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Maristella Bonomo
Berlin Alexanderplatz, devastante capolavoro
Alexanderplatz è una delle piazze storiche di Berlino. Al centro della parte orientale, nel quartiere Mitte, prese il nome dalla visita dello zar russo Alexander nel 1805 ma la sua importanza crebbe con l’insediamento di una stazione ferroviaria e di un mercato che ne fecero un polo commerciale e di transito. Fu bombardata nel 1943 e ricostruita a metà degli anni ’60. Adesso appare spaesata, una forma indefinita di cantiere sorvegliato dalla Fernsehturm, la torre della televisione (circa 400 metri di altezza) poggiata su una piattaforma a forma di losanga.
I due momenti storici della piazza vengono immortalati da un’unica grande opera. È la ‘fu Alexanderplatz’ a fare da sfondo al romanzo Berlin Alexanderplatz, uscito nel 1929, di Alfred Döblin, esponente della Nuova Oggettività tedesca. E Rainer Maria Fassbinder, uno dei più importanti registi del Nuovo Cinema tedesco, nel 1980, trae dall’opera di Döblin una serie televisiva in 14 puntate. Perché è la piazza a rimanere, sia nel romanzo che nella serie televisiva, immutata e fantasmatica presenza dominatrice delle vicende del protagonista, Frank Biberkopf o, come sottolineava Walter Benjamin, un ‘tiranno’ spaziale dei destini sottoproletari?
Il libro narra le vicende di un omicida che viene rilasciato dal carcere di Tegel dopo quattro anni di detenzione per aver ucciso, in un momento di gelosia e rabbia, una donna. Smarrito, rientra nella metropoli alla ricerca della redenzione in una vita normale e si propone ‘di vivere onestamente. Da principio ci riesce’ segnala il narratore nella premessa all’opera ‘ma in seguito, sebbene le cose non gli vadano troppo male, si trova preso in una vera e propria lotta con qualche cosa che viene dal di fuori, che è imponderabile e ha tutta l’aria di un destino’. L’odissea di Frank è un viaggio che sparge i suoi propositi riflessivi e ossessivi nei luoghi della città e tra le persone che gli capita di incontrare: alla ricerca di una donna, in una pensione, tra i facchini, bettole e chiacchiere da disoccupati, osti, alcolizzati e prostitute, tra strade, mattatoi, mercati di stoviglie e piazze. Franz studia la vita per scegliere a quale tratto aggrapparsi: decide di vendere, anche se non ha nulla contro gli ebrei, giornali nazionalisti. Oppure fa il facchino o il venditore porta a porta.
Ma nel mondo qualcosa non è in ordine e ogni suo onesto tentativo finisce per fallire.
Il nesso tra Franz e il disordine si attualizza nel linguaggio, manifesto di una realtà che sembra incontaminata dal processo di scrittura, non manipolata da intenzioni narrative ma parlata da se stessa, una realtà che sembra scriversi. La ricerca di un escamotage per tornare a essere parte dell’ingranaggio sociale muove figure eterogenee colte nella loro drammatica quotidianità. Il linguaggio trascina e lascia, nel plasma del romanzo, gli anti-eroi che fanno del loro destino la storia, la storia così risuona di un’unica tragica coralità (un uomo muore per un raffreddore, una coppia sfiora la tragedia per misere condizioni economiche che ne impediscono il matrimonio, alcune donne vengono intrappolate nella maledizione della prostituzione, un padre getta in acqua i suoi tre figli, ecc.). Il linguaggio è la piazza che raccoglie il movimento della città, è il centro virtuale che arresta, nello scatto di un’istantanea invisibile, in un montaggio letterario, ‘la verità sociale e la superba pienezza’, direbbe Roland Barthes, della realtà. Una piazza dove si torna o dove si arriva, da cui dipartono le grandi strade, ricoperta di tavole e invasa dal cigolio del tram, dalle locomotive che sbuffano nuvole, la piazza che raccoglie le persone e le loro sorti (‘enumerarle sarebbe impossibile’).
Lo sviluppo imprevedibile della trama vedrà Frank discendere negli inferi dell’alcool, fidarsi di Reinhold, un malvagio malvivente, e instaurare con lui un rapporto di amore e odio, essere coinvolto in furto, poi nello smercio di robe rubate, perdere un braccio, amare veramente una donna, Mieze, lasciarla prostituire, quasi ucciderla e ritrovarla morta per mano dello stesso Reinhold, alla fine impazzire. L’abile slittamento dal discorso diretto al discorso indiretto, dal monologo interiore al narratore onnisciente che segue con occhio universale l’inconsapevole epopea del protagonista tra le diramazioni nevralgiche della città erigono Frank quale depositario visivo della collettività, metaforico punto di convergenza e contraddizione tra vita interiore e vita sociale. Dopo un periodo in manicomio Frank, curato dal suo stupor catatonico, dal suo apocalittico e visionario incontro con la morte (spirituale) attraverserà Alexanderplatz, cambiato, ‘arpionato ma insomma rimesso in piedi’, disposto a un perfetto accordo con il ritmo scandito dal cuore del mondo: la piazza e il suo popolo. Frank rinasce quando realizza di voler essere qualcuno con gli altri rinunciando all’idea ombrosa di un destino individuale, alle sue personali aspirazioni. Il destino può essere distrutto solo accettando, con gli altri, le opprimenti strutture di una sociale fatalità (o di una società fatale), diventandone un membro ordinario, aderendo, se necessario, anche al nazionalsocialismo.
La narrazione televisiva nella trasposizione di Rainer Maria Fassbinder procede linearmente, suddivisa in puntate, alternata da interventi didascalici e da una voce over che simula lo sguardo indagatore del narratore nel romanzo di cui si mantiene la vocazione e cioè sottoporre all’attenzione degli spettatori, come dei lettori, la storia di queste creature normali dalla vita apparentemente insignificante, confusa, disordinata quasi a rasentare la perversione, nelle cui motivazioni e spinte però si radicano la storia e la realtà. C’è un’opposizione fondamentale, secondo Fassbinder, tra cinema e televisione: ‘il primo è un’arte, l’altro è un medium interessante’. La televisione è la piazza della società e consente di trasmettere per intero, in una serie televisiva come in questo caso, la problematica (e il suo sviluppo) di un personaggio: da quando esce di prigione, Comincia la pena, a quando Reinhold, il delinquente, uccide l’amata Mieze, La serpe nell’anima della serpe, lo spettatore è chiamato a discutere pubblicamente le controversie nella vita di Frank Biberkopf, la sua impossibilità a fuggire da una predeterminata condizione sociale, a sopraffare la propria storia, rimanendone, perché la stessa storia lo esige, vittima. Il regista fa sua questa drammatica impossibilità di controllo del proprio destino sia storico che sociale e narrativo, fa sue le ossessioni senza soluzione, le forze oscure, i sentimenti che dominano patologicamente la vita di Frank. L’epilogo (quattordicesima puntata), intitolato Il mio sogno da un sogno di Frank Biberkopf, è un montaggio che accosta immagini, ricordi, visioni, sogni, simboli e riflette un paesaggio mentale devastato, una sorta di limbo di suicidi paragonati a animali mandati al macello (dalle forze sociali). È qui che il dolore si annienta, dissolve tutto. Così Frank Biberkopf annientato ‘e rimesso in piedi’ lavora in Alexanderplatz come aiuto portiere in una fabbrica. Senza dolore non sarà più solo e, senza destino, di lui non resta più nulla da raccontare.
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