Edoardo Sanguineti
«Io è
un altro», uno slogan per la lotta
al narcisismo
Intervista
di Riccardo Bonavita
D: Ora potremmo
evocare, per introdurre la seconda parte
del nostro percorso (per la prima
clicca
qui), dedicata alle figure dell'alterità,
un celebre "motto" di Jean-Paul Sartre.
Nel finale di "Huis clos" (A porte
chiuse), che è un dramma ambientato
in un inferno tutto mentale, il protagonista
grida: «L'enfer, c'est les autres!»
(L'inferno sono gli altri!). Lei sottoscriverebbe
questo paradosso esistenzialista?
R: No, in
sostanza no. È una frase molto
suggestiva e non a caso è diventata
celebre, ma si potrebbe sostituire con
la frase «l'inferno siamo noi».
Voglio dire che il rischio è che
poi la sua interpretazione, magari
decontestualizzata, come succede per tutte
le frasi celebri, diventi una specie di
via di fuga di fronte alle responsabilità
e alle condizioni reali del mondo, facendo
credere che sia il rapporto con gli altri
che crea problemi, mentre l'io sarebbe
in qualche modo suscettibile di salvezza,
nella sua integrità o nel suo isolamento,
o cose simili. Quindi no, io credo che
si potrebbe rispondere che l'inferno siamo
noi, nel senso in cui non rispondiamo
adeguatamente a delle possibilità
e a delle esigenze, a degli imperativi,
che possiamo porre a noi stessi.
D: Uno spettro
si aggira nei salotti buoni dell'Occidente,
sia quelli giornalistici che quelli
dell'immaginario di massa: il fondamentalismo.
Che, in quanto assolutamente inaccettabile
e incomprensibile, rappresenta una delle
figure più forti dell'alterità
assoluta, in particolare quando è
incarnata da un personaggio come Osama
Bin Laden, che è diventato quasi
più un mito mediatico che una persona
reale. Ma il fondamentalismo, in questo
Occidente dei Bush e delle Oriana
Fallaci, dei Bossi e dei Le Pen, è
davvero "altro", totalmente "altro"?
R: Ecco, qui
è il caso di pensare a «l'inferno
sono gli altri!». Siamo tutti più
o meno, («tutti» è
un pò eccessivo) siamo tutti in
qualche modo dei "fondamentalisti", che
accusano gli altri di esserlo. Ognuno
di noi ha delle tavole dei valori che
considera universali e perenni e accusa
gli altri di essere al di fuori della
retta via e delle posizioni coerenti,
rigorose, che occorrerebbe assumere. Io
penso che potenzialmente si debba avere
un'idea universale di democrazia. Vedo
nello sviluppo della globalizzazione,
accanto agli orrori che comporta naturalmente
lo sviluppo capitalistico, anche una base
necessaria per sviluppare davvero un discorso
«genericamente umano». Questo
è un compito che viene però
sabotato da queste realizzazioni stesse,
nel senso che ora domina una forma peculiare
di integralismo: l'integralismo della
democrazia borghese capitalistica, fondata
sullo sfruttamento del lavoro, e sulla
proprietà privata dei mezzi di
produzione, che sta sviluppando in questa
direzione non universale né umana
tutte le sue possibilità tecnologiche,
in una nuova organizzazione multinazionale.
A cui si reagisce protestando con i movimenti
«No-logo» e «No-global»
e via dicendo, che sono il germe poi di
una protesta che è auspicabile
superi certe nostalgie spesso regressive
verso un mondo pre-globalizzazione e davvero
si sforzi di procedere oltre, al di là
della globalizzazione capitalista.
A quel punto nasce anche
la critica del nostro integralismo, voglio
dire di quello che viene praticato effettivamente
a casa nostra. Al momento attuale certo
si presenta un conflitto molto drammatico
tra -appunto- un'effettiva egemonia borghese
e un'egemonia potenziale che si va manifestando
nel cosiddetto fondamentalismo islamico.
Devo dire che nel fondamentalismo
islamico io sento il rischio, molto, molto
forte, del fascino pericoloso che può
esercitare un atteggiamento terribilmente
nostalgico nei confronti di un mondo anteriore
-appunto- alla globalizzazione, un mondo
strutturato religiosamente, con dei valori
ben definiti. I valori laici sono certamente
più plastici, perché permettono
-almeno potenzialmente- un dialogo più
effettivo, ed anche una dialettica più
concreta, dato che il capitalismo -come
diceva Marx- produce il proletariato,
cioè il suo antagonista, il soggetto
potenziale della sua completa trasformazione
o del suo superamento. Marx infatti polemizzò
contro quegli aristocratici "regressivi"
che avevano altre posizioni, anche di
tipo socialista, e che «ce l'hanno
con la borghesia» -diceva- «ma
solo perchè produce comunismo».
