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Eleonora Pinzuti
«Trentatré lire
il moggio».
Manzoni, il pane,
la piazza

«Era veramente il caso di dire: cedant arma togae; ma Ferrer non aveva in quel momento la testa a citazioni […]»: cioè, il diritto prevalga sulla forza, secondo la famosa  locuzione di Cicerone (De officiis, I, 22). Se Ferrer, come dice Manzoni, non aveva in quel momento la testa a citazioni, lo doveva al fatto che era scampato per miracolo, portandosi dietro il vicario di provvisione, all’assalto della folla inferocita. Siamo all’interno dell’episodio che descrive il cosiddetto  “assalto al forno delle Grucce”, cui Manzoni dedica i capitoli XII e XIII de I Promessi Sposi e il V, VI, e una parte del settimo del tomo terzo del Fermo e Lucia. I piani della narrazione sono duplici, quasi a richiamare la doppia lingua usata da Ferrer nello scampare ai rischi della sommossa. Infatti Ferrer ne I Promessi Sposi inscena una sorta di “doppio linguistico” che richiama la doppiezza della sua operazione. Se nel Fermo e Lucia Ferrer parla solo in italiano, ne I Promessi Sposi, una volta salito in carrozza il vicario di provvisione, Ferrer relega alla lingua materna, lo spagnolo, le vere intenzioni del suo intervento: «No, no: non iscapperà! Por ablandarlos. È troppo giusto […] Anch’io voglio bene a lor signori. Un gastigo severo. Esto lo digo por su bien. […] Sarà gastigato. […] Animo; estàmos ya quasi fuera». L’intercettazione del consenso tramite la blandizia e il porsi come soggetto che incarna e rappresenta le istanze del popolo serve a Ferrer a sottrarsi a una situazione pericolosa, mentre il bilinguismo evidenzia come la funzione del linguaggio sia, al contempo, quella di dire e quella di nascondere (del resto l’uso linguaggio sarà bilicato tra queste due funzioni anche in altri luoghi del romanzo). Il “sistema” dunque del doppio registro linguistico, oltre a rovesciare il rapporto, messo in atto da Ferrer, fra verità e finzione, richiama finanche le responsabilità che il Manzoni attribuisce ai due personaggi (Ferrer appunto e il vicario di provvisione) rispetto alla sommossa di Milano. Secondo l’autore infatti l’intervento di Ferrer  che «fissò la meta» (cioè il costo) del grano a trentatré lire il moggio ingenererà nel popolo pretese irrealizzabili, esacerbando una situazione compromessa dal «secondo anno di raccolta scarsa», mentre l’unica “colpa” del vicario era stata quella di  presiedere il tribunale di provvisione che aveva ristabilito il prezzo del pane secondo le “leggi del mercato”. È del resto nel Fermo e Lucia che Manzoni dà ampiamente conto delle sue idee economiche («l’economia pubblica»)  in materia , affermando che in momenti di carestia «Il caro prezzo è un rimedio […]» (Fermo e Lucia, III, 5). Il gioco del rovescio però comprende anche la folla che  vede in Ferrer il (falso) salvatore e nel vicario (che non a caso viene descritto intento a mangiare «senza pan fresco»), la causa dei suoi mali. La funzione del “capro espiatorio”, che tornerà nell’episodio della peste con la figura degli untori, è  rispettata in pieno. Del resto, leggendo questi capitoli, si capisce bene perché Gramsci nel suo Letteratura e vita nazionale pose l’accento sul tratto aristocratico del Manzoni. Se la “moltitudine” viene descritta in queste pagine come  un corpo pressoché unico non in grado di un pensiero critico, il parodico «Viva l’abbondanza!» ripetuto dalle voci del “popolo” dimostra quanto la folla ragioni per sineddoche: se c’è pane nel forno delle Grucce, il pane c’è e basta. In realtà i bisogni primari, se insoddisfatti, ledono le capacità razionali, ma saranno gli studi novecenteschi di psicologia sociale a indagare questi aspetti, spesso motori di tutte le “rivoluzioni”. Mentre la “piazza” diventa dunque la perimetria in cui si formano i “discorsi”, che nel concetto di reiterazione e reificazione assurgono a verità (e qui viene in mente Bernays letto da Goebbels), la capacità descrittiva del Manzoni pare rievocare quanto dice Freud ne la Psicologia delle masse e analisi dell’io «Poiché riguardo al vero o al falso la massa non conosce dubbi ed è però consapevole della propria grande forza, essa è al tempo stesso intollerante e pronta a credere all’autorità»: crederà infatti a Ferrer. In realtà Manzoni descrive anche come la folla ceda a “la teoria sociale della cospirazione” di cui parlerà Popper in Congetture e refutazioni: infatti la folla manzoniana è convinta che il pane venga sottratto all’uopo. Se giustamente Pasolini (nell’ultima intervista rilasciata a Furio Colombo e uscita su Tuttolibri l’8 novembre 1975) affermerà che «Soprattutto il complotto ci fa delilare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità», è anche vero però che il “popolo” aveva e ha spesso poche possibilità di confrontarsi con una verità che, in genere, qualora esista, viene, spesso scientemente, sottratta alla “massa” (si pensi oggi al “gioco dell’ informazione” e all’uso strumentale delle notizie). Ma al narratore stesso si può attribuire l’uso di un doppio registro interno alla “letterarietà” del racconto: se da un lato caratterizza una “marmaglia” preda di furia incontrollata, dall’altro pone davanti al lettore il suo statuto di narratore onnisciente, che legge i bisogni (reali) di una folla affamata all’interno delle dinamiche economiche dell’illuminato osservatore degli eventi: «le storture del popolo» (Fermo e Lucia III, 5) devono infatti essere prevenute e controllate attraverso una politica attenta e lungimirante, e aiutate dallo spirito di carità (dunque la folla non può sostanzialmente farsi attrice degli eventi, pena il disastro). Evidentemente per Manzoni l’episodio dell’assalto al forno serviva da exemplum e la “persuasione” di come si sarebbe dovuti interevenire era posta al servizio di un lettore che andava educato. In questi capitoli anche il Manzoni in fondo, vorrebbe che cedant arma togae, intendendo per diritto quello che, ovviamente, l’illuminato scrittore milanese, riteneva tale.

 

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Data di pubblicazione: 23 aprile 2008

 
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