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Data di pubblicazione
23 gennaio 2009

     

Gianluca Morozzi
Prima puntata di un film immaginario

Nota:
Questo è il soggetto della prima puntata di un immaginario film a episodi o di una fiction.
La tematica “amore & morte” è abusata e risaputa, ma qui siamo in un complesso campo di “amore & morti”, al plurale... 

Irlanda, una casa di campagna a pochi chilometri da Limerick.
La tredicenne Margaret è seduta al tavolo di cucina. Il sole è tramontato, e sua madre sta lavando i piatti della cena canticchiando la canzone che esce dalla radio. La canzone, un grande successo dei Beatles un paio d’anni prima, si chiama Yesterday. Il padre di Margaret è seduto in poltrona senza dire niente. Guarda il vuoto.
La casa è collegata alla strada asfaltata da un lungo sterrato, costeggiato per un breve tratto da un fossato profondo un metro e mezzo. Tutt’intorno alla casa, costruita su due piani, ci sono campi verdi, campi verdi e ancora campi verdi.
Pat, il fratello di Margaret, calcia un pallone di pezza tra due sedie. Ogni volta che il pallone varca lo spazio tra le sedie, Pat urla rumorosamente Gol! Poi va a riprendere il pallone, palleggia due o tre volte, e torna a calciare il pallone in quella porta improvvisata.
Margaret sta facendo un disegno. Disegna una ballerina che danza davanti a una moltitudine di spettatori incantati.
Il padre di Margaret continua a guardare il vuoto. Pat  prende il pallone sotto braccio e  dice a sua sorella Ehi, ranocchia, smetti di disegnare e vai in porta.
No, sbuffa Margaret senza neppure guardarlo.
Dai, insiste Pat, quaranta rigori poi torni a disegnare.
No, dice Margaret.
Trentacinque, mercanteggia Pat, mentre suo padre si alza dalla poltrona.
No, ripete Margaret mentre suo padre scompare nell’altra stanza.
Pat  urta la mano destra di Margaret che sta disegnando una testa. La matita traccia un lungo frego nero sopra tutti gli spettatori in contemplazione della ballerina.
Scemo, dice Margaret.
Bleaaah, dice Pat riprendendo a tirare rigori tra le sedie. Margaret non si scompone per quel frego sul disegno. Lo utilizza artisticamente, trasformandolo nel bordo di un tendaggio.
La madre di Margaret  dice Bambini, non litigate. In quel momento preciso, suo marito torna in cucina con un fucile.
Il primo colpo fa esplodere la testa di Pat. Margaret si volta a bocca aperta, guardando il corpo decapitato di suo fratello che cade all’indietro. La madre di Margaret si volta con gli occhi sbarrati. Lascia cadere il piatto, che si  infrange sul pavimento di cucina.
Il fucile spara di nuovo, e la testa della madre esplode come una zucca scagliata giù da un grattacielo. Mentre stermina la propria famiglia, l’uomo ha un’espressione lontanissima e assente.
Margaret schizza verso la scala che porta al piano di sopra. La canna del fucile cambia rapidamente direzione, seguendo la corsa della ragazzina, ma la terza pallottola si conficca in un gradino.
Margaret, velocissima, raggiunge la porta del bagno al piano superiore e si chiude dentro, ansante e terrorizzata. Si appoggia alla parete, con gli occhi spalancati e il cuore che batte a mille all’ora. Al di là della porta chiusa a chiave, sente i passi pesanti di suo padre salire lentamente i gradini.
Margaret apre la finestrella del bagno e guarda sotto, nel buio. Sono solo pochi metri. Può saltar giù e scappare via, correre fino a Limerick, entrare in un pub e chiamare aiuto.
Suo padre è a pochi gradini dalla porta. Margaret mette un piede oltre il davanzale, poi l’altro piede. Chiude gli occhi e salta giù.
All’impatto con il suolo, il suo piede sinistro si piega in modo innaturale con un piccolo e agonizzante crac!
Margaret appoggia una mano a terra. Piange, stringendo i denti.
In quel momento, dal piano di sopra, uno sparo la fa trasalire. Suo padre ha fatto saltare la serratura. Di lì a pochi secondi vedrà il bagno vuoto, si affaccerà alla finestra cercando di individuare sua figlia nel buio, e la fredderà dall’alto come un cecchino. Margaret deve ignorare il dolore, allontanarsi, cercare rifugio nell’oscurità.
Zoppicante, piangendo di dolore a ogni passo, Margaret si allontana dalla casa. Non osa girarsi. Teme di vedere la sagoma del padre contro la finestra aperta, e la canna del fucile puntata in direzione della sua testa. Continua a zoppicare nel buio, spinta solo dall’adrenalina.
Le è subito chiaro che non può arrivare fino a Limerick, col piede in quelle condizioni. Deve trovare un rifugio lì, e subito.
L’unico rifugio possibile è il fossato. Non un grande rifugio, ma l’unico che c’è.
Margaret si lascia scivolare giù per un metro e mezzo, cercando di non atterrare sul fondo con il piede ferito. Non è un gran nascondiglio, a trenta passi o forse meno da casa. Ma forse il buio, il fango, le foglie...
