Elisabetta Menetti
Meraviglioso, mirabile, strano: laltro
nelle novelle di Matteo Bandello
Le Novelle di Matteo Bandello si muovono entro un paradigma poetico mobile e ripercorrono le incerte e mutevoli definizioni di alcuni termini-chiave della nostra tradizione narrativa. [1] Se Giovanni Boccaccio nel Proemio al Decameron aveva dichiarato che limmaginazione narrativa poteva spaziare con una certa libertà tra i diversi generi (e precisamente tra novella, favola, parabola eistoria), circa due secoli dopo Bandello colloca dichiaratamente e consapevolmente il proprio modo di narrare al bivio, tra la verosimiglianza della storia e limprevedibilità del reale. [2]
La cifra narrativa di Bandello risiede, infatti, in una sorta di inquietudine che alberga nel cuore stesso delle sue novelle. Accanto ad una dimensione letteraria vòlta a descrivere la realtà del Cinquecento tra corti, guerre, conversazioni e avvenimenti personali, Bandello riserva nel suo novelliere una sorta di cono dombra, dove collezionare miracoli, magie e peripezie fuori dallordinario. E come se la scrittura di Bandello si muovesse nellattesa del nuovo, cercando tra realtà e finzione la difficile alchimia del suo testo.
Il meccanismo della verosimiglianza - più volte richiamato dal narratore come scelta poetica - non è sempre sorvegliato. In altre parole lo scrittore lombardo non sempre racconta storie vere o verosimili, ma si avventura nel magico, nel fiabesco, nella peripezia straordinaria, fino addirittura a tradire quella coerenza poetica, dichiarata dallalto delle sue lettere di dedica.
Il cosiddetto realismo di Bandello, ha scritto Mazzacurati, si inoltra verso le fasce estreme ed anomale dellesperienza, dove non vige più la funzione normativa dei moventi e dei caratteri. E le fasce estreme ed anomale dellesperienza, altrimenti definite irrazionali, secondo Mazzacurati conducono le Novelle alle frontiere di tale realismo, fino a farle sconfinare in un mondo altro.
In particolare Mazzacurati avanza lipotesi di un contagio tra il modulo fiabesco e la tradizione narrativa realistica, proprio allaltezza del nostro scrittore e nel momento in cui si avverte una certa estenuazione di temi, di caratteri e di intrecci, provenienti dalla tradizione toscana. E, viceversa, il rilancio di tematiche avventurose, tragico-patologiche e fiabesche di origine folclorica e popolare, che si riversano nelle fiabe dello Straparola (ma anche in Bandello), sono in grado di attenuare in parte la sclerosi formale e fantastica in cui la novella italiana lentamente si arena. [3]
E, a ben guardare, il mirabile bandelliano, sebbene venga abilmente riformulato con la retorica del reale e della cronaca di eventi contemporanei, è capace di rinnovare le maglie del genere e, in un certo senso, anche di sfidare le frontiere della verosimiglianza.
Bandello calca con consapevolezza i confini della narrazione, nella ricerca - tutta sperimentale - di aderire ai precetti umanistici, di applicare le norme aristoteliche, e, al contempo, di contaminare tutto questo con improvvise deviazioni di genere, con rapidi passaggi dal registro realistico a quello meraviglioso, a volte anche con linserimento degli elementi più autoctoni della mitologia popolare.
A volte Bandello sfugge ai propri doveri di storico o di compilator di vere istorie per farsi narratore o trascrittore di istoriette mirabili e strane, che si muovono in una rarefazione degli elementi più concreti e dove il senso storico si stempera a favore di una vicenda senza tempo e senza dimensione realistica.
Nel cercare nuove strade per la novella lo scrittore, nonostante predichi la necessità della vera istoria che può fungere da esempio per chi legge, non desiste da tentare una materia tanto incerta, fluttuante e misteriosa come quella fiabesca.
Alcune novelle o istorie mirabili possono essere proposte come esempio di questi sconfinamenti narrativi: la favola di due giovani innamorati (III, 50), il mondo alla rovescia di un originale abate (II,30) e il mondo orroroso e irreale di corpi violati e torturati(1,42; II,24). Da queste brevi epifanie di un mondo altro, si può comprendere fino a che punto Bandello esperimenti nuove formule narrative, dissimulandole sotto la patina della istoria vera, esemplare e realistica.
