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Elisabetta
Menetti
Meraviglioso, mirabile,
strano: laltro
nelle novelle di Matteo Bandello
Le istorie
vere e mirabili
Le Novelle di Matteo
Bandello si muovono entro un
paradigma poetico mobile e ripercorrono
le incerte e mutevoli definizioni di alcuni
termini-chiave della nostra tradizione narrativa.
[1] Se Giovanni Boccaccio nel
Proemio al
Decameron aveva dichiarato che limmaginazione
narrativa poteva spaziare con una certa
libertà tra i diversi generi (e precisamente
tra novella, favola,
parabola eistoria),
circa due secoli dopo Bandello colloca dichiaratamente
e consapevolmente il proprio modo di narrare
al bivio, tra la verosimiglianza della storia
e limprevedibilità del reale.
[2]
La cifra narrativa di Bandello
risiede, infatti, in una sorta di
inquietudine che alberga nel cuore stesso
delle sue novelle.
Accanto ad una dimensione letteraria
vòlta a descrivere la realtà del Cinquecento
tra corti, guerre, conversazioni e avvenimenti
personali, Bandello riserva nel suo novelliere
una sorta di cono dombra, dove collezionare
miracoli, magie e peripezie fuori dallordinario.
E come se la scrittura di Bandello
si muovesse nellattesa del nuovo,
cercando tra realtà e finzione la difficile
alchimia del suo testo.
Il meccanismo della verosimiglianza
- più volte richiamato dal narratore come
scelta poetica - non è sempre sorvegliato.
In altre parole lo scrittore lombardo non
sempre racconta storie vere o verosimili,
ma si avventura nel magico, nel fiabesco,
nella peripezia straordinaria, fino addirittura
a tradire quella coerenza poetica, dichiarata
dallalto delle sue lettere
di dedica.
Il cosiddetto realismo di Bandello,
ha scritto Mazzacurati, si inoltra verso
le fasce estreme ed anomale dellesperienza,
dove non vige più la funzione normativa
dei moventi e dei caratteri.
E le fasce estreme ed anomale dellesperienza,
altrimenti definite irrazionali, secondo
Mazzacurati conducono le Novelle
alle frontiere di tale realismo, fino a
farle sconfinare in un mondo altro.
In particolare Mazzacurati avanza
lipotesi di un contagio
tra il modulo fiabesco e la
tradizione narrativa realistica, proprio
allaltezza del nostro scrittore e
nel momento in cui si avverte una certa
estenuazione di temi, di caratteri e di
intrecci, provenienti dalla tradizione toscana.
E, viceversa, il rilancio di tematiche avventurose,
tragico-patologiche e fiabesche di origine
folclorica e popolare, che si riversano
nelle fiabe dello Straparola (ma anche in
Bandello), sono in grado di attenuare in
parte la sclerosi formale e fantastica
in cui la novella italiana lentamente si
arena. [3]
E, a ben guardare, il mirabile
bandelliano, sebbene venga abilmente riformulato
con la retorica del reale e della cronaca
di eventi contemporanei, è capace di rinnovare
le maglie del genere e, in un certo senso,
anche di sfidare le frontiere della verosimiglianza.
Bandello calca con consapevolezza
i confini della narrazione, nella ricerca
- tutta sperimentale - di aderire ai precetti
umanistici, di applicare le norme aristoteliche,
e, al contempo, di contaminare tutto questo
con improvvise deviazioni di genere, con
rapidi passaggi dal registro realistico
a quello meraviglioso, a volte anche con
linserimento degli elementi più autoctoni
della mitologia popolare.
A volte Bandello sfugge ai propri
doveri di storico o di compilator
di vere istorie per farsi
narratore o trascrittore di istoriette
mirabili e strane, che
si muovono in una rarefazione degli elementi
più concreti e dove il senso storico si
stempera a favore di una vicenda senza tempo
e senza dimensione realistica.
Nel cercare nuove strade per
la novella lo scrittore, nonostante predichi
la necessità della vera istoria
che può fungere da esempio per
chi legge, non desiste da tentare una materia
tanto incerta, fluttuante e misteriosa come
quella fiabesca.
Alcune novelle o istorie
mirabili possono essere proposte come
esempio di questi sconfinamenti narrativi:
la favola di due giovani innamorati (III,
50), il mondo alla rovescia di un originale
abate (II,30) e il mondo orroroso e irreale
di corpi violati e torturati(1,42; II,24).
