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Francesca Ricci
LAltro in poesia: appunti su Mario
Luzi
In un testo che nasce con
intenzioni estetiche la presenza di un tu
è sempre presupposta dal fatto che il
messaggio, in quanto pubblico, si rivolge
a un qualcuno esterno allorizzonte
creativo dellautore. È quello che
Bachtin
nomina l«anima dellascoltatore»,
lo «sfondo appercettivo» verso cui si orientano
tutte le enunciazioni; nellottica
di Gadamer, linterlocutore trascendentale
che esprime «luniversale funzione
semantica del discorso» [1] . Ma cosa accade quando la seconda persona
entra dentro la scrittura, quando ne diventa
uno degli elementi costruttivi? Un primo
spunto di riflessione viene dai Problemi
di linguistica generale di Benveniste.
Nella prospettiva del linguista è chiara
la reciproca implicazione dei pronomi di
prima e di seconda persona: il tu
è necessario perché lio possa
riconoscersi; vale a dire, il sé
non si dà, nel linguaggio, al di fuori di
un rapporto contrastivo con laltro
da sé, e viceversa. Scrive Benveniste:
«La polarità delle persone, è questa la
condizione fondamentale nel linguaggio» [2] . A conclusioni affini, ma da una specola filosofica,
perviene la riflessione di Levinas
sul problema del rapporto fra il Tempo (il
tempo umano, lo spazio dellesistenza
individuale) e lAltro (inteso come
alterità, in ogni sua dimensione, immanente
e trascendente). Dal momento che ciascuno
vive incatenato al proprio io, quasi
come a un doppio «vischioso», non cè
libertà possibile, cioè non cè salvezza
possibile al di fuori dello spazio in cui
lio si rigenera nel contatto con lAltro.
Solo la relazione con lAltro permette
di sospendere, temporaneamente, quel circuito
dellidentico in cui si risolve la
vita individuale. In questo senso, a un
ritorno solipsistico, dellio su se
stesso, si contrappone una diversa specie
di ritorno, che avviene invece per mediazione
dellAltro, e si caratterizza allora
non come prigionia e invischiamento ma come
ricongiungimento con il paese natale, rientro
in patria, dove lio può ritrovarsi
ma anche riscoprire la propria comunione
empatica con il mondo. Aggiungiamo ancora
un elemento di riflessione. Se è vero che
nel discorso esistenziale, come
in quello linguistico, il tu è una
vitale compensazione allangoscia della
prigionia e dellisolamento del sé,
è anche vero che nel discorso letterario,
e soprattutto in quello lirico, esso funziona
anche come tratto significante della ricerca
poetica. Nelle sue osservazioni su Celan,
Gadamer rileva che il desiderio dellaltro,
concretizzato nel tu polivalente,
esprime il desiderio, etico prima che artistico,
di imbattersi nella «parola vera» [3] , diventa cioè la proiezione formale di
una ricerca di oltranza. Si pensi allimportanza
del motivo dellattesa epifanica in
tanta poesia del Novecento: folgorazioni
memoriali e affondi conoscitivi, che dischiudono
«alti Eldoradi»
[4] , al di là della «frontiera dombra» [5] che racchiude la contingenza. Il tu,
quando non sia il tu introflesso
della meditazione infrapersonale e al di
là delle sue valenze più puntuali (che variano
come è ovvio da testo a testo), sottrae
dunque la voce lirica al solipsismo e al
monismo della parola solitaria, pronunciata
in «terra desolata», per farsi
giardino dincontro e affermare una
«fede feroce nella poesia» e nelle sue possibilità
di significazione e di comunicazione
[6] .
Nella poesia di Luzi la costante
tensione del discorso poetico verso un principio
di alterità si concentra, è ben noto, sullelemento
femminile: una presenza ininterrotta che
funziona quale «vero e proprio complemento»
della voce lirica [7] . Listituzionalizzazione del modulo
dialogico [8] , realizzata nei testi più
tardi di Avvento notturno (1940)
e approfondita nel «nuovo intimismo colloquiale»
di Un brindisi (1946), è inoltre
il segno dellavvenuto superamento
dellastrattismo ermetico della prima
maniera
[9] . La conquista di uno spazio dialogico
corrispondeva cioè, nei primi anni Quaranta,
allurgenza di riconquistare alla poesia
lo spazio del reale, con una rinnovata volontà
di presa poetica sulle cose:
Questa alterità è molto
precisa: è un amore non so se reale o
no. Era un desiderio di uscire dalla soggettività
oppressiva ed oppressa dalle circostanze
e riconquistare uno spazio, che questo
slancio amoroso favoriva
[10] .
In Bimbo,
parco, gridi, composta nel 45
e ora raccolta fra le Poesie sparse,
è presente ad esempio il motivo della lotta
tra la voce femminile e la tentazione nichilistica
da cui la prima sottrae e protegge il poeta,
riportandolo allo spazio del presente, dellattesa
e della fiducia, esistenziale e poetica:
«la parola indicibile sussiste». Nella ricerca
del colloquio con lAltro, oppure nella
percezione della sua labilità, del «nulla»,
viene così a convergere la spinta verso
il superamento di una condizione storica
e poetica insieme, e il tu diventa
la garanzia formale, oltre che tematica,
di quel fondamentale passaggio. Un altro
esempio di può leggere in una lirica composta
nel 1950 e pubblicata in Primizie del
deserto (1952), con il titolo Nella
casa di N. compagna dinfanzia.
