Vai alla pagina di Repubblica.it
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Pagina Principale del sito Come contattarci e copyright Iscriviti ai forum e alla newsletter

Torna a Griselda-
LaRepubblica.it

   

Maria Rosa Pantè
A che serve
una piazza

Che si prenda la domanda in modo serio o faceto, la piazza quella resta e quello fa… Ma “cosa fa” una piazza? Sta in centro, è il centro.
Come non pensare a Peppino De Filippo e Totò nel film Totò, Peppino e la malafemmina, quando i due provinciali si trovano in Piazza Duomo a Milano e Peppino dice che, se quella è la piazza principale, “sediamoci qui che quella passa”.
Povero Peppino! La piazza è il centro d’una comunità, ma, quando le comunità sono grandi, le piazze diventano più numerose: l’orrore dei “quartieri dormitorio” è, tra le altre cose, l’assenza di una piazza.
Per comprendere le funzioni della piazza, tra il serio e il faceto, ho tentato una risalita alle origini e mi sono ritrovata in una agorà, in una piazza greca, precisamente ad Atene intorno al 490 a.C.
Atene è insieme sia al suo massimo fulgore che sul crinale della rovina, nelle sue strade “passeggiano”: Pericle, Euripide, Tucidide, Socrate e Aristofane.
Nelle tragedie di Euripide la piazza non compare, negli scenari del mito la piazza non serve; servono i palazzi claustrofobici, le are, i recinti sacri, le città assediate.
Ma, se osserviamo anche solo a volo d’uccello le piazze che compaiono nel La guerra del Peloponneso di Tucidide e nelle commedie di Aristofane, troviamo alcune risposte, ancora molto attuali, alla domanda del titolo.
Prima di “volare”, però, è opportuno sottolineare che si occupa di piazza chi si occupa di persone, non di eroi o di divinità; chi si occupa, cioè, delle persone “normali” (quella detta, ancor oggi, con efficace metonimia, proprio “piazza”) e non dell’individuo che eccelle, paradigma per la comunità, ma mai lui stesso comunità: pensiamo a Edipo, l’eroe tragico per eccellenza, solo davanti alla folla dei supplici.
Passeggiando di piazza in piazza nelle commedie di Aristofane, certo mi divertirei (benché di un riso amaro). Ecco un filosofo che "cicala in piazza cavilli scemi", potrebbe essere addirittura Socrate o un sofista. Poco oltre un capopopolo che si fa chiamare "Vincipiazza" e sobilla gli animi: è certo l'uomo giusto per il potere poiché è uno della piazza, anzi proprio in piazza fu educato da fanciullo; la sua stoffa di politico sta scritta già nel nome. Nella piazza, se si è "fortunati”, si può assistere a qualche confessione d'uno sventurato steso sulla ruota (in Pluto); ma chi vuole potrà udire i banditori, comprare grano e farina e "mettere in piazza" gli affari degli altri (in Le donne in Parlamento). È una piazza movimentata, in cui si ritrovano mercanti, donne, soldati, cerimonie religiose e politiche, insomma una vera piazza, ma ad Aristofane non sempre garba. Nelle Nuvole il Discorso giusto, infatti, incita il giovane a evitare la piazze, il luogo della massa indistinta, degli inganni economici e politici; e del capopopolo Vincipiazza, nei Cavalieri, si dice “Tutto il resto lo possiedi del demagogo! Hai voce sgangherata, sei nato male, sei di piazza!”
La piazza di Tucidide ha le stesse funzioni: politica, religiosa, economica (in La guerra del Peloponneso). È il cuore della polis che viene difeso ad ogni costo; come ben testimonia un episodio della guerra efficacemente descritto dallo storico:

L'improvvisa angoscia che gli avversari, perseguendo con impeto l'azione di sfondamento, occupassero l'arsenale per annientarli, costrinse gli oligarchi a un passo estremo: appiccarono la fiamma alle loro dimore prospicienti in cerchio la piazza del mercato, e alle case popolari, d'affitto. Si proteggevano con questa mossa dagli attacchi, senza risparmio delle proprie o altrui abitazioni, sicché si dissolsero in fumo molte fortune di mercanti e la città intera subì il pericolo di cadere in cenere, se sull'incendio avesse preso a spirare il vento alimentandolo da quella parte”. (Libro III, 74)

Nonostante la evidente continuità tra la piazza greca e quella cui noi siamo avvezzi, ci sono degli innegabili mutamenti, legati al nostro mutato modo di vivere, di pensare. Salvo rare eccezioni, come manifestazioni politiche, funzioni religiose, eventi artistici, la piazza è ormai piuttosto zona di mercato o di passaggio; purtroppo difficilmente capiterà di incontrarvi un filosofo barbuto, seguito da un piccolo stuolo di discepoli e curiosi, mentre va cavillando e interrogando le persone intente ai loro affari, ma non tanto da non lasciarsi attrarre in qualche “maieutica” conversazione.
Nelle piazze dove tutti paiono correre verso una meta ben precisa, non sarebbe male che ancora Totò ci riportasse all’essenza del nostro vagare di piazza in piazza.
TOTO’ (al vigile): “Dunque: noi vogliamo sapere, per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare. Sa, è una semplice informazione...”.

Versione stampabile

Invia la pagina per e-mail


 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
ArchetipoLibri
 
Formazione e Didattica Il Bollettino del '900 Informatica Umanistica I percorsi di Griselda Online


Gruppo Edinform
servizi per biblioteche

Data di pubblicazione: 14 maggio 2008

 
  Università degli Studi di Bologna
e ArchetipoLibri
AddThis Social Bookmark Button
Altre informazioni

Home page di Griseldaonline Gedit Edizioni Avenida Dipartimento di Italianistica Dipartimento di italianistica ArchetipoLibri