Due giovani tra i flutti, i pirati e il re di Tunisi (III, 50)
Se si legge con attenzione la cinquantesima novella della terza parte, si noterà che il racconto si regge su unatmosfera evanescente e rarefatta, dovuta alluso di definizioni generiche riguardo ai personaggi e ai luoghi in cui avvengono i fatti narrati.
E il caso di un esempio di virtù appo gente barbare, tratto dal De oboedientia del Pontano, mandato da Bandello a Girolamo Archinto. Lunico luogo geografico citato con precisione è quello di origine dell istorietta, come la definisce lo stesso Bandello nella dedica: Lenticosa, in provincia di Salerno.
I protagonisti, poi, sono brevemente tratteggiati in base al loro basso ruolo sociale: sono Petriello, definito come un giovine di basso sangue e povero e la moglie, una villanella. I due vivono in gran pace, ma anche in grande povertà: lavorano infatti da un massaro in un campo vicino al mare fino a quando la giovane donna viene improvvisamente rapita dai corsari. In particolare il rapimento avviene per un tragico e inaspettato rovescio del destino: la donna si addormenta, vinta dal caldo e dalla stanchezza per il suo duro lavoro di bracciante, sulla riva del mare, dove allimprovviso compaiono certi corsari da Tunisi che la portano sulla loro galera. Ma, altrettanto inaspettatamente il marito, poco lontano, si accorge dellassenza della moglie, avvista la nave dei corsari e decide di raggiungerla a nuoto: egli senza indugio spogliatosi, in mare si gittò e cominciò notando andare a la volta dei corsari, ove in poco dora da Amore aiutato pervenne. La forza dellamore, aggiungiamo, aiuta il giovane marito anche a convincere, mediante una sapiente orazione condotta tra i flutti, i temibili corsari. Naturalmente lalto discorso retorico è davvero poco aderente alle vere condizioni del povero bracciante, che parla piuttosto con le parole del più avveduto dei cortigiani e con moduli petrarchisti del linguaggio amoroso. Si veda un esempio banale, che vale come trascrizione di un celeberrimo verso di Petrarca. Così Petriello: Onde , se alcuno di voi ha moglie, o se mai ha provato che cosa sia amore (...). Il che ricorda il sonetto premiale del Canzoniere, peraltro parafrasato più volte nelle Novelle. Ma a parte questo affrettato avvìo narrativo e alcune incongruenze, è, piuttosto, la dinamicità dellintreccio, privo di problematiche psicologiche o introspettive, a rendere latmosfera della istorietta sempre più rarefatta e fiabesca.
I due giovani (denominati due cristiani) vengono portati al cospetto di un indefinito re di Tunisi o re moro, che si meraviglia talmente della virtù coniugale del giovane uomo da decidere di lasciare i due malcapitati in libertà. Ma non solo: il giovane entra a servizio del re per qualche anno, fino a quando diventa ricco. A questo punto segue la lieta conclusione della fiaba, che vale come esempio: Onde, essendosi nudo e mal contento da Lenticosa partito, per la cortesia del re moro ricco e allegro vi ritornò; di modo che a le volte tra gente barbara si trovano uomini che la vertù ammirano e amano, come tra noi assai spesso chi la vituperano e biasimano. Il giovane, partito come un povero bracciante, torna dal mondo orientale ricco e allegro, dopo aver fortunosamente recuperato - peraltro a nuoto - la moglie, prigioniera in una nava corsara. E al di là della pura fabula, che da sola si inscrive nella peripezia e nellavventura, è la maniera in cui essa è raccontata a schiudere nuovi e inaspettati orizzonti narrativi nella trama delle Novelle. I personaggi, inoltre, contrariamente a quanto avviene altrove, sono privi di una profondità psicologica e si risolvono unicamente nelle azioni in cui vengono coinvolti. [4] Non vi è, pertanto, unacquisizione di esperienza che li cambia o li trasforma, ma essi rimangono appiattiti nella mera definizione di superficie: come poveri innamorati sventurati, come re moro, come corsari: oltre a ciò al lettore non è dato intendere.
Accanto a questa elementare definizione di ruoli viene ad assumere forte rilievo anche la dimensione esemplare in cui tutto il racconto risulta inserito: listorietta, sulle orme del Pontano, serve a celebrare la virtù coniugale, da un lato, e la cortesia doltremare, dallaltro. Certo è che questo tipo di novella, che come vedremo non è caso per nulla raro, è la spia di una trasformazione.