Da queste brevi epifanie di
un mondo altro, si può comprendere fino
a che punto Bandello esperimenti nuove formule
narrative, dissimulandole sotto la patina
della istoria vera, esemplare
e realistica.
Due giovani tra i flutti,
i pirati e il re di Tunisi (III, 50)
Se si legge con attenzione la
cinquantesima novella della terza parte,
si noterà che il racconto si regge su unatmosfera
evanescente e rarefatta, dovuta alluso
di definizioni generiche riguardo ai personaggi
e ai luoghi in cui avvengono i fatti narrati.
E il caso di un esempio
di virtù appo gente barbare,
tratto dal De oboedientia del Pontano,
mandato da Bandello a Girolamo Archinto.
Lunico luogo geografico citato con
precisione è quello di origine dell
istorietta, come la definisce
lo stesso Bandello nella dedica: Lenticosa,
in provincia di Salerno.
I protagonisti, poi, sono brevemente
tratteggiati in base al loro basso ruolo
sociale: sono Petriello, definito come
un giovine di basso sangue e povero
e la moglie, una villanella.
I due vivono in gran pace, ma
anche in grande povertà: lavorano infatti
da un massaro in un campo
vicino al mare fino a quando la giovane
donna viene improvvisamente rapita dai corsari.
In particolare il rapimento avviene per
un tragico e inaspettato rovescio del destino:
la donna si addormenta, vinta dal caldo
e dalla stanchezza per il suo duro lavoro
di bracciante, sulla riva del mare, dove
allimprovviso compaiono certi
corsari da Tunisi che la portano sulla
loro galera. Ma, altrettanto inaspettatamente
il marito, poco lontano, si accorge dellassenza
della moglie, avvista la nave dei corsari
e decide di raggiungerla a nuoto: egli senza
indugio spogliatosi, in mare si gittò e
cominciò notando andare a la volta dei corsari,
ove in poco dora da Amore aiutato
pervenne. La forza dellamore,
aggiungiamo, aiuta il giovane marito anche
a convincere, mediante una sapiente orazione
condotta tra i flutti, i temibili corsari.
Naturalmente lalto discorso retorico
è davvero poco aderente alle vere condizioni
del povero bracciante, che parla piuttosto
con le parole del più avveduto dei cortigiani
e con moduli petrarchisti del linguaggio
amoroso. Si veda un esempio banale, che
vale come trascrizione di un celeberrimo
verso di Petrarca. Così Petriello: Onde
, se alcuno di voi ha moglie, o se mai ha
provato che cosa sia amore (...). Il che
ricorda il sonetto premiale del Canzoniere,
peraltro parafrasato più volte nelle Novelle.
Ma a parte questo affrettato avvìo narrativo
e alcune incongruenze, è, piuttosto, la
dinamicità dellintreccio, privo di
problematiche psicologiche o introspettive,
a rendere latmosfera della istorietta
sempre più rarefatta e fiabesca.
I due giovani (denominati due
cristiani) vengono portati al cospetto
di un indefinito re di Tunisi
o re moro, che si meraviglia
talmente della virtù coniugale
del giovane uomo da decidere di lasciare
i due malcapitati in libertà. Ma non solo:
il giovane entra a servizio del re per qualche
anno, fino a quando diventa ricco. A questo
punto segue la lieta conclusione della fiaba,
che vale come esempio: Onde,
essendosi nudo e mal contento da Lenticosa
partito, per la cortesia del re moro ricco
e allegro vi ritornò; di modo che a le volte
tra gente barbara si trovano uomini che
la vertù ammirano e amano, come tra noi
assai spesso chi la vituperano e biasimano.
Il giovane, partito come un povero bracciante,
torna dal mondo orientale ricco e
allegro, dopo aver fortunosamente
recuperato - peraltro a nuoto - la moglie,
prigioniera in una nava corsara. E al di
là della pura fabula, che da sola
si inscrive nella peripezia e nellavventura,
è la maniera in cui essa è raccontata a
schiudere nuovi e inaspettati orizzonti
narrativi nella trama delle Novelle.
I personaggi, inoltre, contrariamente a
quanto avviene altrove, sono privi di una
profondità psicologica e si risolvono unicamente
nelle azioni in cui vengono coinvolti.
[4] Non vi è, pertanto, unacquisizione
di esperienza che li cambia o li trasforma,
ma essi rimangono appiattiti nella mera
definizione di superficie: come poveri innamorati
sventurati, come re moro, come
corsari: oltre a ciò al lettore
non è dato intendere.