Margaret si raggomitola sul fondo del fossato e comincia a pregare, gli occhi chiusi e le orecchie attentissime a captare i passi di suo padre. Sente solo il battito feroce e accelerato del suo cuore che martella nelle tempie.
Il tempo comincia a scorrere in avanti, la sera diventa notte. A un certo punto Margaret pensa che morirà di freddo, lì, ad affrontare una nottata irlandese in mezzo al fango umido e ghiacciato con una camiciola addosso. Strani insetti e animali strisciano intorno al suo corpo congelato e terrorizzato. Il battito dei suoi denti diventa così forte che deve sforzarsi di controllarlo, convinta che suo padre possa  individuare la sua posizione da quel semplice rumore.
Molte ore passano, e l’uomo che ha ucciso sua madre e suo fratello non dà segni della sua presenza. Non ha sentito i suoi passi fuori di casa, non lo ha visto aggirarsi per i campi con una torcia elettrica. Niente. Che si sia ucciso? Che il rimorso lo abbia convinto a farla finita?
Margaret decide di aspettare. Il suo corpo ormai è una centrale di freddo e di terrore, raggomitolata nel fango e nelle erbacce.
A un certo punto, dopo secoli, il cielo sopra di lei comincia a rischiararsi. Margaret cerca di sviare i propri pensieri dal gelo, e di concentrarsi sulla propria situazione.
Di lì a poco sarà giorno, e la protezione dell’oscurità verrà meno. Che fare? Rischiare il tutto per tutto e ritornare in casa, sperando di trovare suo padre appeso a un cappio? Zoppicare fino alla Statale?
Mentre analizza le varie ipotesi, un suono la scalda e la fa ritornare in vita. Un uomo sta cantando in lontananza, lungo lo sterrato. Quel canto, per Margaret, è la salvezza.
L’uomo è un ubriacone della zona, che ama camminare fino a Limerick all’alba e aspettare l’apertura del suo pub preferito. Per andare a Limerick, deve per forza passare davanti alla loro casa.
Usando le mani e il piede buono, Margaret si alza in piedi. La sua testa si trova a sbucare di circa dieci centimetri sopra il fossato. Comincia ad agitare le braccia in direzione dell’uomo, che è a una cinquantina di metri di distanza. Aiuto!, grida Margaret, Aiuto!, ho bisogno d’aiuto!
In quel momento, un’ombra copre il pallido sole del mattino.
Margaret gira la testa.
Suo padre è in piedi accanto al fosso, col fucile in mano.
Guarda in giù, con gli occhi spenti e inespressivi.
L’uomo in lontananza smette di colpo di cantare.
Suo padre punta il fucile contro Margaret.
Margaret fa un passo indietro, pregando interiormente.
Suo padre spara.
Margaret sente un pugno fortissimo in pieno petto.
Cade all’indietro, di nuovo riversa nel freddo e nel fango.
Fa in tempo a sentire l’ubriacone gridare qualcosa, e a vedere suo padre puntarsi il fucile sotto il mento. Poi non sente e non vede più niente.
Sente il suo corpo cadere leggero attraverso il fango e il buio, giù, sempre più giù. 
Margaret si sveglia sotto un lenzuolo ruvido, in una stanza sconosciuta.
Si guarda intorno, sconcertata. Si tocca il petto. Non c’è alcuna ferita.
Si guarda intorno. È in una stanza d’albergo dalle pareti azzurrine e spoglie. La porta della stanza è semiaperta.
Margaret scosta il lenzuolo e si alza in piedi. Il piede ferito la sorregge senza procurarle alcun dolore.
Esce nel corridoio di un albergo, con un lungo tappeto di linoleum rosso sul pavimento e tante porte numerate. Alcune delle stanze sono chiuse. Dall’interno delle stanze chiuse escono dei singhiozzi sommessi, o delle voci che sussurrano parole incomprensibili.
Le porte di altre stanze sono aperte per metà. Dentro si possono vedere i letti disfatti, le lenzuola sul pavimento, i cuscini privi di federa.
In fondo al corridoio c’è una grande finestra, e accanto alla finestra una scala che porta ai piani inferiori. Margaret si affaccia alla finestra per guardare fuori.
L’albergo sorge su una spiaggia illuminata da un sole freddo e autunnale, una spiaggia frustata dalle acque gelide del mare. A pochi passi dal bagnasciuga, a un centinaio di metri dall’albergo, c’è un tavolino da the. Intorno al tavolino sono sedute quattro persone.
Margaret percorre la scala che porta ai piani inferiori, fino ad arrivare nella reception deserta. Esce dall’albergo direttamente sulla spiaggia.
Si avvicina al tavolino da the. Quando è a pochi metri dal bagnasciuga, riconosce quelle quattro persone.
Ci sono sua madre e suo fratello, entrambi con espressioni spaventate e tristi. Un po’ scostato da loro, a bordo del tavolo, c’è suo padre che singhiozza rumorosamente, disperato, la testa tra le mani.
La quarta persona è una donna sorridente, truccatissima, con un’incredibile massa di capelli cotonati sulla testa.
Ben arrivata, dice a Margaret, ora ci siete tutti.
Margaret guarda sua madre e suo fratello Pat, e capisce razionalmente quello che in cuor suo ha già capito.
Siamo morti, signora? chiede alla donna.
La signora sorride e dice: Piccola, nessuno muore veramente.
