Pagina
stampabile |
|
|
 |
|
|
|
Federica Zullo
L'Impero
e l'Altro.
Contaminazioni e paranoia in alcuni racconti
di Rudyard Kipling
Kipling e il colonialismo
In un saggio contenuto
nella raccolta Patrie Immaginarie,
Salman Rushdie dichiara apertamente che
nessuno scrittore occidentale ha mai conosciuto
l'India al pari di Rudyard Kipling ed
è proprio questa particolare conoscenza
dei luoghi e dei dettagli che innalza
i racconti dello scrittore anglo-indiano
ad un innegabile valore artistico. Ciò
che Kipling descrive con competenza e
passione, a partire dagli anni Ottanta
del XIX secolo, è la realtà del colonialismo
britannico in India, la macchina apparentemente
infallibile dell'Impero, di cui egli stesso
è componente attiva.
Una personalità in
conflitto con se stessa
Kipling appartiene
alla comunità degli inglesi trapiantati
nelle colonie, trascorre la prima infanzia
in India e viene mandato a studiare in
Inghilterra all'età di otto anni. Il periodo
inglese è definito, dallo scrittore stesso,
di oscurità e dolore, vive lontano dalla
famiglia, dal caldo e dall'ambiente esotico
a cui si era affezionato dalla nascita.
Il ritorno nel subcontinente, nel 1882,
lo porta a lavorare come giornalista a
Lahore, presso la Civil & Military
Gazette; un incarico del genere gli
permette di esplorare la realtà che lo
circonda, gli avvenimenti mondani, i fatti
di cronaca, le feste e le sommosse indigene,
l'amministrazione imperiale al pieno delle
sue funzioni. La posizione del giornalista
è decisamente atipica rispetto alle più
diffuse figure di ufficiali, soldati e
amministratori che componevano l'apparato
burocratico e militare dell'Impero. Si
tratta, infatti, di un ulteriore elemento
che colloca lo scrittore in una posizione
intermedia, al di qua e al di là di un
confine, a contatto e, allo stesso tempo
distante, da un'alterità connotata di
mistero e preoccupazione. A questo proposito,
Salman Rushdie, nello stesso saggio, riconosce
come l'influenza dell'India su Kipling
abbia contribuito al formarsi di una personalità
in conflitto con sé stessa, essendo egli
in parte "ragazzino dei bazaar, in parte
"sahib"[1].
"Testualità" della
colonizzazione
L'era vittoriana
di espansione dell'Impero doveva essere
sostenuta da un corpus di scritti, documenti,
atti legislativi, istituzioni scolastiche,
missioni e opere di cristianizzazione
che potessero giustificare, legittimare
l'impresa coloniale e la relativa sottomissione
delle popolazioni indigene. La "testualità"[2] ricopriva un ruolo
fondamentale nella costruzione di un'impresa
necessaria e civilizzatrice quale la colonizzazione
britannica nel subcontinente. L'influenza
del socialdarwinismo, i vantaggi economici
del dominio, la paura di perdere i territori
conquistati e le tensioni che questo poteva
comportare, hanno portato ad una graduale
degenerazione dei rapporti fra colonizzatori
e colonizzati, di cui Kipling è portavoce
straordinario e diretto testimone.
I racconti di
Kipling sull'altro
La scelta
di analizzare i primi racconti, scritti
fra il 1884 e il 1891, agli albori della
carriera letteraria del giornalista di
Lahore, trova giustificazione nella scoperta
di interessanti spunti che conducono ad
una riflessione sulla questione delle
tipologie di rapporti con l'Altro. Si
è proceduto alla scelta di quelle storie
che evidenziano con chiarezza almeno due
fra gli atteggiamenti possibili che vengono
ad instaurarsi fra il potere dominante
e coloro che si trovano ad esserne vittime:
senso di paranoia da luogo alieno e orrore
del contagio[3].
I racconti in questione
contengono senza dubbio elementi del sovrannaturale
e del fantastico, ma non di rado Kipling
è stato ignorato dai cultori di questo
genere letterario, se non per le opere
favolistiche e allegoriche per ragazzi
come i due Libri della Giungla.
