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Stefano Cremonini
Antonio Pucci
ovvero tutto il mondo in una piazza
La piazza medievale non è solo il luogo dove ci si raduna per ascoltare le pubbliche ordinanze, dove le fanciulle escono a occhi bassi dalle chiese e i giovani stanno lieti ad ammirarle, dove la voce stentorea del predicatore itinerante suscita brividi e speranze negli animi degli attoniti uditori. È tutto questo e tanto altro ancora: un microcosmo, senza funzioni prestabilite, ma aperto agli umori volubili di una variegata fauna umana che vi si esibisce in modo più o meno consapevole, semplicemente mentre vive.
Antonio Pucci, fiorentino, nato intorno al 1310 e morto nel 1388, singolare figura di campanaio comunale, approvatore e banditore, ci ha tramandato nel suo capitolo ternario I’ho vedute già di molte piazze una delle più vivaci descrizioni di quel brulicante affaccendarsi. Si tratta di una lode delle “proprietà” del Mercato Vecchio di Firenze, che si trovava nella zona dell’antico foro romano, proprio al centro della città, dove si incrociavano il cardo e il decumano e ora si apre la grande piazza della Repubblica. Nel suo Trecentonovelle Franco Sacchetti ricorda questa lunga poesia, nella quale Pucci aveva messo in rima «tutte le condizione» della piazza di Mercato Vecchio, «magnificandola sopra tutte le piazze d’Italia». La descrizione si tinge in effetti all’inizio di colori campanilistici, quando l’autore esalta la “sua” piazza al di sopra di quella, pur molto bella, dei Perugini, e anche del Campo di Siena. Il suo pregio deriva anzitutto dalla struttura architettonica: ha infatti «quattro chiese ne’ suoi quattro canti», e su ogni lato si aprono due vie. Alla vivace penna di Antonio non interessa però tanto la staticità degli edifici, quanto il dinamismo delle attività che la piazza ospita, le più svariate e multiformi. Si può dire che la figura retorica dominante nel testo sia l’accumulazione, quella che i latini chiamavano plurium rerum congeries: un coacervo di professioni, oggetti, cibi, ma anche di comportamenti e di abitudini singolari, quasi un campionario o un teatro del mondo. Quello che colpisce subito è l’opulenza della selvaggina e la ricchezza delle primizie ortofrutticole che provengono dal contado di Firenze, dando corpo all’utopia del paese di Bengodi. Ma non è tutto oro quello che luccica: accanto alle «foresette» gentili che recano la frutta in piccole ceste, e paiono trasformare il Mercato Vecchio in un giardino, con la loro bellezza e i fiori appena colti nei «verzieri», ci sono il vociare stridulo delle rivendugliole che si lanciano improperi, la corruzione di barattieri e ruffiani, gli omicidi che turbano la bellezza del luogo, lo squallore dei poveri affamati e vestiti di stracci, la soldataglia che spunta fuori in concomitanza di ogni guerra, contristando e opprimendo il popolo.
Le stagioni e i tempi liturgici trasformano la piazza, che non è mai uguale a se stessa: se a carnevale vi giungono dai campi capponi e galline, in quaresima la carne scompare sostituita da vegetali poveri, secondo i precetti della Chiesa; ma all’arrivo della «Pasqua gaia» sembra che essa «si rinfreschi», e le mense tornano a riempirsi di ogni delizia. Il primo giorno di gennaio, poi, si radunano in piazza i giovani delle brigate che si sono tuffati nell’Arno dall’alto di Ponte Vecchio: lì i gentiluomini hanno preparato per loro un «fuoco addorno», musica e canti, «lesso ed arrosto con molte vivande». È l’illusione di una vita «cortese» di svaghi e omaggi galanti, che dura però molto poco: già alla sera tutto è un malinconico ricordo, e al posto dei capponi e delle pernici ritornano «il porro e la radice».
Il Mercato Vecchio è dunque lo scenario in cui, più che altrove, si squadernano tutti gli aspetti della natura umana: e se la piazza dei poeti era a Firenze quella di San Martino, dove i canterini o cantori in panca recitavano davanti al popolo le loro storie in versi, era tra il caos variopinto delle bancarelle e le imprevedibili performances della folla mercanteggiante che, probabilmente, essi trovavano l’ispirazione per tratteggiare caratteri surreali e narrare storie vere che paiono inventate. Negli anni in cui Antonio Pucci scriveva il suo ternario, Petrarca, nel De remediis utriusque fortune, invitava a fuggire dalle piazze, scenario di taverne e bevute smodate, come da scogli insidiosi, e anche, se necessario, ad allontanarsi dalle turbe e dalla fastidiosa ressa delle città. Messer Antonio, invece, osserva tutto con l’occhio attento e divertito di chi ama immergersi nel fluire della vita, né teme di essere contaminato da ciò che lo circonda. Gli exempla di vizi e virtù che Petrarca cercava nella solitudine del dialogo con i classici, egli li trovava in carne e ossa nelle miserie e negli splendori del Mercato Vecchio.
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