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Nicola Bonazzi
La piazza universale di Piero Camporesi

La recentissima uscita del numero monografico di Riga dedicata a Piero Camporesi, per le cure di Marco Belpoliti, ci riconsegna intera la figura di uno studioso dal profilo accademico complesso e affascinante. Non a caso Umberto Eco, in un intervento del 1995 cominciava chiedendosi «chi sia veramente Piero Camporesi». Non solo italianista, ma anche studioso del folklore, antropologo, storico e letterato finissimo egli stesso, che dalla frequentazione assidua di testi marginali, per lo più secenteschi, deriva il gusto di una prosa densa e ricca, dalle ampie volute, immaginifica seppure attenta al dato concreto dei documenti e dei fatti. Una scrittura, lo ha ricordato Ezio Raimondi in un volume a più mani pubblicato nel 2006 (Academico di nulla academia, edito dalla BUP), nella quale l'erudizione, la pesca fruttuosa di citazioni peregrine e curiose, non soffoca la capacità di una visione d'insieme, attenta a restituire il paesaggio multiforme di un'epoca attraverso le voci dei suoi protagonisti più o meno importanti.
Per via di metafora, e citando un termine che gli era congeniale, è come se la scrittura di Camporesi si facesse piazza,  ovvero luogo aperto alle suggestioni più diverse, punto di raccolta di materiali disparati, ritrovo di genti e mestieri, dove risuonano gerghi bizzarri e segreti , quegli stessi studiati in uno dei testi più amati, e più importanti, del professore forlivese, Il libro dei vagabondi.
Del resto, se si prendono in mano alcuni dei suoi libri, come, oltre a quello citato, i volumi dedicati a Giulio Cesare Croce (La maschera di Bertoldo e Il palazzo e il cantimbanco), straordinario appare il quadro d'ambiente, la ricostruzione appunto della vita di piazza, con la folla di ciarlatani, merciai, mendicanti, riversati  nelle strade a elemosinare, vendere o comprare, soprattutto in periodo di Carnevale, quando la festa abbatteva temporaneamente steccati di censo, e soprattutto a Bologna, la cui attitudine all'opulenza gastronomica era già allora piuttosto pronunciata. Come nella serie di stampe di Giuseppe Maria Mitelli, richiamate in un bellissimo saggio de La miniera del mondo (1990), vedi sfilarti davanti i mestieri più diversi: il venditore di formaggi, di stoviglie, di seggiole, l'imbianchino, il vignaiolo, il trippaio, l'acquaiolo, il taglialegna, in un quadro mosso e vivace, dove senti quasi le voci, annusi quasi gli odori: l'attenzione di Camporesi alla corporeità non è mai elemento inerte, ma si traduce sempre in descrittivismo sensuoso e pieno. Anche la folta messe di citazioni da testi spesso poco conosciuti contribuisce ad arricchire il colto arazzo della pagina camporesiana, costruendo una sorta di enciclopedia della cultura subalterna, che tra gli anni Sessanta e Settanta, quando Camporesi comincia il suo percorso di studioso, diventa campo d'indagine privilegiato non solo per la letteratura, ma anche per la sociologia e la storia (al 1964 risalgono, per esempio, le Autobiografie della leggera di Danilo Montaldi, altro intellettuale eterodosso)
Così, come nella Piazza universale di tutte le professioni del mondo, il titolo più famoso del monaco cinquecentesco Tommaso Garzoni, autore caro a Camporesi, la piazza non è solo l'oggetto di una possibile ricognizione, ma diventa l'enciclopedia stessa dello studioso che vi viene rubricando i suoi reperti preziosi, dissepolti dal baratro dell'oblio cui li aveva condannati il potere della cultura alta. Perché, come sosteneva Guicciardini in uno dei suoi Ricordi, usando una terminologia che sembra di oggi, «tra 'l palazzo e la piazza è una nebbia folta»: l'opera di Camporesi è riuscita a sollevare il velo spesso di quella nebbia, permettendoci di osservare le risorse ricchissime di un mondo e di una cultura che, altrimenti, sarebbero rimaste in gran parte sconosciute.

 

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Data di pubblicazione: 23 aprile 2008

 
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