Andrea
Neri
Tutto quello
che la letteratura considera altro
ma non ha mai osato leggere. Tiziano Sclavi
fra narrativa e fumetto
«Credi che riusciremo mai
a trovare un pianeta dove tu e io saremo
uniti al di là del silenzio e al di là dei
suoni?». Il film Figli di un dio minore
si conclude con la domanda che John Leeds
(William Hurt) rivolge a Sarah (Maree Matlin),
la ragazza di cui è innamorato
[1]. Sarah è sordo-muta e John è un
insegnante di sostegno colto e di grande
intelligenza, assolutamente convinto di
essere in possesso dei mezzi adeguati per
sconfiggere la famigerata «incomunicabilità».
Ma per John la strada sarà tutta in salita.
In effetti esiste almeno un
pianeta, da più di cento anni, nel quale
il silenzio e i suoni convivono perfettamente:
il fumetto. Si tratta infatti di un territorio
nel quale linguaggi differenti, ma dotati
di pari dignità, danno vita ad un tipo di
comunicazione autonoma. Un linguaggio che
in un certo senso funge da anello di congiungimento
tra la lingua scritta di ciò che chiamiamo
«Letteratura» da un lato, e il movimento
divenuto immagine e suono nel cinema dallaltro.
Ma perché ritenere che il fumetto sia trattato
come un sordo-muto, lasciato nel limbo dei
«figli di un dio minore»?
Le cause di questa ghettizzazione
sono sia storiche che culturali. Ciò che
non abbiamo ancora raggiunto è una coscienza
critica e culturale che accetti per i comics
la definizione di «letteratura per immagini»
o di «narrativa a fumetti»: una «letteratura»
identica per dignità e complessità a quella
che comunemente definiamo tale, ma che si
avvale di una diversa organizzazione comunicativa.
In questo senso il fumetto è senza dubbio
l«altro»: è il medium al quale si
nega unautentica identità in virtù
del ragionamento secondo il quale si tratta
di un modello narrativo derivato/degenerato
dalla Letteratura o dal cinema.
Tuttavia bisognerà spiegare
subito che il problema è più generale e
perché coinvolga uno scrittore come Tiziano
Sclavi.
Il problema consiste in questo:
la nostra cultura letteraria ha costruito
nellarco dei secoli delle barriere
invalicabili, dei confini netti e rigidi
entro i quali isolare tutto quello che non
apparteneva allambito che di volta
in volta veniva definito «Cultura». Abbiamo
edificato delle gabbie così solide per ogni
«genere» che spesso confondiamo e scambiamo
per genere quelle che sono invece autonome
forme narrative. Impegnati come siamo in
tutte queste operazioni di catalogazione,
spesso perdiamo per la strada dei pezzi
interessanti della nostra storia e cultura
letteraria, soltanto perché non riusciamo
ad inquadrarli. Se poi un autore decide
non solo di raccontare le sue storie usando
la «maschera» di un certo genere, ma addirittura
di farlo anche attraverso i fumetti, allora
gli sarà difficile liberarsi dalletichetta
di «fumettaro».
Con un passo ulteriore dal
particolare al generale, si chiarisce come
questa sia una questione di fondo nellambito
della dialettica tra letteratura «alta»
e «bassa», tra letteratura e «paraletteratura»,
tra arte e «Kitsch». Ciascuno di
questi ambiti prevede un contributo fondamentale
alla definizione di una identità, di una
maniera di essere della nostra cultura -
ovviamente in quanto occidentali. Queste
contrapposizioni sono indubbiamente necessarie
per la creazione di un quadro descrittivo
dei modelli cui affidiamo la nostra memoria
e dunque appunto la nostra cultura. Tuttavia
è evidente il fatto che quelle stesse dicotomie
contribuiscano anche alla definizione di
ciò che è «altro», spesso purtroppo in senso
deteriore. Le parole di Helmut Kreuzer aiutano
ad inquadrare meglio la questione: «La dicotomia
di arte e Kitsch, poesia e paraletteratura,
non resiste a unanalisi oggettiva;
e anche il suo valore euristico appare problematico
se lo si giudica in base alle ricerche sulla
paraletteratura e al dibattito sul Kitsch.