Siamo morti, signora? ripete Margaret.
La signora sorride di nuovo. Dice: Le vostre vecchie vite sono finite, sì. Questo è un luogo di passaggio. Vi è stato concesso un po’ di tempo per rivedervi e salutarvi, prima di tornare nel mondo della carne.
Tesoro, sussurra sua madre con vocetta tremante, Vieni qui.
Margaret non la ascolta. Sta fissando suo padre con gli occhi in fiamme.
MALEDETTO!, urla Margaret scagliandosi contro di lui, TI ODIO!, TI ODIO!
La donna la ferma, cingendola in un abbraccio gentile ma deciso. Ha un profumo fortissimo e dolciastro, come zenzero spalmato nel miele.
Piccolina, dice la donna, Non c’è motivo di provare rancore. Tuo padre sta soffrendo terribilmente per le conseguenze del suo gesto, ma solo perché è ancora legato alla sua precedente incarnazione. Tra poco tutto sarà dimenticato, e nessuno di voi dovrà soffrire per le azioni passate.
BASTARDO! continua a urlare Margaret, TI AMMAZZO! GIURO CHE TI AMMAZZO! TI ODIO!
L’oggetto del suo odio continua a singhiozzare disperato con la testa tra le mani. La donna, tenendo ben ferma la ragazzina, scuote la testa con aria corrucciata.
Be’, dice, visto questa persistenza di sentimenti negativi, credo che sia opportuno accelerare il passaggio.
Signora, dice poi, rivolgendosi alla madre, vuole andare lei per prima?
La madre di Margaret si alza. Fa qualche passo verso il mare, immerge i piedi nell’acqua gelata. Continua a camminare verso il largo, fino a trovarsi le onde all’altezza delle spalle.
Vedi?, dice la donna, sempre tenendo Margaret saldamente tra le mani, L’acqua cancellerà ogni ricordo di quello che è stato prima. L’anima conserva i ricordi, la memoria no. Quella che un tempo era tua madre rinascerà in qualche altra forma prima che sulla Terra sia mattina.
Margaret continua a lottare per liberarsi, guardando alternativamente la madre immersa nelle acque e il padre che singhiozza disperato. Alla fine chiede alla donna E se dovessimo incontrarci di nuovo, nel mondo della carne? Cosa succederebbe? 
Avvertireste una certa istintiva affinità, risponde la donna, le vostre anime si riconoscerebbero, ma nulla più. Non ricordereste nulla del tempo passato come madre e figlia.
Margaret guarda con odio il padre e pensa intensamente: Io voglio ricordare. Voglio vendicarmi. Per vendicarmi devo ricordare.
Poi torna a guardare la madre, ormai nel mare fino agli occhi.
Quando l’onda si richiude su di lei, sul pelo dell’acqua risuona una combinazione di note. Margaret capisce cos’è quella combinazione di note: è l’anima di sua madre, tutto quel che è stata in quella vita e nelle sue vite precedenti.
Dopo è la volta di Pat alzarsi dal tavolino, affrontare l’acqua fino a immergersi del tutto nelle onde. Quando scompare, una combinazione di note -differente da quella di sua madre- saluta il suo ritorno al mondo della carne.
Poco a poco, sempre singhiozzando, anche suo padre affronta il mare. Sotto lo sguardo carico d’odio di Margaret, che ascolta con attenzione quella sequenza di note. Do. Fa. Intervallo. Do. Intervallo. Sol.
Ora vai, piccolina, dice la donna, E buona fortuna.
Margaret affronta l’acqua di corsa, come per inseguire l’anima del padre nella sua discesa. L’acqua sale fino alle sue ginocchia, e poi fino ai suoi fianchi, e al suo piccolo seno, e sotto i suoi occhi. Nella sua mente è stampato il pensiero Io voglio ricordare!
Quando Margaret è completamente sotto l’acqua, capisce che qualcosa non sta funzionando. Non c’è nessuna musica, nessuna sequenza di note. Qualcosa non sta andando come dovrebbe. Per un attimo ha paura.
Cerca di tornare indietro per mettere la testa fuori e urlare qualcosa alla donna, ma il pelo dell’acqua si alza improvvisamente fino a toccare il cielo. Milioni di metri cubi d’acqua e un intero, nero oceano incombono su di lei.
Margaret terrorizzata guarda in basso, e di colpo viene investita da una cascata di luce. Il suo corpo è piccolissimo e indifeso, manipolato da mani enormi e sconosciute.
Ecco, pensa distintamente la creatura che è stata Margaret, sono nel mondo della carne, sono rinata come un neonato.
Non vede chiaramente ciò che la circonda. Sente delle voci, il pianto di un altro neonato. Una donna che dice Gemelli! e poi dice Un altro maschio! Un’altra che dice Datemelo in braccio. E un altro suono.
Delle note, una combinazione di note. Do. Fa. Intervallo. Sol. Intervallo. Sol.
Quando realizza di essere rinata come fratello gemello di quello che era stato suo padre, la creatura che è stata Margaret comincia a urlare di rabbia e odio e frustrazione. Il suo grido esce stridulo e indistinguibile attraverso la sua piccola bocca, man mano che quei pensieri all’inizio così lucidi e razionali si vaporizzano in un cervello troppo minuscolo per poterli contenere.
Rimarranno in fondo a quel cervello, a germogliare come semi. In attesa.