La dimensione fiabesca, infatti, è dissimulata con cura da Bandello. E dissimulata nelle dediche, dove definisce le proprie novelle come istorie vere e mirabili, ma sempre verosimili. Ed è quasi confusa e mescolata nel corpus di cronache realistiche, di istorie mondane, inserite nella società cortigiana cinquecentesca. Ma la dissimulazione, in questo caso non onesta, del nostro scrittore si palesa quando si approfondiscano quelle novelle dove vigono diversi tempi del racconto e una diversa connotazione dello spazio. Per dirla con Bachtin è lesatta individuazione del cronotopo di queste istoriette a denunciare il bonario inganno di Bandello di fronte al rinnovamento del materiale narrativo. [5]
Difatti, la dilatazione dello spazio e del tempo, la sospensione di quellordito narrativo complesso e stratificato, la semplificazione dei caratteri e dei contenuti fa apparire, insieme alla più complessa poetica di Bandello, un forte disagio del nostro scrittore nel trovare un baricentro, un equilibrio alla propria vena narrativa. Perchè se solo si considerano le insistite richieste di credibilità, da parte di Bandello, ai lettori sulla veridicità delle proprie istorie mirabili, non cè che da ravvisare una contraddizione, insita nello spirito stesso di tutto il mondo narrativo bandelliano. Una contraddizione che mette in risalto le due tendenze opposte che dividono le Novelle: la ricerca di una scrittura realistica (in linea con la tradizione narrativa toscana e con il successivo sviluppo della novella umanistica quattrocentesca) e contemporaneamente, la ricerca di nuove frontiere narrative, ravvisabili nel fiabesco, nellirrazionale, nellorrido e nellabnorme, fino a sconfinare in un provocatorio rovesciamento dei canoni.
Il mondo alla rovescia: la musica porcellina dellabate di Begné
Ci aiuterà ad entrare nel mondo alla rovescia del novelliere un acuta, brillante ed eversiva novella, che si legge nella seconda parte del novelliere.
Nella novella trentesima viene raccontata la storia dellabbate di Begné (città o paese non identificabili, almeno per ora, in una geografia conosciuta) uomo di grandissimo ingegno e musico eccellentissimo, il quale si mette nellintrapresa di comporre per il re una musica con dei porci.
La folle e scherzosa richiesta da parte del re, viene prese sul serio dalloriginale abate. In poco tempo viene organizzato il nuovo gruppo canoro: i musicisti sono sostituiti dai porcelli, che labile musico si industria alla meglio di far cantare.
La descrizione è tutta costruita sulla tecnica del rovesciamento dei ruoli e della sovrapposizione grottesca e paradossale del verso del porco con la melodia musicale: Pigliò labate termine un mese a fare questa musica e in quel tempo comperò trentadui porcelli di varia età, scegliendone otto per tenore, otto per il basso, otto per il sovrano e otto per lalto. Di poi fece un instrumento con i suoi tasti a modo dorgano, con fili lunghi di rame in capo dei quali maestrevolmente erano alligati certi ferri di punta acutissima, i quali secondo che i tasti erano tocchi ferivano quei porcelli che egli voleva,onde ne risultava una meravigliosa armonia. [6] Lo strumento fantastico conferisce alla scena un evidente tono comico e grottesco, che ha il suo culmine durante il concerto dei maiali suonato dallesperto compositore.
Il verso dei porci, così orchestrato, permette alleccellente musico di cavarne unarmonia, persino secondo gli schemi musicali del tempo, come le ricercate e i mottetti. La musica porcellina, infine, piace moltissimo allo stesso re, che arriva ad elogiare lingegno e la caparbietà delluomo.
Il rovesciamento dei canoni comuni in questo caso è senza dubbio evidente. E se dalla novella ci si sposta alla dedica, si può comprendere come lintenzione di Bandello vada oltre il genere comico grottesco, a cui peraltro si ispira. La dedica si apre con una considerazione generale sulla varietà dei caratteri e delle personalità degli uomini. Cè chi si scoraggia di fronte ad ogni iniziativa, e chi, invece, tenta di realizzare anche le imprese impossibili: labate fa parte della seconda specie di uomini.
E chiaro, dunque, che da un ragionamento strettamente umanistico - e tutto condotto con i filtri della più raffinata retorica umanistica - si passa alla sua esemplificazione: la musica porcellina, appunto. Alla luce della dedica lintenzione parodica della novella appare ancora più evidente.