Kipling è comunque vissuto fra il 1865
e il 1936, periodo considerato il momento
d'oro della ghost-story, con rappresentanti
che vanno dai racconti fantastico-psicologici
di Henry James a Conan Doyle, Rider Haggard
e il fantastico esotico misto a racconto
d'avventura di Bret Harte. Le influenze
di questi scrittori sono presenti nei
fantasmi e nei deliri delle storie del
primo Kipling, come oscuro riflesso
delle distorsioni dell'ideologia tardo
vittoriana e delle contraddizioni insite
nella politica imperialista. L'uso del
fantastico permette allo scrittore di
rendere paradossalmente più credibili
e "reali" le situazioni che si vogliono
raccontare, in quel particolare ambiente
e in quel preciso momento storico. Il
reale è espresso grazie all'elemento del
perturbante, perché questo sembra costituire
il mezzo più adatto per dipingere le conseguenze
dell'incontro fra inglesi e indiani. Cyrill
Falls, uno dei primi critici ad aver dedicato
un volume intero allo scrittore, ha espresso
un chiaro giudizio sul rapporto speciale
fra Kipling, il fantastico e il reale
e la sua affermazione introduce efficacemente
i racconti che si vorranno esaminare:
"Il signor Kipling ha scritto racconti
di magia in cui l'orrore non c'entra,
così come ha scritto racconti dell'orrore
da cui resta fuori il sovrannaturale (.…).
Molti di questi racconti sono narrati
con una convinzione tale da obbligarci
a credere che l'autore pensi davvero che
il sovrannaturale interferisca con il
destino degli uomini"[4].
Il fardello dell'uomo
bianco
I territori dell'Impero
sono decisamente lontani rispetto al mondo
borghese della madrepatria e Kipling sa
bene che la scrittura dalla periferia
deve adattarsi a nuove forme, ad argomenti
che esulano da quelli classici della narrativa
vittoriana, quali la proprietà privata
e l'unione matrimoniale, per passare,
come afferma Silvia
Albertazzi "al mondo tutto maschile
dove trionfano il coraggio, il cameratismo,
gli intrighi di potere, non quelli sentimentali.
Le regole che governano l'esistenza umana
sono le stesse su cui si fonda l'impero:
lealtà, eroismo, servizio, disciplina,
ma anche spirito d'avventura e capacità
di sopravvivere senza cedimenti nella
solitudine e al di fuori del consorzio
umano borghese"[5].
Non vi sono dubbi che Kipling fosse concorde
con l'idea del cosiddetto "fardello dell'uomo
bianco", con il principio che questo dovesse
inevitabilmente essere diffuso come ideologia,
comportamento e linguaggio; ciò che risulta
interessante notare è come, nell'adempimento
di questa missione, la capacità di sopravvivere
senza cedimenti contenga spesso profonde
debolezze e spaesamenti.
Due racconti
Nei racconti che
potremmo definire del delirio e della
paranoia, ovvero La strana cavalcata
di Morrowbie Jukes[6] e Il sogno di Duncan
Parrenness[7],
rispettivamente del 1885 e 1884, si avvertono
incongruenze nell'ideale di coraggio e
disciplina che il civil servant
dell'impero doveva incarnare.
Il protagonista della
prima storia è un ingegnere civile, "una
testa fatta per planimetrie, distanze
e cose del genere", il quale, a causa
di un leggero attacco di febbre, vive
un delirio preoccupante, al punto da decidere
di volere uccidere a tutti i costi una
bestia bianca e nera che lo disturba nella
notte; per questo, si inoltra in un territorio
desertico e sabbioso, in sella al fedele
cavallo. Al contrario di ogni tipo di
previsione, Morrowbie Jukes si ritrova
in un luogo infernale, un cratere di sabbia
in cui vivono persone morte ma che in
verità non lo sono, perché si tratta di
tutti coloro che, mentre erano trasportati
verso la cremazione, si sono riavuti per
un istante e, ancora in vita, sono stati
condotti in quel cratere da dove non potranno
mai fuggire. Un bramino conosciuto da
Jukes in passato e ora abitante di quel
posto terribile gli ricorda con ferocia
che egli non può fare più nulla per salvarsi
e dovrà attenersi alle regole degli indigeni
senza protestare. "Ecco lì un Sahib, un
rappresentante della razza dominante,
indifeso come un bambino e completamente
alla mercé dei suoi compagni indigeni"[8]. Questo è il pensiero del protagonista,
il quale si sente sopraffatto da un terrore
incontrollabile e da una rabbia folle,
soprattutto per il fatto che ora le regole
del grande gioco imperiale sono capovolte,
egli è divenuto il colonizzato e gli indigeni
i dominatori. Jukes vorrebbe ricreare,
anche in una situazione di oggettiva difficoltà
per l'uomo britannico, una sua condizione
di privilegio, ad esempio, non procurandosi
il cibo (le cornacchie), ma pagando perché
altri lo facciano per lui. Nonostante
i lamenti, le urla e le minacce, il bramino
continua a ripetergli: "alla fine, e per
molti anni, tu catturerai cornacchie e
mangerai cornacchie, e ringrazierai il
tuo Dio europeo di avere delle cornacchie
da catturare e da mangiare"[9].