I due gemelli sono nati in Grecia, figli di una coppia di fanatici dei Beatles. In nome di questa maniacale passione, nonostante le proteste dei nonni tradizionalisti, sono stati battezzati Paul e John. Margaret ora si chiama John. Il suo gemello si chiama Paul.
I genitori dei piccoli Paul e John sono assolutamente intenzionati a mettere al mondo a breve anche Ringo e George, ma nel frattempo hanno iniziato a educare i figli alla religione beatlesiana fin dalla culla. Paul e John sembrano gradire la musica dei Beatles. Solo la celebre Yesterday provoca inaudite reazioni in John, che comincia a strillare come un’aquila fin dalle prime note.
I gemelli crescono a pochi passi da un promontorio a picco sul mare. Sono abituati a giocare a pallone a due passi dallo strapiombo senza che i genitori si preoccupino minimamente per la loro integrità. Il promontorio, da sempre, è parte integrante delle loro vite.
Un pomeriggio stanno giocando a pallone a pochi metri dall’abisso, come sempre, cercando di non far volare il pallone nel vuoto. Sono diventati abilissimi in questo.
Il sole è enorme e sfavillante dietro la roccia, la madre sta allattando il piccolo Ringo, da poco arrivato, il padre sta riparando il tetto, quando i semi germogliano nel cervello di John, ormai perfettamente formato. Guarda il fratello -che sta rincorrendo il pallone per non farlo cadere nel vuoto, ridendo fortissimo- e guardando il fratello sente un intenso dolore all’altezza del petto. Sente un’ondata di odio montare da dentro, e un grido di vendetta urlare in ogni cellula del suo corpo di bambino.
Paul ferma il pallone con l’esterno del piede, a un passo dal baratro. Pronto a rimetterlo in gioco, si gira con un sorriso trionfante verso il fratello.
E vede John corrergli incontro.
John spinge il fratello con tutta la forza delle sue piccole braccia. Poi punta i piedi, per interrompere l’inerzia della propria corsa.
Con un piccolo singulto sconcertato, Paul cerca di restare in equilibrio sul ciglio dell’abisso. Prima di arrendersi alla gravità, stringe le dita su qualcosa di solido. Nella fattispecie, il braccio destro di suo fratello.
John e Paul volano insieme nello strapiombo. I loro corpi vengono ingoiati dai cavalloni del mare, molti metri più sotto.

