Ger. lib. , XIII, 2 - 12

Ger. lib. , XIII, 2 - 12

Sorge non lunge a le cristiane tende
tra solitarie valli alta foresta,
foltissima di piante antiche, orrende,
che spargon d'ogni intorno ombra funesta.
Qui, ne l'ora che 'l sol più chiaro splende,
è luce incerta e scolorita e mesta,
quale in nubilo ciel dubbia si vede
se 'l dì a la notte o s'ella a lui succede.


Ma quando parte il sol, qui tosto adombra
notte, nube, caligine ed orrore
che rassembra infernal, che gli occhi ingombra
di cecità, ch'empie di tema il core;
né qui gregge od armenti a' paschi, a l'ombra
guida bifolco mai, guida pastore,
né v'entra peregrin, se non smarrito,
ma lunge passa e la dimostra a dito.


Qui s'adunan le streghe, ed il suo vago
con ciascuna di lor notturno viene;
vien sovra i nembi, e chi d'un fero drago,
e chi forma d'un irco informe tiene:
concilio infame, che fallace imago
suol allettar di desiato bene
a celebrar con pompe immonde e sozze
i profani conviti e l'empie nozze.


Così credeasi, ed abitante alcuno
Dal fero bosco mai ramo non svelse;
ma i Franchi il violàr, perch'ei sol uno
somministrava lor machine eccelse.
Or qui se 'n venne il mago, e l'opportuno
alto silenzio de la notte scelse,
de la notte che prossima successe,
e suo cerchio formovvi e i segni impresse.


E scinto e nudo un piè nel cerchio accolto,
mormorò potentissime parole.
Girò tre volte a l'oriente il volto,
tre volte a i regni ove dechina il sole,
e tre scosse la verga ond'uom sepolto
trar de la tomba e dargli il moto sòle,
e tre co 'l piede scalzo il suo percosse;
poi con terribil grido il parlar mosse


- Udite, udite, o voi che da le stelle
precipitàr giù i folgori tonanti:
sì voi che le tempeste e le procelle
movete, abitator de l'aria erranti,
come voi che a le inique anime felle
ministri sète de li eterni pianti;
cittadini d'Averno, or qui v'invoco,
e te, signor de' regni empi del foco.

Prendete in guardia questa selva, e queste
Piante che numerate a voi consegno.
Come il corpo è de l'alma albergo e veste,
così d'alcun di voi sia ciascun legno,
onde il Franco ne fugga o almen s'arreste
ne' primi colpi, e tema il vostro sdegno. -
Disse, e quelle ch'aggiunse orribil note,
lingua, s'empia non è, ridir non pote.


A quel parlar le faci, onde s'adorna
il seren de la notte, egli scolora;
e la luna si turba e le sue corna
di nube avolge, e non appar più fora.
Irato i gridi a raddoppiar ei torna:
- Spirti invocati, or non venite ancora?
onde tanto indugiar? forse attendete
voci ancor più potenti o più secrete?


Per lungo disusar già non si scorda
de l'arti crude il più efficace aiuto;
e so con lingua anch'io di sangue lorda
quel nome proferir grande e temuto,
a cui né Dite mai ritrosa o sorda
né trascurato in ubidir fu Pluto.
Che sì?. che sì?. - Volea dir, ma intanto
Conobbe ch'esseguito era lo 'ncanto.


Venieno innumerabili, infiniti
Spirti, parte che 'n aria alberga e d erra,
parte di quei che sono dal fondo usciti
caliginoso e tetro de la terra;
lenti e del gran divieto anco smarriti,
ch'impedì loro il trattar l'arme in guerra,
ma già venirne qui lor non si toglie
e ne' tronchi albergare e tra le foglie.


Il mago, poi ch'omai nulla più manca
Al suo disegno, al re lieto se 'n riede:
- Signor, lascia ogni dubbio e 'l cor rinfranca,
ch'omai secura è la regal tua sede,
né potrà rinovar più l'oste franca
l'alte machine sue come ella crede. -
così gli dice, e poi di parte in parte
narra i successi de la magica arte.