Così diceva Marx, sostenendo quindi
che nello sviluppo borghese è implicito
contemporaneamente un elemento di contraddizione
interna molto forte. Nell'Islam, nella
cultura e nella società islamica
nel suo complesso, questo processo generatore
di contraddizioni è molto più
debole. Sono gli ultimi religiosi, noi
siamo certamente più laici. C'è
qualcosa di arcaico. Ieri è apparsa
una notizia -sto parlando dell'11 giugno
del 2002- su tutte le reti televisive,
su di un ordigno atomico abbastanza primitivo
che comunque, per quello che si dice e
si sa (e posto che sia vero) era in via
di preparazione a Chicago, per opera di
un cittadino americano convertito all'Islam.
Evidentemente anche all'interno dell'America
stessa ci sono degli integralisti che
si convertono alla versione fondamentalista
dell'Islam perché affascinati da
un mondo compatto, compatto nelle sue
nostalgie e nel suo arcaismo. Bene o male
noi siamo riusciti, seppure a prezzo di
mille confusioni e ritardi (è un
problema che non si è mica risolto
una volta per sempre -e del resto non
esistono problemi risolti una volta per
sempre) a riconoscere che altro è
un diritto religioso, altra cosa è
un diritto giuridico o della società
in generale; nel fondamentalismo islamico,
invece, la congiunzione è pressoché
perfetta.
Molte delle critiche che
gli vengono rivolte sono però assolutamente
"Fallaci", è proprio il caso di
dirlo. Penso a una questione molto banale:
noi evidentemente proviamo orrore per
istituzioni arcaiche come la lapidazione,
il taglio della mano e via dicendo, però
l'Impero del mondo pratica tranquillamente,
tra i tanti suoi orrori, la sedia
elettrica e altre forme di esecuzione
capitale. A noi pare che sia imperdonabile
che uno sia lapidato, mentre, se viene
ucciso con la corrente elettrica... oserei
dire che sono orrende questioni di gusti!
Tuttavia occorre pure riconoscere
che è molto difficile superare
un imperativo religioso, mentre si può
arrivare più facilmente a farlo
per via laica, dicendo «combattiamo
contro la pena di morte in assoluto»;
se questa invece è prevista dalla
tradizione religiosa come un dovere fondamentale,
effettivamente opporvisi diventa molto
più difficile. Insomma, in certe
posizioni islamiche c'è una dimensione
arcaica, che si trova molto spesso nelle
rivendicazioni di autonomia di popoli
emarginati, che hanno ragione di combattere
contro sfruttamento e colonialismo, ma
spesso nel farlo si ripiegano sopra le
loro tradizioni, comprese quelle religiose.
È quello che, per esempio, mi lasciava
molto perplesso nelle rivendicazioni del
Chiapas, in cui si ripropongono forme
arcaiche di comunismo, o degli indiani
d'America che pretendono sia rispettata
la sacralità di una data montagna.
So benissimo che si fanno cose altrettanto
terribili per mantenere Gerusalemme o
Betlemme come luoghi sacri, però
nella moderna cultura occidentale forse
siamo più vicini, malgrado tutto,
a dire che altro è quello che interessa
alla Chiesa cattolica o alla comunità
dei religiosi ebraici o altro è
quello a cui noi possiamo guardare su
un terreno propriamente politico -purché
non vincano gli integralismi nostri. Certo
poi tutti i popoli si credono l'ombelico
del mondo, e questo è difficilissimo
da superare…
D: Una figura
dell'altro nell'Europa di oggi è
anche l'immigrato. Molto evanescente nella
sua realtà sociologica -ci sono
immigrati di ogni tipo - e contemporaneamente
fissato in forti stereotipi nei media
e nell'immaginario. Secondo lei questa
alterità può rappresentare
una risorsa per la scrittura?
R: Mah, su
questo ho dei dubbi. Certamente il rimescolarsi
delle culture e delle lingue ormai è
un fenomeno di grandissima portata e credo
che, per quante chiusure si possano proporre,
non si potrà comunque cancellare.
Non è più possibile tornare
indietro rispetto a certi fenomeni, che
però, più che sulla scrittura,
agiscono sul costume e sulla lingua. Quello
che comunque -mi sembra- rimane assolutamente
tipico della globalizzazione è
il fatto che globalizzazione vuol dire
soprattutto occidentalizzazione. E vuol
dire occidentalizzazione perchè
vuol dire egemonia della borghesia, del
capitalismo, etc. Il dominio dell'Occidente
è connesso, come mi piace dire,
alla "invenzione" della borghesia. Cioè:
che cosa è mancato all'Islam per
mantenere i suoi domini in età
contemporanea? Una borghesia. Per fare
un esempio: perché è più
arcaico e debole l'integralismo islamico,
nella sua possibilità di sviluppo
storico? Perchè è pre-borghese.
Basta aprire la televisione e vedere tutti
i popoli della terra che si confrontano
nel gioco del calcio, chiedersi cosa è
oggi uno stadio, e considerare la mitologia
che ormai ha pressoché invaso il
mondo, per cui i cinesi o i giapponesi
sono affannati a tifare quanto gli americani,
tutte culture che erano fondamentalmente
estranee alla tradizione del calcio. Insomma
i principali fenomeni della cultura di
massa occidentale diventano globalizzati.