Colonizzatori e colonizzati
Il bramino parla
bene inglese e riesce a fare dei giochi
di parole con la lingua dello straniero:
questo aveva stupito moltissimo Jukes
in passato, visto che poteva rappresentare
un elemento da temere, un'appropriazione
eccessiva che al nativo non spetterebbe
e che potrebbe ritorcersi contro i bianchi.
A questo proposito è interessante riflettere
sulla figura di Calibano, incarnazione
archetipica del "cattivo selvaggio" nella
Tempesta di Shakespeare, divenuto
oggetto di studio e approfondimento nella
critica postcoloniale, quale precursore
letterario della condizione dell'individuo
colonizzato e oppresso. Egli si rivolge
a Prospero, colonizzatore e tiranno, affermando
"M'hai insegnato a parlare, e questo è
il frutto: so come maledirti, ora. Ti
stermini la peste rossa per avermi insegnato
la tua lingua!"[10].
Ad un certo punto
si scopre che un altro inglese era capitato
in quel posto e aveva cercato di fuggire
progettando minuziosamente un piano che
avrebbe potuto risultare perfetto, se
il bramino non gli avesse sparato. La
capacità d'ingegno del bianco è contrapposta
all'istinto selvaggio e incontrollato
dell'indiano. Nel finale, Jukes riesce
a fuggire dal non-luogo di terrore grazie
al servo fedele indigeno. Il bianco risulta
vincitore grazie al rapporto di sottomissione
del nativo, grazie cioè all'indiscussa
relazione colonizzatore/colonizzato. All'inizio
del racconto il narratore vuole assicurare
il lettore del fatto che nulla è inventato;
come suggerisce Giorgio Manganelli, "l'autore
si attiene alle regole del gioco, non
se le inventa… L'atrocità del villaggio
senza nome e senza vita è semplicemente
un esempio purissimo di ciò che era per
Kipling il gioco atroce ed estremamente
divertente dell'esistenza"[11].

|
|
|
|
 |
|
Note
[1]
Salman Rushdie, Patrie Immaginarie, Milano,
Mondadori, 1994, p. 83. (Ed. or. Imaginary Homelands,
London, Granta, 1991). Per una biografia di Rudyard
Kipling si vedano Kingsley Amis, Kipling,
Milano, Leonardo Editore, 1989, (trad.it. a cura
di Silvia Vignato) e Angus Wilson, The Strange
Ride of Rudyard Kipling, London, Secker &
Warburg, 1977.
[2]
A questo proposito si veda il volume Elleke Boehmer,
Colonial and Postcolonial Literature, Oxford
University Press, Oxford, 1995; in particolare i
capitoli I e II " Imperialism and Textuality" e
"Colonialist Concerns". Si vedano inoltre, in riferimento
alla letteratura anglo-indiana e all'opera di Kipling,
Bart Moore-Gilbert (ed. by), Writing India 1757-1990.
The Literature of British India,
Manchester, Manchester University Press, 1996 e
Richard Allen, Harish Trivedi, Literature and
Nation. Britain and India 1800-1990, London,
Routledge, 2000.
[3]
Per un ulteriore approfondimento di questi temi
in rapporto ai primi racconti di Kipling si vedano
Zohreh T. Sullivan, Narratives of Empire: the
Fictions of Rudyard Kipling, Cambridge, Cambridge
University Press, 1993 e John McClure, Kipling
and Conrad. The Colonial Fiction,
Cambridge, Massachussetts and London, 1981, capitoli
I-II-III.
[4]
Cyril Falls, Rudyard Kipling. A Critical Study,
Martin Secker, London, 1915, rist. Arden Library,
Darby, 1980, pp. 125-126 e 129.
[5]
Silvia Albertazzi, Lo sguardo dell'Altro,
Roma, Carocci, 2000, p. 37.
[6]
Il racconto e i successivi riferimenti ad esso sono
contenuti nella raccolta Kipling. Racconti,
Milano, Garzanti, 1993, pp. 75-100.
[8]
"La strana cavalcata di Morrowbie Jukes" in Kipling.
Racconti, cit. p. 86.
[10]
William Shakespeare, La Tempesta. Trad. it.
di Salvatore Quasimodo, Milano, Mondadori, 1991,
I, 2, p. 41.
[11]
Giorgio Manganelli, "Quei ministri in lacrime sulla
tomba di Kipling", Corriere della Sera, 17
gennaio 1986. Questo articolo è contenuto nella
ricca rassegna stampa in Appendice al volume Giorgia
Grilli, Emilio Varrà (a cura di), Il lama e il
bambino. Giungle, fantasmi, frontiere, contrasti:
l'irriducibile alterità di Kipling, Cesena,
Il Ponte Vecchio Editrice, 1999, pp. 233-234.
|
|