La creatura che ancora per poco chiameremo John si risveglia direttamente sulla spiaggia all’ombra dell’albergo. È seduto al tavolino da the sul bagnasciuga, ma di fronte non ha la signora sorridente e profumatissima del passaggio precedente. Stavolta c’è un uomo anziano e arcigno, silenzioso e accigliato come un vecchio maestro di scuola. Intimidito, John non osa rivolgergli la parola.
Beve il suo the, e si gira verso l’albergo. Suo fratello Paul è affacciato alla finestra di una camera, la mano che scosta una tendina, spaurito, gli occhi fissi sulla spiaggia. John distoglie lo sguardo.
Il sole sorge e tramonta, e il giorno diventa notte e la notte diventa giorno centinaia di volte, e l’uomo anziano continua a bere il suo the senza dire una parola. Un giorno John gira la testa verso l’albergo.
Suo fratello Paul non c’è più.
Alla millesima alba, l’uomo anziano finisce di bere il the. Fissa John, e fa un cenno con la testa in direzione del mare. John si alza, in silenzio, camminando verso l’acqua dubbioso. Deve dire al vecchio quello che è successo l’ultima volta? Deve dirgli che qualcosa non ha funzionato, che l’acqua non ha cancellato il ricordo della sua vita precedente? Deve dirgli che per vendicarsi ha ucciso suo fratello, finendo a sua volta per morire?
Si volta a guardare il vecchio, che lo fissa severo e impaziente. Così severo e impaziente che John si affretta a immergersi senza dire una sola parola.
Ancora una volta, quando le onde si richiudono su di lui, nessuna combinazione di note saluta il suo ritorno nel mondo della carne.
La creatura che si era chiamata Margaret e che si è chiamata John, lo sa, è condannata a ricordare ancora.

