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Eugenio Santangelo
Il rovescio
della piazza:
la piazza silenziosa
C’è una rozzezza nella visibilità dell’alzata dei confini, delle barriere divisorie, delle separazioni. Nuovi fili spinati, quasi un ritorno a una biopolitica sfacciata e pesantemente materiale, nell’epoca del luogo comune della smaterializzazione.
C’è una rozzezza nel rendersi visibile, fisico del controllo. Nell’epoca della raffinatezza e impercettibilità dei dispositivi e dei discorsi dell’ordine sociale, una sfrontatezza nell’uso della parola divisoria. Nel tentativo dell’annullamento della piazza e del contatto.
La piazza come possibilità di incontro e di urto, di rielaborazione dei dialoghi tra le persone, di conflitto e proliferazione della parola e dei discorsi, di evoluzione delle lingue, dei comportamenti. Questa piazza da sempre anche pericolosa. Luogo del molteplice per antonomasia. Ma non del caos. Il molteplice dialogico. Controllato, dall’arguzia del controllo. Da secoli.
È possibile stabilire un ordine nella molteplicità, insinuarsi nei piccoli spazi del dialogo che si espande in territori periferici, permetterlo e permetterlo per conoscerlo meglio e insinuare l’ordine e il controllo anche in quei rivoli del molteplice. Qui stava l’arguzia, ma anche la possibilità del sociale d’esprimersi in sprazzi di libertà e creativismo delle forme apparentemente non repressi (argutamente controllati).
Oggi no, quest’arguzia, questa smaterializzazione la si lascia, certo, alla finanza e agli spazi invisibili e incomprensibili (per la piazza) delle transazioni transnazionali, però la si abbandona nel discorso sociale sulla materialità brutale della sicurezza.
Ci si può rivolgere alla piazza, per capire il processo in atto nel sistema-Italia (e non solo, chiaramente). Alle piazze di Bologna progressivamente svuotate del brulicare del dialogo e quindi della sua storia, dialogo risemantizzato ora nella parola “degrado”. Non si vuole più controllare i discorsi, ma il silenzio. La piazza silenziosa è la molto fisica espressione della barriera divisoria.
Desideriamo l’espressione visibile dello smembramento del corpo sociale. Desideriamo rinchiuderci in comunità ristrette dalle mura invalicabili e sicure.
Consiglio la visione di un film di Rodrigo Plà, La zona. Un quartiere a statuto speciale nella città più popolosa del mondo, Città del Messico, isolato da mura controllate da telecamere e confinante con il “degrado selvaggio” delle “favelas”. Una gated community ipervigilata in cui vivere nel proprio mondo assoluto, ordinato, fuori dal mondo, dalla piazza, dal dialogo. La purezza che lascia fuori le scorie dello straniero, del degrado e si autoregola in una spaventosa piazza silenziosa. Fino all’implosione.
Forse è il caso di pensare a come riaprire la piazza e i suoi luoghi simbolici, ritornare, se una paura ci deve essere, ad avere paura della vendetta divina dello smembramento del corpo sociale.
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