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Data di pubblicazione
19 gennaio 2009

     

Luigi Bernardi
Appunti per un film
che non mi lasciano fare

Il film che non mi lasciano fare comincia a Torre Annunziata. Nella periferia di Torre Annunziata ci sarà di sicuro un bar come dico io, e lì comincia il mio film. Il bar ha un grande piazzale: la gente arriva, posteggia l’auto, scende, si beve un caffè, compra le sigarette, gioca la schedina e poi riparte, magari dopo una fumatina davanti all’ingresso, guardando con curiosità vaga chi entra e chi esce.
Il film che non mi lasciano fare comincia puntando l’inquadratura su un uomo nervoso: è pallido, angustiato da una preoccupazione che ancora non sappiamo. L’uomo si chiama Santo, è agitato perché sta aspettando suo fratello Antonio detto Nino. Nino è in ritardo e Santo ha buoni motivi per essere inquieto: gli ha prestato la Mercedes e il fratello è in ritardo sull’orario di riconsegna. Nino doveva andare al matrimonio della cugina della sua fidanzata, ci teneva a farsi bello con la famiglia della sposa. Per questo aveva chiesto a Santo di prestargli la Mercedes, perché lui di suo aveva una Panda piena di bozzi arrugginiti e con una macchina del genere c’era poco da vantarsi. Santo, che teneva più alla macchina di quanto tenesse al fratello, si era lo stesso arreso, gli aveva prestato la Mercedes e adesso saltava qua e là per il nervoso.
La scena madre, una delle scene madri, del film che non mi lasciano fare comincia ora, subito dopo i titoli di testa. A Santo s’illumina lo sguardo: ha visto la sua Mercedes entrare nel piazzale. Manca poco che si metta a urlare dalla contentezza, si limita a fare dei gesti larghi con le braccia, per farsi vedere dal fratello. Nino, imperturbabile, ferma l’auto un po’ di lato, scende, chiude la portiera attento a non farla sbattere, aziona il telecomando dell’antifurto e si muove a grandi passi verso Santo. I due fratelli si abbracciano, si danno delle pacche sulle spalle come se non si vedessero da anni. Sono contenti entrambi: Santo ha riavuto la Mercedes, Nino ha fatto bella figura con la famiglia della sposa, compresi i genitori della sua fidanzata. Santo vorrebbe andarsene subito, Nino insiste per un caffè: lo bevono entrambi con smorfie da intenditori. Alla fine, Nino si sdebita pagando il conto e ognuno dei due va per la propria strada. Santo si avvia verso la Mercedes. A cinque o sei metri aziona il telecomando: l’apertura delle portiere si sblocca e a questo punto succede qualcosa che farebbe sobbalzare lo spettatore, se qualcuno facesse il mio film che non mi lasciano fare. Santo apre la portiera, sta per entrare e si ritrova il posto del passeggero occupato da Ciro Ferrara, che lo guarda con occhi cattivi e gli punta contro una pistola. Ciro Ferrara non è il calciatore, è uno che si chiama come lui: un tipo un po’ bizzarro, sbandato, nullafacente, ladro e presto assassino. Ciro stava adocchiando il piazzale in attesa che si presentasse l’occasione. L’arrivo della Mercedes gli aveva fornito quella giusta. Si era accucciato di fianco alla portiera del passeggero, aspettava che il proprietario la sbloccasse con il telecomando per gettarsi all’interno e rubare l’auto. Santo vede Ciro e non capisce cosa ci faccia quell’uomo dentro la sua Mercedes. Ciro urla minacce spropositate, si allunga verso Santo, con una mano prova a prendergli le chiavi della macchina, con l’altra alza e abbassa pericolosamente la pistola. Santo si ritrae, difende le chiavi e si aggrappa al volante della sua Mercedes, come a pretendere l’inscindibilità dell’uomo con la sua automobile. Ciro Ferrara urla ancora di più e, siccome Santo non molla la presa sulle chiavi e sul volante, tira il grilletto e gli spara due colpi. Santo, colpito al fianco destro e in mezzo al petto, lascia cadere le chiavi sul sedile e rimbalza fuori dall’abitacolo, fa due passi all’indietro e cade stecchito. Ciro Ferrara raccoglie svelto le chiavi, s’installa al posto di guida, accende la Mercedes, sgomma per partire, investe il cadavere, si lancia verso l’uscita del piazzale. Frena bruscamente perché una Ka grigia gli taglia la strada. Alla guida c’è una ragazza molto carina e ancora di più arrabbiata. La ragazza si rivolge a Ciro, gli urla un mazzetto parole che lui non fa fatica a capire: Segui me, stronzo di merda.