La cultura umanistica viene rovesciata, capovolta e infine, ridicolizzata, specialmente nel suo aspetto gnomico e pedagogico. Non vi è nulla di più grottesco di un coro di porci per la musica del re! Specie se il re si complimenta con il compositore per questa musica meravigliosamente dilettevole a sentire, chiedendo persino il bis. Solo in un mondo alla rovescia, insomma, un coro di porci può essere considerato una musica meravigliosamente dilettevole a sentire.
Le tenebre della violenza
Il narratore francese Jacques Yver nella dedica «au favorable et bienveillant lecteur» della sua raccolta di novelle (Le Printemps dYver uscita postuma nel 1572) ricorda come le Histoires tragiques dellitaliano Bandello abbiano avuto in Francia così fortuna che «aujourdhui cest une honte, entre les filles bien nourries et entre ces mieux apprins courtisans, de les ignorer (...)». [7]
Il modo, insomma, con cui si è propagata in Francia, e poi in Europa, la fama di Bandello può essere uno spunto per studiare i meccanismi e gli ingranaggi dellultima, vera raccolta di novelle della nostra narrativa. Anche per Yver, sono essenzialmente le «storie tragiche» a conoscere una rapida e larga diffusione. [8] Grazie ai traduttori Boaistuau e Belleforest, [9] quindi, le «storie tragiche» diventano organismi narrativi del tutto indipendenti dal corpus delle Novelle, molto più complesso e dinamico.
Le storie tragiche di Bandello, che hanno influenzato e ispirato anche Shakespeare, nascono dalla riflessione dello scrittore sulla violenza, sulla brutalità dei rapporti tra uomini e donne.
Sono molti i personaggi bandelliani che cadono in pensieri fierissimi, perseguiti con cupa determinazione. Violante è un caso emblematico di efferatezza femminile: donna tradita e abbandonata, concepisce un fiero proponimento, una crudele vendetta contro lamante (I, 42).
La violenza compare per la prima volta per mano di una donna, peraltro compita di beltà, di leggiadrìa, di grazia, di belle maniere e in tutto avveduta e gentile. Una donna, aggraziata e bella, dunque, che per un amore tradito si trasforma in una spietata torturatrice. Colpisce, inoltre, anche il particolare che è una donna a narrare con dettagliata crudezza lo scempio di Violante.
La narratrice della brigata cortigiana è, infatti, Eleonora Buonvicina, la quale propone di riflettere, mediante questo meraviglioso accidente, sulla possibilità che le donne hanno di difendersi dalle offese degli uomini. E forse non è un caso che anche nel Decameron è una donna - Filomena - ad introdurre temi fantastico-macabri con lorribile descrizione del cadavere di Ambrogiuolo (II,9). Sempre di Filomena sono le novelle di Lisabetta da Messina (IV, 5) e di Nastagio degli Onesti (V, 8), i cui riflessi visionari e, ancora, macabri risultano come straniati dalla realtà. [10]
Violante precipita in un inferno di violenza perché vuole vendicarsi del suo amante, il quale, dopo averla sposata in gran segreto, le preferisce pubblicamente una donna di una classe sociale superiore. Ma al di là delle motivazioni, che presiedono al fiero proponimento di Violante, è la descrizione, accurata e iperrealistica, della sua vendetta a svelare la spietata crudeltà che può albergare anche nellanimo di una fanciulla, allorigine bella e gentile.
Il racconto si apre improvvisamente su un baratro di terrore e di orrore, mentre il tono narrativo permane pacato e realistico, perfino eccessivamente aderente alla realtà.
La giovane donna, aiutata dalla sua serva, lega la vittima ad una trave, che regge il soffitto della camera. Didaco, questo è il nome delluomo, è al centro della stanza, legato e imbavagliato, mentre gli danzano intorno le due donne, quasi fossero spaventose apparizioni infernali. La vendetta viene consumata come un rito: la donna incrudelisce lentamente, assegnando le colpe delluomo a corrispondenti parti del corpo, secondo una facile simbologia. Violante, così bella e gentile, ora assomiglia ad un beccaioche si appresta a macellare un bue: prende con le tenaglie la lingua dellamante che, con falsi parlari laveva ingannata, e con un paio di forbici ne taglia più di quattro dita. Sempre con le tenaglie Violante blocca le dita delluomo, colpevoli di avere donato un falso anello nuziale, tagliandone con le forbici tutte le sommità. Poi, con uno stiletto acceca gli occhi, che avevano comunicato sentimenti falsi, accanendosi su tutte le altre parti del corpo. Bandello infine insiste sulla descrizione dellorribile immagine del cavaliere torturato, appeso ad una trave e incapace di muoversi. La donna, alla fine stanca, lo uccide pugnalandolo più volte al cuore.
