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Sonde:

Si parte sempre per ritornare - intervista di Magda Indiveri

(continua) Ripercorriamo anche noi all’indietro alcune tappe della tua scrittura. Risalgono all’inizio del 2000 tre libri che si confrontano con il nazismo: Campo del sangue, Un teologo contro Hitler, Secoli di gioventù. Cos’è dunque per te la Storia, quella contemporanea e quella del novecento, e come si impasta con la storia intima e personale di ognuno di noi? Stai un po’ sulla linea della Morante, che guarda gli eventi dal basso, dalla parte dei bambini?

“Il Novecento, nel bene e nel male, ha alzato le soglie della nostra responsabilità: ci ha fatto capire che dovremmo riuscire a pensare anche contro noi stessi, uscendo dagli schemi precostituiti. Per stare veramente dalla parte dei bambini, bisogna essere adulti. In Campo del sangue ho messo le mani nel groviglio: penso soprattutto a mio nonno, Alfredo Cavina, partigiano della 36 Brigata Garibaldi, che venne fucilato dai nazisti a Pieve Quinta, vicino a Forlì, sulla strada verso Cervia, insieme a nove cittadini italiani. Più passa il tempo, più sento la sua presenza dentro di me, come una febbre che mi spinge a non abbassare la guardia. Ma penso anche ad un ragazzo naziskin al quale m’ispirai in Secoli di gioventù: l’ho rivisto qualche tempo fa, ormai libero da quella specie di maschera che lo imprigionava, finalmente sereno, equilibrato, nel negozio di ferramenta dove ha trovato lavoro, ed il suo sguardo riconoscente mi ha ripagato di tante amarezze. Non era stato facile per me essergli amico quando veniva in classe mostrandomi la svastica: ma forse proprio perché io non lo abbandonai, cercando piuttosto di parlare con lui, adesso è cambiato. E’ stato Dietrich Bonhoeffer, giustiziato a Flossenburg, protagonista del Teologo contro Hitler, a farmi capire che dire la verità non significa semplicemente dirla: bisogna tenere presente i contesti, intervenire con la presenza umana, oltre che con le parole.”

Particolarità originalissima del libro Compagni segreti, del 2006, è che mescola viaggi e letture, persone e luoghi e libri, incontri di terra e di pelle con incontri di carta. Il tutto legato da alcuni eventi tragici e paradigmatici del novecento. Il titolo fa riferimento a Conrad, all’altro da sé che compare quando meno te l’aspetti e si scopre vicinissimo nella differenza? Chi sono i tuoi compagni segreti, intendo quelli letterari e quelli reali?

“The secret sharer, il celebre racconto di Conrad, è stata una delle letture fondamentali della mia giovinezza (nella versione di Piero Jahier: Il coinquilino segreto). Avevo pochi amici e molti compagni segreti. Quelli letterari fanno parte della famiglia estetica che ogni scrittore custodisce dentro di sé: c’è Nick di Hemingway, il ragazzo che s’accampa al confine tra Stati Uniti e Canada; Pierre di Tolstoj, che scopre nella Mosca incendiata, rischiando di morire, il vero senso della vita: Lord Jim di Conrad, alla ricerca del riscatto e di una donna capace di farlo sentire se stesso; il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, col Bren sulle spalle, la sigaretta accesa e il fazzoletto azzurro… Oggi i compagni reali sono i miei alunni. Ma non c’è scarto fra gli uni e gli altri. Oggi parlo con Alì pensando a Jack London, capisco Mihai grazie a Dostoevskij, ammiro Rauf come se fosse Kim in groppa all’elefante. I nonni dei ragazzi moldavi hanno combattuto contro gli alpini, in Russia e me lo raccontano. Gli arabi mi spiegano il Corano. Gli africani il dio del ferro e del tuono. E poi ci ritroviamo insieme giocando a pallone: solo che loro tifano quasi tutti per l’Inter e io invece sono della Roma.”

Di nuovo emerge in tutta la sua potenza il valore che tu dai al viaggio. In Germania, in Africa, in giro per le strade del mondo. Come riesci a trasformare le visioni che ti porti negli occhi in pagine scritte? Può la parola evocativa restituire l’esperienza del lontano?

“La parola è sempre un’approssimazione della realtà, ma possiede vita propria e, se lo scrittore ha uno stile, intensifica l’esistenza. Non la deprime. La rafforza. Ti fa capire quello che tu hai sotto gli occhi ma non vedi. Per me il lavoro sulla pagina è decisivo. Attribuisco un grande valore artigianale alla scrittura. L’attenzione sulla singola frase è quasi di stampo lirico, antiromanzesco. Non riesco a diluire. Le imbottiture narrative non fanno per me. Questo è anche un problema. Ma bisogna accettare il proprio carattere. Il viaggio mi mette in una condizione spirituale favorevole, anche se da solo non sarebbe sufficiente. Infatti ogni viaggio io lo concepisco come studio vitalistico: cercare conferme di quello che già so. Ma un conto è conoscere in teoria, un altro conto è sentire gli odori, sporcarsi le mani, guardare in faccia la gente.”

Un’esperienza importante è stato per te l’incontro con Mario Rigoni Stern, di persona e attraverso la sua opera, di cui hai curato l’edizione per i Meridiani. Einaudi ha da poco ripubblicato in economica il Sergente nella neve con una tua nota.

“Mario Rigoni Stern è l’esempio concreto di quello che ho detto finora: non c’è nessuno scarto fra lui e la sua opera. Eppure forse proprio per questo ha faticato a entrare nel canone aureo del Novecento italiano, come se la sua testimonianza non fosse anche un evento cruciale nel panorama letterario contemporaneo, disegnando, insieme a Primo Levi, un paesaggio nuovo, una forma inconsueta. Scrittori che rinunciano al gioco di prestigio e raggiungono la verità dell’esperienza umana con una misura universale. Fuori dalla biblioteca e dallo studiolo, quindi in modo eccentrico rispetto alla grande tradizione italiana.”

“Sistemando le vocali, lo aiutavo a guarire”. Nelle tue opere si intuisce la forza del lavoro ben fatto, inteso come impegno basilare dell’uomo, impresa civile, forma di presenza. E’ questo il compito che, in controtendenza con la dilagante sciatteria e irresponsabilità, ti sei dato con l’insegnamento e con la scrittura?

“Lo scrittore e l’insegnante dividono una medesima responsabilità: quella nei confronti della parola, scritta e orale. Il che significa ricomporre la frattura tra pensiero e azione, una delle ferite della modernità. Da una parte ha trionfato la poetica dell’artista libero da ogni condizionamento, dall’altra quella dell’artista impegnato a realizzare un programma. Alla Città dei ragazzi capisco quale avrebbe dovuto essere la vera rivoluzione, fra tutte quelle fallite nel sangue del ventesimo secolo: farsi carico dello sguardo altrui. L’avevano detto, fra gli altri, Dietrich Bonhoeffer, Pierre Teilhard De Chardin, Don Lorenzo Milani, ma, benché i loro nomi siano comparsi spesso sulle pagine dei libri e perfino nei proclami, di fatto sono rimasti inascoltati”.

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