Il film che non mi lasciano fare inizia così, con uno dei protagonisti che si palesa subito essere un balordo assassino. Ed è per questo non mi lasciano fare il film, perché in Italia non si fanno film con protagonisti assassini balordi e per di più simpatici, come simpatico sarebbe risultato Ciro Ferrara nel prosieguo della storia, se il film me l’avessero lasciato fare. Me l’ha detto un produttore che in Italia non si fanno film con protagonisti assassini balordi e per di più simpatici, un produttore che per questa ragione non mi ha lasciato fare il film. Ciro Ferrara è un problema per il film, forse non l’unico però quello decisivo. Io però non lo voglio cambiare, non lo voglio cambiare a costo di non fare il film. Dirò di più: a interpretare Ciro Ferrara ci avrei visto proprio il calciatore omonimo. Ciro Ferrara, il calciatore, è un tipo simpatico, di quella simpatia malandrina che strega il pubblico e magari determina il successo al botteghino. Lo so: è probabile che Ciro Ferrara il film non lo avrebbe voluto fare neppure lui, però di attori giusti ce ne sarebbero stati a bizzeffe e a dire la verità avevo pronto anche il casting completo. Ma andiamo avanti: il film che non mi lasciano fare è appena cominciato.
Il film che non mi lasciano fare continua con una scena in mezzo alla campagna. Ciro Ferrara e la ragazza che gli ha dato dello stronzo di merda discutono animatamente. Lei si chiama Maddalena e gli dà dei pugni sul petto, lui si difende come può e si capisce che sta patendo sul serio perché sua sorella così incazzata non l’ha vista mai. Maddalena è sorella di Ciro, spesso passa le giornate a preoccuparsi che il fratello non si metta nei guai. Oggi è arrivata tardi e lui ha fatto la cosa peggiore che potesse fare: ammazzare un tipo, un povero innocente come scriveranno i giornali. I due stanno discutendo davanti al rogo della Mercedes. Non a torto, Maddalena ha deciso che bruciando la macchina sparirebbero le prove della presenza a bordo di Ciro. Certo, ci sono persone che possono averlo visto, telecamere che possono averlo inquadrato, ma da qualcosa bisogna pur cominciare e io non la voglio tirare per le lunghe con questioni che appassionano solo i giallisti. La vicenda incalza. A troncare la sfuriata di Maddalena arriva un trio bizzarro: Mimmo Cascetta e i suoi due figli, Fifì e Gegé, due bambocci che danno l’idea di essere un po’ rintronati. Mimmo ha un fucile, lo punta contro Ciro e Maddalena e ordina a Fifì di perquisire Maddalena. Fifì lo fa, suda come un turco a toccare quella bellezza che lo fulmina con occhi cattivi e non si ripiglia per il resto della storia. Mimì perquisisce invece Ciro, trova la pistola e la consegna a suo padre. Alla fine, Mimmo obbliga Ciro e Maddalena a salire sul suo gippone, fermo dietro un boschetto. Sul gippone, sprofondato sul sedile del passeggero, si trova già Dominic Fibonacci, un pezzo d’uomo che parla francese e tiene al collo un braccio ingessato. Il gippone se ne va, seguito dalla Ka di Maddalena guidata da Gegé, con Fifì seduto accanto, sognante, ancora traumatizzato dal contatto con le forme di Maddalena. Mentre sfuma l’inquadratura, abbiamo appena il tempo di vedere una motoretta che segue da lontano il gippone e la macchina.