Il furore di questa donna delusa è pari alle tenebre del suo animo, perché la violenza di cui è stata capace non la avvilisce, ma al contario la rallegra. Violante e la fante verranno giustiziate, ma la punizione della donna malvagia è parte marginale della istoria.
Il piacere della tortura, la danza macabra intorno alla vittima, lallegria delle carnefici sono le tenebre della violenza.
Bandello riproduce senza infingimenti le ambiguità dellanimo umano, portando sulla pagina con crudo realismo i gesti inspiegabili, gli odi irresolubili e gli istinti irrazionali di unumanità che conosce il sangue, il dolore, la violenza e lorrore.
E un altro inferno, che può albergare in una donna, ancorché leggiadra e gentile.
Senzaltro in questa radicale e lucida rappresentazione della violenza e dellorrore agiscono alcuni importanti testi letterari di riferimento. Se è vero che Bandello è tra i primi a squadernare il tragico dipanarsi delle vicende umane tra irrazionalità e violenza, ovviamente non è lunico. [11] Solo per rimanere nellarea della novella quattro-cinquecentesca già Masuccio prima, poi il Lasca o lo Straparola avevano misurato in questo senso le potenzialità della propria scrittura narrativa. E ancora prima, come abbiamo accennato, anche Boccaccio aveva filtrato nelle maglie del Decameron una cupa e orrorosa imagerie, richiamandola spesso dallInferno dantesco, con evidenti e forti intertestualità, come nel caso della novella della vedova e dello scolare (VIII, 7). [12]
Tuttavia nelle Novelle bandelliane il tema della violenza apre allorrore e al macabro con insolita e compiaciuta insistenza. E se la violenza è parte integrante di molti intrecci, il macabro e lorrore sono una frontiera a parte delle Novelle.
Il senso del macabro nasce dalla descrizione iperrealistica del corpo umano lacerato, mutilato, deformato e decomposto. Una descrizione che si pone su un piano diverso rispetto allordito narrativo in cui essa è inserita.
A volte lorroroso potrebbe apparire gratuito, superfluo, inutile allo scioglimento della trama. Certo è che, secondo la lezione dei classici e in particolare di Seneca o della tragedia greca, che Bandello aveva studiato a fondo, il sangue, le piaghe, il dolore dovevano essere parte integrante di ogni partitura tragica . Tuttavia sembra che Bandello non riesca sempre a contenere le immagini che evoca. Ad esempio, nella II, 24 la rappresentazione, drammatica e violenta del suicidio di una donna è segnata fin nel dettaglio.
Gli ultimi istanti di vita della suicida contengono, pur nella crudezza della descrizione degli spasmi provocati dal soffocamento, la proiezione ulteriore del racconto: la morte del neonato, lo spavento della damigella, il risveglio in piena notte di tutta la casa. Bandello ambienta la tragedia durante una notte senza luna, aggiungendo uninteressante riflessione: Sapete che lorrore ed il silenzio de la notte sempre seco apporta più di tema e di spavento che non fanno i romori del giorno.
Il silenzio e le tenebre della notte amplificano lorrore della scena.
Ma il senso del macabro prende il sopravvento quando i parenti vegliano i corpi dei loro cari. In questo caso Bandello propone al lettore una delle immagini più efferate, orribili e raccappriccianti di tutte le Novelle.
Il corpo della donna, devastato dalla morte violenta e da un primo stadio di decomposizione, non avvìa, come la precedente, altri rilanci narrativi. Limmagine orrenda vale per sé, come prova di crudo realismo: E se i corpi di natural morte privati de lo spirito loro si rendono a chi quelli mira non solamente spiacevoli ma fastidiosi e pieni di spaventoso orrore, che devono far quelli ove interviene separazione violenta, ferite, percosse e spargimento di sangue, de le quali ciascuna da per sé genera nausea e tutte insieme farebbero non che ambascia ma paura ai più sicuri e ferrigni occhi del mondo?