Accanto a questa elementare
definizione di ruoli viene ad assumere
forte rilievo anche la dimensione esemplare
in cui tutto il racconto risulta inserito:
listorietta, sulle orme del Pontano,
serve a celebrare la virtù coniugale, da
un lato, e la cortesia doltremare,
dallaltro. Certo è che questo tipo
di novella, che come vedremo non è caso
per nulla raro, è la spia di una
trasformazione.
La dimensione fiabesca, infatti,
è dissimulata con cura da Bandello. E
dissimulata nelle dediche, dove definisce
le proprie novelle come istorie
vere e mirabili, ma sempre verosimili. Ed
è quasi confusa e mescolata nel corpus
di cronache realistiche,
di istorie mondane, inserite
nella società cortigiana cinquecentesca.
Ma la dissimulazione, in questo caso non
onesta, del nostro scrittore si palesa quando
si approfondiscano quelle novelle dove vigono
diversi tempi del racconto e una diversa
connotazione dello spazio. Per dirla con
Bachtin è lesatta individuazione del
cronotopo di queste istoriette
a denunciare il bonario inganno di Bandello
di fronte al rinnovamento del materiale
narrativo. [5]
Difatti, la dilatazione dello
spazio e del tempo, la sospensione di quellordito
narrativo complesso e stratificato, la semplificazione
dei caratteri e dei contenuti fa apparire,
insieme alla più complessa poetica di Bandello,
un forte disagio del nostro scrittore nel
trovare un baricentro, un equilibrio alla
propria vena narrativa. Perchè se solo si
considerano le insistite richieste di credibilità,
da parte di Bandello, ai lettori sulla veridicità
delle proprie istorie mirabili,
non cè che da ravvisare una contraddizione,
insita nello spirito stesso di tutto il
mondo narrativo bandelliano. Una contraddizione
che mette in risalto le due tendenze opposte
che dividono le Novelle: la ricerca
di una scrittura realistica (in linea con
la tradizione narrativa toscana e con il
successivo sviluppo della novella umanistica
quattrocentesca) e contemporaneamente, la
ricerca di nuove frontiere narrative, ravvisabili
nel fiabesco, nellirrazionale, nellorrido
e nellabnorme, fino a sconfinare in
un provocatorio rovesciamento dei canoni.
Il mondo alla rovescia:
la musica porcellina dellabate di
Begné
Ci aiuterà ad entrare nel mondo
alla rovescia del novelliere un acuta, brillante
ed eversiva novella, che si
legge nella seconda parte del novelliere.
Nella novella trentesima viene
raccontata la storia dellabbate di
Begné (città o paese non identificabili,
almeno per ora, in una geografia conosciuta)
uomo di grandissimo ingegno e musico
eccellentissimo, il quale si mette
nellintrapresa di comporre per il
re una musica con dei porci.
La folle e scherzosa richiesta
da parte del re, viene prese sul serio dalloriginale
abate. In poco tempo viene organizzato il
nuovo gruppo canoro: i musicisti sono sostituiti
dai porcelli, che labile musico
si industria alla meglio di far cantare.
La descrizione è tutta
costruita sulla tecnica del rovesciamento
dei ruoli e della sovrapposizione grottesca
e paradossale del verso del porco con la
melodia musicale: Pigliò labate
termine un mese a fare questa musica e in
quel tempo comperò trentadui porcelli di
varia età, scegliendone otto per tenore,
otto per il basso, otto per il sovrano e
otto per lalto. Di poi fece un instrumento
con i suoi tasti a modo dorgano, con
fili lunghi di rame in capo dei quali maestrevolmente
erano alligati certi ferri di punta acutissima,
i quali secondo che i tasti erano tocchi
ferivano quei porcelli che egli voleva,onde
ne risultava una meravigliosa armonia. [6] Lo strumento fantastico conferisce
alla scena un evidente tono comico e grottesco,
che ha il suo culmine durante il concerto
dei maiali suonato dallesperto
compositore.
Il verso dei porci, così orchestrato,
permette alleccellente musico di cavarne
unarmonia, persino secondo gli schemi
musicali del tempo, come le ricercate e
i mottetti. La musica porcellina,
infine, piace moltissimo allo stesso re,
che arriva ad elogiare lingegno e
la caparbietà delluomo.
Il rovesciamento dei canoni
comuni in questo caso è senza dubbio evidente.