La storia del film che non mi lasciano fare comincia a complicarsi, ma in realtà è più semplice di quanto appaia. Dato che il film non ne lo lasciano fare, la sceneggiatura non l’ho scritta, ma non sarebbe difficile mettersi al lavoro e scandire le scene per far capire quello che ancora non si sa. Un boss marsigliese si deve sposare. È un boss che conta per davvero e vuole un matrimonio spettacolare, con il botto, tanto più che lo sposalizio gli serve per cementare i rapporti con la mafia russa, e infatti è proprio una bella ragazza russa che si porta all’altare. Il boss ordina ai suoi uomini di procurargli i migliori fuochi di artificio disponibili sul mercato. I marsigliesi sanno che il miglior fabbricante di fuochi d’artificio del mondo è Mimmo Cascetta, l’inventore del Careca Doppio Special, un botto che ha sempre fatto impallidire tutti i suoi innumerevoli tentativi di imitazione. I marsigliesi sanno però che Mimmo Cascetta è caduto in disgrazia insieme al suo minuscolo clan, e che se vogliono i fuochi d’artificio dovrebbero ordinarli a Totò D’Alessio, capo dei D’Alessio e controllore assoluto del traffico di botti. I marsigliesi sanno anche che con la camorra non si scherza. La conoscono bene, mica sono come quegli italiani che hanno saputo che a Napoli c’è la camorra solo perché è arrivato Roberto Saviano a dirglielo, e in un modo che pareva l’avesse scoperta lui. I marsigliesi però conoscono anche il loro boss, lo conoscono e lo temono: se ha detto che vuole i migliori botti del mondo, significa che vuole quelli di Mimmo Cascetta. Lo contattano, gli danno l’ordinazione, si mettono d’accordo su tutto, persino sulla consegna: manderanno un loro uomo su un Tir a ritirare il carico, nella speranza di sfuggire agli occhi lunghi dei D’Alessio. Mimmo Cascetta si mette al lavoro insieme a suoi due figli, nella loro cascina laboratorio. Nel tempo dei previsti cinque mesi, la merce è pronta. I marsigliesi mandano Dominic Fibonacci a ritirarla. Fibonacci si mette in viaggio sul suo Volvo cabinato nuovo di zecca, forse addirittura comprato per l’occasione. Arriva alla cascina la mattina, ordina ai Cascetta di stivare i botti sul Tir, intanto lui se ne va a fare un giro in città: ha promesso a sua moglie di portarle una pastiera di quelle buone. Fibonacci fa il suo giro, si mangia la sfogliatella di rito, beve un paio di caffè e siccome è presto decide di fare quattro passi nei vicoli. Pessima idea: due ragazzini in moto tentano di scipparlo, lui li rovescia con una manata, la moto e i due rovinano su un banchetto di mozzarelle, le mozzarelle cadono in strada e rotolano proprio sotto i piedi di Fibonacci che aveva allungato il passo perché non si sa mai. Fibonacci scivola, cade male, malissimo: si spezza il braccio destro. Fortuna sua che su via Toledo passa una gazzella. I carabinieri si fermano, chiamano l’ambulanza. Dominic Fibonacci viene portato al traumatologico dove lo ingessano e da dove telefona ai Cascetta che lo vadano a prendere.
Il film che non mi lasciano fare d’ora in poi non si fermerà un attimo. Il casino combinato da Fibonacci nei vicoli non passa inosservato. Una motoretta lo segue fino all’ospedale e quando i Cascetta lo vanno a prendere scatta l’allarme: un marsigliese insieme ai Cascetta equivale alla confessione di una partita di fuochi d’artificio che sfugge al controllo dei D’Alessio. Totò D’Alessio mobilita i suoi: quel carico, se carico esiste, dovrà essere suo. Mimmo Cascetta, dopo che era andato a prendere Fibonacci al traumatologico si stava arrendendo all’idea di guidare lui il Tir fino a Marsiglia, magari facendosi aiutare da quegli inetti dei suoi due figli. La possibilità di chiamare Marsiglia perché mandassero un altro autista era da scartare: si sarebbe perso troppo tempo, e ogni minuto in più era un minuto pericoloso. Immerso in quei pensieri, aveva visto da lontano Ciro e Maddalena Ferrara dare fuoco alla Mercedes. Nessuno dà fuoco a una macchina di quel tipo se non ha qualcosa di grosso da nascondere. L’idea gli era venuta all’istante: avrebbe preso i due, l’uomo avrebbe guidato il Tir fino a Marsiglia, con Fibonacci dal braccio destro ingessato come navigatore, la ragazza l’avrebbe tenuta in ostaggio fino alla consegna del carico, a garanzia che l’uomo non provasse a fare il furbo. A Mimmo Cascetta, maestro nel manipolare materiale esplosivo, il piano pareva a prova di bomba, come si dice. Lo sarebbe stato senza la motoretta che lo seguiva a distanza di sicurezza.
Il film che non mi lasciano fare io ve lo sto raccontando come un racconto qualsiasi, senza tenere conto delle esigenze di sceneggiatura che porterebbero ad anticipare certe scene e a chiarine altre, perché nel cinema non c’è un narratore che racconta, ma sono i fatti a raccontare la storia. Comunque c’ho pensato, e non sarebbe difficile imbastire una sceneggiatura che, a questo punto lo posso anche dire, non dispiacerebbe neppure a Tarantino. Ma torniamo ai fatti. I protagonisti sono ormai tutti alla cascina/laboratorio di Cascetta (non si scandalizzino i puristi della lingua: l’allitterazione, macchinosa per la presenza contemporanea di un falso diminutivo e di un falso vezzeggiativo, cascina/Cascetta nel film non si sarebbe percepita), e da lì parte l’avventura.