Oggetto della scienza della letteratura
e campo dei suoi giudizi di valore è tutto
il complesso della letteratura lirica e
di immaginazione, così come quello della
prosa di comunicazione, che anchessa
influisce direttamente sulla coscienza dellepoca,
al di là delle competenze specialistiche.
Tuttavia, il concetto di paraletteratura
è scientificamente significativo secondo
una prospettiva storica di sociologia del
gusto, per la definizione della letteratura
compresa al di sotto dei limiti di tolleranza
di coloro che in un determinato periodo
storico detengono lo scettro del gusto letterario.
Tuttavia non va perso di vista che accanto
a questo confine, importante e determinante
per la storia dello sviluppo della storia
letteraria, la ricerca socio-letteraria
potrebbe tracciare limiti di tolleranza
più ampi in corrispondenza con le differenze
esistenti fra i diversi strati di pubblico». [2]
Dunque la dialettica tra identità
ed alterità rappresenta in modo efficace
il rapporto che la nostra cultura ha instaurato
tra «Letteratura» e «letteratura». Secondo
la «logica dei luoghi comuni» si dice solitamente
che se, la bellezza è soggettiva, la bruttezza
è invece oggettiva. Lo stesso tipo di ragionamento
fa sì che ciò che non è letteratura
alta sia perfettamente identificabile:
la letteratura popolare, la letteratura
di genere e il fumetto rischiano sempre
che questo ragionamento si trasformi in
un giudizio di valore a priori. A questo
proposito lidea di Sclavi stesso è
tanto chiara quanto indicativa del fatto
che non è facile prescindere in maniera
profonda da questo tipo dimpostazione
mentale. Lautore, ricordando il suo
primo avvicinamento alla «Letteratura»,
dice: «Io ho cominciato appena sapevo leggere,
a sei anni, a cinque-sei anni
che
io mi ricordi il primo libro che ho letto
era un giallo Mondadori, una cosa tipo Il
terrore corre sul filo, o qualcosa
del genere. Poi ho letto le fiabe quelle
più horror, quelle più tremende di paura,
poi ho letto tutto Poe, compresa la Genesi
di un poema che è noiosissimo. Però
dopo cè stato come un rallentamento,
dopo ho preferito leggere i fumetti. Mi
sono riavvicinato alla letteratura in quarta
ginnasio, quindi
quanti anni si ha
dopo la terza media
quattordici anni,
ecco. A quattordici anni come compito per
le vacanze il mio professore mi aveva dato
da leggere quello che io pensavo fosse una
pizza tremenda, che era Il Deserto dei
Tartari di Buzzati. Invece è un libro
meraviglioso! E lì ho cominciato a leggere
tutto Buzzati, tutto Kafka, e lì la letteratura
vera, che non sia il giallo Mondadori, è
cominciata lì: con Buzzati, che tuttoggi
è un mio mito
Dicendo letteratura
vera però non vorrei essere frainteso
la cultura è una, non è che esista
cultura alta, cultura bassa, si può fare
cultura col fumetto, si può fare cultura
col giallo Mondadori. Volevo riferirmi a
quella considerata ufficialmente «seria».
È una convenzione che noi teniamo ancora
e su cui io non sono affatto daccordo.
Però è una convenzione che è universalmente
accettata: la divisione tra romanzo popolare,
romanzo dautore, fumetto, canzone
anche. È una cosa che forse in America -
da quel che so io - è meno sentita, per
cui la canzone è poesia cantata, viene considerata
poesia cantata. I fumetti nuovi, le graphic
novels, sono considerati romanzi, come
dice la parola stessa: romanzi per immagini.
Però da noi non cè ancora questa evoluzione.
Io spero che ci sia prima o poi».
[3]
Leggere vs guardare?
[didascalia
della figura]
La domanda da porsi quando ci si avvicina
ad un autore come Tiziano Sclavi è: che
cosa fa esattamente? Cioè: che tipo di scrittura
è la sua? Che tipo di prodotto vuole proporre?
La risposta ha bisogno di almeno due premesse.