In questo contesto, certo, noi possiamo
divertirci a gustare certe coloriture
etniche nella moda, nel modo di mangiare,
in certi elementi anche di linguaggio
che vengono assorbiti. Tutto questo però
mantiene la tradizione di un'egemonia
che prende quello che le serve e respinge
tutto quello che non è compatibile.
Basta pensare a una politica come quella
dei MacDonald's che è proverbiale
come forma di planetarizzazione del costume:
dopo la spinta, economicamente urgente,
tesa a imporre uno standard unificato,
adesso si punta molto sulla localizzazione
dei gusti, gestiti comunque all'interno
di un'egemonia globale. Sono insomma delle
avvedute concessioni, che permettono però
di mantenere fortemente stabili dei metodi
omogenei di produzione e consumo dei cibi,
e un'idea di cosa vuol dire mangiare insieme
che rispondono in tutto e per tutto al
modello occidentale. Che poi si possa
prendere qualcosa.... Gli occidentali
hanno sempre preso tutto quello
che serviva loro, basta pensare a tutto
quello che era arrivato in età
moderna dall'America come cibo esotico
(la patata, il mais, il pomodoro etc.)
e che è diventato per noi un alimento
assolutamente fondamentale; ma questo
non vuol dire che noi siamo rimasti davvero
influenzati dal mondo culturale che si
trovava oltreoceano: noi abbiamo solo
depredato gli altri di quello che ci serviva
e ne abbiamo fatto altre cose.
D: Vorrei
concludere con una domanda letteraria
"pura"- se mai è possibile concepire
una domanda letteraria davvero "pura".
«Io è un altro» è
un ossimoro che condensa in sé
una delle principali rivelazioni della
modernità letteraria. Le vorrei
chiedere di interpretare o commentare
la celebre frase di Rimbaud in un'epoca,
quella contemporanea, in cui si parla
di postmoderno, di fine della modernità
o, con una formula forse più felice,
di crisi della modernità.
R: Io l'ho
sempre letta in una maniera che può
essere arbitraria e non ha nessuna intenzione
filologica. Anche qui la frase celebre
diventa un "reperto" che poi assume una
sua autonomia; del resto, Rimbaud doveva
conoscere la stessa proposizione elaborata
da Gérard de Nerval… Ma
la sua affermazione per me assume un significato
ulteriore: designa la capacità
di non sentirsi proprietari del proprio
io. Il modello borghese di soggetto è
un modello fondato sulla proprietà
privata: questa cosa è mia, io
sono mio. Questo atteggiamento, con ogni
evidenza, rappresenta un progresso sul
piano storico rispetto a un io che non
era in grado di sentire la propria autonomia.
Io mi vanto molto di aver scritto
una poesia che è l'apologia della
carta d'identità, un documento
che, certo, immette all'interno di un
controllo sociale ma rappresenta un fenomeno
di progresso di fronte alla esistenza
labile che prima potevano avere i soggetti:
è vivo? È morto? Quando
è nato? Oggi possiamo essere angosciati
di fronte all'ipercontrollo e infatti
nasce la reazione di chi pretende il diritto
alla privacy e via dicendo, mentre
in un prossimo futuro saremo pieni di
impronte digitali obbligatorie,
probabilmente, per tutti e per sempre,
però in germe nella carta d'identità
c'è la conquista di un io libero,
autonomo, insomma, come si dice, del soggetto.
Un progresso ulteriore rispetto a questa
conquista è l'idea di espropriare,
da questa religio possessiva che
ha svolto il suo ruolo storico, l'idea
dell'io. «L'io è un altro»:
cioè è un soggetto che può
guardarsi, vivendo -come a me piace dire-
in terza persona, non pensandosi appunto
come il centro dell'universo, radice chiusa
all'interno di se stessa, ma piuttosto
come un vivente che assiste alla propria
storia, la elabora, la progetta senza
avere una sostanza determinata, come un
luogo di esperienze dove l'io sperimenta
se stesso molto più che possedersi.
Insomma, l'io deteriormente proprietario
è tutto appoggiato sulla
frase: «lei non sa chi sono io,
ma con chi crede di parlare». Che
è come dire: «ma sa quanti
soldi ho io, sa quanto sono in una posizione
di privilegio», in ultima istanza
è una manifestazione del privilegio
di classe, dell'appartenenza ad un mondo
naturalmente molto contagioso che crea
un modello che poi tende a generalizzarsi.
Per molta parte, ripeto, questa forma
di soggettività ha un momento progressivo,
di rivendicazione del sé, ma mi
pare che ora l'interesse stia appunto
nel superarlo, e nel pensarsi come uno
dei tanti che sono al mondo, cercando
di gettare sopra se stessi uno sguardo
che venga dal di fuori. Senza abbandonarsi
a quella sorta di implosione della soggettività
che invece mi pare anche molto frequente
-non a caso negli ultimi decenni la sociologia,
particolarmente americana, che naturalmente
è più sensibile a certi
problemi che si vengono manifestando,
parlava del narcisismo come del male della
nostra epoca. Dire «Io è
un altro» è un modo di progettare
una lotta antinarcisistica.
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