Il film che non mi lasciano fare è un film di avventura, con nervature thriller, un condimento di commedia e un lato sentimentale che non tarderà a emergere. Insomma, è tipicamente un film americano, e forse è anche per questo che non me lo lasciano fare. Ma è inutile lamentarsi, non c’è tempo da perdere. Mimmo Cascetta spiega il suo piano a Dominic Fibonacci, che l’italiano un po’ lo capisce e molto peggio lo parla. Fibonacci squadra Ciro, scuote la testa e poi ammette che si può fare. Ciro Ferrara protesta la sua incapacità di guidare il Volvo cabinato. Fibonacci gli mostra il pugno del braccio sano e lo convince del contrario. Maddalena strilla che non si farà prendere in ostaggio. Mimmo Cascetta costringe il povero Fifì a legarla come una soppressata. Ciro Ferrara è costretto a salire al posto di guida, Fibonacci si sistema al suo fianco, recupera dal vano portaoggetti una pistola e se la mette sul grembo, stretta nella mano sinistra. Maddalena continua a strillare e morde la mano di Fifì che provava a tapparle la bocca. Il Volvo cabinato parte e il film che non mi lasciano fare si prepara a seguire il suo viaggio fino a Marsiglia. Si preparerebbe a seguirlo se alla cascina non succedesse qualcosa che mette in discussione la riuscita stessa del viaggio. Totò D’Alessio ha radunato più uomini possibili e dà l’assalto ai Cascetta. Questi non hanno neppure il tempo di difendersi: Mimmo è colpito il piena fronte e crepa all’istante, la stessa sorte non risparmia il figlio Mimì, che aveva appena abbozzato un tentativo di difesa. Totò D’Alessio ispeziona la cascina, trova le tracce della recente fabbricazione di botti e del passaggio di un Tir. Imbestialito lascia partire un colpo dal bazooka che porta sempre con sé, dà fuoco a tutto e parte con i suoi uomini all’inseguimento del Tir e dei fuochi d’artificio che contiene.
Il film che non mi lasciano fare ha qui un suo primo momento pirotecnico: bruciando, la cascina Cascetta provoca lo scoppio degli esplosivi che conteneva, non numerosi perché Mimmo e i suoi figli li avevano adoperati quasi tutti per fabbricare i fuochi dei marsigliesi, ma abbastanza per dare al film un suo momento di spettacolarità e al budget una impennata alla voce costi. Il lettore, dato che lo spettatore non può pronunciarsi in quanto il film non me lo lasciano fare, si chiederà a questo punto che fine hanno fatto Maddalena e Fifì. L’ultima volta che avevo pensato a loro, pur senza dirvelo, lui la stava portando in cantina, dove Mimmo aveva ordinato che fosse rinchiusa fino all’arrivo a Marsiglia del Tir. La cantina è la loro salvezza. Primo perché il suo ingresso è così ben camuffato da essere sfuggito all’ispezione di Totò D’Alessio. Secondo perché è abbastanza solida e protetta da resistere al fuoco e alle esplosioni. Alla fine della baraonda, Maddalena e Fifì possono così uscire, verificare il disastro, scoprire che non c’è più niente da fare, se non salire sulla Ka, miracolosamente illesa come si direbbe, e gettarsi anche loro nella mischia: Maddalena per recuperare il fratello, Fifì per vendicare la famiglia e, diciamolo, per restare accanto alla ragazza per la quale ha perduto il senno.
Il film che non mi lasciano fare, d’ora in avanti e fino alla conclusione che dirò, è pura sceneggiatura, come peraltro tutti i film degni di questo nome. La situazione è fluida e ricca di azione e possibili capovolgimenti. Davanti abbiamo il Tir, pilotato da un fuori di testa, nonché assassino novello, che sa appena guidare la macchina. Al suo fianco un criminale provetto momentaneamente fuori servizio per la frattura al braccio. Forse perché sanno di non poter fare a meno l’uno dell’altro, i due trovano una sintonia quasi perfetta e le loro scene sono palpitanti e allo stesso tempo divertenti, anche a causa della comunicazione difettosa di una lingua pasticciata. Siccome il film non me lo lasciano fare, per una specie di ritorsione un po’ stizzita non aspettatevi che vi dica altro. Posso solo aggiungere che c’è un elemento che avrebbe ancora di più vivacizzato la presa sullo spettatore: Dominic Fibonacci, che nella zuffa ai vicoli aveva perduto la pastiera comprata per la moglie e aveva visto in questo incidente una sorta di compimento del destino, non riesce a togliersi di testa Maddalena Ferrara e tempesta Ciro di domande su di lei. Se dovesse incontrarla di nuovo, si capisce che cadrebbe ai suoi piedi.