E se dalla novella ci si sposta alla dedica,
si può comprendere come lintenzione
di Bandello vada oltre il genere comico
grottesco, a cui peraltro si ispira. La
dedica si apre con una considerazione generale
sulla varietà dei caratteri e delle personalità
degli uomini. Cè chi si scoraggia
di fronte ad ogni iniziativa, e chi, invece,
tenta di realizzare anche le imprese impossibili:
labate fa parte della seconda specie
di uomini.
E chiaro, dunque, che
da un ragionamento strettamente umanistico
- e tutto condotto con i filtri della più
raffinata retorica umanistica - si passa
alla sua esemplificazione: la musica
porcellina, appunto. Alla luce della
dedica lintenzione parodica della
novella appare ancora più evidente.
La cultura umanistica viene
rovesciata, capovolta e infine, ridicolizzata,
specialmente nel suo aspetto gnomico e
pedagogico. Non vi è nulla di più grottesco
di un coro di porci per la musica del re!
Specie se il re si complimenta con il compositore
per questa musica meravigliosamente
dilettevole a sentire, chiedendo persino
il bis. Solo in un mondo alla rovescia,
insomma, un coro di porci può essere considerato
una musica meravigliosamente dilettevole
a sentire.
Le tenebre della violenza
Il narratore francese Jacques
Yver nella dedica «au favorable et bienveillant
lecteur» della sua raccolta di novelle (Le
Printemps dYver uscita postuma
nel 1572) ricorda come le Histoires
tragiques dellitaliano Bandello
abbiano avuto in Francia così fortuna che
«aujourdhui cest une honte,
entre les filles bien nourries et entre
ces mieux apprins courtisans, de les ignorer
(...)».
[7]
Il modo, insomma, con
cui si è propagata in Francia, e poi in
Europa, la fama di Bandello può essere uno
spunto per studiare i meccanismi e gli ingranaggi
dellultima, vera raccolta di novelle
della nostra narrativa. Anche per Yver,
sono essenzialmente le «storie tragiche»
a conoscere una rapida e larga diffusione. [8] Grazie ai traduttori Boaistuau
e Belleforest,
[9] quindi, le «storie tragiche»
diventano organismi narrativi del tutto
indipendenti dal corpus delle Novelle,
molto più complesso e dinamico.
Le storie tragiche di Bandello,
che hanno influenzato e ispirato anche Shakespeare,
nascono dalla riflessione dello scrittore
sulla violenza, sulla brutalità dei rapporti
tra uomini e donne.
Sono molti i personaggi bandelliani
che cadono in pensieri fierissimi,
perseguiti con cupa determinazione. Violante
è un caso emblematico di efferatezza femminile:
donna tradita e abbandonata, concepisce
un fiero proponimento, una crudele
vendetta contro lamante (I, 42).
La violenza compare per la prima
volta per mano di una donna, peraltro compita
di beltà, di leggiadrìa, di grazia, di belle
maniere e in tutto avveduta e gentile.
Una donna, aggraziata e bella, dunque, che
per un amore tradito si trasforma in una
spietata torturatrice. Colpisce, inoltre,
anche il particolare che è una donna a narrare
con dettagliata crudezza lo scempio di Violante.
La narratrice della brigata
cortigiana è, infatti, Eleonora Buonvicina,
la quale propone di riflettere, mediante
questo meraviglioso accidente,
sulla possibilità che le donne hanno di
difendersi dalle offese degli uomini. E
forse non è un caso che anche nel Decameron
è una donna - Filomena - ad introdurre
temi fantastico-macabri con
lorribile descrizione del cadavere
di Ambrogiuolo (II,9). Sempre di Filomena
sono le novelle di Lisabetta da Messina
(IV, 5) e di Nastagio degli Onesti (V, 8),
i cui riflessi visionari e, ancora, macabri
risultano come straniati dalla realtà.
[10]
Violante precipita in un inferno
di violenza perché vuole vendicarsi del
suo amante, il quale, dopo averla sposata
in gran segreto, le preferisce pubblicamente
una donna di una classe sociale superiore.
Ma al di là delle motivazioni, che presiedono
al fiero proponimento di Violante,
è la descrizione, accurata e iperrealistica,
della sua vendetta a svelare la spietata
crudeltà che può albergare anche nellanimo
di una fanciulla, allorigine bella
e gentile.
Il racconto si apre improvvisamente
su un baratro di terrore e di orrore, mentre
il tono narrativo permane pacato e realistico,
perfino eccessivamente aderente alla realtà.