In evidenza è qui lantitesi fra lelemento
naturale e il soggetto lirico, rimarcata
dal parallelismo strutturale: vento
e io aprono rispettivamente
la prima e la seconda strofe, ma alla sonorità
luttuosa e sinistra e al dinamismo distruttivo
del vento («geme, sibila, fugge, lacera,
incalza, rapisce») fa da contrasto la quiete
contemplativa e insieme attiva dellio:
fermo ma in attesa. Quello che preme sottolineare
è come lidentità dellio si definisca
questa volta tramite un rispecchiamento
mancato. Al «qui» dell«io» non corrisponde
infatti un luogo altrettanto definito del
«tu», ma un suo non-luogo: «Tu dove sei?»
Lo specchio simbolico è vuoto: è dissolta
non solo la presenza ma anche la traccia
del tu desiderato, rapito «nella
briga» del tempo come i resti festosi del
Carnevale sono rapiti dall«aspro vento
di quaresima» (connotato come vento infernale,
si noti, per suggestioni
lessicali di limpida ascendenza dantesca).
Lo sguardo non può quindi che constatare
il vuoto che si riverbera sul «qui» del
poeta, che diventa «furia» e deserto, vita
scarsa e incolore. Siamo nel 1950: per lItalia
sono gli anni duri del deserto e della ricostruzione,
della «povertà grigia» del dopoguerra; per
Luzi quelli di un acuto disagio personale,
di un senso di solitudine che in parte si
spiega con la difficoltà di integrarsi nel
nuovo contesto culturale. Nel 47 scrive
infatti a Spagnoletti: «sono caduto in una
pericolosa depressione psichica. Mi sento
completamente estraneo a questo nostro famoso
milieu italiano, che daltra parte,
come vedi, mi tiene a distanza» [11] . La terra è dunque ancora una «terra
desolata»: sui toni luminosi prevalgono
quelli scuri della malinconia, del suo «sole
nero», che trova il suo corrispettivo nel
contatto mancato con lAltro. Ma allo
stesso tempo lio ha ritrovato la sua
appartenenza al «fondo della casa», luogo
non solo geografico ma forse soprattutto
luogo archetipico che indica un tentato
riavvicinamento alla Madre. La «casa» infatti
è quella dei parenti di Samprugnano, paese
maremmano originario dei genitori di Luzi
(che vi trascorse ogni estate fino al 40),
e il tu che manca allappello
è Nella Papini, cugina per via materna a
cui il poeta fu sempre molto legato. Da
quel «fondo» domestico, che tra qualche
anno diventerà il «fondo delle campagne»
(la raccolta nata dal lutto per la perdita
della madre) e che ora si caratterizza come
un luogo contemplativo da cui si può solo
contemplare un vuoto, un non-luogo, si possono
perciò attendere le «primizie»,
«il rifiorire stralunato e spaesato della
vita [
] nella cenere del deserto».
A mano a mano che nella riflessione
estetica di Luzi acquista preminenza lidea
della «naturalezza» della poesia,
intesa non come voce individuale ma come
voce dellumano in quanto tale, e si
consolidano di riflesso le istanze realistiche,
il colloquio esclusivo con il tu
tende però sempre più a funzionare da principio
divaricatore dellio, a introflettersi
per assumere, più che in passato, i tratti
della specularità, diventando la traduzione,
sul piano espressivo, di un dibattito interno,
di una ricerca di oltranza che vuole condurre
alla conquista di un senso unitario, a una
sintesi ricercata non al di fuori, ma dentro
lumano e a partire dalle sue contraddizioni.
Se per un verso la sicurezza cognitiva dellio
tende quindi a ridursi e lunità della
coscienza si sfalda, sfrangiandosi in una
molteplicità di voci a continuo confronto,
per laltro si accresce il margine
dellalterità, sintomo di una visione
del mondo sempre in fieri,
sempre aperta allipotesi, o meglio
alla domanda, di un religioso «non ancora»
[12] . E sempre più si afferma, di conseguenza,
il ricorso al modulo dellinterrogativa,
laddove principale interlocutore non è più
la donna, intermediario presente-assente,
ma il Tu cristico, direttamente chiamato
a rendere ragione da un lato delle perdite
e dei lutti della storia, ma anche a testimoniare,
dallaltro, lattesa della «parusia»,
di un avvento liberatorio definitivo. Nella
poesia Il
fiume, scritta nel 71, la
domanda è la stessa che veniva formulata
nellaltra lirica: «Tu dove sei?»,
ma il tu invocato, dai contorni indefiniti,
è ora una metafisica «voce di perenne alterità»
[13] , che se da una parte apre un varco
alla verticalità del discorso, spezzando
il circolo immanente della meditazione infra-
e interpersonale, dallaltro risponde
allurgenza di ampliare le possibilità
conoscitive della poesia, di allargarne
il campo dazione. Parlando della raccolta
a cui Il fiume appartiene, Su
fondamenti invisibili, Luzi sottolinea
infatti che essa «è una dilatazione del
discorso, della conoscenza immediata, attuale,
orizzontale, sociologica del reale, a una
totalità potenziale dove tutte le mie ragioni,
non solo di presenza illic et immediate,
ma in senso anche trascendentale, metafisico,
siano in causa.» [14] Ancora una volta, il confronto dialettico
con lAltro, la ricerca di unapertura
si scopre come il tramite privilegiato per
un diverso rapporto fra scrittura poetica
e realtà.
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