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Data di pubblicazione
23 gennaio 2009

     

Grazia Verasani
L'innocenza del talento

Lo spettatore vede, il lettore immagina. L’arte è libera interpretazione di chi la crea e di chi la fruisce. Cambiano solo i mezzi espressivi con cui l’artista “arrangia” il suo punto di vista sulla realtà. Fatta questa premessa, e amando sia il cinema sia la letteratura, confesso che il talento mi commuove, in qualunque settore artistico si esprima, ma che ho smesso da tempo di illudermi che rappresenti – come dovrebbe – una zona protetta. In questi anni, ho visto troppi giovani e meno giovani talenti messi al palo perché dissonanti con le committenze del mercato. Il talento isolato, “non raccomandato”, rischia di esaurirsi o di snaturarsi, se non è sostenuto da una caparbietà missionaria. La pavidità dei compromessi, si sa, offre spesso più chance di riuscita. Inoltre, c’è questo vizio di preferire ciò che è rassicurante a ciò che è scomodo, imbrigliando la libertà d’espressione con circonvenzioni televisive, senza osare il diverso, senza infrangere regole. Il lamento, per altro concreto, dei magri finanziamenti alla cultura, rischia di essere l’alibi di una politica che ha cose più importanti a cui pensare, e lo stallo persistente di una mediocrità autoriale dove solo a pochi, e quasi mai ai più meritevoli, viene concesso il lusso di fare dell’arte una professione.

Ho conosciuto giovani registi realizzare un bel primo film, anche di successo, senza per questo vedersi assicurata la possibilità di girarne un secondo. Ne ho visti altri arrendersi a ripieghi conformistici per poter iniziare un percorso, annullando la grande risorsa giovanile del dissenso. Ma l’aspetto che trovo più preoccupante è che questi ragazzi hanno nel dna la consapevolezza di non potere far nulla senza un imprevisto colpo di fortuna o senza il favore di qualche personaggio importante. Un senso di impotenza e di resa di fronte a un mondo che sembra sempre più inaccessibile a chi può, o a chi vuole, contare solo sulle proprie capacità.

Per tutte queste ragioni, il film che vorrei vedere è quello che nasce spontaneamente dal gioco di squadra di un gruppo di giovani alleati al servizio di una bella idea, che se ne fregano se il coraggio è eroico, di questi tempi, e se c’è sempre qualche grillo parlante che ti inchioda al senso di ridicolo dei mulini a vento o alla guerra dei nervi di una precarietà che comprende tutti i campi artistici. Il film di chi va dritto per la propria strada, partendo dal basso, rimboccandosi le maniche senza cedere al rimpianto prima che al sogno, allargando e occupando gli spazi che sembrano impossibili o inesistenti, facendosi strada, passo dopo passo, a suon di umiltà, realismo e genuina passione per ottenere qualche risultato. Il film di una partenza, ecco. La fede nel proprio istinto. La coralità degli intenti. La sensibilità verso le piccole grandi storie. La solidità di una sceneggiatura ben scritta. La capacità di unire le forze e di rispettare i ruoli.

C’è un’innocenza del talento che va salvaguardata. C’è un dolore e c’è un entusiasmo che è un delitto frenare o corrompere. Il film che vorrei vedere nasce dalla commistione di due temerarietà: quella di chi ha un’idea e quella di chi la produce, fuori dagli ammiccamenti, dalle mode, dall’ossessione dei botteghini, dalle sabbie mobili dei format televisivi, fuori da intrallazzi e nepotismi, incalzando una politica nuova: quella di una trasparente e esperta selezione dei progetti. Un film che non ha paura di non piacere a tutti. Un film che ci racconti che il mondo può essere cambiato in qualunque momento…

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Grazia Verasani, L'innocenza del talento, "Griseldaonline", n. VIII (2008-2009).

 

 

 

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