza memoriale e pertanto lo spazio, essendo sempre descritto in riferimento ad un tempo passato, si incardina in una più antica tradizione letteraria basata sull'attribuzione di tratti edenici ad epoche remote.
Quello della Romano assume quindi sovente i tratti di un Eden personale che spesso
circoscrive e limita il contatto con la natura ad una fase ormai trascorsa, non si sofferma,
se non raramente, su prospettive ecologiche future e tende ad associare il presente o comunque
il passaggio all'età adulta agli spazi interni e alla vita cittadina, ad esempio con il
trasferimento a Torino per gli studi universitari come raccontato nel romanzo Una giovinezza inventata.
Che poi l'attaccamento alla natura fosse proprio di tutta la famiglia di Lalla Romano è comprovato anche dal seguente passo dedicato al celebre parente matematico Giuseppe Peano di cui l'autrice ricorda:
Anche nell'amore della natura era simile a Einstein, il quale lasciò scritto nel suo
diario:«Ci si sente immersi nella natura; ancora più del solito si avverte la nullità
dell'individuo e questo ci riempie di felicità». Non era certo una considerazione di
contadino, cioè pratica, quella della natura in Peano. Gli piaceva raggiungere Cavoretto
attraverso i boschi e, se era primavera, raccoglieva margheritine (bellis perennis) e anemoni viola (anemon
epatica). Il modo era tutto suo, simile a quello dei bambini piccoli, ma più
delicato: staccava, infilandola fra le dita della mano a coppa, la corolla soltanto. Poi
metteva i fiori in tasca, li dimenticava. A casa, ritrovandoli, li offriva alla moglie. Sul
bordo del caminetto c'era in quei giorni una scodellina in cui nuotavano le corolle. (p.
1446)
La natura si insinua così, con delicato garbo, anche in questi privati e semplici squarci di vita domestica, come presenza importante ed insieme discreta del ricordo e quindi generatrice di nuova scrittura.