Nicola Bonazzi
La Bologna “nera” di Patrick Fogli
Intervista a Patrick Fogli

Patrick Fogli, bolognese, classe 1971, con soli due romanzi si è imposto all’attenzione di pubblico e critica come uno dei giovani autori più interessanti nel panorama del genere noir. Storie dure e complesse, personaggi alla perenne ricerca di se stessi, atmosfere più malinconiche che cupe, dentro una scrittura dalle ampie volute, sensuosa, leggibilissima.
La lunghezza non lo spaventa: 445 pagine il romanzo d’esordio, Lentamente prima di morire, 572 il secondo, L’ultima estate d’innocenza. Forse è anche per questo, per la voracità inclusiva delle sue trame, dove tuttavia nulla appare superfluo, che un critico esigentissimo come Giovanni Pacchiano ha dimostrato di apprezzarlo incondizionatamente, usando aggettivi per niente parziali come “mitico” o “immenso”.
Viene da pensare a James Ellroy, a David Peace, scrittori bulimici abituati ad affondare le loro vicende dentro metropoli disperate, dove l’oscuro legame tra bene e male, e insieme la stoffa dei personaggi, giustifica il numero cospicuo di pagine.
Invece le storie di Fogli sono ambientate a Bologna, ormai sfondo privilegiato per un buon numero di romanzi polizieschi (si pensi a Loriano Macchiavelli o a Carlo Lucarelli, per citare due dei nomi più famosi).
Abbiamo voluto indagare il rapporto che nei suoi romanzi Fogli instaura con la propria città, rivolgendoli alcune domande.

Da sempre la città è il set privilegiato del genere poliziesco. Anche se, a voler essere capziosi, pare esserlo più per il noir, cioè per vicende di torbida violenza metropolitana, che per il “giallo” classico. Ci sono “gialli”, per esempio quelli della Christie, ambientati nella campagna inglese, spesso in cottage isolati. Il noir secondo te non può fare a meno dell’ambientazione urbana?

Ti dirò che non mi sono posto troppo il problema dell’ambientazione, ho semplicemente raccontato quello che vedevo. Probabilmente per una ricerca di verità. Cerco di spiegarmi. Vorrei che quello che scrivo avesse una parvenza di realtà, che finisse dentro la vita di chi legge tanto da poterlo credere reale. In questo senso – almeno per i primi due romanzi – l’ambientazione bolognese è stata un obbligo. A Bologna sono nato e vivo. È il posto che conosco meglio ed è venuto naturale raccontarlo. Una sfondo credibile, quindi, a una storia che dovrebbe essere credibile. Ammesso che ci sia riuscito. Credo che sia una scelta che hanno fatto in molti e non sempre è metropolitana. Penso alle storie di Eraldo Baldini, ad esempio. Storie nere di sicuro. E provinciali – come ambientazione – senza dubbio. Si racconta quello che si vede o che si conosce bene. O almeno secondo me si dovrebbe. Poi è vero che la città ha più lati che si prestano bene a storie nere, ma non credo sia un obbligo.

I noir di alcuni degli scrittori più importanti del genere hanno come sfondo naturale le grandi metropoli (penso per esempio alla Los Angeles di Ellroy). Tu hai ambientato i tuoi poderosi romanzi a Bologna: la “paciosa” Bologna, nell’opinione comune. E’ stata una scelta venuta naturalmente, oppure hai dovuto scardinare un immaginario precedente fatto di grattacieli e taxi gialli?

Sicuramente scardinare un immaginario diverso. La mia generazione è cresciuta a telefilm americani. Il primo periodo d’oro di quelle che ancora non si chiamavano “serie”. Starsky&Hutch, Le strade di San Francisco, per dirne un paio che guardavo. Io stesso divento grande lettore negli anni del liceo con i romanzi di King. Quindi non solo ho dovuto scardinare un immaginario fatto di gente che ti legge i tuoi diritti o di grattacieli o di procuratori distrettuali, ma anche un immaginario di storie che, almeno all’inizio, erano fortemente horror. Storie di cui poi mi sono stancato, per scoprire che quello che mi faceva davvero paura, quello che mi inquietava veramente era qualcosa di molto vicino a me. Non era il Maine di King che mi spaventava, erano i personaggi comuni delle sue storie. La banalità del male, per usare un termine fin troppo abusato. Il vicino di casa che non è quello che sembra. Il compagno di scuola, la fruttivendola. Cose così. E ho cercato di metterla nelle mie storie. La mescolanza fra Bene e Male, la mancanza di assoluto che si trova nella vita quotidiana. È quella a cui continui a pensare quando hai chiuso un libro. Poi leggere La donna della domenica o Almost blue – per esempio – mi ha fatto pensare che certe storie potevano benissimo starci anche in Italia.  E alla fine è venuto quello che è venuto.

Bologna è davvero città di misteri?

Questione difficile. Credo che Bologna sconti quello che tu hai chiamato la sua paciosità. E che personalmente non credo esista. O meglio, rappresenta solo una parte. Perché è vero che Bologna è anche quella delle famosi (o famigerate) tre T, è vero che si mangia bene, che si esce alla sera, che ci sono cose da fare e da vedere e che – al netto di tutto – si vive ancora molto meglio che in molte altre città. Ma non è solo quello, non è mai stata solo quello. Un esempio per tutti: a Bologna è nata, cresciuta e si è sviluppata con buon successo la peggior banda criminale degli ultimi quindici anni. Ed erano poliziotti. È solo un esempio, certo. Ma credo che voglia dire qualcosa. Poi certo, narrativamente il contrasto fra la sua immagine pubblica e il resto funziona bene.

Tu, se non sbaglio, sei anche un grande lettore di letteratura di genere, e di noir in particolare. Quale scrittore, secondo te, ha saputo sfruttare meglio, anche in senso drammaturgico-narrativo, il paesaggio urbano che fa da sfondo ai propri romanzi?

Più che una questione di capacità, preferisco farne una di gusto. Il mio, personale. Tu hai citato Ellroy, prima. Ed è difficile lasciarlo fuori. Potrei dirti che adoro la Marsiglia di Izzo. La Danimarca di Peter Hoeg. Il Maine di King, almeno la vecchia produzione. Potrei andare avanti un bel po’.

Chi in Italia?

Ti faccio un paio di nomi in assoluto e un romanzo. Loriano Macchiavelli, senza il quale quasi sicuramente non esisterebbe il giallo italiano. E Eraldo Baldini. E la Roma di Romanzo Criminale.

Ora stai lavorando a qualcosa che ha ancora protagonista Bologna?

Sto finendo un romanzo che ha molto a che fare con Bologna, anche se si svolge quasi tutto fuori da Bologna. È la storia di un caso di cronaca, una storia reale che ha una parte al presente e un’altra che comincia nel 1979 e finisce ai giorni nostri. Dovrebbe uscire a metà settembre.