Il film che non mi lasciano fare è a questo punto un gioco di inseguimenti. Come dicevo, in testa abbiamo il Tir carico di fuochi d’artificio, che sono pur sempre esplosivi: una carica deflagrante capace di buttar giù qualsiasi cosa. Dietro abbiamo due o tre auto con a bordo dei criminali incalliti che vogliono a tutti i costi mettere le mani sui botti, preferibilmente senza farli esplodere. Dietro ancora una ragazza palpitante d’angoscia per le sorti del fratello, e un mezzo deficiente fremente d’amore per la ragazza stessa, nonché gonfio di odio per chi gli ha ucciso il padre e il fratello. In un inseguimento del genere può accadere di tutto, dipende dal budget e dalla grazia degli sceneggiatori: i ruoli possono invertirsi, l’astuzia contare più della forza, il destino scegliere volta dopo volta una strada diversa. Insomma: lo spettacolo è assicurato. Ci sarebbe poi da aggiungere un elemento ulteriore, che allo spettatore non sarebbe sfuggito ma che il povero lettore di questi appunti ignora. L’elemento ulteriore è lo sguardo che, nel breve istante in cui si sono incontrati, Maddalena ha lanciato a Dominic Fibonacci, uno sguardo che conteneva la minaccia verso un uomo che si prendeva in carico il destino di suo fratello e, nel caso le cose si fossero messe male, avrebbe pagato per questo. Ma anche uno sguardo vagamente passionale, come di un amore a prima vista, appena mitigato da una situazione che solo momentaneamente sbarrava la porta a complicazioni sentimentali. Il film che non mi lasciano fare è un calderone dove tutto può accadere e tutto quello che accade interessa e coinvolge lo spettatore, fino al finale esplosivo.
Il film che non mi lasciano fare finisce con l’esplosione più possente che si sia mai vista al cinema, una deflagrazione con la quale neppure Zabriskie Point potrebbe competere, anche contando sul valore aggiunto della valenza simbolica: mille Careca Doppio Special (avrei voglia di descrivere tutta la loro prodigiosa potenza, ma ve la lascio solo immaginare) e centomila altri botti di intensità variabile che scoppiano tutti quanti insieme, devastando il territorio, accoppando e incendiando a caso, terrorizzando e anche entusiasmando la gente, a seconda se si trova a distanza di sicurezza oppure no. I nostri eroi muoiono dunque tutti nell’esplosione più esplosiva che si sia mai vista? No di certo. La sceneggiatura ha portato il Tir fino al confine con la Francia. Oltre confine aspettano i marsigliesi, che hanno programmato la scorta del mezzo fino a destinazione (ci sono i telefoni, lo dico a vantaggio dei lettori che possono trovare incongrua l’intromissione dei marsigliesi). Di qua dal confine, i camorristi, decimati ma più rabbiosi che mai, in mezzo il Tir che subisce l’ultimo assalto: Totò D’Alessio, pur di non far finire il carico in mani ostili e senza ricevere in cambio il giusto prezzo, tira un colpo di bazooka contro il cassone e lo fa saltare in aria, compromettendo per sempre il panorama di una zona di confine suggestiva come poche altre. Intanto però, complice la sceneggiatura, all’insaputa dei contendenti marsigliesi e camorristi, era avvenuto un ribaltamento di situazione. Maddalena e Ciro si erano ricongiunti, e anche Fifì e Fibonacci erano della partita. Maddalena, che in quanto a perfidia e cattiveria non era seconda a nessuno, neppure al fratello assassino, aveva convinto Fifì a mettersi alla guida del Tir: lei, suo fratello e Fibonacci lo avrebbero seguito sulla Ka. Fifì, che per una carezza di Maddalena avrebbe venduto anche l’anima, si era lasciato abbindolare e i tre, invece di stargli dietro, avevano rapidamente raggiunto la costa, noleggiato una barca, a bordo della quale assistono all’esplosione, Ciro urlando di gioia dissennata, Fibonacci e Maddalena scambiandosi un bacio che la dice più lunga di qualsiasi parola, anche se di parole dovete accontentarvi perché questo film, dove trionfa il male e i cattivi soggetti la fanno franca, proprio non me lo lasciano fare.

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Luigi Bernardi, Appunti per un film che non mi lasciano fare, "Griseldaonline", n. VIII (2008-2009).

 

 

 

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