E un orrore spaventoso la visione di cadaveri colpiti da morte violenta, al punto da nauseare e da spaventare gli animi più sicuri e più forti. Tuttavia Bandello non si tira indietro e prosegue la descrizione del corpo della donna, insistendo lungamente sul contrasto tra la bellezza di quando era viva e la ripugnanza del suo cadavere. Lo scrittore fa emergere dalla pagina un mostro inquietante e spaventoso, che sembra addirittura avere uno sguardo obliquo e quasi digrignare i denti come un cane.
Gli occhi della donna sono tumidi, torbidi e stravolti e ancora oscuri, orrendi e spaventevoli, con uninsistenza accumulativa che dilata il senso dellorrore di tutta limmagine. Lo sguardo di Bandello si ferma persino a scrutare l osso fracido e corrotto della mandibola, le labbra alquanto enfiate e in su rivolte, le mani con le unghie lividissime.
Accanto ad un lessico macabro, che ricorda certi dannati danteschi, per contrasto Bandello sovrappone il linguaggio damore cortigiano, per cui gli occhi prima del tragico evento erano dolce e vero albergo del piacere e sommo diletto, la bocca mostrava la pompa ricca e meravigliosa de le perle orientali e dei più fini coralli e preziosi rubini, le mani erano schiette di pura neve e davorio e quella gola, ora martoriata dalla stretta del lenzuolo, era prima di marmo e latte. Naturalmente tale contrasto accentua lorrore del cadavere e sottolinea quanto la morte abbia potuto stravolgere le sembianze di questa bella donna. E non a caso Bandello insiste su come la trasfigurazione sia oltra misura, al di là della norma, e perciò maggiormente orribile e spaventosa. Tuttavia questo fiero mostro, per quanto ripugnante, muove mirabilmente a compassione e a pietà.
Bandello, insomma, propone al lettore, oltre alle crudeltà degli uomini, uninaudita e ripugnante violenza praticata dalle donne. E nel descrivere lorrore conduce la propria scrittura realistica ad una prova estrema, per riuscire a ritrarre i particolari macabri di un corpo in disfacimento, in putrefazione, gonfiato o lacerato.
Un iperrealismo che aggiunge pathos alla dimensione tragica, ma che a volte pare indipendente e separato dallintreccio. Perché la visione del cadavere della donna suicida ha quasi una vita propria, uno sguardo, un movimento. Non è più la donna di prima, ma è una sorta di monstrum che sovrasta lintera novella. E una terrificante icona della mostruosità della violenza umana, che accresce piuttosto lesigenza di una riflessione su quanto viene raccontato.
Le istorie orribili e tragiche servono a Bandello per ispessire le proprie riflessioni pedagogiche sul pericolo delle passioni umane. I suicidi e gli omicidi sono un monito a non lasciarsi trascinare dal tumulto irrazionale dei sentimenti. Lorrore e il macabro sono una dimensione letteraria aggiuntiva, non necessaria allintreccio ma necessaria a una sorta di decalogo di comportamento. In questo caso, come nella tortura delle due donne, il macabro e lorrore svelano la vera natura di ogni atto violento. E svelano in maniera radicale , e persino spietata, che cosa sia un cadavere e che cosa siano le torture, il sangue, il dolore fisico, le piaghe.
Bandello, insomma, non esita a portare sulla pagina letteraria le tenebre della violenza di un mondo lacerato, diviso e dal quale, ancora oggi, lumanità deve tragicamente affrancarsi.
Note
[1] La prima (seconda, terza) parte de le novelle del Bandello. In Lucca, per il Busdrago, 1554; La quarta parte de le novelle del Bandello, nuovamente composte nè per ladietro date in luce. In Lione, appresso Alessandro Marsilii, 1573. Le citazioni saranno tratte dora in avanti dalla recente edizione delle Novelle curata da D.Maestri, utile per il commento, per gli approfondimenti storici e biografici dei personaggi: M.Bandello, La prima parte de le novelle, a c. di D.Maestri, Alessandria, Edizioni dellOrso, 1992; sempre a cura dello stesso: La seconda parte de le novelle, Alessandria, Edizione dellOrso, 1993; La terza parte de le novelle, Alessandria, Edizioni dellOrso, 1995; La quarta parte de le novelle, Alessandria, Edizioni dellOrso, 1996. Per La prima, La seconda , La terza parte de le Novelle il curatore afferma di essersi attenuto alledizione Lucca, Busdrago, 1554 e per La quarta parte de le Novelle alledizione postuma (Lione, Marsilii, 1573). Importante resta ancora ledizione curata da F.Flora: Tutte le opere di M.Bandello, Milano, Mondadori, 1934, 1935.