La giovane donna, aiutata dalla
sua serva, lega la vittima ad una trave,
che regge il soffitto della camera. Didaco,
questo è il nome delluomo, è al centro
della stanza, legato e imbavagliato, mentre
gli danzano intorno le due donne, quasi
fossero spaventose apparizioni infernali.
La vendetta viene consumata come un rito:
la donna incrudelisce lentamente, assegnando
le colpe delluomo a corrispondenti
parti del corpo, secondo una facile simbologia.
Violante, così bella e gentile, ora assomiglia
ad un beccaioche si appresta
a macellare un bue: prende con le tenaglie
la lingua dellamante che, con falsi
parlari laveva ingannata, e
con un paio di forbici ne taglia più
di quattro dita. Sempre con le tenaglie
Violante blocca le dita delluomo,
colpevoli di avere donato un falso anello
nuziale, tagliandone con le forbici
tutte le sommità. Poi, con uno stiletto
acceca gli occhi, che avevano comunicato
sentimenti falsi, accanendosi su tutte
le altre parti del corpo. Bandello infine
insiste sulla descrizione dellorribile
immagine del cavaliere torturato,
appeso ad una trave e incapace di muoversi.
La donna, alla fine stanca, lo uccide pugnalandolo
più volte al cuore.
Il furore di questa donna delusa
è pari alle tenebre del suo animo, perché
la violenza di cui è stata capace non la
avvilisce, ma al contario la rallegra. Violante
e la fante verranno giustiziate, ma la punizione
della donna malvagia è parte marginale della
istoria.
Il piacere della tortura, la
danza macabra intorno alla vittima, lallegria
delle carnefici sono le tenebre della violenza.
Bandello riproduce senza infingimenti
le ambiguità dellanimo umano, portando
sulla pagina con crudo realismo i gesti
inspiegabili, gli odi irresolubili e gli
istinti irrazionali di unumanità che
conosce il sangue, il dolore, la violenza
e lorrore.
E un altro inferno,
che può albergare in una donna, ancorché
leggiadra e gentile.
Senzaltro in questa radicale
e lucida rappresentazione della violenza
e dellorrore agiscono alcuni importanti
testi letterari di riferimento. Se è vero
che Bandello è tra i primi a squadernare
il tragico dipanarsi delle vicende umane
tra irrazionalità e violenza, ovviamente
non è lunico.
[11] Solo per rimanere
nellarea della novella quattro-cinquecentesca
già Masuccio prima, poi il Lasca o lo Straparola
avevano misurato in questo senso le potenzialità
della propria scrittura narrativa. E ancora
prima, come abbiamo accennato, anche Boccaccio
aveva filtrato nelle maglie del Decameron
una cupa e orrorosa imagerie, richiamandola
spesso dallInferno dantesco,
con evidenti e forti intertestualità, come
nel caso della novella della vedova e dello
scolare (VIII, 7). [12]
Tuttavia nelle Novelle
bandelliane il tema della violenza apre
allorrore e al macabro con insolita
e compiaciuta insistenza. E se la violenza
è parte integrante di molti intrecci, il
macabro e lorrore sono una frontiera
a parte delle Novelle.
Il senso del macabro nasce dalla
descrizione iperrealistica del corpo umano
lacerato, mutilato, deformato e decomposto.
Una descrizione che si pone su un piano
diverso rispetto allordito narrativo
in cui essa è inserita.
A volte lorroroso potrebbe
apparire gratuito, superfluo, inutile allo
scioglimento della trama. Certo è che, secondo
la lezione dei classici e in particolare
di Seneca o della tragedia greca, che Bandello
aveva studiato a fondo, il sangue, le piaghe,
il dolore dovevano essere parte integrante
di ogni partitura tragica . Tuttavia
sembra che Bandello non riesca sempre a
contenere le immagini che evoca. Ad esempio,
nella II, 24 la rappresentazione, drammatica
e violenta del suicidio
di una donna è segnata fin nel dettaglio.
Gli ultimi istanti di vita della
suicida contengono, pur nella crudezza della
descrizione degli spasmi provocati dal soffocamento,
la proiezione ulteriore del racconto: la
morte del neonato, lo spavento della damigella,
il risveglio in piena notte di tutta la
casa. Bandello ambienta la tragedia durante
una notte senza luna, aggiungendo uninteressante
riflessione: Sapete che lorrore
ed il silenzio de la notte sempre seco apporta
più di tema e di spavento che non fanno
i romori del giorno.
Il silenzio e le tenebre della
notte amplificano lorrore della scena.
