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Franca Mancinelli
Scrittura
per la piazza
Sono parole nate per la pagina o per la piazza? Se con questo interrogativo ripercorressimo la letteratura italiana rivolgendolo agli autori, troveremmo la maggior parte di essi ad indicarci quello spazio bianco dove stanno come piccole steli in un camposanto le parole. Perché la piazza sia la pagina di un autore, il luogo dove le parole camminano, s’incontrano e hanno in sé tutto il peso di una vita, è necessario innanzi tutto trovarsi nella stessa disposizione di una donna della Lisistrata di Aristofane che dice: «io non posso parlare perché sulla mia lingua si è addormentato un bove». La lingua per questa donna, come ha spiegato Paolo Volponi in una lezione apparsa su “Poesia”, è una sorta di “srotolamento” del proprio io nel mondo, una propaggine del proprio corpo estremamente prensile e soggetta ad ogni tipo di ferita, lacerazione, stimolo, da parte del reale: «come il suo percorso, la sua affluenza, la sua uscita da sé, la strada che percorreva per andare a vedere, a visitare […] a discutere con gli altri».
Siamo consapevoli che la lingua italiana, per la sua genesi, ha uno spessore letterario prima che di carne. Ma ora che la scrittura è tornata una delle principali forme espressive della nostra quotidianità (si pensi all’uso quasi ossessivo degli sms, dei messanger, delle chat, o alla diffusione e al successo “editoriale” dei blog) possiamo dire che la nostra lingua si è finalmente liberata da un peso che le impediva di “scrivere con la voce” (con il titolo di un interessante e agile libro di saggi di Umberto Fiori), ossia di superare quel divario che la relegava entro i limiti della pagina scritta, fuori da quello spazio di condivisione dove le parole si conservano in forza della loro memorabilità, del loro contenuto di vita trasmessa oralmente? Eppure quando la lingua per raggiungere qualcuno, per annullare una distanza, non deve fare altro che comporre il segnale della propria presenza e apparire, non avremo più scrittori ma semplici emittenti di messaggi. Questo scrivere per la piazza, per quella piazza virtuale che è la più veloce e allargata forma di compartecipazione dei nostri anni, assomiglia al suono di corno che nella notte si rimandavano di valle in valle i pastori, dai casolari sperduti, o agli squilli al cellulare con cui gli adolescenti testimoniano il proprio affetto, segnalano il tragitto dei propri pensieri.
Forse per conoscere la salute della nostra lingua, i pesi da cui è stata liberata e quelli che continuano a gravarla, dovremmo cercare di interpretare la direzione verso cui stanno convergendo, in questi anni, la poesia e la canzone d’autore, l’una alla ricerca di un pubblico più ampio, sempre più “performativa”, accompagnata da sottofondi musicali, pubblicata con Cd audio allegati o con allettanti vesti iconografiche, l’altra per coronare la sua legittimazione culturale, già da tempo accolta nelle antologie scolastiche e affiancata alla poesia, viene sempre più di frequente stampata nella forma libro (vedi ad esempio i cofanetti Einaudi Stile libero). Riprendendo il titolo di un celebre saggio di Alfonso Berardinelli, poesia verso la piazza, canzone verso la pagina: in questo complesso convergere, in questa possibile sovrapposizione che è poi, nel migliore dei casi, un ritorno alla comune origine dei due generi, è in ballo il futuro della nostra lingua, la sua possibilità di liberarci dalle costrizioni e di permetterci di andare.
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