[2] Sullambiguità tra veritas e fictio nella narrativa bandelliana: G.Mazzacurati, Allombra di Dioneo. Tipologie e percorsi della novella da Boccaccio a Bandello, a cura di M.Palumbo, Firenze, La Nuova Italia, 1996, p. 197. Fondamentale per comprendere limportanza ermeneutica del concetto di verosimiglianza nella novella cinquecentesca: R.Bragantini, Il riso sotto il velame. La novella cinquecentesca tra lavventura e la norma, Firenze, Olschki, 1987, p. 167 e p.187.
[3] G. Mazzacurati, Allombra d Dioneo, cit., p.155-78. Cfr., Id., Rapporto su alcunimateriali in opera nelle Piacevoli notti, in Conflitti di culture, cit.,
[4] Cfr: V.Ja. Propp, Morfologia della fiaba, a c. di G.L.Bravo, Torino, Einaudi, 1988, pp.85 ss; M.Guglielminetti, La cornice e il furto, cit., p.93 ss.
[5] M.Bachtin, Estetica e romanzo. Un contributo fondamentale alla scienza della letteratura., Torino, Einaudi, 1979, pp.231 ss.
[6] M.Bandello, La seconda parte, a c. di D. Maestri, cit., p.252
[7] J.Yver, Le Printemps dYver, Paris, Ruelle, 1572 (Lyon, Rigaud, 1600). Si cita dalledizione Les vieux conteurs francais, a c. di P.Lacroix, Genève, Slatkine, 1970, p.520.
[8] Sullimportanza di una «teoria moderna dei temi letterari» si è soffermato C.Bremond promuovendo una serie di studi e di convegni tenuti a Parigi (Pour une thématique I,II,III) i cui contributi sono ora raccolti su «Poetique», 64, 1985; «Communications», 47, 1988; «Strumenti Critici», 60, 1989. Unapplicazione di quelle teorie si trova nel recente lavoro di Bremond sulle Mille e una notte: Il divenire dei temi. Al di qua e al di là di un racconto, a c. di D.Giglioli, Firenze, La Nuova Italia, 1997.
[9] Histoires tragiques extraites des oeuvres italiennes de Bandel, et mises en nostre langue française, Paris, V.Sertemans, 1559 - Paris, G.Robinot, 1559, da cui è tratta ledizione critica a cura di R. A.Carr, Paris, Champion , STFM, 1977. Si vedano inoltre: O.H.Moore, Le role de Boaistuau dans le développement de la légende de Roméo et Juliette,in «Revue de Littérature Comparée», 1929; R.Pruvost, Les deux premiers tomes de la versione francaise de Bandello, «Revue de Litt.Comparée», 1932; R.A.Carr, Pierre Boaistuaus Histoires tragiques, a study of narrative form and tragic vision, Chapel Hill, North Carolina University Press, 1979; L.Tortonese, Bandello, Boaistuau e la novella di Didao e Violante, in La nouvelle francaise à la Renaissance, a cura di L.Sozzi, Genève-Paris, Slatkine, 1981, pp.461-470. Fondamentale resta : R.Sturel, Bandello en France au XVI siècle, Bordeaux, Féret, 1918 (Genève, Slatkine, 1970). Si veda infine il contributo di M.Simonin, Francois de Belleforest traducteur de Bandel dans le premier volume des histoires tragiques, in Matteo Bandello Novelliere europeo, Tortona ,Litocoop, 1982, pp. 455-471.
[10] E.Menetti, Il Decameron fantastico, Bologna, Clueb, 1994
[11] Cfr. L.Riccò, Fra opere scellerate e dolorosi fini: il tragico nella novella toscana del Cinqueceto, in Giornale storico della letteratura italiana, vol. CLXIX, 1992, pp.200-27; M.Ariani, La trasgressione e lordine: lOrbecche di imbattista Giraldi Cinzio e la fondazione del linguaggio ragico ciquecentesco, in La Rassegna della Letteratura italiana, XV, 1979, pp.117-80.
[12] Cfr. A.Tenenti, Il macabro nel simbolismo dellUmanesimo, in Credenze, ideologie, libertinismi tra Medioevo ed età moderna, Bologna 1978; Id., Il senso della morte e lamore della vita nel Rinascimento, Torino, Einaudi, 1978.