Ma il senso del macabro prende
il sopravvento quando i parenti vegliano
i corpi dei loro cari. In questo caso Bandello
propone al lettore una delle immagini più
efferate, orribili e raccappriccianti di
tutte le Novelle.
Il corpo della donna, devastato
dalla morte violenta e da un primo stadio
di decomposizione, non avvìa, come la precedente,
altri rilanci narrativi. Limmagine
orrenda vale per sé, come prova di crudo
realismo: E se i corpi di natural
morte privati de lo spirito loro si rendono
a chi quelli mira non solamente spiacevoli
ma fastidiosi e pieni di spaventoso orrore,
che devono far quelli ove interviene separazione
violenta, ferite, percosse e spargimento
di sangue, de le quali ciascuna da per sé
genera nausea e tutte insieme farebbero
non che ambascia ma paura ai più sicuri
e ferrigni occhi del mondo?
E un orrore spaventoso
la visione di cadaveri colpiti da morte
violenta, al punto da nauseare e da spaventare
gli animi più sicuri e più forti. Tuttavia
Bandello non si tira indietro e prosegue
la descrizione del corpo della donna, insistendo
lungamente sul contrasto tra la bellezza
di quando era viva e la ripugnanza del suo
cadavere. Lo scrittore fa emergere dalla
pagina un mostro
inquietante e spaventoso, che sembra addirittura
avere uno sguardo obliquo e quasi digrignare
i denti come un cane.
Gli occhi della donna sono
tumidi, torbidi e stravolti e ancora
oscuri, orrendi e spaventevoli,
con uninsistenza accumulativa che
dilata il senso dellorrore di tutta
limmagine. Lo sguardo di Bandello
si ferma persino a scrutare l osso
fracido e corrotto della mandibola,
le labbra alquanto enfiate e in su
rivolte, le mani con le unghie lividissime.
Accanto ad un lessico macabro,
che ricorda certi dannati danteschi, per
contrasto Bandello sovrappone il linguaggio
damore cortigiano, per cui gli occhi
prima del tragico evento erano dolce
e vero albergo del piacere e sommo diletto,
la bocca mostrava la pompa ricca
e meravigliosa de le perle orientali e
dei più fini coralli e preziosi rubini,
le mani erano schiette di pura neve
e davorio e quella gola, ora
martoriata dalla stretta del lenzuolo, era
prima di marmo e latte. Naturalmente
tale contrasto accentua lorrore del
cadavere e sottolinea quanto la morte abbia
potuto stravolgere le sembianze di questa
bella donna. E non a caso Bandello insiste
su come la trasfigurazione sia
oltra misura, al di là della
norma, e perciò maggiormente orribile e
spaventosa. Tuttavia questo fiero
mostro, per quanto ripugnante, muove
mirabilmente a compassione
e a pietà.
Bandello, insomma, propone al
lettore, oltre alle crudeltà degli uomini,
uninaudita e ripugnante violenza praticata
dalle donne. E nel descrivere lorrore
conduce la propria scrittura realistica
ad una prova estrema, per riuscire a ritrarre
i particolari macabri di un corpo in disfacimento,
in putrefazione, gonfiato o lacerato.
Un iperrealismo che aggiunge
pathos alla dimensione tragica, ma
che a volte pare indipendente e separato
dallintreccio. Perché la visione del
cadavere della donna suicida ha quasi una
vita propria, uno sguardo, un movimento.
Non è più la donna di prima, ma è una sorta
di monstrum che sovrasta lintera
novella. E una terrificante icona
della mostruosità della violenza umana,
che accresce piuttosto lesigenza di
una riflessione su quanto viene raccontato.
Le istorie orribili
e tragiche servono a Bandello per ispessire
le proprie riflessioni pedagogiche sul pericolo
delle passioni umane. I suicidi e gli omicidi
sono un monito a non lasciarsi trascinare
dal tumulto irrazionale dei sentimenti.
Lorrore e il macabro sono una dimensione
letteraria aggiuntiva, non necessaria allintreccio
ma necessaria a una sorta di decalogo
di comportamento. In questo caso, come nella
tortura delle due donne, il macabro e lorrore
svelano la vera natura di ogni atto violento.
E svelano in maniera radicale , e persino
spietata, che cosa sia un cadavere e che
cosa siano le torture, il sangue, il dolore
fisico, le piaghe.
Bandello, insomma, non esita
a portare sulla pagina letteraria le tenebre
della violenza di un mondo lacerato, diviso
e dal quale, ancora oggi, lumanità
deve tragicamente affrancarsi.
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