Vent’anni, a Bologna.
Un ragazzo sta uscendo dalla cerchia dei viali, in sella al suo motorino. Ha passato la serata in un cinema d’essai, da solo come sempre, e ora sta tornando a casa pronto a passare la notte sui libri. Ha un esame, di lì a pochi giorni, alla facoltà di filosofia che frequenta con grande profitto.
In questa incarnazione si chiama Nemo, ed è tutto tranne che una persona allegra. Ha in continuazione terribili incubi, fossati fangosi, teste esplose, pallottole nel petto, cadute. Soffre di vertigini, di dolori allo sterno, e non può sentire Yesterday senza avere attacchi di panico. E’ un ragazzo molto solo. 
Il motorino imbocca via san Donato, supera il ponte, gira a destra passando davanti al mercato. Nemo sta pensando all’Altro. Lo spirito affine. Colui che è stato suo padre e suo fratello. Colui che lo ha visto rinascere, dalla finestra di una stanza dell’albergo sulla spiaggia.
Cosa farà quando incontrerà l’Altro in questa vita?
In Irlanda è stato ucciso dall’Altro. In Grecia è stato lui a uccidere l’Altro. Morendo a sua volta, come spiacevole corollario.
Funziona così, la ruota del karma? Azione e reazione? La vittima diventa carnefice e poi il carnefice diventa vittima, vita dopo vita? Toccherà a lui morire per mano dell’Altro?
Nemo gira a destra alla rotonda, imboccando via Ristori.
Lui sa di avere un vantaggio. Lui ricorda. Lui sa tutto.
Immerso in queste profonde riflessioni, apparentemente poco adatte a un ventenne studente di filosofia belloccio e tenebroso, Nemo spinge il suo motorino sputacchiante fino all’incrocio tra via Ristori e via Duse. A sinistra dell’incrocio spuntano i fari di un’auto, obbligata a fermarsi allo stop. Nemo fa per superare l’incrocio, sempre immerso nei suoi pensieri.
Sente lo stridore della frenata. Vede i fari vicinissimi.
Poi si trova faccia sull’asfalto.
Confuso, cerca di tenere gli occhi aperti e di non perdere conoscenza. Il motorino grava con tutto il suo peso sulla sua cassa toracica.
L’auto non ha rispettato lo stop.
Lo ha investito, scaraventandolo dall’altro lato dell’incrocio. Il conducente ha aperto lo sportello, e ora sta correndo verso di lui per soccorrerlo.
Nemo sente due cose prima di perdere conoscenza. La voce di una ragazza che strilla isterica “Oddio mi dispiace non ho visto lo stop, non ho visto lo stop, oddio, mi dispiace”. E una combinazione di note.
Do. Fa. Intervallo.
Sol. Intervallo. Sol.
Un attimo prima di scivolare nel buio, Nemo riesce a scorgere la ragazza più bella che abbia mai visto.

Si sveglia in un letto d’ospedale, bendato, immobile e incapace di parlare. L’Altro è accanto a lui, nelle sembianze della ragazza. Lo ha vegliato giorno e notte, divorata dal senso di colpa e da qualcosa di primordiale ed intenso, un legame, un’attrazione alla quale non sa dare un nome. Parlando dolcemente, spiega a Nemo che tutto è andato bene, che nel giro di poche settimane riprenderà a parlare e a camminare. Gli promette che starà accanto a lui per tutto il tempo necessario a guarire e anche dopo, per la riabilitazione. I suoi occhi giganteschi sembrano voler aggiungere E anche dopo, per sempre, se vorrai. È innamorata dell’uomo che ha investito, innamorata fin dal primo istante, senza sapere perché.
Nemo, che conosce benissimo il perché di tutte le cose, sospira.
Sono già innamorati senza speranza, e uno dei due è destinato a uccidere l’altro... 

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Gianluca Morozzi, Prima puntata di un film immaginario, "Griseldaonline", n. VIII (2008-2009).

 

 

 

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