In primo luogo dobbiamo assumere
gli strumenti teorici forniti da Giuseppe
Petronio: «letteratura di consumo» e «letteratura
di massa» sono due fatti distinti, nessuno
dei quali implica necessariamente un giudizio
di valore. «Letteratura di consumo» indica
«il fenomeno - proprio di tutti i tempi,
e quindi di tutti gli strati o gradi della
letteratura, e quindi ancora di tutti i
«generi» - per cui fatti di contenuto e
fatti di forma [
] si diffondono, si
banalizzano, diventano fatti di costume
e di moda, perdono di intensità e di tensione,
vengono costruiti in serie, in modi industriali.
[
] «Letteratura di massa» indicherebbe
invece la letteratura - cioè linsieme
dei fatti letterari - collegati al costituirsi
e al rafforzarsi di una società di massa,
e sarebbe quindi un fatto cronologicamente
determinato, collegato a tutti i fenomeni
che hanno [
] caratterizzato la società
di massa. [
] Certo è [
] che
allinterno della «letteratura di massa»
possono aversi anche [
] fenomeni di
«letteratura di consumo». Se «letteratura
di massa» è un concetto storico e sociologico
e non letterario, esso non ingloba un giudizio
di valore [
]. Che un romanzo sia poliziesco
non dice niente sul suo valore (intellettuale,
morale, ideologico, estetico) [
]».
[4]
Nessun dubbio quindi che si
stia parlando di «letteratura di massa».
Daltro canto avremo a che fare con
prodotti di «consumo» ogni volta che il
valore intrinseco delle storie scritte da
Sclavi rimanga per così dire schiacciato
dalle esigenze editoriali e di mercato.
Questo fatto può avvenire solo nel caso
del fumetto popolare il quale, per poter
continuare a definirsi tale, deve trovare
un giusto equilibrio fra le istanze narrative
dellautore, e le trasversali e spesso
imprevedibili esigenze del pubblico: se
e quando queste ultime prendono il sopravvento,
il prodotto diventa appunto da «consumare».
Per quanto concerne i romanzi dellautore,
letichetta di «letteratura di consumo»
appare non solo inadeguata, ma a tratti
quasi paradossale: gli elementi consolatori,
preconfezionati «ad uso e consumo» del lettore,
sono davvero mosche bianche nel corpus dei
dieci romanzi scritti da Sclavi.
[5]
La seconda premessa utile
a comprendere gli intenti del nostro autore,
riguarda invece la sua stessa concezione
della narrativa. Non si tratta qui certo
di fare dei paragoni, ma quello che Jean
Starobinski dice a proposito di Calvino,
sarebbe perfetto anche per Sclavi: « Il
fascino del narrare è un dato primordiale
in Calvino. Quanto ci ha detto della sua
infanzia, quanto ci è noto delle sue letture
o delle prime pagine che ha scritto, non
può lasciare alcun dubbio. Egli è stato
affascinato da tutto ciò che lo faceva assistere
a una storia: libri illustrati, film, racconti.
E presto si è accinto a raccontare delle
storie a se stesso e ha provato il desiderio
di comunicarle agli altri. Storie, vale
a dire momenti che si concatenano, avvenimenti
che si dispongono nella durata, che fanno
apparire e sparire personaggi, ai quali
capita di sentire, di volere, dagire,
di subire tutto ciò che limmaginazione
o la realtà possono assegnare a esseri come
siamo noi».
[6] Anche per Tiziano Sclavi la narrativa
è la categoria più ampia cui fare riferimento.
Il punto di partenza consiste nel raccontare
storie: romanzo
[7] , fumetto e cinema sono le tre modalità
narrative a cui guarda Sclavi. Romanzo e
fumetto sono i suoi veri strumenti di lavoro:
letteratura «scritta» e letteratura «a fumetti».
Il cinema del resto è molto più di un semplice
referente: è un modello costante e una fonte
cui attingere. Senza contare il fatto che
la distanza che separa il lavoro di uno
sceneggiatore cinematografico dal lavoro
di uno sceneggiatore di fumetti è molto
meno grande di quanto si pensi. [8]

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